Verso il primo conflitto mondiale

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1 CRESCITA ECONOMICA ED ESPANSIONISMO

Francia, Inghilterra e Germania. Lo sviluppo capitalistico, dalla ripresa degli ultimi anni del XIX secolo, avanzava e si diffondeva progressiva mente in area europea. Il movimento di industrializzazione riguardava ormai le Nazioni centro-occidentali e, seppure in modo non omogeneo (vedi il ritardo italiano, la permanente preminenza inglese e il forte balzo tedesco), costituiva il modello di sviluppo dominante che connotava un’epoca. In questo quadro, la novità – in virtù di una crescita straordinaria, per il grado di innovazione nei processi produttivi e per la portata delle trasformazioni tecnologiche – era rappresentata dalla Germania. Essa aveva infatti raggiunto quote di produzione altissime e già nel 1907 circa il 40% della popolazione attiva era occupata nel settore industriale. Anche le cifre del commercio estero, dal 1880 al 1912, erano quasi quadruplicate. A partire dalla fine dell’Ottocento, inoltre, aveva orientato molte risorse verso la produzione bellica; colpiva il potenziamento della sua flotta militare, che ormai minacciava la supremazia britannica. Anche nella produzione di carbone (salita da 39 milioni di tonnellate nel 1878 a 230 negli anni precedenti lo scoppio della guerra) e di ferro (passata da 5 milioni di tonnellate nel 1878 circa 30 milioni nel 1911) essa aveva raggiunto posizioni da primato.

La crescita tedesca, particolarmente imponente, era da affiancare alla consolidata presenza francese e inglese, e a quella degli Stati i che, oltre oceano, avevano di molto incrementato la produzione industriale, grazie soprattutto a un’attenta politica protezionistica. Il generale aumento dei potenziali produttivi e il sempre più consistente volume di affari determinavano profitti sempre più alti; aumentava enormemente la disponibilità di capitali per investimenti; e procedeva Io sviluppo tecnologico, che rispondeva alle esigenze di un’industria tesa verso forme di lavorazione sempre più complesse. Ciò richiedeva una nuova e più efficiente organizzazione del lavoro e della produzione, una diversa e più moderna gestione delle risorse finanziarie, nonché una più attenta valutazione dei mercati verso cui orien tare le proprie merci (la produzione in continua crescita poneva il problema delle aree in grado di assorbire i prodotti delle va rie economie nazionali). Già dalla fine del XIX se colo era emersa una disponibilità sempre più marcata verso investimenti su vasta scala (sia in regioni depresse d’Europa sia in territori colonia li). Si pensi alla Francia, che aveva consolidato progressivamente le relazioni economiche con la Russia, trasferendo grandi somme di denaro nel l’Impero zarista e contribuendo all’avvio della sua industrializzazione. Si pensi all’Inghilterra, che aveva continuato a sviluppare la sua politica coloniale, organizzando una fittissima rete di scambi, che da un lato spostava notevoli quantità di materie prime, dall’altro spingeva le sue imprese verso la conquista di nuovi mercati.

La politica statunitense. Anche gli USA, consolidato lo sviluppo interno, avevano puntato a un’espansione coloniale nell’area del Pacifico e verso il continente latino-americano. In tappe successive si erano assicurati il controllo delle isole Hawaii, di Guam (arcipelago delle Marianne) e del le Filippine (1898), che garantivano postazioni strategiche sulle rotte di navigazione. In seguito alla guerra ispano-americana, scoppiata nello stesso anno a causa dell’affondamento di una corazzata statunitense nel porto dell’Avana, avevano poi conquistato Cuba. Da quel momento al 1906, attraverso una serie di colpi di mano militari, stabilirono protettorati a Porto Rico e Panama, arrivando così a presidiare i Caraibi. Fu in questa fa se che gli USA definirono le linee strategiche di un doppio intervento: improntato al controllo armato del Centro-America e a una penetrazione economica più a Sud, verso un subcontinente dalle risorse immense e tutte da sfruttare. Per ciò che concerne lo scenario intercontinentale, le relazioni commerciali americane avevano nella Gran Bretagna l’interlocutore privilegiato, e il volume degli scambi era in continuo aumento, anche perché sorretto da un potenziale industriale in grande espansione.

La ricerca di nuovi mercati. In questo scenario, per ragioni stretta mente connesse alle dinamiche dello sviluppo capitalistico, diventava essenziale proiettarsi al di fuori dei propri confini nazionali. Gli apparati produttivi e i grandi gruppi finanziari iniziavano a reclamare spazi vitali per la loro crescita e i loro movimenti. La concorrenza internazionale si giocava ormai su diversi fronti: uno europeo, dove la rivendicazione di al cune aree era motivata da un intreccio di interessi economici e di risenti menti nazionalistici; uno extraeuropeo, dove la Germania, divenuta una delle massime potenze industriali, scontava un sensibile ritardo sul piano dei possedimenti coloniali (specie nei confronti di Francia e Inghilterra). In relazione a questi attriti, una crisi si era profilata già dal 1903, quando i tedeschi, d’accordo col governo turco, avevano finanziato la costruzione della ferrovia Bosforo-Baghdad, che consentiva un forte inserimento e una rilevante presenza economica in Medio Oriente, nonché la possibilità di contendere agli inglesi il controllo di quel quadrante asiatico.

A Oriente, intanto, si profilava l’espansionismo del Giappone, che dopo aver strappato ai russi il controllo della Manciuria (1905), avanzava pretese in direzione della Corea.

 2 LE ALLEANZE CONTRAPPOSTE

La Triplice Intesa. Sullo sfondo di questa situazione, si era progressivamente delineato un sistema di alleanze contrapposte che aveva trasferito nel cuore d’Europa un groviglio di tensioni crescenti. Nel 1904 le diploma zie di Francia e Inghilterra avevano appianato le rivalità riguardanti i territori coloniali in Nord Africa (in particolare, si riconobbe alla Francia l’influenza sul Marocco e agli inglesi furono garantite le postazioni in Egitto) e gettato le basi per una più ampia collaborazione (la cosiddetta Intesa cordiale). Questo era il segnale che tra le due Nazioni si stabiliva la necessità di agire concordemente su uno scenario più vasto, che non escludeva interventi congiunti per limitare le pretese di qualche altro concorrente, specie della Germania. Tre anni dopo anche la Russia, già legata ai francesi da notevoli interessi economici e da un precedente patto militare (Duplice intesa del 1894), si alleò con gli inglesi, superando in tal modo precedenti frizioni relative al controllo di territori in Estremo Oriente. Così facendo tramontava la possibilità che si stabilisse un asse tra il conservatorismo del kaiser e quello dello zar: il grande Impero russo, sempre più provato da difficoltà interne e dalla necessità di controllare i suoi confini più lontani, vedeva nelle due potenze occidentali le migliori garanzie di tenuta e di sostegno, e non solo per ragioni finanziarie. Nacque così la Triplice Intesa che disegnava una nuova geografia politica, determinata soprattutto dall’implicazione diretta della Gran Bretagna – che interrompeva così il suo isolamento – in questioni continentali; lo scopo primario era limitare il dinamismo economico e militare tedesco, visto che sul piano diplomatico si era raggiunto l’obiettivo di neutralizzarlo.

La Triplice Alleanza. Risaliva invece al 1879 il trattato tra Germania e Austria-Ungheria , teso a definire un blocco stabile e omogeneo lungo l’asse territoriale dei due imperi centrali. Al di là di questo dato, però, i due contraenti di fatto perseguivano obiettivi non omogenei. I tedeschi tendevano all’affermazione della propria potenza, attraverso una politica di conquista, e volevano in

primo luogo attenuare i contrasti con l’Austria, a danno della quale era avvenuta una parte importante della loro unificazione nazionale. Gli Asburgo avevano come principale preoccupazione quella di salvaguardare la stabilità dell’Impero e la sua natura multinazionale, in un momento in cui si riaccendevano forti spinte indipendentistiche (specie nell’area dei Balcani) da parte di nazionalità oppresse. L’Italia decise di aderire al patto nel 1882 (Triplice Alleanza ), partecipando così al generale riassetto delle sfere di influenza politica sul piano europeo. Viveva però una situazione contraddittoria. Da un lato infatti era legata alla Germania da questioni di or dine finanziario, visti i prestiti da questa accordati a sostegno del suo sistema bancario. Dall’altro aveva la necessità di stabilire buone relazioni diplomatiche con la Francia per ciò che riguardava l’equilibrio mediterraneo e nordafricano. Infine, qualora avesse voluto rilanciare rivendicazioni sulle terre irredente (Trento e Trieste), o voluto avviare una politica di espansione verso l’Istria e la Dalmazia, sarebbe inevitabilmente entrata in contrasto con l’Austria.

Emergeva però con forza un dato: dall’equilibrio che aveva segnato un lungo periodo della storia europea e dagli sforzi che si erano compiuti per garantirlo, come fondamentale requisito di benessere e di sviluppo, si passava a una fase diversa. Iniziava ad affacciarsi l’idea che l’uso della forza potesse di nuovo intervenire nei rapporti tra le Nazioni. La guerra, come soluzione prevedibile, andava regolamentata e controllata, non più evitata. Ciò ebbe anche risvolti concreti: in due conferenze a l’Aia (1899 e 1907) si tracciarono le principali norme che, nell’ambito del diritto internazionale, regolavano il trattamento da riservare ai prigionieri in caso di conflitto e stabilivano il rispetto della popolazione civile per quanto concerneva le manovre e gli obiettivi militari.

3 DUE TEATRI DI CRISI: IL MAROCCO E I BALCANI

Tensioni franco-tedesche nel Nordafrica. Tra il 1905 e il 1914 si profilarono due teatri di crisi, destinati a saggiare la tenuta delle alleanze. Il primo riguardava il Mediterraneo, dove si riaccese la contesa relativa al controllo del Marocco a causa di un forte interessa mento tedesco. La tensione che ne scaturì fu composta una prima volta per via diplomatica: Francia e Gran Bretagna, in modo compatto, riaffermarono l’indipendenza dello Stato africano, che rimaneva però sotto l’egida francese e scongiurarono un possibile insediamento militare dei tedeschi. Fu la conferenza di Algeciras (1906) a sancire questo stato di cose. La crisi marocchina si ripresentò cinque anni più tardi, quando in seguito a disordini nel Paese la Francia intervenne con una spedizione armata per ristabilire il suo protettorato. La reazione tedesca fu immediata, ma anche stavolta gli inglesi appoggiarono le posizioni degli alleati; la Germania, rimasta isolata, abbandonò la richiesta di ricompense territoriali. In questo frangente si definì un assetto strategico importante per il controllo dei mari: la flotta francese prese a operare principalmente nel Mediterraneo, quella britannica tra Atlantico e Mare del Nord.

Le guerre balcaniche. Il secondo scenario di crisi riguarda la penisola balcanica. Qui l’Austria – Ungheria, nel 1908, aveva annesso Bosnia ed Erzegovina, che già amministrava da qualche decennio. Vienna, che in quel frangente sfruttò il forte indebolimento dell’influenza e del potere di controllo sull’area da parte dell’Impero ottomano (fiaccato da una lunga crisi interna e dalla rivolta dei Giovani , un movimento filo-occidentale che chiedeva riforme e costituzione), contrastava così le mire espansioniste della Sere , interessata alle due regioni perché le garantivano un corridoio verso l’Adriatico e perché vi risiedevano minoranze appartenenti al la sua etnia.

Lo sfaldamento dell’impero turco proseguì nell’area del Mediterraneo, dove nel 1911 l’Italia, come abbiamo visto, le strappò il possesso della Libia e delle isole del Dodecaneso. La contemporanea nascita di due Stati indipendenti –Bulgaria e Montenegro, che nei 1912 si allearono con Grecia e Serbia nella Lega balcanica -complicò il quadro degli avvenimenti. Le tensioni infatti crebbero in seguito al progetto di questi nuovi Stati di impadronirsi della Macedonia, sfruttando la conclamata fragilità militare dei turchi, che in effetti, una volta scoppiata la guerra nell’ottobre 1912(prima guerra balcanica) opposero una resistenza debolissima. Negli accordi del successivo trattato di Londra (30 maggio 1913) l’antico Impero vedeva i suoi possedimenti europei ridursi a Istanbul e alla striscia di territorio fondamentale per il controllo degli stretti dei Dardanelli e del Bosforo.

Il conflitto nei Balcani però non si placava. La spartizione della Macedonia sancita a Londra

premiava eccessivamente, a detta dei serbi, la Bulgaria. Tra i due ex alleati si passò alle armi (seconda guerra balcanica dal giugno all’agosto 1913) e, dopo un duro scontro che vide Romania, Grecia e Montenegro intervenire a fianco dei serbi, a questi fu assegnata una vasta area della regione In questa fase si registrarono un avvicinamento russo alle posizioni della Serbia e dichiarazioni austriache a favore dei bulgari. La situazione appariva gravemente compromessa, anche perché l’attivismo di Belgrado puntava in direzione dell’Albania, e fu necessario un esplicito pronunciamento di Vienna per farlo rientrare. La proliferazione dei soggetti nazionali, diretta conseguenza del declino turco, metteva in forte dubbio la stabilità nei Balcani. A ciò si aggiungeva

che l’Austria non era riuscita a limitare l’espansione del più aggressivo tra i nuovi attori nazionali: la Serbia. Anche la Russia,alleatasi a quest’ultima, diventava spettatore interessato.

4 NAZIONALISMI E COMPORTAMENTI COLLETTIVI

La “febbre nazionalistica”. Passiamo ora a esaminare alcuni comportamenti sociali che si manifestarono all’approssimarsi del conflitto. La primavera e l’estate del 1914 videro un’esplosione di “febbre nazionalistica”,che colpì l’opinione pubblica dei Paesi di ambedue gli schieramenti: il sostegno alla scelta bellica, operata dai vertici politico-militari, veniva ribadito da nume rose manifestazioni nelle città più importanti d’Europa. Furono infatti gli abitanti dei centri urbani (in particolare le frange più scontente e più desiderose di ascesa sociale della piccola e media borghesia) a manifestare un chiassoso appoggio alla spinta militari sta. Si diffondeva sempre più la convinzione che la guerra fosse lo strumento necessario per la risoluzione dei contrasti fra le Nazioni. L’esercizio della forza diventava mezzo di affermazione di un interesse collettivo. Questo mutamento di clima non riguardava solo i comportamenti, ma aveva riflessi anche nella produzione culturale, amplificata dall’ormai consoli dato uso dei mezzi di comunicazione e dal nuovo ruolo che gli intellettuali assumevano nell’orientare le scelte collettive.

A questi umori si saldarono esigenze più solide, perché sorrette da imponenti interessi economici: risultarono così determinanti le forze messe in campo dagli esponenti della grande industria, che vedevano nell’estensione alla società delle intese già raggiunte con il potere Politico-militare una necessaria tappa di avvicinamento alla guerra. In questo senso, resta paradigmatico il piano di riarrno deciso già nel 1897 dal kaiser Guglielmo Il in accordo con i settori più in fluenti della finanza e con i più alti esponenti dell’industria pesante, e imperniato sul progetto di un’imponente flotta militare voluta dall’ammiraglio Von Tirpitz: in seguito fu un’intensa campagna di stampa a esaltare la costruzione della potenza germanica.

La guerra «sola igiene del mondo». Ma non si trattò di un fatto solo tedesco. Fu la stessa idea di pace a essere associata a debolezza, poca virilità, opportunismo e viltà. Il sistema liberale era investito da critiche fero ci: sul piano culturale veniva dipinto come culla del perbenismo e della mediocrità; sul piano sociale si riteneva che il sistema della rappresentanza politica da esso garantito fosse inadatto a interpretare le pulsioni nazionalistiche, e in definitiva si leggeva ogni forma di moderatismo come attenuazione delle “spinte vitali”. In questo clima, che presentava la guerra come scossa positiva per le aspirazioni dei popoli (essa è, ripeteva il poeta futurista Filippo Tommaso Marinetti, «la sola igiene del mondo»), sicuramente rientrava un dito banale ma innegabile: la società europea veniva da un lungo periodo di pace e di sostanziale prosperità economica; le memorie non erano gravate dal ricordo i; drammi recenti e, soprattutto, la guerra veniva ancora percepita come fatto locale e di breve durata. Non fu secondario, nell’alimentare il coinvolgimento emotivo delle masse, il ruolo giocato dall’informazione. A giovarsene furono soprattutto i centri di potere più influenti sul piano politico sia economico), i quali non tardarono a stabilire un filo diretto con la popolazione, con l’obiettivo di tirare un consenso generalizzato verso le pinte belliciste. Lo sviluppo e la diffusione della stampa quotidiana furono un riflesso immediato di questa tendenza; si agiva ormai verso un pubblico di massa, raggiungibile e condizionabile su ordini di grandezza prima sconosciuti (— 2).

Incertezze e contraddizioni delle sinistre europee. Il proletariato urbano e gli operai di fabbrica si mossero confusamente, senza indicazioni precise da parte dei partiti di sinistra. Anzi, l’avversione alla guerra, enunciata dall’Internazionale socialista, fu ben presto contraddetta dalle scelte sul piano nazionale.

Significativi furono il voto favorevole ai crediti di guerra, accordato dalla socialdemocrazia tedesca, e la crisi all’interno del socialismo francese, che al momento di decidere cedette al vento nazionalista, nonostante a drammatica e lucida previsione di Jean Juarès. Questo esponente del Partito socialista, nel luglio del 1914, pochi giorni prima di essere assassinato da un militante di destra, pronunciò un discorso in cui, dopo aver analizzato la situazione internazionale mettendo in luce le molteplici responsabilità dei governi nella creazione di una situazione di guerra, invocava l’alleanza dei lavoratori come unica «promessa di una possibilità di pace».

Ma la solidarietà alla patria, l’appoggio alle decisioni dei rispettivi governi, di fatto, bloccarono ogni possibilità di organizzare un ampio movimento pacifista.

Le popolazioni contadine percepivano soltanto, e in modo rassegnato, la durezza di ciò che le aspettava: una guerra che ancora una volta le avrebbe private dì affetti e braccia da lavoro, requisendo gran parte degli uomini per il fronte e la prima linea.

di Vincenzo

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