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LE GRAZIE INNO TERZO (A PALLADE)

Antonio Canova - "Le Grazie" (particolare)

I
Pari al numero lor volino gl’inni
alle vergini sante, armonïosi
del peregrino suono uno e diverso
di tre favelle. Intento odi, Canova;
ch’io mi veggio d’intorno errar l’incenso,

5

qual si spandea sull’are a’ versi arcani
d’Anfïone: presente ecco il nitrito
de’ corsieri dircèi; benché Ippocrene
li dissetasse, e li pascea dell’aure
Eolo, e prenunzia un’aquila volava,

10

e de’ suoi freni li adornava il Sole,
pur que’ vaganti Pindaro contenne
presso il Cefiso, ed adorò le Grazie.
Fanciulle, udite, udite: un lazio Carme
vien danzando imenei dall’isoletta

15

di Sirmïone per l’argenteo Garda
sonante con altera onda marina,
da che le nozze di Pelèo, cantate
nella reggia del mar, l’aureo Catullo
al suo Garda cantò. Sacri poeti,

20

a me date voi l’arte, a me de’ vostri
idïomi gli spirti, e co’ toscani
modi seguaci adornerò più ardito
le note istorie, e quelle onde a me solo
siete cortesi allor che dagli antiqui

25

sepolcri m’apparite, illuminando
d’elisia luce i solitari campi
ove l’errante Fantasia mi porta
a discernere il vero. Or ne preceda
Clio, la più casta delle Muse, e chiami

30

consolatrici sue meco le Grazie.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Come se a’ raggi d’Espero amorosi
fuor d’una mìrtea macchia escon secrete
le tortorelle mormorando a’ baci,
guata dall’ombra l’upupa e sen duole,

35

fuggono quelle impaurite al bosco;
così le Grazie si fuggian tremando.
Fu lor ventura che Minerva allora
risaliva que’ balzi, al bellicoso
Scita togliendo il nume suo. Di stragi

40

su’ canuti, e di vergini rapite,
stolto! il trionfo profanò che in guerra
giusta il favore della Dea gli porse.
Delle Grazie s’avvide e della fuga
immantinente, e dietro ad un’opaca

45

rupe il cocchio lasciava, e le sue quattro
leonine poledre; ivi lo scudo
depose, e la fatale ègida, e l’elmo,
e inerme agli occhi delle Grazie apparve.
– Scendete, disse, o vergini, scendete

50

al mar, e venerate ivi la Madre;
e dolce un lutto per Orfeo nel core
vi manderà, che obblierete il vostro
terror, tanto ch’io rieda a offrirvi un dono,
né più vi offenda Amore. – E tosto al corso

55

diè la quadriga, e la rattenne a un’alta
reggia che al par d’Atene ebbe già cara;
or questa sola ha in pregio, or quando i Fati
non lasciano ad Atene altro che il nome.
 
II
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E a me un avviso Eufrosine, cantando,

60

porge, un avviso che da Febo un giorno
sotto le palme di Cirene apprese.
Innamorato, nel pierio fonte
guardò Tiresia giovinetto i fulvi
capei di Palla, liberi dall’elmo,

65

coprir le rosee disarmate spalle;
sentì l’aura celeste, e mirò l’onde
lambir a gara della Diva il piede,
e spruzzar riverenti e paurose
la sudata cervice e il casto petto,

70

che i lunghi crin discorrenti dal collo
coprian, siccome li moveano l’aure.
Ma né più rimirò dalle natìe
cime eliconie il cocchio aureo del Sole,
né per la coronèa selva di pioppi

75

guidò a’ ludi i garzoni, o alle carole
l’anfïonie fanciulle; e i capri e i cervi
tenean securi le beote valli,
chè non più il dardo suo dritto fischiava,
però che la divina ira di Palla

80

al cacciator col cenno onnipotente
avvinse i lumi di perpetua notte.
Tal destino è ne’ fati. Ahi! senza pianto
l’uomo non vede la beltà celeste.
 
III
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Isola è in mezzo all’oceàn, là dove

85

sorge più curvo agli astri; immensa terra,
come è grido vetusto, un dì beata
d’eterne messi e di mortali altrice.
Invan la chiede all’onde oggi il nocchiero,
or i nostri invocando or dell’avverso

90

polo gli astri; e se illuso è dal desio,
mira albeggiar i suoi monti da lunge,
e affretta i venti, e per l’antica fama
Atlantide l’appella. Ma da Febo
detta è Palladio Ciel, che da la santa

95

Palla Minerva agli abitanti irata,
cui il ricco suolo e gl’imenei lascivi
fean pigri all’arti e sconoscenti a Giove,
dentro l’Asia gli espulse, e l’aurea terra
cinse di ciel pervio soltanto ai Numi.

100

Onde, qualvolta per desìo di stragi
si fan guerra i mortali, e alla divina
libertà danno impuri ostie di sangue;
o danno a prezzo anima e brandi all’ire
di tiranni stranieri, o a fera impresa

105

seguon avido re che ad innocenti
popoli appresta ceppi e lutto a’ suoi;
allor concede le Gorgòni a Marte
Pallade, e sola tien l’asta paterna
con che i regi precorre alla difesa

110

delle leggi e dell’are, e per cui splende
a’ magnanimi eroi sacro il trionfo.
Poi nell’isola sua fugge Minerva,
e tutte Dee minori, a cui diè giove
d’esserle care alunne, a ogni gentile

115

studio ammaestra: e quivi casti i balli,
quivi son puri i canti, e senza brina
i fiori e verdi i prati, ed aureo il giorno
sempre, e stellate e limpide le notti.
Chiamò d’intorno a sé le Dive, e a tutte

120

compartì l’opre del promesso dono
alle timide Grazie. Ognuna intenta
agl’imperî correa: Pallade in mezzo
con le azzurre pupille amabilmente
signoreggiava il suo virgineo coro.

125

Attenuando i rai aurei del sole,
volgeano i fusi nitidi tre nude
Ore, e del velo distendean l’ordito.
Venner le Parche di purpurei pepli
velate e il crin di quercia; e di più trame

130

raggianti, adamantine, al par de l’etre
e fluide e pervie e intatte mai da Morte,
trame onde filan degli Dei la vita,
le tre presàghe riempiean la spola.
Né men dell’altre innamorata, all’opra

135

Iri scese fra’ Zefiri; e per l’alto
le vaganti accogliea lucide nubi
guareggianti di tinte, e sul telaio
pioveale a Flora a effigïar quel velo;
e più tinte assumean riso e fragranza

140

e mille volti dalla man di Flora.
E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core,
senz’aprir labbro, ridicendo: “Ahi, quante
gioie promette, e manda pianto Amore!”,
raddensavi col pettine la tela.

145

E allor faconde di Talia le corde,
e Tersicore Dea, che a te dintorno
fea tripudio di ballo e ti guardava,
eran conforto a’ tuoi pensieri e a l’opra.
Correa limpido insiem d’Èrato il canto

150

da que’ suoni guidato; e come il canto
Flora intendeva, e sì pingea con l’ago.
Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
e nel mezzo del velo ardita balli,
canti fra ‘l coro delle sue speranze

155

Giovinezza: percote a spessi tocchi
antico un plettro il Tempo; e la danzante
discende un clivo onde nessun risale.
Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo

160

crin t’abbandoni e perderai ‘l tuo nome,
vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
l’urna funerea spireranno odore.
Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
e ad un lato del velo Espero sorga

165

dal lavor di tue dita; escono errando
fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
due tortorelle mormorando ai baci;
mirale occulto un rosignuol, e ascolta
silenzïoso, e poi canta imenei:

170

fuggono quelle vereconde al bosco.
Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
e sul contrario lato erri co’ specchi
dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
sopite del guerrier miseri i volti

175

de la madre e del padre allor che all’are
recan lagrime e voti; e quei si desta,
e i prigionieri suoi guarda e sospira.
Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
e il destro lembo istorïato esulti

180

d’un festante convito: il Genio in volta
prime coroni agli esuli le tazze.
Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
e candida è la lode. A parte siede
bello il Silenzio arguto in viso e accenna

185

che non volino i detti oltre le soglie.
Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
e pinta il lembo estremo abbia una donna
che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
nutre una lampa su la culla, e teme

190

non i vagiti del suo primo infante
sien presagi di morte; e in quell’errore
non manda a tutto il cielo altro che pianti.
Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
provido è il sonno eterno, e que’ vagiti

195

presagi son di dolorosa vita.
Come d’Èrato al canto ebbe perfetti
Flora i trapunti, ghirlandò l’Aurora
gli aerei fluttuanti orli del velo
d’ignote rose a noi; sol la fragranza,

200

se vicino è un Iddio, scende alla terra.
E fra l’altre immortali ultima venne
rugiadosa la bionda Ebe, costretti
in mille nodi fra le perle i crini,
silenzïosa, e l’anfora converse:

205

e dell’altre la vaga opra fatale
rorò d’ambrosia; e fu quel velo eterno.
Poi su le tre di Citerea Gemelle
tutte le Dive il diffondeano; ed elle
fra le fiamme d’amore invano intatte

210

a rallegrar la terra; e sì velate
apparian come pria vergini nude.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E il velo delle Dee manda improvviso
un suon, qual di lontana arpa, che scorre
sopra i vanni de’ Zeffiri soave;

215

qual venìa dall’Egeo per l’isolette
un’ignota armonia, poi che al reciso
capo e al bel crin d’Orfeo la vaga lira
annodaro scagliandola nell’onde
le delire Baccanti; e sospirando

220

con l’Ionio propinquo il sacro Egeo
quell’armonia serbava, e l’isolette
stupefatte l’udiro e i continenti.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Addio Grazie: son vostri, e non verranno
soli quest’inni a voi, né il vago rito

225

obblieremo di Firenze ai poggi
quando ritorni April. L’arpa dorata
di novello concento adorneranno,
disegneran più amabili carole
e più beato manderanno il carme

230

le tre avvenenti ancelle vostre all’ara:
e il fonte, e la frondosa ara e i cipressi,
e i serti e i favi vi fien sacri, e i cigni
votivi, e allegri i giovanili canti
e i sospir delle Ninfe. Intanto, o belle

235

o dell’arcano vergini custodi
celesti, un voto del mio core udite.
Date candidi giorni a lei che sola,
da che più lieti mi fioriano gli anni,
m’arse divina d’immortale amore.

240

Sola vive al cor mio cura soave,
sola e secreta spargerà le chiome
sovra il sepolcro mio, quando lontano
non prescrivano i fati anche il sepolcro.
Vaga e felice i balli e le fanciulle

245

di nera treccia insigni e di sen colmo,
sul molle clivo di Brianza un giorno
guidar la vidi; oggi le vesti allegre
obliò lenta e il suo vedovo coro.
E se alla Luna e all’etere stellato

250

più azzurro il scintillante Èupili ondeggia,
il guarda avvolta in lungo velo, e plora
col rosignuol, finché l’Aurora il chiami
a men soave tacito lamento.
A lei da presso il piè volgete, o Grazie,

255

e nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi
occhi fatali al lor natìo sorriso.
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