Una vita violenta

romanzo di Pier Paolo Pasolini

Tempo della narrazione

Questa volta il tempo della narrazione è ristretto (5-6 giorni) e il protagonista è uno solo

Tommaso:
Non bello, né forte, né sano
Fame, delinquenza e vizi
Arresto, tubercolosi ma morte eroica

da Una vita violenta
Tommaso, accodato ai pompieri, s’arrampicò affondando nella fanga, aranfandosi ai resti delle fratte, a qualche ramata, a qualche alberello frollo, e raggiunsero quasi la parte più alta, a mezza costa, dove c’era una specie di spiazzo. […]
Lo spiazzale al centro, dove giocava Tommasino da piccolo, era un laghetto, e in mezzo, appozzati nell’acqua, c’erano i resti delle capanne.  […]
Tra le baracche che non erano state sfasciate, ce n’era una un po’ più all’asciutto: era quella che tutti guardavano. Una donna. che c’abitava, ci s’era inchiodata, forse con la speranza di salvare un po’ di roba: s’era messa a racapezzare tutto quello ch’era per terra, e che da la fanga si portava via, entrando dalle finestre.
Poi però un po’ alla volta la fanga era sempre più cresciuta, e lei era rimasta bloccata là , sola, nella sua capanna, e chiamava aiuto. La sua voce non si sentiva quasi per niente, col rumore della pioggia, del vento, della corrente del fiume. I pompieri avevano delle corde, e si davano da fare per andarla a prendere: Tommaso, accanito, ci si mise in mezzo, facendo tutta una manfrina, svociandosi per farsi dar retta: «Voi nun sete pratichi» gridava «nun conoscete er fondo! È tutto pieno de buche, ce sta er reticolato…
Fatemece annà  a me, che io la so la strada!» Ma i pompieri non lo vedevano per niente tutti presi a preparare la corda sotto le sventagliate della pioggia. Uno se la legò ai fianchi, e s’addentrò. Ma non fece neanche due passi, che scivolò perché l’ c’era la scesa, e s’immelmò fino agl’occhi.  Fece per tirarsi su, ma non ce la sbroccolava, e allora gli altri lo riportarono indietro.
«V’o’o detto!» strillava Tommaso. «V’o’o detto che nun ne magnate niente! Nun se passa de ll’, bisogna fà  er giro!»  «Mannatece ‘sto giovanotto, che sa indove deve mette i piedi!» intervenne allora Passal’acqua.  «Allora che devo fà ?» continuava a gridare Tommaso, in campana, scalmanato, «ce devo annà  io s’ o no?»
«Dà  qua», fece il capoccia. Prese e legò alla cintola Tommaso. Senza nemmeno voltarsi indietro, per mostrare lui come si faceva, Tommaso si buttò dal ciglio della strada, e cominciò a fare il giro al largo, anziché andare dritto alla capanna. Pure l’ la melma era alta, sopra gli stinchi, ma costeggiando le baracche che più o meno s’erano salvate, intorno allo spiazzaletto, un po’ alla volta, come Dio volle, ci s’accostò. La donna gridava aiuto, stirando il collo da una finestrella della baracca.
«Mo’ arivo, a signò! Stateve bbona!» gridò Tommaso, dal pantano. […]  La donna. Scarmigliata, fracica, con le mani giunte strette sulla pancia, l’aspettava: come fu l’, le venne un attacco di petto: tutto a una volta. Cominciò a smaniare e rigirarsi: «Famme pijà  quarcosa» gridava «armeno un materasso, un vestito…»
«A signo’, ma mica so’ un facchino, io’!» le gridò Tommaso di brutto, mentre lei diceva cos’ e non si muoveva. «’Namo! ‘Namo, signò, che qui la faccenda s’aggrava’!» «Ma io c’ho paura, come famo?» diceva quella ripiegata in avanti, verso tutta quell’acqua, tremando, bianca, ingelita, coi capelli attaccati alle guance come bisce.  «Venite qua, appoggiateve vicino a me, acchiappateve ar collo!» le faceva Tommaso, tirandola.
«Ma nun ce la pòi fà ,» gridava la donna, con una voce da ragazzina, facendo la pignarella, «ma nun vedi che c’è, li mortacci sua?» «Ce provamo, aaa cosa!» […]  Tutto sudato, che per rifiatare quasi si crepava, arrivò all’asciutto. La comare cominciò a far la matta, e a lasciarsi prendere dalle convulsioni, mentre gli altri cercavano di calmarla e di farle insorsare un po’ di cognac. Tommaso si slegava la corda dai fianchi, sbragato sul fango, tutto lasciato, ma gobbo, con la fronte bassa, perché non si voleva far vedere in faccia com’era ridotto, senza un filo di fiato per bestemmiare.