Roma : dopo il voto, la riconciliazione. (1)

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di A. Lalomia

Non doveva farcela, avevano deciso che non doveva farcela. E invece l’ha spuntata, prendendosi la rivincita su chi voleva emarginarla.

Il Lazio è una regione molto particolare: circa sei milioni di residenti e cinque province; ma una di queste province, Roma, conta più di quattro milioni di residenti. Al resto rimane poco, quindi. Eppure, Renata Polverini, fortemente svantaggiata proprio nella Capitale, è arrivata prima. Qualcosa vorrà dire.

Anche Emma Bonino, comunque, ha riscosso un successo che pochi si aspettavano. D’altra parte, era scontato che perdesse.

Il Lazio, comprese diverse zone di Roma, è tradizionalmente di centro, con tendenza verso il centro-destra (e anche oltre, in particolare Latina, dove non sono rari i nostalgici della Repubblica di Salò, e Rieti). Malgrado questa realtà, che avrebbe dovuto suggerirle un comportamento più cauto, durante la campagna elettorale la senatrice radicale ha fatto ricorso ad un repertorio ideologico – femminismo, anticlericalismo, antinuclearismo, terzomondismo – che si credeva ormai superato da tempo e che non le ha certo giovato.

Forse ha colto nel segno il premier, quando ha detto che è una piemontese che sa poco o nulla del Lazio.

Ma dico: parli di aumentare l’età pensionabile delle donne – facendolo credere un loro diritto e come un segno di emancipazione femminile – a signore che non vedono l’ora di andarsene in pensione, perché non ne possono più dell’infinità di ruoli che sono costrette a ricoprire (figlia, moglie, madre, lavoratrice) ? Di forti incentivi alla maternità (come invece ha saggiamente sollecitato Polverini) o di stipendio alle casalinghe, no, eh ?

Non esiti ad impiegare slogan del tipo “No taleban, no Vatican”, con gente che ritiene ancora la fede un tratto irrinunciabile della sua esistenza e poi pretendi che ti votino ?

Oppure, prendiamo la campagna contro il nucleare. Energia pulita, ha sostenuto. Se ne parla da decenni: chiaro che sarebbe preferibile al nucleare sporco. Ma quale sarebbe questa energia pulita ? L’eolica ? Il fotovoltaico ? Briciole, che al massimo riescono ad assicurare il fabbisogno energetico di qualche paesello. E intanto milioni di poveri disgraziati a reddito fisso stentano ad arrivare a fine mese anche a causa della bolletta della luce. Ma ci pensa a queste ‘minuzie’ ?

O è troppo occupata nelle dissertazioni sui massimi sistemi ?

E la ripresa economica ? Bisogna approfittare dei vantaggi offerti dalla globalizzazione, afferma. Scherziamo ?

Non vede che i despoti di Pechino stanno riversando sul nostro mercato montagne di prodotti che valgono quello che costano (cioè praticamente niente) e in più sono spesso pericolosi, proprio grazie alla globalizzazione, nonché all’inerzia e alla complicità dell’ineffabile WTO ? Non si rende conto che la concorrenza cinese (dopo le aperture che sono state fatte soprattutto dal governo a cui ha partecipato in prima persona, come ministro) sta mettendo in ginocchio l’intero settore delle PMI ?

Legge molto (e non soltanto i giornali arabi). Forse però le è sfuggita un’opera su cui avrebbe dovuto riflettere attentamente:
il “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799”, di Vincenzo Cuoco. Fa sempre in tempo. Così riuscirà a comprendere il motivo della sua sconfitta.

Ha sbagliato. O l’hanno fatta sbagliare ? Possibile che gli eredi del PCI -con una macchina organizzativa, a livello elettorale, ancora oggi di tutto rispetto-, non abbiano capito che facendole pronunciare certi discorsi in città come Latina e Rieti (ma anche Roma), con un elettorato che ha una precisa connotazione ideologica, avrebbe ottenuto l’effetto opposto ? Possibile che non ci abbiano pensato ? L’ hanno sacrificata, dunque ? L’interrogativo, inquietante, rimane, anche per gli scenari che si apriranno in futuro. ‘Hai voluto imporre la tua candidatura all’intero partito ? Accomodati.’ Dopo la sconfitta, però, ecco i sorrisetti ironici, gli ammiccamenti astiosi, che sembrano tante accuse. ‘Ecco, vedete, abbiamo perso perché la candidata era una radicale. Avevamo ragione noi: niente alleanze, con questi qui.’

Emma Bonino non era una candidata qualunque. Può vantare una lunga carriera politica, non priva di successi, anche se bisognerebbe ricordarle che una buona dose della sua notorietà la deve al premier, che la scelse come Commissaria Europea. Quel premier verso cui il suo partito non dimostra certo simpatia.

Ha molte idee e alcune sono anche condivisibili (rifiuto dello statalismo oppressivo; necessità di procedere più speditamente nelle liberalizzazioni; abolizione del sostituto d’imposta; lotta alla corruzione; maggiore efficienza della macchina pubblica). Altre non vanno, a meno che non si chiariscano certi punti. Ma lei niente: su alcuni temi, non ammette praticamente discussione. Caparbia come solo una piemontese sa esserlo. Logico che poi qualcuno dica o scriva che è ‘antipatica’, anche per via di quella voce d’aquila, acuta, imperiosa, assillante, che ti penetra nella mente come un trapano.

Ostinata. Ostinata e anche un po’ velleitaria. Ricordo una storica seduta alla Camera, quando tutti i deputati radicali si fecero espellere dalla Presidente Nilde Iotti. I suoi colleghi opposero una resistenza decisa ma ragionevole e alla fine uscirono come degli scolari disciplinati dietro l’ordine del maestro. Lei no, lei polemizzò a lungo e vivacemente con Iotti, non la faceva quasi parlare, voleva aver ragione a tutti i costi, tanto che alla fine i commessi dovettero quasi sollevarla di peso per portarla fuori. Un esempio di non violenza ?

Anche adesso, malgrado il volto segnato dall’età e dalla fatica, conserva il piglio impositivo, a tratti saccente, che le è tipico.

Il piglio -e la voce- di un’aquila, appunto. Urla, più che parlare. Forse è per questo che a molti non piace.

Mercedes Bresso, quando ha capito che aveva perso, è scoppiata a piangere, così, davanti a tutti (mentre fotografi e cineoperatori la riprendevano impietosamente), come se fosse stata la reazione più naturale di questo mondo. Roba da donne, dirà qualcuno. Non saprei. Comunque, anche il segno di una grande sensibilità, di una profonda commozione, di un rimorso, forse, per non essere riuscita a raggiungere il traguardo.

Un gesto spontaneo e nobile, che le ha assicurato la simpatia anche di chi è schierato dall’altra parte.

Emma Bonino, invece, niente. Non una lacrima, non un’incrinatura della voce, non un addolcimento del tono, che rimane sempre stentoreo, di chi è abituato a comandare e non ammette obiezioni. Fredda, quasi impassibile, a parte le polemiche con una parte del PD. Non parliamo poi delle congratulazioni alla sua avversaria, come dovrebbe essere d’obbligo in questi casi. Proprio lei, che all’inizio della campagna elettorale aveva decretato che le donne, in politica, hanno molto più savoir-faire, più stile, più eleganza, più bon ton dei ‘maschi’ (‘maschi’, naturalmente, non uomini.). Si è visto. E si continua a vedere.

Dopo la sconfitta, ha lo stesso tono di sfida, da prima della classe. Con in più una forte carica di rancore, che faceva fatica a contenere, durante le interviste a scrutinio ormai concluso.

Qualcuno potrebbe definirla di carattere. Non va. Ha subito la sconfitta come un affronto personale. E giù le recriminazioni contro il PD, che a suo giudizio non l’avrebbe sostenuta a sufficienza. Sospetti forse non infondati, visti i rapporti burrascosi che ci sono stati in passato tra la ‘galassia radicale’ e il PD, a partire dal caso Luca Coscioni. ‘Volete allearvi con noi presentando una lista che reca il nome di un disabile ? Siete pazzi?’ Non sia mai. La purezza della razza innanzitutto.

Anche il PD ha le sue colpe. Meglio: sono soprattutto i suoi leader degli ultimi anni che dovrebbero sentire la necessità di fare quantomeno un esame di coscienza, ammettendo le responsabilità nell’aver portato quasi allo sbando un partito che quando si chiamava PCI era considerato uno dei cardini della politica italiana.

D’altra parte, è difficile credere che i due movimenti possano trovare molti punti di convergenza. Basti considerare alcuni settori strategici, come l’economia, la giustizia e la politica estera. Liberisti i radicali, statalista e protezionista il PD;
ultra-garantisti i radicali, giustizialisti parecchi del PD e del suo maggiore alleato; filo-israeliani i radicali, notoriamente schierata con i palestinesi e con il mondo arabo più conservatore una parte del PD. Per tacere delle questioni religiose:
molti radicali hanno fatto dell’anticlericalismo un cavallo di battaglia, mentre le posizioni di ampi settori del PD su questo tema sono senz’altro più sfumate (2).

Adesso però basta. Dopo tanti sospetti, frasi sopra le righe, accuse pesanti, minacce di querele e di altre azioni giudiziarie, credo che sia arrivato il momento della riconciliazione. Sia all’interno dell’opposizione (che deve esistere perbacco, e nessuno deve impedirle di vigilare sull’operato dell’esecutivo), sia tra lei e Polverini.

Qualcuno sostiene che l’importante è vincere. Temo di no. Altro è vincere con percentuali alla Formigoni (3) o Zaia (4), altro è arrivare sì primi, ma con uno scarto di meno di tre punti sull’avversario, come nel Lazio (5) . In questo secondo caso, chi ha vinto deve cercare di non emarginare lo sconfitto e, anzi, di coinvolgerlo (6) . E chi ha perso deve smetterla una buona volta di ripetere come una macchinetta slogan che andavano bene forse negli Anni Settanta, ma che oggi sono assolutamente improponibili e servono soltanto a confermare i pregiudizi contro il movimento politico di appartenenza. E soprattutto, deve cambiare il tono di voce. Lasciamo le aquile al loro regno e scendiamo sulla Terra, scrollandoci di dosso la spocchia che ci rende antipatici. Modestia: questa dev’essere la parola d’ordine.

Una riconciliazione. E’ quello che auspico. E’ quello di cui il Lazio -e in primo luogo Roma- hanno bisogno.
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Note

(1) Questo testo può sembrare pregiudizialmente ostile ai radicali. Non è mia intenzione. D’altra parte, la ‘galassia radicale’
per fortuna non si esaurisce con Pannella e Bonino, anche se i media parlano quasi soltanto di loro. I due non sono certo
gli ultimi della classe, ma accanto a loro si muovono decine e decine di figure prestigiose che, a dispetto dell’età relativamente giovane, avrebbero qualcosa da insegnare sia ai due ‘patriarchi’ che ad una parte del mondo politico italiano, quanto
ad equilibrio, competenze e concezione della politica intesa come ricerca dei punti d’incontro, piuttosto che delle differenze. Il solo ‘torto’ di queste figure, forse, è quello di farsi condizionare talvolta dai due leader ‘storici’. Certamente comunque mantiene una sua linea politica personale e di assoluta autonomia Massimo Bordin, il brillante (e pazientissimo, soprattutto la domenica pomeriggio) direttore di Radio Radicale, uno dei pochissimi canali di informazione autentica che esistano in Italia. Azzardo un’ipotesi: e cioè che la relativa emarginazione dei radicali dalla vita politica italiana sia causata soprattutto dai toni -troppo spesso esasperati e oltranzisti- che usano diversi loro esponenti nella propaganda anticlericale.

(2) Al suo interno non mancano anzi i credenti dichiarati.

(3) 56,10 %, contro il 33,27 % di Penati e il 4,68 % di Pezzotta.

(4) 60,15 %, contro il 29,07 % di Bortolussi e il 6,38 % di De Poli.

(5) 51,14 % di Polverini contro il 48,32 % di Bonino.

(6) Ma il ragionamento è ancora più valido per il Piemonte, dove Cota ha vinto con il 47,32 % contro il 46,90 di Mercedes Bresso e il 4,08 di Bono.
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