Trattati cinquecenteschi in lode delle donne – di Carlo Zacco

cap XIX – XXIX dal Libro terzo del Cortegiano di
Castiglione
Libro III – La galleria di esempi del Magnifico
di Carlo Zacco

Trattati cinquecenteschi in lode delle donne
Prima di
entrare in questa parte faccio un breve cenno in relazione ad altri testi che il
Castiglione ebbe presente, e almeno un altro testo scritto parallelamente alla
scrittura del Cortegiano. Questo perché sappiate meglio la dimensione storico
culturale di questo discorso sulle donne.
Va tenuto
presente, ed anche questo è un dato di innovazione, come il Castiglione combini
due aspetti che nelle trattazioni sulla donna spesso erano invece divisi in
operette differenti tra di loro.
La
tradizione misogina
. Allora: brevissima premessa. Ricorderete come ci sia
una lunga tradizione misogina che viene dal mondo classico medievale e
umanistico: una visione della donna negativa, in questo contesto la donna è
accusata di aver portato mali nell’umanità, la donna è paragonata a un qualcosa
di demoniaco, e in queste trattazioni ciò ha una correlazione nella figura di
donna come moglie che in quanto moglie porterebbe di fatto delle condizioni
negative non accettabili per chi intenda invece impostare la propria vita in
relazione all’attività intellettuale. E cioè il condurre moglie non sarebbe
adatto per chi vuole esercitare la professione dell’intellettuale. Questo ha una
lunga storia, ben presente anche nel contesto rinascimentale.
La
tradizione filogina
. Contrapposto a questo c’è tutto un filone, fin dal
mondo antico, che gli si oppone e che rivendica il ruolo della donna,
naturalmente non dobbiamo considerarlo a livello attuale, perché gerarchicamente
l’uomo era sempre superiore alla donna, però controbatte contro quella visione
negativa, e contro quella visione negativa del prendere moglie. Riportandoci ad
un testo che abbiamo visto insieme per un passo vi ricordo quel de re uxoria di
Barbaro, in relazione al prender moglie, e quel trattatello del
barbaro, anche prospetta condizioni per la donna che fortunatamente sono molto
lontane dal nostro modo di pensare, certamente rispetto ai tempi rappresenta una
punta più avanzata. La donna che deve compiacere il marito e che però ha con il
marito un legame forte sul piano degli affetti. L’amore coniugale deve essere
reciproco. Sul modo in cui doveva essere la buona  moglie e la buona madre erano
fioriti trattati, anche per accenno lo abbiamo visto per l’opera albertiana:
Alberti
per altro è rappresentante di un atteggiamento misogino nel
contesto umanistico: non nella famiglia, ma in altre operette, dove sulle donne
Alberti non è certo inferiore al Corbaccio che ne dice peste e corna.
Nelle
corti
. Presenza di misoginia nel contesto rinascimentale è indubbia. Che
cosa accade negli ambienti di corte? Qui c’è non casualmente un atteggiamento
che è soprattutto di difesa delle donne, e di rivendicazione della
figura femminile: non è un caso che il Castiglione dia un ampio spazio e in modo
innovativo alla donna di corte: la presenza della donna in corte e la sua
importanza è indubbia nel contesto di quattro cinquecento, e ci sono donne molto
importanti nel contesto delle corti. Certo è con il Castiglione che si viene a
dare una posizione anche dal punto di vista letterario nel contesto del trattato
significativa. E il trattare l’institutio della donna di palazzo accanto a
quella del cortegiano è certamente un aspetto innovativo nel contesto della
trattatistica del genere e significativo per come viene fatto.


 
I
trattati rinascimentali.
Con ciò erano fioriti in quel periodo dei
trattati
che possono essere definiti in difesa delle donne. E questi
seguono inlinea di massima due binari diversi: quelli che assumono
una dimensione di carattere teorico trattatistico, e quelli che
rappresentano una trattazione per una galleria di esempi: dal punto
di vista teorico-trattatistico si tratta di quei trattatelli che prendono la parola
in cui chi scrive prende la parola per difendere la donna contro gli attacchi di coloro che la giudicavano negativamente, come fa il
Pallavicino.
Linea
teorica: Mario Equicola.
Il più interessante di questi trattatelli, brevi, è
un trattatello scritto da un letterato di corte del primo cinquecento che si
chiama Mario Equicola. Il quale a sua volta è interessante per
quello che scrive sull’amore. Equicola scrive in latino, e rappresenta una delle
voci più significative in difesa delle donne, per come è svolto dal punto di
vista teorico il
trattatello. Per capire come il Castiglione riprende argomenti già usati da
altri, e comuni in queste difese, c’è molta parte delle stesse fonti che aveva
usato l’Equicola, utilizzati per discuterne: fonti aristoteliche, platoniche,
neoplatoniche. Quegli stessi problemata di Aristotele sono ripresi anche dall’Equicola,
che a sua volta discute una serie di posizioni di Aristotele e di Platone
giungendo a posizioni positive nei confronti delle donne. La presentazione di
exempla è molto abbreviata.
Linea
storica: Sabbadino degli Abbienti.
Al contrario in opere di altra natura,
che rappresentano invece una vera e propria galleria di personaggi femminili e
la più vicina per quel che riguarda un’ opera di corte potremmo citare quella di fine
quattrocento di Sabbadino degli Abbienti: la Ginevra o delle belle
donne, è praticamente una galleria di esempi femminili, in larga
misura ancorato al mondo di corte. Ritratti encomiastici femminili naturalmente,
basato sul presente, e qui la parte degli esempi è quasi esclusiva. Questi sono
i due estremi dello svolgimento della trattatistica sulle donne.

Boccaccio
. Da un lato un trattatello vero e proprio come quello dell’Equicola,
dall’altro quello di Sabbadino degli Abbienti. Naturalmente Sabbadino ha un
modello: un’ opera di Boccaccio, il De Claris mulieribus.
Allora, questa opera è ben presente al Castiglione: scritto apposta per le donne
come pubblico privilegiato: alle donne si attaglia una dimostrazione fatta
attraverso esempi: la storia come fonte di dimostrazione di esempi: non teorico,
ma un discorso per esempi. Ma in boccaccio non sono solo esempi
positivi, perché per il Boccaccio quello che conta è la memorabilità.
E le donne, soprattutto donne antiche (si parte da Eva e si giunge ad un esempio
trecentesco, ma la maggior parte degli esempi sono antichi) gli exempla dati sono
esempi memorabili: tra queste anche alcune donne scellerate, ma che  hanno avuto
peso e significato notevole, perché sono state, anche per le loro azioni
negative, degne di essere ricordate, perché queste azioni sono uscite dal modo
comune di essere.
La
sintesi di Castiglione.
Cosa fa il Castiglione nella sostanza? In sostanza
elabora in modo innovativo prendendo entrambi gli aspetti: quello
teorico della discussione e quello esemplare: infatti nei capitoli che vediamo,
da XIX in poi, dopo la provocazione del Frigio sarà delineata una galleria di exempla, che viene però inserita nel contesto del dialogo e utilizzata non solo
a fini dimostrativi, ma ai fini della discussione che era stata fatta, e che era
in atto: c’è un collegamento tra la parte teorica della disputatio, e la parte
storica della esemplarità presentata.
Inoltre
questo è reso funzionale per Castiglione perché il Castiglione scrive un’ opera in forma di dialogo. Le altre operette non sono in forma di dialogo. Avevo
anche detto che c’è un testo significativo della attualità di questo tema
trattato nel terzo libro, anche nella contemporaneità del Castiglione: nel 1525,
viene pubblicato un  testo che è di un umanista che appartiene all’ambito
settentrionale milanese, il Capra, e che si intitola Della eccellentia e
della dignità delle donne
.  È indicativo sotto questo profilo:
questa tematica, che ha largo sviluppo in questo periodo e in ambito di corte, e
soprattutto nelle corti mantovane e ferrarese, ha un piano di attualità
dimostrato dalla pubblicazione tre anni prima del Capra. È importante veder
questi aspetti per situare meglio in maniera storico culturale questo testo del
Castiglione.
Inoltre,
come accennavo, molti di questi trattatelli fanno riferimento ad argomenti di
carattere religioso: avevo citato il Gogio, ma ce ne sono altri, dove questi
aspetti sono sottolineati fortemente.
Capitolo XIX
Eva e
Maria.
All’inizio del capitolo XIX interviene quella che è una provocazione
da parte del Frigio. Naturalmente quando si sente dire dei grandi effetti delle
donne, il Frigio sarcasticamente mette fuori il nome di Eva. E
porta il discorso, come dice il Magnifico, nella sacrestia. Vuole
addurre un argomento di carattere religioso.
D’altra
parte l’argomento antifemminista legato ad Eva ha lunga tradizione; accanato ad
esso è tradizionale l’argomento con cui si risponde, e con cui risponde
immediatamente il Magnifico: cioè Maria. Maria contrapposta ad
Eva.
Folli
ragionamenti.
Ma il Magnifico non si vuole soffermare su questi argomenti:
risponde al Frigio in modo sarcastico, dicendo che non vuole entrare in
Sacrestia
e che non vuole mischiare argomenti di carattere religioso
«ai nostri folli ragionamenti». Ecco
attenzione, perché può essere fraintesa questa espressione, ma i folli
ragionamenti sono pazzi, o di pazzia, sono ragionamenti mondani. È
un’espressione, che in questa accezione è presente in Petrarca, ma
un espressione analoga la troviamo in un passo del furioso, che
vuol dire ragionamenti mondani. Che cosa vuol dire con ciò il Castiglione,
attraverso la voce del Magnifico: argomenti di carattere religioso non sono
pertinenti ad un discorso calato in un contesto mondano: ciò
nonostante anche questi argomenti tradizionali, misogini, non possono restare
senza risposta.
San
Girolamo.
La risposta gli è stata già data: Maria, e nello stesso tempo in
cui è stata prospettata in forma misogina la figura di Eva, e non è un caso fra
l’altro che il Castiglione attraverso il Magnifico sfrutti, togliendo
l’arma
ai misogini, un testo di un autore della Patristica che poteva
essere usato in funzione misogina, cioè San Gerolamo. Si avvale dell’Adversus
iovinianum
. Qui Gerolamo mette in evidenza gli esempi eccellenti
delle martiri, ma Gerolamo aveva di fatto rivendicato anche la
virtù di una serie di donne della antichità che avevano difeso la propria virtù
anche affrontando al morte, mostrando come la difesa della virtù debba essere
perseguita anche a costo del sacrificio della vita. Utilizzando San Gerolamo al
tempo stesso il Magnifico impedisce di fatto al Frigio che sia
avvalga di questi argomenti, toglie il campo questa possibile arma, e  il
ricorso ad argomenti di carattere tradizionale.
Capitolo XX
Però non
vuole lasciar cadere un attacco che riguarda la contemporaneità: e cioè la
ipocrisia di questi religiosi che comportandosi male corrompono le donne e poi
dicono male di loro. Contrappone a questa ipocrisia dei religiosi il
comportamento di molte donne di cui non si mai menzione, donne
meschine, infelici, chiuse nei conventi (forzatamente a volte) e
che vivono invece una vita di santità senza che nessuno parli di loro, e
contrappone queste donne a molti uomini ipocriti maledetti
che esibiscono una virtù che non hanno contro i dettami evangelici, e vogliono
nascondere coprendo sotto il peso di una autorità malintesa, quello male che
fanno dicendo che quello che si fa di male, se viene nascosto e fatto cautamente
non è così grave, e in realtà sono dei personaggi che hanno la colpa della
degenerazione e della corruzione della società intera.
Questi
personaggi così attaccati con violenza sono i frati: è un attacco
ai frati non esplicito, ma viene capito subito. Questo attacco è di grande
violenza
verbale, non è nuovo, si apparenta a tante pagine di
umanisti del quattrocento: pensiamo a pagine famose del Valla, e ci sono famose
pagine di Bracciolini; ma ci sono anche rappresentazioni in novelle e commedie:
e infatti qui ci viene data proprio la rappresentazione della ipocrisia per
eccellenza. Nel capitolo XX quando parla di questi
«omini ippocriti
maledetti[1],
i quali, scordati
[2]

o più presto facendo poco caso della dottrina di Cristo, che vole che quando l’om
digiuna se unga la faccia perché non paia che degiuni e comanda che le orazioni,
le

elemosine e l’altre bone opere si facciano non in piazza, né in sinagoge, ma
in secreto
[3],
tanto che la man sinistra non sappia della destra, affermano non esser maggior
bene al mondo che ‘l dar bon esempio; e cosí, col collo torto e gli occhi bassi»

ecco, questa rappresentazione di questo modo di porsi con il collo
torto e gli occhi bassi, è una rappresentazione topica della
novellistica
e della commedia, soprattutto
rappresentativa dell’ipocrisia per eccellenza:
«spargendo fama di non voler parlare a

 donne, né mangiar altro che erbe crude, affumati
[4]

con le toniche squarciate, gàbbano i semplici; che non si guardan poi da falsar
testamenti»
cioè mentre esibiscono come buon esempio il loro
comportamento, esibiscono i digiuni che fra l’altro non fanno, e invece non si
guardano da comportarsi male: «non si guardan
poi da falsar testamenti, mettere inimicizie mortali tra marito e moglie e talor
veneno, usar malie, incanti ed ogni sorte de ribalderia; e poi allegano una
certa autorità di suo capo che dice «Si non caste, tamen caute
[5]»;
»
chi non sa essere casto, deve almeno nascondere la sua lussuria (passo
attribuito a Paolo), «e par loro con questa
medicare ogni gran male e con bona ragione persuadere a chi non è ben cauto che
tutti i peccati, per gravi che siano, facilmente perdona Idio, purché stiano
secreti e non ne nasca il mal esempio. Cosí, con un velo di santità e con questa
secretezza, spesso tutti i lor pensieri volgono a contaminare
[6]
il casto animo di qualche donna;»
quindi il loro operare a corrompere le
donne: corruzione a partire da quella che è la castità femminile fino a
coinvolgere la società. «spesso a seminare
odii tra fratelli, a governar stati, estollere l’uno e deprimer l’altro, far
decapitare, incarcerare e proscrivere omini, esser ministri delle scelerità e
quasi depositari delle rubbarie che fanno molti príncipi».
Li accusa
addirittura di essere oltre che falsi e invidiosi, fino ad una degenerazione
totale che investe le stesse corti: un crescendo,
corrompono le donne fino ai principi.
Poi c’è
una serie di rappresentazioni sui loro modi di comportamento, su cui non mi
soffermo, ma la conclusione è durissima:
«Malvagi e scelerati omini, alienissimi non solamente dalla religione, ma d’ogni
bon costume; e quando la lor vita dissoluta è lor rimproverata, si fanno beffe e
ridonsi di chi lor ne parla e quasi si ascrivono i vicii a laude»
perché
mai ci sia una pagina così violenta è stato oggetto di perplessità e
discussione: in effetti questa tirata è molto forte, inserita in questo punto. È
possibile che si inserisca in una tradizione a sua volta già umanistica e
rinascimentale che è di denuncia dell’ipocrisia dei religiosi, e del loro
comportamento col quale macchiano la santità della religione. Non viene detto
che sono frati, ma che siano frati è evidente: la rappresentazione è quella
topica del frate ipocrita.

 
Emilia
Pio insorge.
Infatti Emilia Pio insorge protestando, dicendo che il
Magnifico ha tanto piacere a dir male dei frati, che fuori da ogni
proposito è entrato in questo ragionamento. Cioè Emilia Pio difende i
religiosi: dice che se i religiosi non pregassero per i peccatori, ci sarebbero
più peccatori nel mondo. Difende una posizione tradizionale e
questo confronto è fatto senza mediazione: c’è una denuncia molto forte ed
aggressiva sull’ipocrisia dei religiosi, e in particolare dei frati, e resta da
capire perché questo accanimento proprio in questo punto.
C’è chi ha
pensato ad una  relazione fatta in rapporto all’essere consiglieri dei principi.
Quindi probabilmente questa denuncia viene a concentrarsi sui frati, ma ha
questo oggetto specifico anche per queste ragioni. In relazione ad Emilia Pio il
discorso è più complicato: Emilia difende una posizione tradizionale
e devota. Se andiamo a vedere le vicende successive di Emilia Pio, Emilia in
realtà è una donna molto più vicina a temi della riforma che a temi della
tradizione: e di lei si era detto che apparteneva piuttosto alla riforma luterana
che alla chiesa di Roma. Probabilmente vuole porre un baluardo all’interno del
suo testo con un richiamo all’ordine per moderare quello che lei vedeva come un
attacco troppo violento, quindi viene ricondotto nell’alveo dell’ordine. E a
Emilia Pio viene fatta sostenere questa opposizione. Con ciò il Magnifico non deflette da questa posizione, ed è singolare che nella terza redazione il
Magnifico porti questa posizione, che in precedenza non era sua! Ma del Paleotto,
ma il Magnifico è il fratello di Leone X, quindi una posizione alquanto
singolare (la curia di Leone X è stata l’oggetto privilegiato degli attacchi dei
riformisti), e tra l’altro Leone X, nel 1507, nel tempo della scrittura, non
c’era nemmeno! Se noi guardia il progresso della scrittura, probabilmente ci
sono cose all’interno di questo testo che potevano essere per i contemporanei
più chiare. Questo discorso viene di fatto bloccato. Sottolinea
che sta parlando dei buoni, e non dei malvagi, ed aggiunge che in relazione ai
malvagi non parla che della millesima parte di quello che sa. Ma Emilia blocca il
discorso perché se continuasse, Emilia di alzerebbe, e andrebbe via.
Capitolo XXI
Riprende
il filo di quello che stava dicendo, concludendo.
«Son contento[7]

 – disse il Magnifico Iuliano, – non parlar più di questo;»
accetta dunque
l’autorità della Pio, e riprende: «ma tornando
alle laudi delle donne, dico che ‘l signor Gasparo non mi troverà omo alcun
singulare, ch’io non vi trovi la moglie, o figliola,
o sorella di merito eguale e talor superiore; oltra che molte son
state causa d’infiniti beni ai loro omini e talor hanno corretto di molti loro
errori. Però essendo, come avemo dimostrato, le donne naturalmente capaci di
quelle medesime virtú che son gli omini, ed essendosene più volte veduto gli
effetti, non so perché, dando loro io quello che è possibile che abbiano e
spesso hanno aúto e tuttavia hanno»
cioè presente, passato
«debba esser estimato dir miracoli, come
m’ha
apposto
[8]

il signor Gasparo; atteso che sempre sono state al mondo, ed ora ancor sono,
donne cosí vicine alla donna di palazzo che ho formata io, come omini vicini
all’omo che hanno formato questi signori»
passo già visto. Giuliano
ritiene di aver concluso la sua dimostrazione sia sul piano di ciò che le donne
possono fare per natura, sia nell’affermazione che dal tempo antico al tempo
presente continuamente ci sono donne pari agli uomini. E lo dice in relazione a
quello che riguarda, in relazione ai grandi uomini, la moglie, la figlia, la
sorella. Accanto a grandi uomini, ci sono grandi donne. Naturalmente Gasparo non si accontenta e sfida il
Magnifico: «Quelle ragioni che hanno la esperienzia in contrario non mi paion bone;» lo sfida a venire sul campo dei
fatti, a produrre le dimostrazioni, di carattere pratico. Ciò che ha dimostrato
sul piano razionale non è sufficiente se non è dimostrato sul piano fattuale. «
e certo s’io vi addimandassi quali siano, o siano state» sottilineando sempre
presente e passato « queste gran donne tanto degne di laude, quanto gli omini
grandi ai quali son state moglie, sorelle o figliole, o che siano loro state
causa di bene alcuno, o quelle che abbiano corretto i loro errori, penso che
restareste impedito[9]».
Cioè lo sfida dichiarando di essere convinto che sia impossibile.
Ora, che
cosa fa il Castiglione qui in questa parte? Questa parte è quella che subisce
meno mutamenti nel passaggio da redazione in redazione, è la più stabile. Ma c’è
un lavorio da parte del Castiglione da un lato per quello che riguarda
l’introduzione di alcuni esempi nuovi ed eliminazione i vecchi, ma la cosa più
importante sono una serie di cambiamenti nella dislocazione degli esempi stessi.
Nel modo in cui è condotta l’esemplificazione: come questi discorsi sono stati
messi in modo funzionale alla dimostrazione e al contesto del dialogo che viene
svolto. La parte del magnifico del resto è la parte più ampia in assoluto, dove
il Frigio e Pallavicino è secondario. Quando il ruolo della contraddizione (ecco,
il Frigio ha un ruolo che possiamo definire di colore, mentre il Pallavicino
interviene in modo più articolato), dicevo, ad un certo punto, quando
il Pallavicino assume un ruolo più significativo, si ha all’interno della
presentazione degli esempi una svolta: si passa dal magnifico ad un altro
personaggio: il Gonzaga che interviene ad interrompere il discorso dicendo che
se il Magnifico è d’accordo, proseguirebbe lui. Dal capitolo XL in poi è il
Gonzaga a presentare gli esempi.
Non stiamo
a seguire qui partitamente tutti gli esempi presentati. Faccio un breve schema
di come si svolge la trattazione da parte del Magnifico, e poi vedremo come fa
da cerniera l’intervento del Pallavicino e come da questo si passi al Gonzaga.
Scheda: Lo schema
degli esempi
Che schema segue il
Magnifico?

• Mogli, figlie,
sorelle.
In
primo luogo risponde a tono per quello che riguarda le mogli, le figlie le
sorelle.
• Donne che sfidano la
morte.
Poi
introduce il motivo della fermezza e costanza fino al supremo sacrificio
della morte. E in questo si sposta fuori dall’ambito familiare, e fa
assumente alla donna un’esemplarità di ambito pubblico, la posizione assunta
da due donne esemplari nei confronti dei tiranni. Sempre sul tema della
morte si sottolinea come la donna sappia affrontare la morte come pochi uomini
hanno saputo fare.
• l’amore verso il
marito.
Si
passa poi da questo al tema del rapporto mogli-mariti: o meglio al tema
relativo al maggior amore, e maggior grandezza e forza d’amore dimostrato
dalle donne verso i mariti.

• l’amore il proprio
popolo.
Si
passa poi ai beni, meriti e qualità dimostrate dalle donne che  hanno saputo
portare grandi meriti, per quello che riguarda la vita stessa dei popoli,
non per quello che riguarda la loro individuale vita.
• la continenza.
Si giunge poi a parlare della continenza: e qui si innesta un dibattito più
serrato, prima con il Pallavicino, e poi con il passaggio al Gonzaga.
Fonti per gli esempi.
Allora, che tipo di esemplificazione fa il Magnifico? Dove sceglie gli
esempi? Giuliano sceglie gli esempi soprattutto in prima battuta nel
mondo antico
, ma vi inserisce a confronto anche esempi del mondo
moderno
, ma soprattutto, da un certo momento in poi, vuole
dimostrare al Pallavicino e al Frigio, che quello che dice non riguarda solo
le grandi donne dell’antichità, ma è dimostrabile se si considerano le donne
nel corso della storia, e fa una carrellata che va dal tempo tardo antico,
fino al mondo contemporaneo: e qui si inserisce una parte encomiastica,
perché qui si inseriscono le donne delle corti contemporanee. In relazione a
questo discorso viene inserito quel tema della continenza che porta poi ad
una svolta nel contesto del discorso di Giuliano e il passaggio al Gonzaga.
• Come è
tradizionale
e come è innovativo il Castiglione nella
scelta degli esempi? Qui c’è il riprendere materiale già usato, ma il
Castiglione fa due cose: da un lato usa questo materiale diversamente
rispetto ad altri testi precedenti, dall’altro inietta dosi più massicce di
una fonte importante in relazione alla sottolineatura della virtù della
donne: questa fonte è Plutarco. Più testi di Plutarco, in modo
particolare Sulla virtù delle donne, un trattatello di
Plutarco. Questo trattatello non è ignoto ad altri trattatisti, ma il
Castiglione ne fa un uso sistematico e significativo. In una
qualche misura anche un uso strutturale, soprattutto per la parte relativa
ai meriti che le donne come in rapporto ad una collettività hanno operato.
La sintonia con Plutarco da parte di Castiglione ci viene messa in evidenza
subito. Se noi vediamo il proemio di quell’opuscolo di Plutarco sulla virtù
delle donne in cui l’autore si rivolge ad una donna, si afferma con grande
chiarezza che pari è la virtù dell’uomo e delle donne. Questo testo di
Plutarco è uno dei più indicativi nel mondo antico nella sottolineatura di
questi aspetti. Non solo ma si mette in evidenza la funzione della storia e
li esempi riportati dalla storia in due diverse direzioni: da un lato per la
funzione dimostrativa della storia: la storia che attesta i principii che 
sono sostenuti in questo proemio, cioè l’enunciazione delle pari virtù tra
uomini e donne è supportata dagli esempi storici che si rappresenteranno;
d’altra parte gli esempi della storia per come sono narrati comportano
piacere da parte di chi legge, danno piacevolezza, e per sottolineare
il piacere della scrittura viene utilizzata più volte da Plutarco la parola
grazia. Danno grazia al discorso. Plutarco viene assunto da parte del
Castiglione come fonte e modello particolarmente significativo: se ne serve
come materia per la trattazione ma se ne serve anche in un certo senso autorevolmente, mediante il modello, produrre a sua volta delle narrazioni
piacevoli sul piano letterario (le storie son tragiche, quindi piacevoli sul
piano della scrittura) nel suo testo.
Abile narratore.
Che cosa fa
infatti il Castiglione? In questa serie di esempi ci dà la prova di essere
un abile e notevole narratore, e di saper scegliere il modo di
narrare: utilizza la brevitas quando vuole solo introdurre, ma introduce
anche il criterio della narrazione continuata: alcuni di questi esempi sono
delle vere e proprie narrazioni. Su questo ci soffermeremo in particolare:
sulla narrazione di Camma, tragica, e articolata come una novella tragica,
dove la fonte di Plutarco viene trasformata, e d’altra parte ci darà la
prova di una narrazione nella storia parallela, moderna, che segue, esemplata
sull’esempio della novellistica moderna, ma di una novella che è esemplata
sulle novelle avventurose e di viaggio di Boccaccio. Quindi quello in cui
darò prova il Castiglione è anche quello di avere delle doti narrative: e
dare esempio di queste sue doti narrative rientra nell’ottica della grazia
stessa.
Varietà interna.
Ovviamente l’introdurre tutta questa serie di exempla comporta anche una
varietà di genere, perché qui si trasforma a sua volta in una galleria di
ritratti esemplari. Ecco uno degli aspetti di questa opera è anche la
notevole varietà interna, la capacità di riproporre mediante il trattato
generi diversi.
Il ruolo delle donne.
In che  modo risulta funzionale il dialogo in tutto ciò? Ecco, noi potremmo
obiettare al Castiglione in termini di verosimiglianza a
questo proposito: cioè il fatto che narrazioni vere e proprie vengono
collocate all’interno di un discorso della corte. Ma anche questo è
brillantemente risolto proprio attraverso al finzione stessa del Castiglione:
sono le donne a chiedere che il racconto si estenda e che quindi il
Magnifico assuma il ruolo di Affabulatore. Ma anche il Gonzaga. Sono
donne a richiedere che laddove vi siano esempi a loro non
noti, allora il Magnifico si soffermi
perché esse possano con questo
poter dare a loro volta dimostrazione di queste grandi capacità ed
eccellenze delle donne, con la conoscenza che dalla narrazione assumono.
Il ruolo dei
contraddittori.

Qual è il ruolo che rimane ai contraddittori? Cosa cercano di fare il Frigio
e il Pallavicino? Allora, il Frigio ha soprattutto la funzione
di vivacizzare con battute: gli interventi del Frigio non sono particolarmente accorti sul piano della intelligenza del discorso, non
perché il Frigio non fosse intelligente, ma perché rappresentato come colui
che ha una pregiudiziale assoluta nei confronti della donne. E quindi
interviene con battute, spesso anche facete, e malevole verso
le donne. Il Pallavicino rimane sempre un personaggio che ama
le sottigliezze: e dunque il Pallavicino continua a
contestare
l’esempio: o perché in certi casi non è pertinente, o
perché il magnifico dice gli aspetti positivi, ma non quelli negativi!

• La resa dei
contraddittori.
Quando entrambi sono costretti ad arrendersi di fronte a certi
esempi all’evidenza dei fatti,  allora cosa fanno il Pallavicino e il
Frigio? O dicono che  si tratta di casi eccezionali, o che si
tratta i casi nobili e alti, ma che riguardano donne antiche non ci sono più
nel presente, o che sono cose tropo lontane nel tempo, e sono
dunque favole, e non fatti reali. Ed è interessante vedere
come attraverso queste obiezioni venga ad essere gestita la presentazione
degli esempi, e come il Magnifico risponde.
Alcune discrasie.
Proprio nel’ultima redazione il Castiglione dimostra di aver saputo ben
dislocare gli esempi introdotti attraverso il magnifico. Non significa che
tutto torni e sempre tutto vada per il verso giusto. Ci sono in effetti,
confrontando seconda e terza redazione, alcune piccole discrasie: una
compare proprio all’inizio. Qual è lo schema iniziale di cui si avvale il
Magnifico? Uno schema per altro molto noto, di cui si era avvalso il
Boccaccio ed altri, lo schema di Valerio Massimo: Valerio
tratta prima dei fatti memorabili dei romani, e poi aggiunge
quelli del mondo esterno, i barbari: questa stessa espressione
usa, in maniera sintomatica, il magnifico. Cioè presenta prima le donne
romane, ma dice che ci sono anche le barbare. Per vivacizzare meglio il modo
in cui il Magnifico propone i suoi esempi, ci sono in alternanza
citazioni  brevissime, e racconti più ampi. E in effetti nell’introduzione
di questo schema (donne romana – donne barbare) viene dedicato
immediatamente un racconto più ampio ad una queste donne non romane:
Alessandra
, moglie di Alessandro re dei giudei. È un esempio ripreso
dallo storico Giuseppe Flavio. Ci viene condotto un esempio ampio ed
articolato. Esempio che  non stava qui nella redazione precedente. Quando
successivamente vengono ad essere introdotti altri esempi più brevi, ci sarà
la protesta, di margherita Gonzaga che reclama che si debba svolgere più
ampiamente la trattazione. Allora, nella seconda redazione non c’era
l’esempio di Alessandra del capitolo XXII, per cui questo esempio della
Gonzaga era ovvio: aveva trattato fino ora troppo brevemente. Qui certamente
viene introdotta Emilia che dice, nel capitolo XXII che chiede di dire, in
relazione ad Alessandra «come ella fece» ma essendo introdotto già nel
capitolo XXII questo esempio ampio, la protesta della Gonzaga sembra meno
giustificata. È una sorta di lieve difformità rispetto al discorso. E come
si fa a rendersi conto di questo? Quella che sembra una protesta eccessiva
da parte della Gonzaga nella terza redazione, risulta una protesta
giustificata nella seconda. Evidentemente è possibile farlo solo
confrontando le due redazioni.
Capitolo XXII
Il
magnifico risponde invece che il Pallavicino si potrà stupire non della mancanza
ma dell’eccesso di esempi. Questa risposta, in relazione al portare gli esempi è
topica: chi risponde risponde su questo piano: gli esempi sono troppi, ed
eccedono dalle possibilità di svolgimento.
C’era
stata una sfida da parte del Pallavicino a produrre esempi, e il Pallavicino
sottolinea che il magnifico farà fatica a trovarne; il Magnifico risponde che in
realtà la fatica sarà scegliere tra i troppi esempi. All’inizio segue lo schema
dei detti memorabili di Valerio massimo nella distribuzione dei fatti tra le
donne romane e le barbare. All’inizio sceglie solo molto brevemente nomi
notissimi di donne; poi si sofferma maggiormente sull’esempio di una donna  non
romana: Alessandra, moglie di Alessandro Re dei giudei, esempio
tratto dalle Antichità Giudaiche di Giuseppe Flavio.
Scheda: l’uso delle
fonti
Parentesi:
come per tutto quello che riguarda le fonti c’è un problema preliminare per
lo studio delle fonti di carattere filologico: bisogna
ricostruire per quanto possibile quali sono i testi di cui si è avvalso
l’autore, soprattutto per una parte come questa che di necessità in larga
misura su esempi è fondata. Nel caso del Castiglione abbiamo degli elenchi
relativi ai libri ricevuti in eredità dal padre e quelli che egli stesso
lasciò in eredità al figlio. Abbiamo però più degli indizi che
riscontri precisi: in certi casi sappiamo che di certi autori possedeva dei
manoscritto, di altri sappiamo che oltre al manoscritto aveva il testo a
stampa. Allora evidentemente la prima cosa che deve essere fatta dallo
studioso è quello di cercare per quanto possibile, se possibile, quanto meno
(non quelli che  possedeva il Castiglione, sarebbe troppo difficile) almeno
quelli che erano in circolazione al suo tempo.
L’altra operazione è di
carattere metodologico, cioè: come ha ripreso il testo dalla
fonte. Il testo della fonte che naturalmente vale nella ripresa tanto
per quello che c’è
, quanto per quello che non c’è:
questo come criterio di carattere generale. Ora, che cosa fa in questa parte
il Castiglione? Certamente c’è una ripresa in una serie di exempla che
comporta innanzitutto una selezione in relazione a tutta una gamma di autori
di cui si poteva avvalere. All’interno di ciascun autore seleziona a sua
volta. Una volta individuato il singolo esempio come se ne è servito?
Innanzitutto per quello che riguarda un discorso generale c’è una attenzione
alla rielaborazione in termini letterari e narrativi tali per
cui il Castiglione vuole dimostrare la propria ars narrandi. Ed
indubbiamente in alcuni di questi esempi dà prova di questa sua abilità.
D’altra parte ci sono effetti di manipolazione.

L’eloquenza nelle donne.
In questo caso ci presenta la figura di questa
donna: perché è celebrata Alessandra? Per la sua prudenza, cioè capacità di
giudizio, saggezza, avvedutezza, e d’altra parte anche per la sua
eloquenza
: perché con le sue parole di fronte ai popoli che odiavano il
morto marito di Alessandra che li aveva tenuti in una crudele servitù, con le
sue parole riesce ad allontanare dai figli quell’odio che stava
per riversarsi su di loro. Di fatto fa gettare il corpo del marito davanti a
quelli che lo odiavano, ed esibisce questo per loro, offrendolo come trofeo per
il loro odio, chiedendo che venissero risparmiati i figli innocenti. In questo
modo riesce ad ottenere che l’odio si plachi, e con parole così convincenti che
di fatto i figli hanno la successione al potere del padre, e al corpo del marito
viene data onorata sepoltura.
• una
‘piccola’omissione.
Ora, tutto questo c’è nella fonte. Però, quello che non
ci dice il Castiglione è che il consiglio di fare così, glielo aveva dato il
marito
morente. Questo è un piccolo esempio. Bisogna
tener presente che il carattere delle scelte in relazione a questo modo di
portare gli esempi ci indica come qui la funzione degli esempi, è persuasiva.
Indubbiamente c’è in questo nel modo in cui la fonte è utilizzata, da parte di
Castiglione-Lorenzo, un operazione compiuta in maniera da esaltare gli elementi
funzionali al suo discorso. Fatto questo esempio su Alessandra torna a parlare
brevemente (sta parlando delle figlie, mogli sorelle), dopo aver detto che non
sono inferiori appunto ai mariti padri o fratelli, mette in evidenza che di
fronte alla morte queste donne hanno dimostrato addirittura forse di essere
superiori. Porta alcuni esempi solo per accenni.
Non
costanza, ma ostinazione!
Si interpone alla fine di questo, il Frigio.
Alla fine del capitolo XXII, con una battuta provocatoria, come è proprio del
Frigio, fa riferimento ad una accusa consueta nell’ambito misogino alle donne, e
cioè di essere ostinate. Dunque un comportamente in eccesso, che vistù non è:
«Dove vada ostinazione certo è[10],
 – disse, – che talor si trovano alcune donne che mai non mutariano proposito;
come quella che non potendo più dir al marito «forbeci», con le mani gli ne
facea segno
[11]
-» qui fa riferiemnto ad un racconto proverbiale in relazione al fatto
che un marito stanco di questa continua richiesta da parte della moglie, la
butta in un pozzo, e la donna, caduta nell’acqua non può più parlare, ma fa segno
delle forbici con la mano. Poggio Bracciolini riporta nelle sue
facezie rendendola in  modo che una moglie accusa il marito di essere
pidocchioso
, il marito la butta in un pozzo, la donna che  ancora fino
alla fine fa il gesto di schiacciare con le dita un pidocchio.
Capitolo XXIII
Il
magnifico rintuzza questa provocazione del Frigio e riconduce il discorso alla
misura propria di ciò che egli intende: ridefinisce quello che il Frigio chiama
ostinazione, e che è incrollabile capacità di resistere di fronte alla morte, e
la ridefinisce come costanza:
«La ostinazione che tende a fine virtuoso si
dee chiamar constanzia»
e qui introduce due altri esempi. Qui usciamo dal
contesto più stretto e rigido delle figlie, sorelle e madri, e sono due donne
che vengono citate (un esempio è romano l’altro greco) e sono due donne che si
mostrarono grandi eccellenti mediante la loro costanza (due donne per altro di
bassa estrazione) e resistenza, mancanza di paura fino all’estremo sacrificio,
per non tradire coloro che avevano partecipato ad una congiura contro tiranni di
cui esse erano consapevoli. I due esempi sono quello di Epicari
(liberta, cioè schiava liberata), romana, anche se in realtà era di origine
greca, ed è relativa alla famosa congiura dei Pisoni, la fonte classica è
Tacito
; e l’altra è Leona ed è relativo alla figura
Armodio e Aristogitone contro Ippia e questo avviene per l’appunto ad Atene, la
fonte è Plutarco.
È da dire
che entrambi gli esempi sono a loro volta presenti nel De Claris mulieribus di
Boccaccio. Non sono di seguito ma ance  Boccaccio ne parla come
esempi di costanza. Se l’idea di accostarli può venire da Boccaccio, ci sono
tratti interni che indicano con chiarezza la presenza della fonte classica:
Tacito per la secchezza e l’indignatio per come è costruito l’esempio; per Leona,
per il particolare della statua a forma di leonessa. In entrambi i casi c’è una
contrapposizione in relazione a ciò che queste donne rappresentano ed altri
uomini, in particolare ciò vale per Epicari.
Epicari.
Epicari, di fronte ad orribili torture non rivelò mai il nome dei
congiurati, e si diede la morte per evitare di trovarsi nella condizione di
essere costretta a parlare. Quando invece altri uomini nobili
anche solo di fronte al timore della tortura, subito denunciarono tutti,
anche gli amici.
Leona.
Per quello che riguarda Leona è interessante quello che ci dice il
Castiglione e quello che non ci dice. Noi abbiamo in primo piano l’immagine di
questa statua: la leonessa di bronzo senza lingua. Per leona è un esempio di
taciturnità e di costanza, legata al fatto che , torturata, per non rivelare i
nomi dei congiurati, si recise la lingua. Prima di essere uccisa con grandi
supplizi. La taciturnità è rappresentata da questa Leona di bronzo. Perché dico
questo? Perché la fonte plutarchéa è rivelatrice in questo: si tratta
dell’opuscolo “sulla loquacità”, e quindi l’esempio di Leona è l’esempio della
virtù opposta al vizio di eccesso di loquacità. Che cosa fa il Castiglione nel
riprendere questo esempio? Dà evidenza a quella che è la costanza della donna, e
fa di lei l’icona di quella virtù che pare opposta a quel vizio che sempre la
tradizione misogina attribuiva alle donne: cioè l’essere troppo chiacchierone,
l’essere facili a parlare, l’essere garrulae. Ma cosa fa? Il decoro
classicistico di Castiglione gli impedisce di mettere in evidenza quello che nel
testo di Plutarco c’è, e anche in altre fonti: e cioè il particolare orrendo
della lingua mozzata: questo non compare. Questo aspetto del decoro per il quale
ci sono cose a cui si deve solo alludere senza parlarne, è aspetto proprio del
classicismo cinquecentesco, e in modo particolare del classicismo maturo. Qui
come altrove evita particolari di questa natura.
Interviene
alla fine al voce di Margherita Gonzaga, una delle poche donne che
parlano. Si lamenta perché ritiene che questa opere virtuose siano narrate
troppo brevemente dal Magnifico, e contrappone di fatto
l’opportunità da parte delle donne di consocere per farnsene onore, e il
comportamento dei «nemici l’hanno udite e
lette, mostrano non saperle e vorriano che se ne perdesse la memoria»
.
Che Pallavicino e Frigio conoscano bene questi esempi sarà poi messo in dubbio
da quello che emerge successivamente. C’è una differenza di cultura messa
in evidenza per cui il Magnifico ha una competenza anche sulle fonti letterarie
superiori dei suoi interlocutori.
Capitolo XXIV
Il
magnifico così sollecitato dalla Gonzaga cosa fa? Dice che parlerà più
ampiamente, e introduce sempre sul tema della morte e della capacità di
afforntare la morte senza timore, un altro esempio: un esempio con cui:
«’l signor Gasparo medesimo confessarà che
fanno pochissimi omini;»
e comincia con un articolato antefatto.
L’episodio è tratto da Valerio Massimo, e mette in evidenza un
usanza che c’era a Marsiglia secondo la quale se uomo o donna poteva
giustificare, portare buone ragioni di fronte al senato di quel popolo, per la
propria volontà di morire, e il senato lo approvava, allora questo uomo o donna
poteva bere il veleno con il consenso pubblico. L’antefatto è svolto con una
certa articolazione dal magnifico. Ma ad un certo punto, quando sta per entrare
nel vivo della narrazione «Ritrovandosi
adunque Sesto Pompeo…»
puntini puntini.. interviene il Frigio, che lo
interrompe e gli dice: «Questo mi par, –
disse, – il principio d’una qualche lunga fabula»
mette dunque in dubbio
che di fatto storico si tratti, che si tratti di una novella, e per di più lunga.
Il Magnifico Giuliano conclude in un solo ben orchestrato periodo, facendo
concisamente una sintesi di Valerio massimo, dice quello che voleva dire: cioè
che  questa donna, avendo dimostrato con efficacia che con r32agione
doveva morire, allegra e senza timone alcuno, prese il veleno. Mostrando dunque
tanta costanza d’animo e cose nobili, che tutti di fronte a questa
incrollabile fermezza «restarono non senza
lacrime confusi di molta maraviglia»
. Anche qui c’è un particolare che il
nostro magnifico omette: omette l’età della donna, che era molto
avanzata, e proprio in relazione a questa età avanzata, la donna,
dichiarando di non voler affrontare i rivolgimenti della fortuna
che potevano presentarlesi, ormai alla sua età avanzata , aveva deciso che
poteva affrontare la morte e sottrarsi alla fortuna. Una immagine stoica, così
come è presentata, ma è evidente che il particolare dell’età non è un
particolare da poco, ed è omesso.


 
Capitolo XXV
L’intervento di Gasparo è a sua volta ironico: Gasparo ha una
parte analoga a quella del Frigio, ma più fine come tipologia di interventi, in
questo caso è una provocazione: si tratta per lui di un exemplum fictum
inventato su due piedi che  riprende il tema misogino dell’eccesso di loquacità
delle donne e del grande fastidio che poteva produrre ai mariti, a allora
produce come esempio il ricordo di un orazione che avrebbe letto nella quale un
infelice marito avrebbe chiesto a sua volta di poter bere il
veleno perché non ne poteva più delle chiacchiere della moglie. E
si introduce allora un battibecco tra il magnifico e il Pallavicino in relazione
a mariti e mogli e il Pallavicino sostiene la parte del marito, il fatto che le
donne per lo più odiamo i mariti, al contrario il Magnifico sostiene che ovunque
si leggano storie si trovano esempi di donne che hanno molto più amato i mariti
che il contrario.

Introduzione di camma
. Alla conclusione di questo battibecco il Magnifico
introduce un esempio. Ma è interessante il modo in cui viene introdotto, perché
lo introduce come esempio indiscutibile:
«Quando vedeste voi o leggeste mai che un marito facesse verso la moglie un tal
segno d’amore, quale fece

 quella Camma
[12]

verso suo marito?»
ma qui i nostri misogini non lo conoscono:
«Io non so, – rispose il signor Gaspar, – chi
si fosse costei, né che segno la si facesse. – Né io, – disse il Frigio. Rispose
il Magnifico: – Uditelo; e voi, madonna Margherita, mettete cura di tenerlo a
memoria».
C’è la
rappresentazione qui di quello che è il doppio pubblico interno, da un lato
l’esempio si pone a livello dimostrativo-persuasivo di fronte ai misogini che 
hanno dimostrato di non conoscere quello che è uno dei testi più importanti tra
quelli riusati qui, cioè l’opuscolo di Plutarco sulle virtù delle donne: perché
l’esempio di Camma è il più significativo tra i medaglioni di Plutarco. Non
solo, ma l’esempio di camma torna anche in un’altra opera di Plutarco stesso, un
opera dialogica L’amatorio, dove l’esempio dimostra l’attaccamento e la estrema
fedeltà della donna. Per latro l’esempio di Camma era già stato riusato in una
parte della tradizione che riguarda la trattazione relativa alle lodi delle
donne, ma non in modo così significativo e fondante come è nel Castiglione. C’è
un precedente interessante, che è il de re uxoria, ma che pone
l’esempio in una galleria di esempi di donne fedeli al marito, donne che amano
il marito e sono fedeli oltre che al marito, alla sua memoria dopo la morte. Il
barbaro è un’altra fonte che qui mostra il Castiglione di aver presente. Prima
di venire all’esempio, c’è da dire che da un lato c’è il pubblico interno dei
misogini, che fa da pubblico che si pone come modello anche del pubblico esterno
dei misogini di corte; il secondo piano di pubblico è quello delle donne:le
donne non conoscono quegli esempi che possano essere per loro
preziosi in difesa del loro onore. Il fatto che gli esempi tratti dalla storia
possa essere più adatto alle donne più che i discorsi di carattere filosofico
risultava già dalla premessa del De Claris Mulieribus di Boccaccio. Qui è di
fatto ripreso, inverato, in relazione al pubblico delle donne di corte.
Capitolo XXVI
Qui viene
raccontata la storia di Camma. La storia di camma è interessante per come è
svolta da parte del Castiglione: l’autore da una prova della propria ars
narrandi
, e ripropone questa vicenda, che è narrata informa più
schematica in Plutarco, entro una compiuta forma di novella
tragica di argomento amoroso.

Intensificazione della personalità di Camma
. C’è una trasformazione del
personaggio e della vicenda di camma per quanto riguarda una maggior
intensificazione
degli aspetti relativi ai pensieri, alle
motivazioni, all’essere del personaggio, piuttosto che una
concentrazione drammatica sugli eventi come è proprio del testo di Plutarco.
• 
maggior facoltà oratoria.
E c’è una trasformazione ulteriore in una
dimensione eroica e patetica della figura di Camma
che risulta dalle amplificazioni oratorie, dei discorsi proprio oratori che a
Camma vengono attribuiti. Amplificando uno spunto che viene dalla fonte, cioè
una apostrofe fatta da camma a Valeriano.
La
prima mutazione: il Barbaro.
Il processo di trasformazione del testo di
Plutarco, di arricchimento sul piano narrativo e rappresentativo per ciò che
riguarda il personaggio di camma, è dato già attraverso una prima trasformazione
che questo subisce con il barbaro: cioè potremmo dire che Barbaro ha indicato
in qualche misura la via al Castiglione, il quale ha proceduto più
oltre dandone una novella tragica. Compiuta novella che nella conclusione non
casualmente richiama alcuni tratti della conclusione tragica ed eroica della
prima novella della quarta giornata del Decameron. Quella di
Gismonda
.
Abbiamo in entrambi i casi un suicidio d’amore in relazione all’amato, ma in
condizioni molto diverse.
La
mutazione di Ariosto
. Come già accennato per quello che riguarda la storia
di Camma attraverso il testo del Barbaro ma soprattutto il testo del Castiglione,
si avvale poi l’Ariosto per costruire la novella di  Drusilla e Tanaacro, nella
redazione ultima dell’Orlando furioso. Questo racconto doveva aver sollecitato un interesse.
La 
storia di Camma
Camma e
Sinatto.
Come è svolta questa vicenda? In primo luogo abbiamo l’attenzione
che si concentra sulla figura di Camma:
«Questa Camma fu una bellissima giovane, ornata di tanta modestia
e gentil costumi, che non men per questo che per la bellezza era
maravigliosa»
abbiamo una sorta di climax nella rappresentazione:
bellezza esteriore, bellezza interiore. «e
sopra l’altre cose con tutto il core amava suo marito, il quale si chiamava
Sinatto
i due nomi sono qui indicati prima quello di Camma,
la protagonista, e poi quello del marito. Il nome di colui che si era innamorato
di Camma e arriva fino al punto di uccidere il marito per il desiderio di lei,
verrà poi fatto inseguito.

Sinorige.
«Intervenne che un altro
gentilomo»
personaggi riportati in un ambito di  attualizzazione, perché
il termine gentilomo si attaglia bene al contesto di corte cinquecentesco,
non al racocnto antico.
«il quale era di molto
maggior stato
[13]

che Sinatto e quasi tiranno di quella città dove abitavano,
s’innamorò di questa giovane; e dopo l’aver lungamente tentato per ogni via e
modo d’acquistarla, e tutto in vano, persuadendosi che lo amor che
essa portava al marito fosse la sola cagione che ostasse a’ suoi desidèri, fece
ammazzar questo Sinatto».
qui tra l’altro il Castiglione
modifica, in un altro punto il modello perché stabilisce un divario nello
status sociale
dei due personaggi: e questo rende più mossa la
vicenda: perché abbiamo la prepotenza di colui che essendo superiore vuole
compiere un atto di prepotenza verso chi è a lui sottoposto.
Inoltre viene ampliato questo antefatto: viene sottolineato il tempo: tempo
lungo di un corteggiamento assolutamente inutile, perché la donna ama il marito.

Sinorige ammazza Sinatto.
C’è poi la azione, la decisione di ammazzare
Sinatto, ma con ciò cnon ottiene quello che vuole.
«Cosí poi sollicitando continuamente, non ne
poté mai trar altro frutto che quello che prima avea fatto; onde, crescendo ogni
dí più questo amore, deliberò tôrla per moglie, benché essa di stato gli fosse
molto inferiore. Cosí richiesti li parenti di lei da Sinorige (ché
cosí si chiamava lo innamorato), cominciarono a persuaderla a
contentarsi di questo, mostrandole il consentir essere utile assai e ‘l negarlo
pericoloso per lei e per tutti loro.»
Questi parenti hanno quasi un modo
di ragionare di stampo machiavelliano, per dimostrare alla donna che cosa le
convenisse fare. L’innamorato omicida è rappresentato come assolutamente
travolto da questa passione, al di là di ogni ragione, onestà e rispetto.
Intento
fallito di Sinorige.
Ma da solo non ci riesce comunque, e fa intervenire i
parenti della donna. «Essa, poi che loro ebbe
alquanto contradetto, rispose in ultimo esser contenta. I parenti fecero
intendere la nova a Sinorige; il qual allegro sopra modo procurò che súbito si
celebrassero le nozze»
se avete presente il modo in cui si svolge una
tragedia, questo è il momento in cui sembra che la vicenda da negativa si volga
al positivo, e al felice esito; al contrario questo allentamento
non è altro che il  preludio al precipitare della catastrofe.
La
catastrofe.
«Venuto adunque l’uno e
l’altro a questo effetto solennemente nel tempio di Diana, Camma fece portar una
certa bevanda dolce, la quale essa avea composta; e cosí davanti al simulacro di
Diana in presenzia di Sinorige ne bevé la metà; poi di sua mano, perché questo
nelle nozze s’usava di fare, diede il rimanente allo sposo; il qual tutto lo
bevé»
allora, perché davanti alla statua di Diana? Perché in realtà la
donna era nota perla sua devozione a diana di cui era una sorta di sacerdotessa,
e dunque, di fronte a Diana si svolge questo rito, perché diana sarà chiamata a
testimone del sacrificio funebre, che la donna fa a al marito
morto, Sinorige. La bevanda dolce è il veleno.
Prima
orazione di Camma.
Questo ci viene rivelato progressivamente.
«Camma, come vide il disegno suo riuscito,
tutta lieta a piè della imagine di Diana s’inginochiò, e disse:
«O Dea,
tu che conosci lo intrinseco
[14]

del cor mio, siami bon testimonio, come difficilmente dopo che ‘l mio caro
consorte morí, contenuta mi sia di non mi dar la morte e con quanta fatica abbia
sofferto il dolore di star in questa amara vita, nella quale non ho sentito
alcuno altro bene o piacere, fuor che la speranza di quella vendetta
che or mi trovo aver conseguita; però allegra e contenta vado a trovar la dolce
compagnia di quella anima, che in vita ed in morte più che me stessa ho sempre
amata. E tu, scelerato, che pensasti esser mio marito, in iscambio
del letto nuziale dà ordine che apparecchiato ti sia il sepulcro, ch’io di te fo
sacrificio all’ombra di Sinatto».»
molto studiata questa orazione, questa
apostrofe di Camma a Diana, basta vedere i parallelismi, la collocazione delle
parole, le note patetiche: la sottolineatura del dolore in cui è vissuta, e il
ricorrente tema del suididio. D’altra parte dopo l’apostrofe a diana , sposta
l’attenzione a Sinorige scelerato, e gli dichiara che in quel momento sta per
morire, perché in quel momento sta facendo il sacrificio funebre.

Tentativi di sinorige di Salvarsi.
Si torna alla diegesi, e alla conclusione
della vicenda: sinorige è concentrato sulla sua paura di morire.
«Sbigottito Sinorige di queste parole e già
sentendo la virtú de veneno che lo perturbava, cercò molti rimedi; ma non
valsero; ed ebbe Camma di tanto la fortuna favorevole, o altro che si fosse, che
innanzi che essa morisse seppe che Sinorige era morto»
il racconto di
plutarco di fatto finisce così. Ci spiega anche i diversi rimedi tentati da
sinorige, che il Castiglione omette, per sintetizzare, ma cosa fa il Castiglione?
Seconda
orazione.
Nella parte finale amplifica ulteriormente i termini
patetici e tragici della vicenda, duplicando il
discorso: se nella fonte c’è l’apostrofe fatta a diana, qui c’è una second
apostrofe fata all’ombra del marito morto. «La
qual cosa intendendo, contentissima si pose a letto con gli occhi al cielo,
chiamando sempre il nome di Sinatto e dicendo: «O dolcissimo consorte, or ch’io
ho dato per gli ultimi
doni[15]

alla tua morte e lacrime e vendetta, né veggio che più altra cosa qui a far per
te mi resti, fuggo il mondo e questa senza te crudel vita, la quale per te solo
già mi fu cara. Viemmi adunque incontra, signor mio, ed accogli cosí voluntieri
questa anima, come essa voluntieri a te ne viene»: e di questo modo parlando, e
con le braccia aperte, quasi che in quel punto abbracciar lo volesse, se ne morí.»

Gismonda.
La conclusione, anche qui studiata retoricamente con anafora
continuata del pronome di seconda persona, e la gestualità, richiama la
conclusione della novella di Gismonda: la quale beve il veleno nella coppa dove
c’è il cuore del marito fatto uccidere dal padre. Alcune delle parole di
Gismonda
sono qui riprese, per realizzare quella dimensione tragico
eroica propria di questo genere di novella.
Finito il
racconto si passa al dialogo: « Or dite,
Frigio, che vi par di questa?»
il Frigio naturalmente interviene per
smorzare un po’, siamo nel contesto della sprezzatura propria di Castiglione:
all’apice della dimensione tragico eroica, e non si potrebbe procedere troppo. E
il Frigio dice: «Parmi che voi vorreste far
piangere queste donne.»
  come se il magnifico sfruttasse l’effetto che
creerebbe un racconto di questo genere.
E d’altra
parte la sua risposta non è un contrapporre esempio ad esempio: uno degli
aspetti di questa parte è che non è una contrapposizione di esempi, ma solo fino
ad un certo punto, quando sarà l Pallavicino a tentare di proporre esempi di
virtù maschile. Il Frigio dice che donne del genere non si trovano più al
mondo. 
Capitolo XVII
La
moderna novella.
Allora il magnifico introduce un esempio moderno, legato
alla esperienza stessa del parlante, perché l’esempio moderno è richiamato ad
inverare l’esempio antico: non è vero che donne di questo genere si trovano solo
tra esempi che noi leggiamo di donne antiche. La novella che qui ci è
prospettata ha un taglio moderno. Nuovo. [45:00] nel senso di appartenente ad
un’area non di appartenenza del mondo classico, ma che potremmo definire di
pertinenza della novellistica dal trecento in poi. Una novella
contrassegnata dai temi di viaggio e avventura: un
racconto che assomiglia, non per la conclusione tragica ma per la cattura da
parte dei soldati e la prigionia da parte del marito, alla novella di
Landolfo Rufolo
. Questa novella è contrassegnata da dati di
carattere  avventuroso – romanzesco
: per più di una buona  metà la
figura della moglie non compare neppure.
Il
protagonista è il marito, un gentil’uomo pisano di nome
Tommaso
della cui famiglia non si parla, ma noto per la vicenda
personale, e vicino a quello che avevamo sentito raccontare al magnifico, che
appunto era stato catturato dai mori e si era difeso egregiamente;
nella difesa aveva ucciso uno dei capitani delle navi dei mori, le fuste; era
stato trattato duramente e non era poi stato liberato a differenza dei suoi
compagni catturati con lui. Questa sua prigionia ormai durava a
lungo, perché gli altri erano tornati, ed avevano riferito alla
moglie che si chiamava Madonna Argentina, quale era la vita dura e
gli affanni di Tommaso, il quale «la dura vita
e ‘l gran affanno in che messer Tomaso viveva ed era continuamente per vivere
senza speranza, se Dio miraculosamente non l’aiutava.».
allora interviene
d i fatto la Pìetas filiale e il coraggio di uno dei figli, il
quale senza paura di pericoli o di morte, riesce a liberare il padre. Il padre
arriva a Livorno prima che si sapesse che fosse partito. Livorno è
vicino a pisa, e una volta al sicuro: «Di
quivi messer Tomaso sicuro scrisse alla moglie e le fece intendere
la liberazion sua, e dove era, e come il dí seguente sperava di vederla. La bona
e gentil donna,
 sopragiunta[16]

 da tanta e non pensata allegrezza di dover cosí presto, e per pietà e per virtú
del figliolo, vedere il marito, il quale amava tanto e già credea fermamente non
dover mai più vedere, letta la lettera, alzò gli occhi al cielo e, chiamato il
nome del marito, cadde morta in terra; né mai con rimedi che se le facessero, la
fuggita anima più ritornò nel corpo. Crudel spettaculo, e bastante a temperar le
voluntà umane e ritrarle dal desiderar troppo efficacemente le soverchie
allegrezze!».
Tanto era l’amore della donna che era bastato il  pensiero
di rivedere il marito da crearle un emozione così grande da condurla alla morte.
Questo è il motivo, il tema portante di questo esempio, e verrà contestato dai
due misogini.
Questo
esempio, per come è proposto darebbe adito a più significati, difatti
l’esclamazione finale assume il carattere di una sentenza finale, non solo in
relazione al Crudel Spettaculo, ma al fatto che uno spettacolo di questo genere
è sufficiente a temperare le volontà umane e a ritrarle dal desiderare troppo
efficacemente le eccessive gioie. Ma l’esito in questo caso è un esito di morte
da parte della donna per un eccesso di gioia.
La
correzione del Valier.
Prima di arrivare al commento degli altri due
personaggi c’è un particolare interessante. Avevo accennato al fatto che sul
manoscritto L interviene in maniera piuttosto ampia la mano che il Ghinassi
indica come la mano Lγ, che Ghinassi ha avuto il merito di riconoscere per la
mano del Valier. Ed è un intervento interessante perché si vede
proprio nel manoscritto la correzione a margine, e si legge anche quanto aveva
causato questa mano del Valier, e resta leggibile ciò che c’era precedentemente.

Personaggio noto alla corte.
Precedentemente il riferimento non era a
questo gentil’uomo pisano di cui si dice solo il nome e non la famiglia, ma era
un gentil’uomo di Verona di cui è detto nome e cognome, si chiamava
Michele Verità, «padre del
nostro verità»:
padre di un personaggio conosciuto al
pubblico interno del Cortegiano
. Come mai questo Michele Verità era stato
allontanato dalla famiglia? Perché i signori veneziani per sospetti presi contro
di lui, lo avevano mandato ai confini, confinato a Candia: una situazione
politica scottante
, imbarazzante. Anche perché il figlio che era
intervenuto a liberarlo dai confini lo aveva fatto fuggire dal luogo del
confino: una situazione che presentava aspetti molto diversi rispetto al fatto
di essere stato liberato dalla prigionia dei mori! E questo Michele Verità era
arrivato nel mantovano e la sua presenza li era stata scoperta perché era stato
visto al matrimonio  di Francesco Gonzaga e Isabella d’Este. E quindi la
situazione si aera fatta scottante: erano intervenuto i signori
veneziani sulla signoria di Mantova ed era stato fatto ritornare ai confini.
Questa ultima cosa nel testo non c’è: nel testo si parla solo del suo ritorno
mantovano, e della lettere mandata alla moglie, e la vicenda poi finisce come è
nel testo ultimo. Quello che riguarda il fatto che era stato visto al
matrimonio, e poi era stato fatto tornare ai confini ci risulta, non dalla mano
del Valier, ma dalla cronaca di anonimo veronese. Si rifà ad un effettivo fatto
di cronaca, almeno per quello che riguarda l’allontanamento del
personaggio, la liberazione fatta da parte del figlio e il suo ritorno presso un
luogo vicino. Questa vicenda è della seconda metà del quattrocento: un fatto
evocato come esperienza conosciuta da persone che conoscevano i protagonisti. La
mano che corregge è quella del Valerio: forse per opportunità, dal punto di
vista politico.
È impossibile che l’autore non fosse al corrente di una correzione così
rilevante sul piano del contenuto, comunque stiano le cose c’è un altro aspetto
che corrisponde bene al modo correttorio del Castiglione rispetto alla sua opera
tipico della terza redazione. Cioè togliere via per quanto è possibile tutti
dati più specificamente legati alla cronaca. Questo è un altro aspetto proprio
della dimensione di maturo classicismo da parte del Castiglione. Diciamo che il
livello a cui è portato il trattato esclude che ci siano dei riferimenti troppo
diretti collegati a ciò che è proprio del cronachistico, contingente, quotidiano
o troppo realistico. Qui la novella è travestita in modo da non fare riferimento
a cosa si trattasse, ed è calata in una dimensione prettamente novellistica di
stampo boccacciano.
Capitoolo XXVIII
L’esempio
si presta però ad essere discusso: naturalmente il primo intervento è del
Frigio
e non può che essere provocatorio come è nel personaggio. Il
Frigio insinua che la moglie morisse di dispiacere dal momento che il marito
tornava
a casa! E il magnifico in questo caso risponde per non lasciare adito a nessun dubbio possibile, e non lascia cadere la provocazione
come tale. La dimostrazione da cosa è data? Come si fa dedurre le cause di
questo comportamento? Evidentemente perché il resto della vita
della donna non si accordava a quello che dice il Frigio, mentre questa
morte improvvisa si accordava bene alla troppa allegrezza, e al
fatto che ella amava, come noto, il marito. Con una conclusione in cui arieggia
quasi un tratto petrarchesco. Tratta dal desiderio la sua anima volasse subito,
dove era volato il suo pensiero..
Il
Pallavicino invece contesta la pertinenza dell’esempio su due piani: da un lato
mette in evidenza che più che virtù qui si è trattato di eccesso,
un eccesso di amorevolezza: «Po esser che
questa donna fosse troppo amorevole, perché le donne in ogni cosa sempre
s’attaccano allo estremo, che è male
e
difatti è male quello che ne consegue per lei, il marito e i figli. D’altra
parte il Pallavicino ritiene che l’allegazione di questo esempio sia
inopportuna
: «Però non dovete già
allegar questa per una di quelle donne, che sono state causa di tanti beni»
.
Qui Giuliano ha ragione facile nel rispondere a questa ultima obiezione perché
non si è mai sognato di dire che questo esempio è di una donna causa di tanti
beni: « Io la allego per una di quelle che fanno testimonio che si trovino mogli
che amino i mariti;».
D’altra
parte, la battuta del Pallavicino è funzionale a condurre avanti il discorso.
Fin qui abbiamo visto questa prima sezione degli esempi. Adesso si introduce la
sezione degli esempi relativi alle donne che sono state causa di molti
beni
. E di questi dice: «di quelle che
siano state causa de molti beni al mondo potrei dirvi un numero infinito»
.
Tenete presente che sotto questo aspetto negli scritti in lode delle donne c’era
l’abitudine di fare delle ampie rassegne che partivano da figure femminili della
mitologia ed arrivavano al mondo contemporaneo. Qui questa breve rassegna è
caratterizzata dalla presenza di alcuni di questi riferimenti però è resa molto
sintetica, molto abbreviata, e per il momento si ferma al mondo antico. Per dare
un idea qui sa bene di narrare cose tanto antiche che quasi paiono favole,
perché parla di donne inventrici, perché tira fuori nomi mitologici:
Pallade
, Cerere, le Sibille eccetera, poi
Aspasia, e nomi di donne note come celebri poetesse del mondo antico da cui per
esempio Corinna e Saffo.


 
Capitolo XXIX – Donne causa di beni
Donne
causa di beni.
Ma non è su queste donne che si vuole fermare: vuole
piuttosto mettere in evidenza quelle donne come collettività furono protagoniste
di molti benefici per quanto riguardava il mondo: popoli,
intere città o ambiti analoghi. È a questo punto che il
Castiglione si avvale, tramite il Magnifico, dello schema della prima parte del
trattatello sulle virtù delle donne di Plutarco e lo usa in funzione
strutturante: perché inserisce gli esempi tratti da Plutarco in
questo schema ma vi inserisce anche tutti gli altri esempi che mette lì. Scelgo
alcuni punti interessanti.
Le
Troiane e le Sabine.
Qui quello che interessa è il bene che le donne fecero
a Roma in primo luogo. Allora, qui ovviamente leggenda e storia
sono poste sullo stesso piano, questo è ovvio. Nello schema ci sono prima le
troiane
e poi le Sabine. In relazione alle sabine c’è
un aspetto interessante nel modo in ci è svolto il racconto dove vengono assunte
come figure centrali le donne che impediscono la guerra tra i
sabini e Romolo
, e impediscono che questa guerra sia fatta in modo tale da
colpire coloro che appartengono da un lato alla famiglia dell’origine,
i padri (perché le donne sabine erano state rapite) e dall’altro la nuova
famiglia che si è formata, cioè il marito. E riescono a impedire la guerra
mettendosi in mezzo alle armi con i figli in braccio.
C’è una
notevole abilità nel valorizzare gli aspetti ‘scenici’ e patetici raffigurati
attraverso queste donne e l’effetto che si produce.
Capitolo XXXI
La
manomissione delle fonti
. Qui però nel racconto fatto, Gasparo,
che pure loda le Sabine, ha buon motivo per accusare il magnifico per non aver
citato un fatto che  non sarebbe certo in lode delle donne. Potremmo dire che
emerge qui scopertamente, quel motivo di manomissione delle fonti
che in effetti anche altrove tacitamente fa il Castiglione, ma questo è
abbastanza grosso, e non può essere taciuto. Qual è il nome che non
viene fatto da giuliano? Quello di Tarpèa, e cioè la donna
traditrice che aveva mostrato ai Sabini il modo di poter occupare il
campidoglio
, la donna  che aveva rischiato di produrre in questo senso la
rovina dei romani.
Per una
mala, mille bone
. Allora, la risposta non può essere di negare il fatto che
il Pallavicino sotto questo profilo aveva ragione, e qui la strategia del
magnifico è differente: quello che conta non è solo la qualità degli esempi, ma
anche la quantità: «Voi mi fate menzion d’una
sola donna mala
ed io a voi d‘infinite bone
e
così di fatto potrebbe produrre mille altri esempi delle utilità fatte a Roma
dalle donne. Cita in opposizione elle stesse lodi che cicerone aveva fatto di se
stesso quello che era stato operato da una donna, per di più di basse condizioni
e di cattivi costumi e cioè Fulvia nella scoperta della congiura
di Catilina, riconoscendo il maggior merito di Fulvia rispetto a cicerone.
Primo
tentativo di interruzione
. E qui il Magnifico comincia a voler chiudere
il discorso: vuole sottrarsi a continuare questo discorso, ritiene di aver
già detto a sufficienza
, che questo discorso può essere
diventato lungo e fastidioso, ritiene di aver soddisfatto l’incarico che gli è
stato conferito, e pensa che si possa  concludere questa parte di esempi. Ma
questo non gli è consentito: è un primo tentativo, poi farà un tentativo
successivo.
Capitolo XXXII
Tira e
molla
. Interviene infatti Emilia: non vuole che si cessi di
narrare delle opere delle donne, non vuole che alle donne vengano tolte le vere
lodi che gli sono debite, e invita il magnifico a ricordarsi che al pubblico
interno femminile è gradito questo discorso
che non è affatto gradito forse
a Ottaviano Fregoso e a tutti gli altri che sono nemici delle donne. Il
magnifico non vuole più parlare, le donne vogliono che egli parli, c’è questa
rappresentazione in termini diegetici che  vorrebbe rappresentare l’evocazione
di una rappresentazione in atto secondo verosimiglianza, e poi il Magnifico di
fronte alle preghiere delle donne accetta di continuare
a parlare ma dice ironicamente che per non farsi ulteriormente nemici i misogini
dirà «brevemente» e finge di parlare secondo quelloche gli viene in mente al
momento.
Il
gesto osceno delle persiane
. Introduce ancora esempi di quelle donne che
agiscono come collettività, esempi che vengono da Plutarco: due sono esempi
delle donne di Chio, gli altri riguardano le persiane.
Sono esempi che rappresentano la virtù militare. E che introducono l’altro
aspetto del tema: non soltanto i molti benefici fatti dalle donne, ma la loro
capacità di correggere gli errori fatti dagli uomini;
ancora una volta troviamo l’eliminazione di quello che nell’esempio di cui
parliamo poteva essere colto come  indecoroso
, ed è in
relazione all’esempio delle donne dei persiani. «Avendo ancor Ciro in un
fatto d’arme rotto un esercito di Persiani,»
ecco, tenete presente che qui
da un punto di vista linguistico il significato è diverso rispetto al consueto:
di solito i termini militari quando si rompe un esercito, si sconfigge
l’esercito del nemico, qui invece di fatto è l’esercito di Ciro, cioè l’esercito
di Ciro è stato portato a sconfitta dal proprio stesso comandante.
«essi in fuga, correndo verso la città
incontrarono le lor donne fuor della porta, le quali fattosi loro incontra
dissero: «Dove fuggite voi, vili omini? volete voi forsi nascondervi in noi,
onde séte usciti?» Queste ed altre tai parole udendo gli omini e
conoscendo quanto d’animo erano inferiori alle lor donne, si vergognarono di se
stessi, e ritornando verso i nemici, di novo con essi combatterono e gli ruppero
[17]»
che vuol dire li sconfissero.
Allora qui è detto molto pudicamente quello che è
espresso con chiarezza nelle parole e nel gesto delle donne persiane che si
alzano
le vesti nei confronti degli uomini invitandoli a tornare dove
sono usciti. Qui è solo all’uso, senza nessuna indicazione del gesto, e anche qui
ricondotto al decoro della rappresentazione.
Capitolo XXXIII
Secondo
tentativo di interruzione.
Di nuovo c’è un pausa e di nuovo il Magnifico
chiede licenza di poter finalmente tacere. Ma qui Gasparo insinua che «deve»
tacere perché non sa più che cosa dire. Ma il Magnifico continua
dicendo che se fa così lo costringerà ad ascoltare per tutta notte
lodi di donne. E qui di nuovo sinteticamente evoca altre lodi: delle
spartane
, delle saguntine, delle donne dei Tettoni e di altre dicendo
che: «tutte le antiche storie ne sono piene».
Ma sarà
vero?
A questo punto arriviamo ad un altro modo di carattere …, e cioè il
dubbio che era già stato avanzato da parte del Frigio, qui viene
enunciato in maniera determinata dal Pallavicino:
e chi ci dice che abbiano
detto la verità? «Dio sa come passarono[18]
quelle cose;

 perché que’ secoli son tanto da noi lontani, che molte bugie si
posson dire e non v’è chi le riprovi
[19]».
 Questa che sembrerebbe una battuta quasi da luogo comune in realtà ha un peso
non indifferente se consideriamo che cosa significala storia, e in particolare
la storia antica a partire dall’umanesimo: la storia come
esempio
, basti pensare a come si avvale degli esempi della storia antica
il Machiavelli, senza necessità di altri esempi. Qui viene messo in dubbio ciò
che riguarda la veridicità di quello che gli antichi scrittori hanno tramandato.
Capitolo XXXIV
Come
abbiamo visto per Camma dove si dice che non solo le donne antiche erano
virtuose, il magnifico ora afferma che  in ogni tempo ci sono tramandati
racconti che ci dicono che le virtù delle donne sono come quelli delle storie
antiche. Ma non solo, in ogni tempo, anche il tempo contemporaneo in relazione
all’esperienza degli stessi ascoltanti. E allora qui comincia una ampia rassegna
che parte dal mondo tardo antico per arrivare alla contemporaneità.
Da
Matilde di Canossa ai presenti in Urbino.
Il passo che ci sposta verso la
contemporaneità viene compiuto con la citazione di una famosa donna del medioevo
e cioè Matilde di Canossa, che introduce un elemento di carattere
encomiastico verso il Canossa. Dopodiché si fa riferimento alle
famose casate nobili appunto a tutti note, i Gonzaga, gli
Este
, i Pio, ma non vuole soffermarsi su quello che tutti
conoscono, non vuole dare il Castiglione alla sua opera una dimensione locale,
né vuol dare una dimensione italiana: esce dai confini.
Fuori
d’Italia.
Il personaggio dice «per uscire
ora fuori di Italia»
e poi fa un encomio, e cita quelle
famose donne non solo nobili ma appartenenti all’ambito della regalità che si
dimostrarono non inferiori ai loro mariti, e parla della regina Anna di Francia
(moglie di Carlo ottavo e poi di Luigi XII), parla della figlia dell’imperatore
Massimiliano, Margherita, a sua volta educatrice di Carlo V, ma soprattutto si
inserisce un amplissimo elogio di Isabella di Castiglia, morta da
poco, ma l’ampiezza della celebrazione non può sfuggire. E non può sfuggire
nemmeno il tono e il peso di questa celebrazione, fatta con notevole acume
politico. Teniamo presente quale sia la posizione del Castiglione alla fine
della sua scrittura: teniamo presente non solo la dimensione europea,
ma anche la dimensione politico-diplomatica in cui è inserito il
Castiglione. Teniamo presente che l’ampliamento dell’elogio di Isabella è
aggiunto dalla mano di Castiglione su L: dopo di fatto la fase di trascrizione
del ’24. E realizza di fatto una rappresentazione di colei che incarna la figura
del perfetto principe, del principe ideale, dotata di tutte le virtù del’animo,
di coraggio, delle virtù politiche e di una autorevolezza che dura nel tempo:
ancora viva la sua presenza da morta per quella che è la sua eredità lasciata a
i popoli. Un altissimo elogio che certamente ha a che vedere con la statura,
rispetto alle altre figure ricordate, di Isabella di Castiglia, ma anche
certamente con un motivo di carattere encomiastico poiché Isabella è la Nonna di
Carlo V. Di isabella vengono celebrate le virtù che in questo caso seguono un
confronto fra lei e il marito Ferdinando di Aragona che certamente viene
celebrato altrettanto dal Castiglione mediante la voce del Pallavicino in prima
battuta, e l’accordo del Magnifico. Ma il Magnifico insiste sul fatto che le
lodi di Isabella non possono essere diminuite anche se la si confronta con la
figura del marito. Anzi una  delle lodi di Isabella è quella di essere stata lei
la moglie e sovrana per eccellenza scelta da Ferdinando.
Le doti
personali
. Quali sono le doti ricordate? Qui abbiamo una visione di qualità
che sono proprie del principe ideale. Qui ritorna ad un’ottica
analoga a quella degli specula principum, dove appunto si parla di lei come
«il più chiaro esempio di vera bontà, di
grandezza d’animo, di prudenzia, di religione, d’onestà, di cortesia, di
liberalità, in somma d’ogni virtú»
virtù non soltanto date
dalla fama, ma dalla testimonianza di quelli che videro in azione la sovrana.
Le doti
politiche.
La sovrana non è però vista come lodata solo di queste virtù
ideali, ma le virtù sono incarnate nell’agire politico: si esaminano alcune
delle azioni politiche più importanti compiute dai reali di Spagna al loro
tempo e si ascrive il merito anche Isabella. Anche nella capacità di scegliere
delle persone di cui circondarsi, come il famoso Gran capitano,
Gonsalvo di Cordoba.
Il
ricordo nel tempo.
Che cosa dimostra la capacità di restare nel tempo della
sovrana? Quello che rimane di lei:
«Onde nei
populi verso di lei nacque una somma riverenzia, composta d’amore e timore;
la
quale negli animi di tutti ancor sta cosí stabilita
[20],
 che par quasi che aspettino che essa dal cielo i miri e di là su debba dargli laude o biasmo;
e perciò col nome suo e con i modi da lei ordinati si governano
ancor que’ regni, di maniera che, benché la vita sia mancata, vive l’autorità,
come rota che, lungamente con impeto voltata, gira ancor per bon spacio da sé,
benché altri più non la mova.»
nota questa importante persistenza nel
tempo, e questo significato fondamentale, questo carisma che fu proprio della
regina Isabella, poi il tutto è calato nei toni che sono propri di un encomio
rinascimentale. Quindi è ovviamente alto nei termini usati, storicamente
costruito, molto ampio: e anche l’ampiezza è significativa: è la più elogiata in
termini di ampiezza.
Capitolo XXXVI
Le
donne d’Italia.
Si torna in Italia. Si mettono in evidenza alcune delle
donna importanti, mogli di principi, o sovrane. Si parte dal regno di Napoli, si
giunge in Lombardia e si torna a Napoli: in Lombardia naturalmente si ricordano
le donne d’Este e Gonzaga: Isabella d’Este, ovvio, Beatrice d’Este, sposa di
Ludovico il Moro, e la madre di Entrambe, Eleonora di Aragona. Ultima ricordata
è colei che perse il regno di Napoli seguendo il marito, stoicamente capace di
seguire la cattiva sorte dopo non essersi inorgoglita della buona sorte:
Isabella, moglie di Federico che perse il trono conquistato dagli spagnoli:
donna capace di resistere ai colpi dell’avversa fortuna e seguire il marito
nel’esilio.
Si torna
circolarmente ai tempi moderni: le Pisane che seppero resistere
stoicamente ai fiorenti (anche donne di basso stato) e il riferimento è a uno
dei tanti episodi della guerra compiuta da Firenze contro pisa. E poi
circolarmente si torna ad evoca alcune donne famose di cui non si fa il nome:
«alcune eccellentissime in lettere, in musica,
in pittura, in scultura;»
nella redazione precedente si facevano alcuni
nomi, qui sono cassati. Tutte queste donne sono raccolte solo nell’alveo della
notorietà: esempi a tutti notissimi. Ancora una volta dunque il discorso si
potrebbe chiudere. Alla fine dice il Magnifico:
« Basta che, se nell’animo vostro pensate alle
donne che voi stesso conoscete, non vi fia difficile comprendere che esse per il
più non sono di valore o meriti inferiori ai padri, fratelli
e mariti loro;»
la prima sezione che abbiamo visto.
«e che molte sono state causa di bene
agli omini»
la seconda parte «e spesso
hanno corretto di molti loro errori; e se adesso non si trovano al mondo quelle
gran regine, che vadano a subiugare paesi lontani e facciano magni edifici,
piramidi e città;
come quella Tomiris, regina di Scizia, Artemisia, Zenobia,
Semiramìs, o Cleopatra
[21],
non ci son ancor omini come Cesare, Alessandro, Scipione, Lucullo e quegli altri
imperatori romani»
.
Come si conclude dunque il discorso del Magnifico per
la storia antica e moderna? Se c’è una differenza, la stessa differenza c’è
anche nel vizio e nella virtù: non ci sono più quelle grandi donne antiche? Non
ci sono nemmeno i grandi uomini antichi. Non si può dire che questo riguarda il
passato, riguarda tutti i tempi, e riguarda tanto gli uomini quanto le donne.
XXXVII – il problema della continenza
Le
citazioni fatte sono però un invito a nozze per Frigio: qui si apre una
successiva sezione che conduce tutto il resto degli esempi: cioè il problema
relativo alla continenza, e con ciò torniamo al tema visto introdotto alla fine
del secondo libro. Che cosa dice il Frigio? Ha sentito i nomi di Cleopatra
e Semiràmis: Semiràmis appunto, un invito a nozze:
«Non dite cosí, – rispose allora ridendo il
Frigio, – ché adesso più che mai si trovan donne come Cleopatra o Semiramis; e
se già non hanno tanti stati, forze e ricchezze,
loro non manca però la bona
voluntà di imitarle almen nel darsi piacere
e satisfare più che possano a tutti
i suoi appetiti
[22]».
Al che il magnifico rimprovera il
Frigio:
«volete pur, Frigio, uscire de’ termini:

ma se si trovano alcune Cleopatre, non
mancano infiniti Sardanapali
[23];
che assai peggio» Sardanapalo, ricordato anche dantescamente come
lussurioso per eccellenza.

L’incontinenza delle donne.
Ma rinasce in ogni caso il problema della
continenza
, e qui il Magnifico non porta più esempi. Ha finito la sua
parte degli esempi, e ci si confronta di nuovo sul tema della continenza. E qui
di nuovo ritorna il Frigio ad affermare sul fatto del paragone di continenza fra
uomini e donne: il Pallavicino dice che non si possano confrontare sul piano
della continenza uomini e donne
, dicendo che non è vero che gli uomini sono
più continenti delle donne, ma non si possono paragonare perché l’incontinenza
nelle donne è vizio molto più grave di quanto non sia nell’uomo, perché
ne nascono effetti negativi molto più forti. E qui si capisce che
la preoccupazione maggiore è quella della certezza della
discendenza
: dall’incontinenza femminile mancherebbe questa certezza. Se
noi teniamo presente che siamo in un contesto di carattere nobile con ancora
ascendenze feudali, questo è tema scottante e importante. In virtù di questo il
Pallavicino insiste col dire che l’incontinenza femminile è grave per gli
effetti che comporta.
XXXVIII
Più
virtuosi, e quindi più viziosi.
Il magnifico però non intende accettare un
piano di discorso del genere, dimostrandone la incongruenza di carattere logico:
perché è evidente proprio nel contesto della generazione che  il rapporto sipone
tra uomi e donna, e gli risponde il primo luogo:
«Allora il Magnifico,
– Questi, – rispose, –
veramente sono belli argumenti che voi fate e non so perché non gli mettiate in
scritto
[24].».
e d’altra parte dice che non è possibile che possa essere giudicata nelle donne
vituperosa la vita dissoluta e negli uomini no, dal momento che se è vero che gli
uomini come dice il Pallavicino sono più virtuosi, allora sono anche più viziosi
nell’essere incontinenti: se hanno maggior forza per loro natura a resistere,
allora quando cadono nel’incontinenza sono più viziosi nelle donne
. E
d’altra parte se soltanto le donne sono lascive e non solo gli uomini, non
potrebbero mica generare da sole! La generazione è data dal concorso degli uni e
degli altri.
E allora
si pone nelle vesti del buon cavaliere il Magnifico: e difende i deboli, e
difende in primo luogo la verità, e non accetta le calunnie sulle donne, ritiene
che sono gli uomini che hanno rivendicato a sé una licenza di
fare quello che vogliono
e nelle donne le loro stesse azioni sono
castigate
se non con la morte, con la eterna infamia. E d’altra parte
questa infamia data alle donne è effetto anche della calunnia da parte degli
uomini: si pone come buon cavaliere che stima che ogni buon cavaliere debba
difendere
quando sia necessario con le armi, non solo metaforicamente,
la verità e soprattutto quando conosce che qualche donna è falsamente calunniata
ed accusata di essere disonesta.
XXXIX
Il
Pallavicino apparentemente fa una grande concessione: è d’accordo: non solo nel
difendere come buon cavaliere la buona fama delle donne, ma anche nel coprire le
eventuali mancanze chele donne hanno fatto: se le donne sono state inclini a
prendere comportamenti non adeguato in questo. D’altra parte le donne sono da lui
giudicate molto più inclini agli appetiti proprio per la debolezza e
imbecillità del sesso. Sono molto più inclinate degli uomini a questo.
Non per
virtù ma per vergogna.
Se si astengono dal soddisfare i loro desideri lo
fanno per vergogna, per timore di infamia: non perché sia la loro volontà ad
agire. D’altra parte è giusto per questa imbecillità, debolezza, che gli uomini
abbiano posto un freno mediante la vergogna, il timore di infamia. Anche perché
qual è l’utilità che il mondo ha dalle donne? Pallavicino non si smentisce: è
quello di generare figlioli, e questo non interviene negli uomini, che hanno
grandi cose da compiere! Governano eccetera. La palma della virtù e della
continenza  dunque spetta agli uomini perché quando gli uomini pongono un freno
ai loro appetiti lo fanno volontariamente, per scelta, non per
paura di infamia
. E questo è affermato mediante esempi.
Esempi
di continenza maschile
. Ecco che si capovolgono le parti, e il Pallavicino,
che pur non declinando dal suo atteggiamento dubbioso, presenta alcuni esempi che
secondo lui sono indiscutibili e dimostrano la grande continenza da parte degli
uomini: esempi famosi come Alessandro Magno nei confronti delle
donne bellissime di Dario che avrebbe avuto come conquistatore di Dario di
diritto ma se ne astenne; Scipione africano, altro esempio celebrato, che si
astenne dal violare una donna che gli era venuta nelle mani e che stava andando
dal legittimo sposo; e poi cita altri due esempi: uno di carattere filosofico:
Senocrate così continente che avendo presso di sé una meretrice tutta notte che
cercava di sedurlo, non si fece smuovere in nessun modo, e di Pericle che
censurò anche solo la parola detta da Sofocle che lodò la bellezza di un
fanciullo e fu ripreso aspramente da Pericle. Vuole affermare con ciò la
superiore continenza degli uomini.
Il Gonzaga
qui interviene come secondo campione e porta esempi moderni ma smonta gli esempi
del Pallavicino e lo mette in ridicolo.
note:




[1]

maledetti: dannati.


[2]

scordati: dimentichi.


[3]

– Cfr. Matteo, VI.


[4]

affumati: luridi.


[5]

– Il Cian ritiene che la frase fosse una falsificazione o cattiva
interpretazione di un passo di san Paolo (Ai Corinzi, XV), ancora
ritenuta autentica da gran parte degli autori del Cinquecento. Però dal
contesto pare che venisse attribuita a un fondatore o personaggio
eminente («una certa autorità di suo capo») di qualche ordine religioso,
non all’Apostolo.


[6]

– Sedurre, indurre in pensieri di peccato.


[7]

Son contento: Acconsento a.


[8]

apposto: rimproverato.


[9]

– impedito: imbarazzato.


[10]

– Frase poco chiara. Il senso però è questo: se si tratta di ostinazione
(se ci vuole ostinazione), è certo.


[11]

– Allude a una novella divulgatissima e passata in proverbio ai tempi
del C. Un marito, esasperato per l’ostinazione con cui la moglie
continuava a dire «forbici», la getta nel pozzo: e questa, affogando, fa
il segno delle forbici con due dita emergenti dall’acqua.


[12]

– La fonte è Plutarco, Intorno alla virtú delle donne.


[13]

stato: posizione sociale.


[14]

intrinseco: l’intimità.


[15]

per gli ultimi doni: come ultime offerte.


[16]

sopragiunta: raggiunta e presa alla sprovvista.


[17]

– La fonte di tutti gli aneddoti di questo paragrafo è Plutarco (Intorno
alla virtú delle donne, passim). L’ultimo è riferito piuttosto
confusamente dal C.: i Persiani dapprima sconfitti combattevano per non
contro Ciro.


[18]

passarono: avvennero (spagnolismo).


[19]

riprovi: confuti, smentisca.


[20]

stabilita: salda e duratura.


[21]

Tomitis, regina dei Massageti (ma il C., seguendo il Boccaccio, De
claris mulieribus
, e non la fonte – Erodoto, I, 205-14 – dice «di
Scizia»), respinse la richiesta di matrimonio di Ciro re di Persia e
riuscí a sconfiggerlo e ucciderlo. Artemisia, regina di Caria, vedova di
Mausolo, che fece erigere il «Mausoleo». Zenobia, regina di Palmira. –
Semiramide, la celeberrima regina di Assiria. – Cleopatra, la famosa
regina di Egitto.


[22]

– Inavvertitamente, tra le grandi regine, il Magnifico Giuliano ne ha
nominate due famose per la loro dissolutezza.


[23]

– Il re di Assiria (Assurbanipal IV, m. 798 a.C.), divenuto proverbiale
per la sua dissolutezza.


[24]

– Il Magnifico parla ironicamente.