Inno secondo del poema “Le Grazie” di Ugo Foscolo

Ugo Foscolo - testo on-line delle Grazie

LE GRAZIE INNO SECONDO (A VESTA)

Antonio Canova - "Le Grazie" (particolare)

I
Tre vaghissime donne a cui le trecce
infiora di felici itale rose
giovinezza, e per cui splende più bello
sul lor sembiante il giorno, all’ara vostra
sacerdotesse, o care Grazie, io guido.

5

Qui e voi che Marte non rap’ alle madri
correte, e voi che muti impallidite
nel penetrale della Dea pensosa,
giovinetti d’Esperia. Era più lieta
Urania un d’, quando le Grazie a lei

10

il gran peplo fregiavano. Con esse
qui Galileo sedeva a spà ¯ar l’astro
della lor regina; e il disvà ¯ava
col notturno rumor l’acqua remota,
che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno

15

furtiva e argentea gli volava al guardo.
Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
gareggiando di tinte, or le severe
nubi su la cerulea alpe sedenti,
or il piano che fugge alle tirrene

20

Nereidi, immensa di città e di selve
scena e di templi e d’arator beati,
or cento colli, onde Appennin corona
d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
l’elegante città, dove con Flora

25

le Grazie han serti e amabile idà ¯oma.
Date principio, o giovinetti, al rito,
e da’ festoni della sacra soglia
dilungate i profani. Ite, insolenti
genii d’Amore, e voi livido coro

30

di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.
Qui né oscena mal’a, né plauso infido
può, né dardo attoscato: oltre quest’ara,
cari al volgo e a’ tiranni, ite, profani.
Dolce alle Grazie è la virginea voce

35

e la timida offerta: uscite or voi
dalle stanze materne ove solinghe
Amor v’insidia, o donzellette, uscite:
gioia promette e manda pianto Amore.
Qui su l’ara le rose e le colombe

40

deponete, e tre calici spumanti
di latte inghirlandato; e fin che il rito
v’appelli al canto, tacite sedete:
sacro è il silenzio a’ vati, e vi fa belle
più del sorriso.

45

E tu che ardisci in terra
vestir d’eterna giovinezza il marmo,
or l’armonia della bellezza, il vivo
spirar de’ vezzi nelle tre ministre,
che all’arpa io guido agl’inni e alle carole,

50

vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle
immortali fra noi, pria che all’Eliso
su l’ali occulte fuggano degli anni.
Leggiadramente d’un ornato ostello,
che a lei d’Arno futura abitatrice

55

i pennelli posando edificava
il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
liberale acconsente ogni contorno
di sue forme eleganti; e fra il candore

60

delle dita s’avvivano le rose,
mentre accanto al suo petto agita l’arpa.
Scoppian dall’inquà ¯ete aeree fila,
quasi raggi di sol rotti dal nembo,
gioia insieme e pietà, poi che sonanti

65

rimembran come il ciel l’uomo concesse
alle gioie e agli affanni onde gli sia
librato e vario di sua vita il volo,
e come alla virtù guidi il dolore,
e il sorriso e il sospiro errin sul labbro

70

delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
Pari un concento, se pur vera è fama,
un d’ Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
era allor delle Dee sacerdotessa,

75

e intento al suono Socrate libava
sorridente a quell’ara, e col pensiero
quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
affrettando or la via su per le nubi,

80

or ne’ gorghi letèi precipitarsi
di Fortuna la rapida quadriga
da’ viventi inseguita; e quel pietoso
gridò invano dall’alto: A cieca duce
siete seguaci, o miseri! e vi scorge

85

dove in bando è pietà, dove il Tonante
più adirate le folgori abbandona
su la timida terra. O nati al pianto
e alla fatica, se virtù vi è guida,
dalla fonte del duol sorge il conforto.

90

Ah ma nemico è un altro Dio di pace,
più che Fortuna, e gl’innocenti assale.
Ve’ come l’arpa di costei sen duole!
Duolsi che a tante verginette il seno
sfiori, e di pianto alle carole in mezzo,

95

invidà ¯oso Amor bagni i lor occhi.
Per sé gode frattanto ella che amore
per sé l’altera giovane non teme.
Ben l’ode e su l’ardenti ali s’affretta
alle vendette il Nume: e a quelle note

100

a un tratto l’inclemente arco gli cade.
E i montanini Zefiri fuggiaschi
docili al suono aleggiano più ratti
dalle linfe di Fiesole e dai cedri,
a rallegrare le giunchiglie ond’ella

105

oggi, o Grazie, per voi l’arpa inghirlanda,
e a voi quest’inno mio guida più caro.
Già del piè delle dita e dell’errante
estro, e degli occhi vigili alle corde
ispirata sollecita le note

110

che pingon come l’armonia diè moto
agli astri, all’onda eterea e alla natante
terra per l’oceàno, e come franse
l’uniforme creato in mille volti
co’ raggi e l’ombre e il ricongiunse in uno,

115

e i suoni all’aere, e diè i colori al sole,
e l’alterno continüo tenore
alla fortuna agitatrice e al tempo;
s’ che le cose dissonanti insieme
rendan concento d’armonia divina

120

e innalzino le menti oltre la terra.
Come quando più gaio Euro provòca
sull’alba il queto Lario, e a quel sussurro
canta il nocchiero e allegransi i propinqui
là ¯uti, e molle il flà ¤uto si duole

125

d’innamorati giovani e di ninfe
su le gondole erranti; e dalle sponde
risponde il pastorel con la sua piva:
per entro i colli rintronano i corni
terror del cavrà ¯ol, mentre in cadenza

130

di Lecco il malleo domator del bronzo
tuona dagli antri ardenti; stupefatto
perde le reti il pescatore, ed ode.
Tal dell’arpa diffuso erra il concento
per la nostra convalle; e mentre posa

135

la sonatrice, ancora odono i colli.
Or le recate, o vergini, i canestri
e le rose e gli allori a cui materni
nell’ombrifero Pitti irrigatori
fur gli etruschi Silvani, a far più vago

140

il giovin seno alle mortali etrusche,
emule d’avvenenza e di ghirlande;
soave affanno al pellegrin se innoltra
improvviso ne’ lucidi teatri,
e quell’intenta voluttà del canto

145

ed errare un desio dolce d’amore
mira ne’ và³lti femminili, e l’aura
pregna di fiori gli confonde il core.
Recate insieme, o vergini, le conche
dell’alabastro, provvido di fresca

150

linfa e di vita, ahi breve! a’ montanini
gelsomini, e alla mammola dogliosa
di non morir sul seno alla fuggiasca
ninfa di Pratolino, o sospirata
dal solitario venticel notturno.

155

Date il rustico giglio, e se men alte
ha le forme fraterne, il manto veste
degli amaranti invà ¯olato: unite
aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie
di Bellosguardo che all’amante suo

160

coglie Pomona, e a’ garofani alteri
della prole diversa e delle pompe,
e a’ fiori che dagli orti dell’Aurora
novella preda a’ nostri liti addussero
vittorà ¯osi i Zefiri su l’ale,

165

e or fra’ cedri al suo talamo imminenti
d’ospite amore e di tepori industri
questa gentil sacerdotessa edùca.
Spira soave e armonà ¯oso agli occhi
quanto all’anima il suon, splendono i serti

170

che di tanti color mesce e d’odori;
ma il fior che altero del lor nome han fatto
dodici Dei ne scevra, e il dona all’ara
pur sorridendo; e in cor tacita prega:
che di quei fiori ond’è nudrice, e l’arpa

175

ne incorona per voi, ven piaccia alcuno
inserir, belle Dee, nella ghirlanda
la quale ogni anno il d’ sesto d’aprile
delle rose di lagrime innaffiate
in val di Sorga, o belle Dee, tessete

180

a recarle alla madre.
II
Ora Polinnia alata Dea che molte
Lire a un tempo percote, e più d’ogni altra
Musa possiede orti celesti, intenda
anche le lodi de’ suoi fiori; or quando

185

la bella donna, delle Dee seconda
sacerdotessa, vien recando un favo.
Nostro e disdetto alle altre genti è il rito
per memoria de’ favi, onde in Italia
con perenne ronz’o fanno tesoro

190

divine api alle Grazie: e chi ne assaggia
parla caro alla patria. Ah voi narrate
come aveste quel dono! E chi la fama
a noi fra l’ombre della terra erranti
può abbellir se non voi, Grazie, che siete

195

presenti a tutto, e Dee tutto sapete?
Quattro volte l’Aurora era salita
su l’orà ¯ente a riveder le Grazie,
dacché nacquero al mondo; e Giano antico,
padre d’Italia, e l’adriaca Anfitrite

200

inviavan lor doni, e un drappelletto
di Naiadi e fanciulle eridanine,
e quante i pomi d’Anà ¯ene e i fonti
godean d’Arno e di Tebro, e quante avea
Ninfe il mar d’Aretusa; e le guidavi

205

tu, più che giglio nivea Galatea.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E cantar Febo pieno d’inni un carme.
Vaticinò, com’ei lo spirto, e varia
daranno ai vati l’armonia del plettro
le sue liete sorelle, e Amore il pianto

210

che lusinghi a pietà l’alme gentili,
e il giovine Là ¯eo scevra d’acerbe
cure la vita, e Pallade i consigli,
Giove la gloria, e tutti i Numi eterno
poscia l’alloro; ma le Grazie il mèle

215

persüadente grazà ¯osi affetti,
onde pia con gli Dei torni la terra.
E cantando vedea lieto agitarsi
esalando profumi, il verdeggiante
bosco d’Olimpo, e rifiorir le rose,

220

e [scorrere] di néttare i torrenti,
e risplendere il cielo, e delle Dive
raggiar più bella l’immortal bellezza;
però che il Padre sorrideva, e inerme
a piè del trono l’aquila s’assise.

225

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Inaccessa agli Dei splende una fiamma
solitaria nell’ultimo de’ cieli,
per proprio foco eterna; unico Nume
la veneranda Deità di Vesta
vi s’appressa, e deriva indi una pura

230

luce che, mista allo splendor del sole,
tinge gli aerei campi di zaffiro,
e i mari, allor che ondeggiano al tranquillo
spirto del vento facili a’ nocchieri,
e di chiaror dolcissimo consola

235

con quel lume le notti, e a qual più s’apre
modesto fiore a decorar la terra
molli tinte comparte, invidà ¯ate
dalla rosa superba.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Dite, o garzoni, a chi mortale, e voi,

240

donzelle, dite a qual fanciulla un giorno
più di quel mèl le Dee furon cortesi.
N’ebbe primiero un cieco; e sullo scudo
di Vulcano mirò moversi il mondo,
e l’alto Il’io dirùto, e per l’ignoto

245

pelago la solinga itaca vela,
e tutto Olimpo gli s’aprì alla mente
e Cipria vide e delle Grazie il cinto.
Ma quando quel sapor venne a Corinna
sul labbro, vinse tra l’elèe quadrighe

250

di Pindaro i destrier, benché Elicona
li dissetasse, e li pascea di foco
Eolo, e prenunzia un’aquila correva,
e de’ suoi freni li adornava il Sole.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Di quel mèl la fragranza errò improvvisa

255

sul talamo all’eolà ¯a fanciulla,
e il cor dal petto le balzò e la lira
ed aggiogando i passeri, scendea
Venere dall’Olimpo, e delle sue
ambrosie dita le tergeva il pianto.

260

Indarno Imetto
le richiama dal d’ che a fior dell’onda
ergea, beate volatrici, il coro
eliconio seguieno, obbedà ¯enti
all’elegia del fuggitivo Apollo.

265

Però che quando su la Grecia inerte
Marte sfrenò le tartare cavalle
depredatrici, e coronò la schiatta
barbara d’Ottomano, allor l’Italia
fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo

270

fabro dell’aureo mèl pose a sua prole
il felice alvear. Né le Febee
api (sebben le altre api abbia crudeli)
fuggono i lai della invisibil Ninfa,
che ognor delusa d’amorosa speme,

275

pur geme per le quete aure diffusa,
e il suo altero nemico ama e richiama;
tanta dolcezza infusero le Grazie,
per pietà della Ninfa, alle sue voci,
che le lor api immemori dell’opra,

280

ozà ¯ose in Italia odono l’eco
che al par de’ carmi fe’ dolce la rima.
Quell’angelette scesero da prima
ove assai preda di torrenti al mare
porta Eridàno. Ivi la fata Alcina

285

di lor sorti presàga avea disperso
molti agresti amaranti; e lungo il fiume
gran ciel prendea con negre ombre un’incolta
selva di lauri: su’ lor tronchi Atlante
di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese,

290

e di spettri guerrier muta una schiera
e donne innamorate ivan col mago,
aspettando il cantor; e questi i favi
vide quivi deposti, e si mietea
tutti gli allori; ma de’ fior d’Alcina

295

più grazà ¯oso distillava il mèle,
e il libò solo un lepido poeta,
che insiem narrò d’Angelica gli affanni.
Ma non men cara l’api amano l’ombra
del sublime cipresso, ove appendea

300

la sua cetra Torquato, allor che ardendo
forsennato egli errò per le foreste
“s’ che insieme movea pietate e riso
“nelle gentili Ninfe e ne’ pastori:
“né già cose scrivea degne di riso

305

“se ben cose facea degne di riso”.
…Deh! perché torse
i suoi passi da voi, liete in udirlo
cantar o Erminia, e il pio sepolcro e l’armi?
Né disdegno di voi, ma più fatale

310

Nume alla reggia il risospinse e al pianto.
…A tal ventura
fur destinate le gentili alate
che riposà ¢r sull’Eridano il volo.
Mentre nel Lilibeo mare la fata

315

dava promesse, e l’attendea cortese
a quante all’Adria indi posaro il volo
angiolette Febee, l’altro drappello
che, per antico amor Flora seguendo,
tendea per le tirrene aure il suo corso,

320

trovò simile a Cerere una donna
su la foce dell’Arno; e l’attendeva
portando in man purpurei gigli e frondi
fresche d’ulivo. Avea riposo al fianco
un’etrusca colonna, a sé dinanzi

325

di favi desà ¯oso un alveare.
Molte intorno a’ suoi piè verdi le spighe
spuntavano, e per’an molte immature
fra gli emuli papaveri; mal nota,
benché fosse divina, era l’Ancella

330

alle pecchie immortali. Essa agli Dei
non tornò mai, da che scendea ne’ primi
d’ noiosi dell’uomo; e il riconforta
ma le presenti ore gl’invola; ha nome
Speranza e men infida ama i coloni.

335

Già negli ultimi cieli iva compiendo
il settimo de’ grandi anni Saturno
col suo pianeta, da che a noi la Donna
precorrendo le Muse era tornata
per consiglio di Pallade, a recarne

340

l’ara fatale ove scolpite in oro
le brevi rifulgean libere leggi,
madri dell’arti onde fu bella Atene.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ecco prostrata una foresta, e fianchi
rudi d’alpe, e masse ferree immani

345

al braccio de’ Ciclòpi, a fondar tempio
che ceda tardo a’ muti urti del tempo.
E al suono che invisibili spandeano
le Grazie intorno, assunsero nell’opra
nuova speme i viventi: e l’Architetto

350

meravigliando della sua fatica,
quasi nubi lievissime, di terra
ferro e abeti vedea sorgere e marmi,
a le sue leggi arrendevoli, e posarsi
convessi in arco aereo imitanti

355

il firmamento. Attonite le Muse
come vennero poscia alla divina
mole il guardo levando, indarno altrove
col memore pensier ivan cercando
se altrove Palla, . . . . . . . . . . . . .

360

o quando in Grecia di celeste acànto
ghirlandò le colonne, o quando in Roma
gli archi adornava a ritornar vittrice
trà ¯onfando con candide cavalle,
miracolo s’ fatto avesse all’arti

365

mai suggerito. Quando poi la Speme
veleggiando su l’Arno in una nave
l’api recò e l’ancora là dove
sorger poscia dovea delle bell’arti
sovra mille colonne una gentile

370

reggia alle Muse, . . . corser l’api
a un’indistinta di novelle piante
soavità che intorno al tempio oliva.
Un mirto
che suo dall’alto Beatrice ammira,

375

venerando slpendeva; e dalla cima
battea le penne un Genio disdegnoso
che il passato esplorando e l’avvenire
cieli e abissi cercava, e popolato
d’anime in mezzo a tutte l’acque un monte;

380

poi, tornando, spargea folgori e lieti
raggi, e speme e terrore e pentimento
ne’ mortali; e verissime sciagure
all’Italia cantava.
Appresso al mirto

385

fiorian le rose che le Grazie ogni anno
ne’ colli euganei van cogliendo, e un serto
molle di pianto il d’ sesto d’aprile
ne recano alla Madre. A queste intorno
dolcemente ronzarono, e sentiro

390

come forse d’Eliso era venuto
ad innestare il cespo ei che più ch’altri
libò il mèl sacro su l’Imetto, e primo
fe’ del celeste amor celebre il rito.
Pur con molti frutteti e con l’orezzo

395

le sviò de’ quercioli una valletta
dove le Ninfe alle mie Dee seguaci
non son Genii mentiti.
Io dal mio poggio
quando tacciono i venti fra le torri

400

della vaga Firenze, odo un Silvano
ospite ignoto a’ taciti eremiti
del vicino Oliveto: ei sul meriggio
fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
le pecorelle sue chiama alla fonte.

405

Chiama due brune giovani la sera,
né piegar erba mi parean ballando.
Esso mena la danza. N’eran molte
sotto l’alpe di Fiesole a una valle
che da sei montagnette ond’è ricinta

410

scende a sembianza di teatro acheo.
Affrico allegro ruscelletto accorse
a’ lor prieghi dal monte, e fe’ la valle
limpida d’un freschissimo laghetto.
Nulla per anco delle Ninfe inteso

415

avea Fiammetta allor ch’ivi a diporto
novellando d’amori e cortesie
con le amiche sedeva, o s’immergea,
te, Amor, fuggendo e tu ve la spà ¯avi,
dentro le cristalline onde più bella.

420

Fur poi svelati in que’ diporti i vaghi
misteri, e Dà ¯oneo re del drappello
le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
che stavan su le dense ali sospesi
a guardia d’una grotta: invan gementi

425

sotto il flagel del mirto onde gl’incalza
gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
che non s’accosti; sanguinanti e inermi
sgombran con penne trepidanti al cielo.
Dalla grotta i recessi empie la luna,

430

e fra un mucchio di gigli addormentata
svela a un Fauno confusa una Napea.
Gio’ il protervo dell’esempio, e spera
allettarne Fiammetta; e pregò tutti
allor d’aita i Satiri canuti,

435

e quante emule ninfe eran da’ giochi
e da’ misteri escluse: e quegli arguti
ozà ¯ando ogni notte a Dà ¯oneo
di scherzi e d’antri e talami di fiori
ridissero novelle. Or vive un libro

440

dettato dagli Dei; ma sfortunata
la damigella che mai tocchi il libro!
Tosto smarrita del nat’o pudore
avrà la rosa; né il rossore ad arte
può innamorar chi sol le Grazie ha in core.

445

O giovinette Dee, gioia dell’inno,
per voi la bella donna i riti vostri
im’ta e le terrene api lusinga
nel felsineo pendio d’onde il pastore
mira Astrea che or del ciel gode e de’ tardi

450

alberghi di Nereo; d’indiche piante
e di catalpe onde i suoi Lari ombreggia
sedi appresta e sollazzi alle vaganti
schiere, o le accoglie ne’ fecondi orezzi
d’armonà ¯oso speco invà ¯olate

455

dal gelo e dall’estiva ira e da’ nembi.
La bella donna di sua mano i lattei
calici del limone, e la pudica
delle và ¯ole, e il timo amor dell’api,
innaffia, e il fior delle rugiade invoca

460

dalle stelle tranquille, e impetra i favi
che vi consacra e in cor tacita prega.
Con lei pregate, donzellette, e meco
voi, garzoni, miratela. Il segreto
sospiro, il riso del suo labbro, il dolce

465

foco esultante nelle sue pupille
faccianvi accorti di che preghi, e come
l’ascoltino le Dee. E certo impetra
che delle Dee l’amabile consiglio
da lei s’adempia. I preghi che dal Cielo

470

per pietà de’ mortali han le divine
vergini caste, non a voi li danno,
giovani vati e artefici eleganti,
bensì a qual più gentil donna le im’ta.
A lei correte, e di soavi affetti

475

ispiratrici e immagini leggiadre
sentirete le Grazie. Ah vi rimembri
che inverecondo le spaventa Amore!
III
Torna deh! torna al suon, donna dell’arpa;
guarda la tua bella compagna; e viene

480

ultima al rito a tesser danze all’ara.
Pur la città cui Pale empie di paschi
con l’urne industri tanta valle, e pingui
di mille pioppe aerà «e al sussurro,
ombrano i buoi le chiuse, or la richiama

485

alle feste notturne e fra quegli orti
freschi di frondi e intorno aurei di cocchi
lungo i rivi d’Olona. E già tornava
questa gentile al suo molle paese;
cos’ imminente omai freme Bellona

490

che al Tebro, all’Arno, ov’è più sacra Italia,
non un’ara trovò, dove alle Grazie
rendere il voto d’una regia sposa.
Ma ud’ ‘l canto, ud’ l’arpa; e a noi si volse
agile come in cielo Ebe succinta.

495

Sostien del braccio un giovinetto cigno,
e togliesi di fronte una catena
vaga di perle a cingerne l’augello.
Quei lento al collo suo del flessuoso
collo s’attorce, e di lei sente a ciocche

500

neri su le sue lattee piume i crini
scorrer disciolti, e più lieto la mira
mentr’ella scioglie a questi detti il labbro:
Grata agli Dei del reduce marito
da’ fiumi algenti ov’hanno patria i cigni,

505

alle virginee Deità consacra
l’alta Regina mia candido un cigno
Accogliete, o garzoni, e su le chiare
acque vaganti intorno all’ara e al bosco
deponete l’augello, e sia del nostro

510

fonte signor; e i suoi atti venusti
gli rendan l’onde e il suo candore, e goda
di sé, quasi dicendo a chi lo mira,
simbol son io della beltà. Sfrondate
ilari carolando, o verginette,

515

il mirteto e i rosai lungo i meandri
del ruscello, versate sul ruscello,
versateli, e al fuggente nuotatore
che veleggia con pure ali di neve,
fate inciampi di fiori, e qual più ameno

520

fiore a voi sceglia col puniceo rostro,
vel ponete nel seno. A quanti alati
godon l’erbe del par l’aere e i laghi
amabil sire è il cigno, e con l’impero
modesto delle grazie i suoi vassalli

525

regge, ed agli altri volator sorride,
e lieto le sdegnose aquile ammira.
Sovra l’òmero suo guizzan securi
gli argentei pesci, ed ospite leale
il vagheggiano, s’ei visita all’alba

530

le lor ime correnti, desà ¯oso
di più freschi lavacri, onde rifulga
sovra le piume sue nitido il sole.
Fioritelo di gigli.
Al vago rito

535

Donna l’invia, che nella villa amena
de’ tigli (amabil pianta, e a’ molli orezzi
propizia, e al santo coniugale amore)
nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto
lieto accorrea, agitandole l’acque

540

sotto i lauri tranquille. O di clementi
virtù ornamento nella reggia insùbre!
Finché piacque agli Dei, o agl’infelici
cara tutela, e di tre regie Grazie
genitrice gentil, bella fra tutte

545

figlie di regi, e agl’Immortali amica!
Tutto il Cielo t’ud’a quando al marito
guerreggiante a impedir l’Elba ai nemici
pregavi lenta l’invisibil Parca
che accompagna gli Eroi, vaticinando

550

l’inno funereo e l’alto avello e l’armi
più terse e giunti alla quadriga i bianchi
destrieri eterni a correre l’Eliso.
Ma come Marte, quando entro le navi
rispingeva gli Achei, vide sul vallo

555

fra un turbine di dardi Aiace solo,
fumar di sangue; e ove dirùto il muro
dava più varco a’ Teucri, ivi attraverso
piantarsi; e al suon de’ brandi, onde intronato
avea l’elmo e lo scudo, i vincitori

560

impà ¤urir del grido; e rincalzarli
fra le dardanie faci arso e splendente;
scagliar rotta la spada, e trarsi l’elmo
e fulminar immobile col guardo
Ettore, che perplesso ivi si tenne:

565

tal dell’Ausonio Re l’inclito alunno
fra il lutto e il tempestar lungo di Borea
si fe’ vallo dell’Elba, e minacciando
il trà ¯onfo indugiava e le rapine
dello Scita ramingo oltre la Neva.

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Quinci indignato il sol torce il suo carro,
quando Orà ¯one predator dell’Austro
sovra l’Orsa precipita e abbandona
corrucciosi i suoi turbini e il terrore
sul deserto de’ ghiacci orridi, d’alto

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silenzio e d’ossa e armate esuli larve.
Sdegnan chi a’ fasti di fortuna applaude
le Dive mie, e sol fan bello il lauro
quando Sventura ne corona i prenci.
Ma più alle Dive mie piace quel carme

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che d’egregia beltà l’alma e le forme
con la pittrice melodia ravviva.
Spesso per l’altre età, se l’idà ¯oma
d’Italia correrà puro a’ nepoti,
(è vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!)

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tento ritrar ne’ versi miei la sacra
danzatrice, men bella allor che siede,
men di te bella, o gentil sonatrice,
men amabil di te quando favelli,
o nutrice dell’api. Ma se danza,

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vedila! tutta l’armonia del suono
scorre dal suo bel corpo, dal sorriso
della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo
manda agli sguardi venustà improvvisa.
E chi pinger la può? Mentre a ritrarla

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pongo industre lo sguardo, ecco m’elude,
e le carole che lente disegna
affretta rapidissima, e s’invola
sorvolando su’ fiori; appena veggio
il vel fuggente biancheggiar fra’ mirti.

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