Costumi delle api


Virgilio, Georgiche, IV, 149-196

di Carlo Zacco

 

Georgiche, Libro IV

 

149 – 196. Costumi delle api

 

Nunc age,

expediam

naturas

quas Iuppiter ipse

addidit

apibus,

pro qua mercede,

Avanti ora,

esporrò

le nature

che Giove stesso

diede inoltre

alle api,

per la qual ricompensa,

 

secutae

sonitus canoros

que aera

crepitantia

Curetum,

pavere

caeli regem

avendo seguito

il frastuono

e i bronzi

tintinnanti

dei Curei,

nutrirono

il re del cielo

 

sub antro Dictaeo[1].

Solae habent

natos

communes,

consortia

tecta

urbis

que agitant

nellantro Dattèo.

Esse sole hanno

figli

in comune,

condivise

le case

della città

e trascorrono

 

aevum

magnis sub legibus,

et solae

novere

patriam

et certos penates,

que memores

 

il tempo

sotto leggi ferree,

e sole

conoscono

una patria

e dimore fisse,

e memori

 

 

venturae hiemis

experiuntur

laborem

aestate

et reponunt

in medium

quaesita.

dell’inverno che verrà

sperimentano

la fatica

in estate

e mettono

in comune

i profitti.

 

Namque

aliae

invigilant victu

et foedere pacto

exercentur

agris;

pars

ponunt

Infatti

alcune

vigilano sul cibo

e per un patto prestabilito

lavorano

sui campi;

parte

pongono

 

intra saepta domorum

prima

fundamina

favis

lacrimam

Narcissi

et gluten lentum

nei recinti della case

come prime

fondamenta

dei favi

una goccia

di Narciso

e una cossa dura

 

de cortice,

deinde suspendunt

ceras tenaces:

aliae

educunt

fetus adultos,

spem gentis,

di corteccia,

poi vi stendono sopra

cere tenaci:

alcune

alimentano

i figli cresciuti,

speranza della stirpe,

 

aliae

stipant

mella

purissima

et distendunt

cellas

liquido nectare.

Sunt [eae] quibus

altre

ammassano

miele

purissimo

e gonfiano

le celle

con nettare limpido.

Vi sono quelle a cui

 

cecidit

sorti

custodia

ad portas,

inque vicem

speculantur

aquas

et nubila caeli

è caduta

in sorte

la custodia

presso le porte,

e a vicenda

osservano

le acque

e le nubi del cielo

 

aut accipiunt onera

venientum

aut, agmine facto,

arcent

a praesepibus

fucos,

o ricevono i carichi

di quelli che arrivano

o, formata una schiera,

tengono lontani

dagli alveari

i fuchi,

 

ignavum pecus.

Fervet opus,

fragrantia mella

redolentque thymo.

Ac veluti Cyclopes

 

 

gregge pigra.

Ferve il lavoro,

il miele fragrante

profuma di timo.

E come i Ciclopi

 

 

 

cum properant

fulmina

lentis massis,

alii accipiunt

redduntque

auras

follibus

quando approntano

i fulmini

dalle masse fuse,

alcuni immettono

e fanno uscire

l’aria

dai mantici

 

taurinis,

alii tingunt

lacu

aera

stridentia;

Aetna

gemit

incudibus

 

 

in pelle di toro,

altri immergono

in una conca

il bronzo

stridente;

l’Etna

geme

per le incudini

 

 

 

impositis;

illi

inter sese

magna vi

toll’unt bracchia

in numerum

versantque

ferrum

poste sopra;

quelli

a turno

con forza

sollevano le braccia

ritmicamente

e rigirano

il ferro

 

tenaci forcipe:

non aliter,

si licet

componere

parva magnis,

con la forte tenaglia:

non diversamente,

se è consentito,

mettere insieme

cose piccole e grandi,

 

amor

innatus

habendi

urget

apes Cecropias,

munere quamque suo.

Oppida,

un desiderio

innato

di avere

incalza

le api Cercopie,

ciascuna col suo compito.

Gli alveari,

 

et munire favos

et fingere tecta

daedala

[est] curae

Grandaevis.

At minores

e fortificare i favi

e costruire le case

fatte con arte

è a cura

alle anziane.

Le giovani invece

 

se referunt

fessae

multa nocte,

crura plenae

thymo;

pascuntur

passim

et arbuta

 

si ritirano

stanche

a tarda notte,

con le gambe piene

di timo;

mangiano

qua e là

e corbezzolo

 

 

et glaucas salices

casiamque

crocumque rubentem

et pinguem tiliam

et ferrugineos hyacinthos.

e salici verdastri

e cassi

e croco rosseggiante

e grasso tiglio

e giacinti ferrigni.

 

Omnibus

una

quies

operum,

unus

omnibus

labor:

mane

ruunt

A tutte

unica

è la fine

dei lavori,

unico

a tutte

il lavoro:

al mattino

si precipit. fuori

 

portis;

nusquam

[est] mora;

rursus

ubi

vesper

admonuit tandem

dalle porte

da nessuna parte

vi è indugio;

di nuovo

quando

la sera

ricorda infine

 

easdem

decedere

e pastu

campis,

tum

petunt

tecta,

tum

curant

corpora;

alle medesime

di ritirarsi

dal pasto

nei campi,

ora

vanno verso

le case,

ora

curano

i corpi;

 

fit sonitus,

mussantque

circum

oras

et limina.

Post,

ubi iam

se composuere

 

si leva un rumore,

e ronzano

intorno

alle bocche

e alle porte.

Poi,

quando già

si sono messe

 

 

thalamis,

siletur

in noctem

que suus sopor

occupat

artus fessos.

Vero,

nei letti,

si tace

per tutta la notte

e il meritato sonno

si impossessa

delle menbra stanche.

Però,

 

pluvia impendente,

nec recedunt longius

a stabulis

aut credunt caelo

adventantibus Euris

se la pioggia è vicina,

non si allontanano troppo

dalle dimore

o si affidano al cielo

qnd giunge lEuro,

 

sed aquantur

circum

sub moenibus

tutae urbis,

que temptant

breves excursus

 

ma si riforniscono d’acqua

intorno

sotto le mura

della città sicura,

e tentano

brevi sortite

 

 

et saepe

toll’unt lapillos,

ut cumbae

instabiles

fluctu iactante

[toll’unt] saburram,

e spesso

caricano pietruzze,

come le barche

instabili

per l’assalto delle onde

caricano zavorra,

 

his

sese librant

per inania nubila.

 

con esse

si tengono in equilibrio

tra le nubi leggere.

 

 

 


[1] Giove era nato a Creta, in una grotta del monte Dictes. Per evitare che Saturno lo divorasse come aveva fatto coi fratelli, i Curèti, sacerdoti di Cibele, dea di quell’isola, si misero a fare frastuono con cembali di rame, attirando con quel suono le api che nutrirono il piccolo Giove.