Dalle istituzioni politiche della cristianità all’Europa del ‘500

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di Marco Goffi

Indice

·       Le istituzioni politiche della cristianità: i vertici (impero e papato)

                                                                                              p.7

·       Teorie politiche e visioni del potere imperiale                                                                                                         p.9

·       La visione cesaropapista e la visione teocratica della cristianità medievale (gli Svevi; Innocenzo III e Bonifacio VIII)

                                                                                              p.10

·       La mentalità medioevale: crociata e guerra santa; esclusi e perseguitati (ebrei, eretici e pagani).

                                                                                              p.12

·       La crisi dei supremi poteri universalistici nei secoli XIV-XV

                                                                                              p.13

·       Dalle monarchie feudali alle monarchie nazionali: (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania)

                                                                                              p.15

·       La guerra dei cent’anni

                                                                                              p.17

·       La peste e la fine della crescita

                                                                                              p.19

·       Le forme dello Stato moderno

                                                                                              p.21

·       L’Italia comunale fra repubblica e signoria. Gli Stati regionali.

                                                                                              p.22

·       L’Italia tra equilibrio e guerre

                                                                                              p.26

·       Lo Stato ottomano

                                                                                              p.27

 

·       Teorie dello stato

                                                                                              p.28

·       L’idea di Europa dal medioevo all’età moderna

                                                                                              p.29

·       Le trasformazioni della cultura

                                                                                              p.30

·       Dal Mediterraneo agli oceani

                                                                                              p.31

·       I primi imperi coloniali

                                                                                              p.40

·       L’impero, le monarchie e la Riforma protestante

                                                                                              p.42

·       Riforma cattolica e controriforma

                                                                                              p.50

·       L’Europa economica del ‘500

                                                                                              p.54

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le istituzioni politiche della cristianità: i vertici (impero e papato)

 

Dopo l’incoronazione per mano del papa di Carlo Magno, anche Ottone I venne a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa Giovanni XII. Ciò però non significò l’ammissione della subordinazione dell’impero al papato: infatti, in qualità di re di Germania, Ottone aveva affermato il suo diritto a designare i candidati alle cariche di vescovo e di abate. Oltretutto i vescovi tedeschi, oltre a ricoprire le funzioni del clero, venivano a ricoprire anche la funzione di conti, non per nulla venivano chiamati vescovi-conti, proprio per la loro educazione (non tutti potevano studiare) e la loro cultura (non potevano lasciare in eredità i feudi perché dovevano essere casti). Subito dopo l’incoronazione, Ottone emanò un documento intitolato Privilegium Othonis con il quale disponeva che l’elezione del papa avvenisse alla presenza di un delegato imperiale e riservava a sé e ai suoi successori di approvarlo o no. L’obbiettivo di Ottone I era proprio quello di una Restauratio Imperii. Il tentativo di Ottone di mettere sotto tutela il papato non venne però seguito molto dai suoi successori: Ottone II infatti rivolse gran parte del suo impero a tenere a bada i duchi tedeschi, Ottone III salì invece al trono all’età di tre anni e non poté prende il potere prima di 10 anni dopo. Egli visse quasi sempre a Roma dove nominò due papi e si fece nemica la nobiltà romana. Venne cacciato da una sommossa popolare e morì qualche anno dopo. Nel X secolo il sistema del clero era degenerato portando sul trono pontificio personaggi disonesti, producendo contese che si conclusero anche con il ricorso all’assassinio politico. L’apice di ciò si ebbe con Benedetto IX, un ragazzo di tredici anni coinvolto in infamie e delitti di ogni genere. Le cause di simili scandali erano principalmente due: la simonia e il nicolaismo. La simonia era la compravendita di cose sacre, estendibile però anche all’acquisto di funzioni spirituali e di interessi terreni. Il nicolaismo era il concubinaggio degli ecclesiastici. Queste due cause segnavano una profonda corruzione nel corpo della chiesa. Perciò venne avviato un programma di riforma all’inizio dell’ XI secolo dal nuovo ordine monastico dei patari, il principale movimento laico riformatore, che giunse a sostenere la nullità dei sacramenti impartiti dal clero simoniaco. In diverse città si ebbero sommosse popolari contro il clero corrotto, culminate con l’espulsione dello stesso vescovo. La forma riformatrice più diffusa e prestigiosa aveva il suo centro nel monastero di Cl’uny, che già dal X secolo si era battuto per far tornare i monaci alla preghiera, allo studio e al lavoro secondo la più rigida regola benedettina (Ora et labora). Al movimento riformatore contribuì anche l’imperatore Enrico III che dapprima convocò un consiglio per deliberare la deposizione di Benedetto IX e successivamente designò i successivi quattro pontefici, tutti tedeschi. L’azione di Enrico III non venne però continuata dal suo successore, Niccolò II, che sottrasse l’elezione del papa dall’influenza di qualunque laico affidandola al collegio dei cardinali. Ora che il problema dell’elezione del pontefice era stato risolto si poteva passare a esaminare il secondo problema, la nomina dei vescovi. Dai tempi di Ottone I l’elezione dei vescovi era un compito dell’imperatore ma ora un vescovo che riceveva l’investitura dall’imperatore veniva esposto all’accusa di simonia. La svolta venne compiuta dal papa Gregorio VI. Nel 1073 Gregorio VI vietò l’investitura laica dei vescovi e nel 1075 formulò in un breve scritto intitolato Dictatus Papae la dottrina del potere universale del papa. L’imperatore e il papa si deposero a vicenda, ma la scomunica papale si rivelò un’ arma più forte. Nel 1077 l’imperatore dovette piegarsi a chiedere il perdono del papa dopo una lunga umiliazione al castello di Canossa. Il conflitto però riprese ben presto e durò oltre la vita dei due contendenti fino ad arrivare al 1122 dove il concordato di Worms riuscì a porre termine alla contesa con un ragionevole compromesso politico: l’imperatore manteneva l’investitura temporale, cioè quella relativa ai beni e alle funzioni pubbliche connesse alla carica di vescovo; riconosceva invece il diritto esclusivo del papa all’investitura ecclesiastica. Oltre alla lotta tra il papa e l’imperatore, poco dopo il concordato di Worms, si sviluppò un’altra lotta: quella per la corona tra i duchi di Baviera(guelfi) e i duchi di Svevia(ghibellini). La dinastia dei duchi di Svevia riuscì a ottenere la corona con Corrado III solo dopo un’ accesa competizione con i duchi di Baviera. La lotta fu momentaneamente sospesa dall’elezione di Federico I di Svevia, che gli italiani soprannominarono Barbarossa e che si dimostrò un sovrano assai più autorevole dei suoi predecessori. Anche questo venne eletto dal papa a Roma nel 1155. Poco dopo venne eletto dai cardinali il papa Alessandro III che dovette subito scontrarsi con l’antipapa Vittore IV eletto da una minoranza. Federico cercò allora di porsi come mediatore nel conflitto ma Alessandro respinse ogni mediazione e lo scomunicò. Federico affermò allora la sua piena sovranità sulla città di Roma come capo dell’Impero Romano, che Dio aveva costituito come potere universale prima ancora della nascita della chiesa (Federico sosteneva infatti la teoria di Ottone di Frisinga che dice che Dio ha passato il simbolo del potere a personalità in grado di gestirlo: così si spiega la traslatio imperii cioè il fatto che Federico I si poneva sopra tutti). Si decise dunque ad un atto di forza e nel 1167 marciò su Roma dove si fece incoronare imperatore, per la seconda volta, da Vittore. Con la pacificazione stipulata a Venezia, Federico riconobbe senza condizioni Alessandro III. Si torna dunque all’idea tradizionale di una  Res Publica Christiana” cioè un’idea di un Sacro Romano Impero con la partecipazione nella gestione del papa.

 

Teorie politiche e visioni del potere imperiale:

 

Gregorio VI (papa): Il potere politico è male: ha origine da gente che ignorò Dio e bramò dominare sui suoi simili con superbia, perfidia ecc… Pure se è male è necessario. Per riscattare questo male Gregorio propone l’anteponimento del papa al re, cioè l’affidamento al papa della scelta del re più idoneo a svolgere il suo compito. Pochi sovrani riescono a salvarsi per la vita divina e se vengono salvati accade non per meriti ma per misericordia.

 

Dante Alighieri (De monarchia): Il problema principale dibattuto sulla Monarchia è se essa è necessaria al benessere del mondo. Questo quesito può essere risolto con due argomentazioni: la prima deriva dalla tesi di Aristotele nella sua opera Politica in cui dice che quando più elementi sono ordinati ad un unico fine è necessario che uno di essi diriga e che gli altri siano diretti; la seconda si ha attraverso un ragionamento induttivo: se consideriamo un regno particolare con la garanzia di una pace stabile si constata ancora che ci sia bisogno di un re che regga la monarchia e che la governi altrimenti il regno stesso andrebbe in rovina. Risulta così evidente che la monarchia è necessaria al benessere del mondo. Il genere umano raggiunge la perfezione quanto è il più simile possibile a Dio, secondo le possibilità della propria natura, ed esso perviene solo quando vi è pace universale tra tutti i cittadini e quindi quando tutti i cittadini sono raccolti in un’unica unità, che li rappresenta, e che è il re.

 

Marsilio da Padova: La monarchia è solo uno dei possibili tipi di governo resi legittimi dalla decisione presa dai governati, la totalità dei cittadini o comunque la maggior parte di essi. In ogni caso però dev’esserci l’uso della forza, non con base violenta ma al fine del vivere bene, in pace e in giustizia, in maniera indipendente dall’aspirazione religiosa alla vita eterna. Non vi sono infatti connessioni tra potere politico e potere spirituale, il potere spirituale deriva da deleghe e autorizzazioni fatte dai comandanti del potere politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La visione cesaropapista e la visione teocratica della cristianità medievale (gli Svevi; Innocenzo III e Bonifacio VIII)

 

La monarchia tedesca conservava i suoi diritti sulla corona del Regno d’ Italia ma dall’inizio del XII secolo nessun altro re di Germania rivendicò la corona. Ciò favorì lo sviluppo delle autonomie cittadine italiane. Ma tutto cambiò con l’elezione di Federico I che nella metà del XII secolo viaggiò in Italia e tenne una dieta imperiale a Roncaglia. Qui poté rendersi conto, visitando Lodi, Como e Pavia, che la potenza di Milano era ormai cresciuta fino al punto di minacciare i comuni lombardi rivali e i diritti dell’impero. Durante questo soggiorno in Italia, Federico ebbe occasione di incontrare i giuristi bolognesi che avevano ripreso a studiare il diritto romano e ebbe modo di apprendere il Corpus Juris Civilis. La seconda fase dei rapporti tra l’imperatore e l’Italia comunale si svolse durante il suo successivo viaggio. Federico prese le parti di Lodi nel conflitto che la opponeva a Milano e pose sotto assedio la maggiore città lombarda, imponendo loro di rinunciare ai poteri usurpati e di riconoscere l’autonomia di Como e di Lodi. Successivamente nella Dieta riconvocata a Roncaglia, Federico convocò i giuristi bolognesi e proclamò solennemente i suoi diritti sovrani sul regno d’Italia. Milano però era decisa a non rispettare i patti ma Federico fu preso dal conflitto con Alessandro III e Vittore IV. Ma al ritorno in Italia Federico assediò ancora Milano. Dopo sette mesi di resistenza i milanesi dovettero capitolare e Barbarossa ordinò la distruzione della città. Molti dei comuni padani posero allora da parte le loro rivalità e nel 1167 si unirono con i milanesi nella Lega dei Comuni che venne allargata a gran parte della Lombardia e del Veneto ed ebbe il sostegno del papa. Lo sviluppo della lega fu anche favorito dal fatto che Federico non soggiornava in Italia in quel periodo. Al suo ritorno cinse sotto assedio Alessandria, con pochi risultati, fino a che si arrivò a uno scontro diretto tra l’esercito imperiale e l’esercito della lega nei pressi di Legnano, vinto dai comuni. Federico dovette dunque scendere a patti nella pace di Costanza: ai comuni si riconosceva il diritto a fortificare le mura cittadine e ad estendere sul contado gli arruolamenti per l’esercito comunale. I consoli dovevano però ottenere la concessione imperiale per esercitare i loro poteri, che avevano la durata di cinque anni. Dopo la svolta della pace di Costanza i consoli risultarono insufficienti di fronte alla crescita politica dei comuni. L’instabilità del consolato derivava dal suddividersi della nobiltà in fazioni contrapposte fra loro. Ciò condusse alla nascita di una nuova magistratura individuale, il podestà, con il compito di governare sopra le fazioni. All’inizio questo coesistette con il regime consolare ma poi diventò il vero e proprio governo comunale. Allo scopo di garantire un miglior controllo la durata della carica era di un anno, o meno, e la loro elezione era affidata a delle assemblee cittadine. I podestà furono poi scelti fra cittadini di altre città, per garantire una vera neutralità sulle fazioni. Dopo la morte di Federico I salì al trono suo figlio Enrico di Svevia. Alla morte di Enrico il papato si trovò in una situazione estremamente favorevole: venne eletto Innocenzo III che bandì la quarta crociata e la crociata contro gli albigesi, convocò il più importante concilio ecumenico del Medioevo, il Laterano IV, e possedeva molti feudi sia del regno di Sicilia che in Europa. Tutto ciò per lo scontro tra i guelfi e i ghibellini. La regina Costanza d’Altavilla però, poco prima della sua morte, affidò il figlio Federico II e lo stesso regno di Sicilia alla tutela di Innocenzo che però favorì Ottone IV come imperatore. Quando Ottone cercò di impossessarsi del regno di Sicilia Innocenzo lo depose e lo scomunicò. Due anni dopo venne eletto re Federico II e nel 1220 fu incoronato a Roma. Federico si disinteressò durante il suo regno quasi completamente della Germania e si occupò quasi solamente del Regno di Sicilia. Da qui emanò leggi valide per tutto il Regno. Questo fu l’esempio di accentramento statale più avanzato di tutta Europa nel medioevo. Successore a Innocenzo III fu Innocenzo IV, grande avversario di Federico. Ma dopo questo papa la chiesa non riuscì a trovare un papa autorevole: si succedettero infatti undici papi, tutti con governi brevi e spesso eletti dopo lunghi e aspri conflitti fra cardinali. Ma nel 1294 fu il momento di Bonifacio VIII. La sua prima preoccupazione fu quella di riaffermare il dominio temporale su Roma e sul Lazio contro le altre famiglie aristocratiche, in particolare quella dei Colonna. Bonifacio si impegnò poi a mostrare la superiorità del papa sulle autorità terrene ponendosi come arbitro in varie situazioni di conflitto allora esistenti; non sempre queste mediazioni erano disinteressate e non sempre riuscirono. Oltre a ciò proclamò il 1300 come Anno Santo o anno di giubileo, cioè di remissione dei peccati per chiunque avesse visitato le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Poco prima dell’anno Santo era in corso una diatriba tra Bonifacio e Filippo il Bello, re di Francia, poiché Bonifacio aveva emanato la bolla Clericis laicos che proibiva al clero di assoggettarsi a qualsiasi genere di imposta senza il permesso del papa. Tale divieto era indirizzato appunto al re di Francia che era intenzionato a finanziare la guerra contro gli inglesi anche con contributi ecclesiastici. Filippo reagì bloccando i trasferimenti delle decime francesi a Roma, ma il compromesso proposto dal papa l’anno successivo riportò la concordia tra i due. Il conflitto si rinnovò però nel 1301 quando il papa affermò nella bolla Ausculta fili la sua superiorità su tutti i poteri terreni. Filippo rispose convocando nel 1302 gli Stati generali dove ottenne l’appoggio della nobiltà, del Terzo stato e del clero. Nel 1302 Bonifacio VIII emanò la bolla Unam Sanctam Ecclesiam, la più ampia rivendicazione dell’universalità del potere papale. La bolla sosteneva che i due poteri erano stati creati entrambi da Dio e dovevano restare distinti, che nessuno poteva impugnare tutte e due le spade. Per Bonifacio le spade erano sì due ma erano state affidate entrambe a San Pietro e ai suoi successori; l’uso di quella temporale era riservato ai re, ma questa veniva consegnata a essi dal papa. Ciò accese i toni delle due parti, producendo uno dei più importanti dibattiti politici di tutto il Medioevo. Una nuova assemblea convocata da Filippo chiese che il papa fosse portato di fronte a un concilio per rispondere alle accuse di simonia ed eresia e inviò in Italia il gran cancelliere Guglielmo con il compito di arrestarlo. Alla forza armata che seguiva il cancelliere si aggiunsero i seguaci della famiglia Colonna, rivale del papa, che penetrarono nel palazzo di Anagni, cittadina dov’era residente il papa. L’intervento popolare evitò la morte di Bonifacio ma non evitò che Sciarra Colonna vendicasse le umiliazioni subite dalla sua famiglia schiaffeggiando il pontefice. Bonifacio tornò dunque a Roma e morì due anni dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mentalità medioevale: crociata e guerra santa; esclusi e perseguitati (ebrei, eretici e pagani).

 

La parola crociata venne usata per la prima volta dagli storici dal XVIII per indicare l’idea di prendere la croce” per andare in guerra. Venne descritto come un movimento irrazionale ed esaltato, orientato all’annientamento di un avversario demonizzato. La prima fu nel 1096. Il Crucesignatus, il crociato, fu colui che per partire cuciva sui vestiti una croce. La Chiesa, per incoraggiare i sudditi a partecipare, usava la dottrina della guerra Santa cioè a chi partecipava venivano rimessi i peccati. Personaggio molto importante nelle crociate fu San Bernardo di Chiaravalle. Nacque in Borgogna nel 1090, creò l’ordine dei cistercensi e morì nel 1153. Ebbe una vita movimentata: creò molti monasteri contro i monaci di Cl’uny perché riteneva che le loro chiese erano troppo lussuose, accusò molti eretici, condannò le violenze contro gli ebrei anche se approvava la loro discriminazione, partecipò al concilio di Troyes entrando nell’ordine dei templari e predicò la II crociata. Nel nord dell’Europa invece i protagonisti furono gli appartenenti all’ordine dei Cavalieri Teutonici, un gruppo di soldati-monaci. Nell’Europa cristiana c’era posto soltanto per una religione, il cattolicesimo. Gli ebrei erano l’unica minoranza religiosa. In ogni momento i sovrani potevano sottoporli a tassazioni straordinarie, requisire i loro beni ed espellerli. Oltre a una minoranza religiosa, si iniziò a diffondere l’eresia. Valdo, un ricco mercante francese, rinunciò alle sue ricchezze, si fece tradurre in francese il vangelo e cominciò a predicare nella lingua del popolo un cristianesimo semplice, con l’esaltazione dell’amore fraterno e il rifiuto della violenza. Negli anni successivi i valdesi vennero esclusi e perseguitati. Più esteso di quello valdese fu il movimento dei catari, chiamati anche albigesi. Essi mostravano molte somiglianze con i valdesi e vedevano la vita terrena come una condanna. Verso la fine del XII secolo il catarismo stava diventando, nel Sud della Francia, quasi più diffuso del cattolicesimo. Il papa Innocenzo impose la confisca dei beni e mandò in Francia il monaco cistercense Pietro di Castelnau che fu ucciso qualche anno dopo da un vassallo del conte di Tolosa, che fu scomunicato. Il papa allora bandì una crociata contro gli albigesi, promettendo le stesse indulgenze concesse a chi andava a combattere in Palestina. Poco dopo però la crociata venne sospesa. Venne ripresa qualche anno dopo da Luigi VIII, re di Francia, che nel 1226 annunciò di voler riprendere la crociata e invase le regioni meridionali della Francia. La guerra proseguì per altri tre anni quando Raimondo VII, successore di Raimondo VI e vassallo dei feudi della Francia meridionale, fu costretto ad accettare a Parigi un accordo assai gravoso. Gli fu restituita la contea di Tolosa ma tutte le altre regioni vennero annesse al Regno di Francia. Sua figlia fu dichiarata sua unica erede e fu data in moglie al fratello del re di Francia. Secondo le decisioni prese dal concilio Laterano IV i vescovi dovevano spronare gli abitanti a denunciare gli eretici. Con ciò venne inaugurato il sistema inquisitorio, da cui prende il nome il tribunale dell’inquisizione, cioè il procedimento penale caratterizzato da un’indagine compiuta dal giudice sulla base di indizi e sospetti e non sulla notizia certa di un reato. Questi disponevano di prigioni e avevano l’autorità di imporre pene come digiuni o pellegrinaggi; inoltre potevano torturare gli interrogati. La pene fisiche erano però inflitte dal potere pubblico (es. rogo, lapidazione ecc.). Oltre alla violenza però ci si rese conto dell’importanza della predicazione. Se la chiesa voleva vincere doveva imparare a parlare alle donne e agli uomini usando un linguaggio accessibile a tutti. Il papa autorizzò allora il nuovo ordine dei predicatori: quello di maggiore risonanza fu il movimento impartito da Francesco d’Assisi che nel 1210 ottenne l’autorizzazione a predicare e ad avere confratelli, nonostante fosse un laico, e nel 1223 ottenne l’approvazione della regola francescana, trasformandolo in un ordine religioso mendicante, con un ruolo ufficiale all’interno della chiesa. Oltre ai francescani furono autorizzati a spostarsi anche i frati domenicani che ebbero il compito, dal 1233, di vigilare sull’ortodossia delle opere e del pensiero cristiano, ottenendo l’incarico di inquisitori.

La crisi dei supremi poteri universalistici nei secoli XIV-XV

 

A Federico II succedette Corrado IV, suo figlio, che ereditò oltre al regno anche l’ostilità del papa Innocenzo IV che ricorse all’arma della crociata per sollevargli contro i guelfi. Morì nel 1254 mentre stava tentando di riconquistare la Puglia. Succedette Corradino, suo figlio, che venne in Italia per far valere i suoi diritti sul regno di Sicilia ma venne sconfitto e fatto decapitare. Dopo la sua morte ci fu un periodo detto del grande interregno (1257) dove regnarono due sovrani. Fu poi eletto dopo 15 anni Rodolfo d’Asburgo che tolse alla Boemia il complesso di ducati che le appartenevano, sfruttando i suoi poteri imperiali. Venne poi eletto Enrico VII che fu il primo imperatore a compiere una spedizione militare e politica in Italia. Fu incoronato nel 1312 a Roma, con la consacrazione religiosa, ma morì un anno dopo di malaria. Lo sostituì, solo come re di Boemia e non come imperatore, suo figlio Giovanni poiché suo padre, prima della morte, combinò un matrimonio con la principessa della Boemia.Venne eletto invece come papa Clemente V che, considerando Roma una residenza poco sicura, si trasferì dapprima a Lione e dal 1309 ad Avignone, una città della Provenza. Il rischio che il papa si ponesse al servizio degli interessi di Filippo il bello fu grande, infatti fu accusato di aver accettato che Filippo annientasse l’ordine monastico-militare dei Templari per impadronirsi delle loro ricchezze. Tutti i templari presenti in Francia furono arrestati per ordine del re sotto le accuse di simonia, usura, stregoneria e omosessualità; confessarono sotto la tortura e una sessantina di loro furono mandati al rogo. Nel 1312 il papa sciolse l’ordine. Fallì comunque l’obbiettivo di impadronirsi dei beni dei Templari poiché le ricchezze vennero affidate agli Ospedalieri. Poco dopo Clemente morì. Salì al trono dell’impero Ludovico IV che ebbe un conflitto con il papa Giovanni XXII, che fu peraltro eletto dal conclave che si tenne a Lione, che lo colpì con la scomunica. Ludovico occupa Roma nel 1328 e dichiara la deposizione del papa, facendo eleggere un francescano. Dovette ritornare in Germania a causa della reazione dei guelfi. A causa del fallimento delle spedizioni italiane, l’Impero si avviò a diventare un entità principalmente tedesca. Negli anni di Avignone la chiesa subì una profonda trasformazione. L’amministrazione papale si trovò sempre a corto di denaro perché al rafforzamento delle monarchie corrispondeva una riduzione dell’obolo di San Pietro versato dai regni. Il papato dipendeva dai prestiti bancari e da espedienti per accrescere le entrate. Furono istituite tasse a carico di tutti coloro che accedevano a una funzione ecclesiastica connessa a un importante beneficio o possesso terriero. In questo modo diventare vescovo o abate corrispondeva a fare un impegnativo investimento finanziario. La corte papale dilapidò immense fortune, diventando simbolo di una chiesa sempre più lontana dallo spirito della riforma. A chi credeva ancora possibile una rinascita della riforma appariva comunque come condizione preliminare il ritorno del papa a Roma. Nel frattempo venne eletto Carlo IV che nel 1356 emanò la Bolla d’oro che affermava l’elettività dell’imperatore e ne definiva le regole: doveva essere eletto da un consiglio di 3 ecclesiastici e 4 principi laici. Nel 1377 venne eletto Gregorio XI che ristabilì la santa sede a Roma. Alla sua morte venne eletto dal conclave Urbano IV che però, a detta dei cardinali, era stato eletto sotto la pressione del popolo romano. Venne dunque istituito un nuovo conclave che procedette a una seconda elezione. Il cardinale Roberto fu dunque eletto come secondo papa. Non era la prima volta che succedeva una cosa del genere ma mai aveva assunto caratteri così stabili. Iniziò dunque il periodo dello scisma d’Occidente. Da quel momento per altri 40 anni la chiesa ebbe due papi, uno romano e uno che ristabilì la sede avignonese. Un primo tentativo di porre fine a tale situazione fu compiuto su iniziativa della maggioranza dei cardinali di osservanza romana. Il concilio da loro riunito depose i due rivali e procedette a una nuova elezione. Ma nessuno dei due papi deposti accettò le decisioni conciliari e negli ultimi anni dello scisma la chiesa ebbe tre pontefici. Restava la convinzione che solo un concilio ecumenico fosse in grado di riportare l’ordine nella chiesa. Il nuovo concilio si svolse a Costanza (detto appunto concilio di Costanza) nel 1414 che pubblicò un nuovo decreto, detto decreto Frequens dalle prime parole parole che lo iniziavano, che intendeva trasformare il concilio in un organo stabile della Chiesa. Dopo tre anni di discussioni lo scisma vide la sua conclusione con l’elezione di Martino nel 1417.

Le premesse di una nuova lacerazione della chiesa si trovarono nella diffusione fuori dall’Inghilterra delle dottrine di Wycliffe che avevano preso piede particolarmente in Boemia e che vennero condannate dal concilio di Costanza nel 1415. Hus, la maggiore autorità del movimento boemo di riforma ecclesiastica, era stato scomunicato e invitato a discolparsi di fronte al concilio. Giunto sotto la protezione di un salvacondotto imperiale, Hus fu immediatamente messo agli arresti a poco dopo mandato al rogo. La condanna di Hus ebbe l’effetto di trasformare il movimento religioso in un fatto politico e sociale. I boemi si sollevarono contro le decisioni del concilio giudicandolo responsabile dell’uccisione di Hus. Dopo una guerra lunga e sanguinosa la maggioranza dei boemi abbandonò le posizioni estreme e raggiunse un faticoso compromesso con la chiesa e l’imperatore. L’accordo assicurava alcuni privilegi alla chiesa boema: in particolare l’ingresso della lingua boema nella liturgia e la comunione con il pane e con il vino. La rivoluzione del compromesso indusse alla nascita delle chiese nazionali: In Inghilterra il parlamento si era opposto al dominio papale sulla chiesa anglicana e aveva attribuito al re il potere di designare i vescovi. In Francia si affermò la chiesa gallicana che si fondava su sé stessa e non sul papa. Oltretutto Carlo VII, re di Francia, nel 1438 emanò la cosiddetta Prammatica sanzione che negava al papa ogni potere di nomina sui vescovadi e sulle abbazie francesi. Questa non fu mai riconosciuta dal papa fino a essere sostituita dal concordato tra la Santa sede e il re di Francia. Nel 1431 papa Eugenio IV convocò un nuovo concilio a Basilea che ebbe come obbiettivo principale quello di riunire la chiesa greca e la chiesa latina. Il concilio proseguì anche quando il delegato del papa abbandonò le riunioni sostenendo di essere un’assemblea perfetta anche in assenza del papa. La definitiva rottura avvenne 6 anni dopo quando Eugenio sciolse l’assemblea. Una parte minoritaria dei vescovi partecipanti al concilio sostenendo le libere elezioni canoniche optò per lo scisma ed elesse un antipapa. La prospettiva di una lunga lacerazione indusse comunque il concilio di Basilea a recedere dalle sue posizioni. Si concludeva così la battaglia interna alla chiesa. Il papa romano aveva battuto antipapi e concili ma la sua era stata una vittoria più politica che religiosa. Il papa restava il vertice unico della chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalle monarchie feudali alle monarchie nazionali: (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania)

 

Francia

Nel 987 Ugo Capeto prese il trono di Francia. Duchi e conti imponevano ai vari visconti e castellani di dichiararsi vassalli e di tenere i loro territori solo a titolo di feudo. Si trattava di un nucleo saldamente posseduto che, al termine della dinastia Capetingia, passò a Luigi VI. Egli riconquistò la regione fra Parigi e Orleans ma il suo suo successore Luigi VII riuscì a mettere a segno un colpo più importante sposando la duchessa d’Aquitania. La ripudiò poco dopo. Le vicende di Inghilterra, Francia e Germania vennero a un certo punto a intrecciarsi fra loro. Ottone si alleò con Giovanni Senzaterra che desiderava recuperare i feudi francesi. Lo scontro principale avvenne nel 1214 a Bouvines (Battaglia di Bouvines). Dopo la grande vittoria riportata a Bouvines, la monarchia francese proseguì sulla strada del consolidamento territoriale. Tutti i feudi inglesi erano stati annessi al Regno. Sotto Luigi IX la Francia divenne la più forte monarchia Europea. Alla fine del XIII e nei primi anni del XIV secolo vennero annessi diversi altri feudi al Regno di Francia e nel 1300 il feudalesimo sembrava in Francia avviato al tramonto.

Inghilterra

Nel 1066 Guglielmo duca di Normandia, vassallo del re di Francia, conquistò l’Inghilterra e portò il sistema feudale francese. Non vi era mai stato in Inghilterra un potere feudale così forte. Egli, per esercitare i poteri giudiziari, usava gli sceriffi che erano dei rappresentanti del potere scelti dal re. Questi appartenevano alla signoria bannale cioè quella parte di signoria che, pur non avendo nessun tipo di feudo, è in grado di esercitare potere. Ogni vassallo paga alla corona un’imposta sui debiti: dal punto di vista politico il sovrano rivendica sul territorio il potere di riscuotere le tasse, da quello economico il fatto che il vassallo debba pagare, rende il monarca più libero di gestire bene le terre. Il vantaggio del nobile inglese è quello di essere più dinamico nella gestione economica, più sfrutta la propria proprietà meno dovrà dare allo stato. Fu anche il primo a ordinare un censimento di tutte le famiglie inglesi, delle loro terre, dei prati, dei pascoli, degli aratri, dei mulini e del bestiame. I risultati furono raccolti in un libro detto Domesday book. Nel 1154 i titoli di duca di Normandia e di re d’Inghilterra passarono a Enrico II. Enrico ereditò dal padre le contee ma la sua potenza venne accresciuta dal matrimonio politico con la duchessa Eleonora d’Aquitania, la stessa di Luigi VII, dopo che venne ripudiata da quest’ultimo. Ciò diede luogo a un vastissimo complesso territoriale. Enrico restava vassallo del re di Francia, ma a paragone della dinastia capetingia aveva un controllo più stretto sui suoi feudatari; fu però indebolito dal conflitto con la chiesa causato dall’aver ordinato l’uccisione di Thomas Becket, arcivescovo di Canterbury e primate della chiesa inglese. Suo figlio Riccardo Cuordileone restò quasi sempre lontano dall’Inghilterra partecipando prima alla crociata e poi combattendo in Normandia. Alla morte di Riccardo salì al trono suo fratello minore Giovanni Senzaterra. Nel 1202 i feudi gli furono tolti dal re di Francia. Entrò in conflitto anche con il papa che lo scomunicò nel 1209 e lo perdonò nel pochi anni dopo quando Giovanni accettò di tenere il Regno d’Inghilterra come feudo ricevuto dal papa. Le vicende di Inghilterra, Francia e Germania vennero a un certo punto a intrecciarsi fra loro. Ottone si alleò con Giovanni Senzaterra che desiderava recuperare i feudi francesi. Lo scontro principale avvenne nel 1214 a Bouvines (Battaglia di Bouvines). Tornato in Inghilterra, Giovanni non fu in grado di resistere alla pressione dei baroni che nel 1215 gli imposero il documento intitolato Magna Charta Libertatum che conteneva una lunga lista di privilegi in favore della chiesa, dei conti e dei baroni, tra cui la creazione del parlamento. A Giovanni succedette Enrico III. Divenuto maggiorenne si preoccupò ben poco della Magna Charta; Scoppiò dunque una nuova rivolta dei baroni che persuase Enrico a confermare la Magna Charta e lo costrinse a fronteggiare un parlamento. Venne più avanti integrata con lo statuto De tallagio non concedendo che formalizzava il diritto del parlamento a votare sulle imposte.

Spagna

La Spagna cristiana era costituita nel XIII secolo da quattro regni: l’Aragona, la Navarra, la Castiglia e il Portogallo. Le forze militari unificate inflissero ai musulmani una sconfitta decisiva a Tolosa. La Castiglia, ancora prima della Francia e dell’Inghilterra aveva conosciuto una grave crisi di successione che condusse alla nascita della dinastia dei Trastamara; Anche il Portogallo conobbe una crisi di successione, elevando al trono la dinastia degli Aviz. Stessa cosa in Aragona. Mentre il Portogallo e l’Aragona guadagnarono stabilità dai mutamenti dinastici, la Castiglia attraversò una nuova crisi di successione nella metà del XV secolo. Era appena morto il re della Castiglia lasciando dai suoi due matrimoni il figlio Enrico IV, che gli succedette, e la figlia Isabella. Enrico ebbe solo una figlia, Giovanna, ma essendo ammessa in Castiglia la discendenza in linea femminile ciò bastò ad assicurare il proseguimento della dinastia. Si formò nel frattempo una fazione nobiliare che affermava che Giovanna era in realtà il frutto di un adulterio: da quel momento la crisi degenerò più volte in guerra civile. Due diverse strategie matrimoniali resero più drammatica la situazione. Isabella sposò l’erede del trono d’Aragona; Enrico IV fidanzò Giovanna con il re del Portogallo. Morto poco dopo l’ultimo esponente maschio dei Trastamara (Enrico IV) il re portoghese invase la Castiglia, sposò Giovanna e proclamò se stesso e la moglie legittimi sovrani del Regno. Scoppiò dunque una nuova guerra civile fra le due aspiranti regine conclusa nel 1479 con la vittoria di Isabella. Fu dunque il suo matrimonio a segnare il futuro della Spagna, preparando l’unificazione di Castiglia e Aragona. Neanche la Spagna restò esente dall’antigiudaismo medievale, che vedeva gli ebrei come collettivamente responsabili della condanna di Gesù e come popolo deicida. Di fatto in Spagna i sovrani mantennero l’interesse a tenere gli ebrei sotto la loro protezione, essendo questa contraccambiata con il pagamento di tasse ordinarie e straordinarie. A partire dal XIV secolo però iniziarono a svilupparsi anche in Spagna i pogrom, orde di popolari antisemiti, e la protezione accordata dai sovrani fu sempre minore. Momento culminante furono i devastanti pogrom della fine del ‘300 che attraverso uccisioni, battesimi imposti e incendi di sinagoghe, segnarono la distruzione dell’ebraismo. Oltre a ciò si iniziarono a intravedere negli statuti di diverse municipalità, ordini religiosi, corporazioni e università le clausole della purezza di sangue che portava ad escludere gli ebrei convertiti. La comunità ebraica riuscì comunque a ricostruirsi e contava alla fine del ‘400 circa 200.000 seguaci nella sola Spagna. Nel 1492 per rinsaldare l’unità spagnola, che era basata principalmente sulla religione, venne dato pochissimo tempo agli ebrei per battezzarsi ed evitare l’esilio che costrinse oltre 100.000 ebrei a lasciare la Spagna. Molti di questi si trasferirono in Portogallo dove gli fu imposta all’inizio, sotto minaccia dell’espulsione, la conversione cristiana ma poi il governo gli permise di avere rituali ebraici solo in privato. Nel 1500 però riniziarono l’esodo a causa dei pogrom avvenuti anche a Lisbona.

Germania

Il terzo grande regno europeo era quello di Germania. Era composto da un gruppo di solidi ducati che non aveano conosciuto una frammentazione feudale pari a quella della Francia. La corona era elettiva e tale restò. Il re di Germania possedeva altre due corone, quella d’Italia e quella del vecchio Regno di Borgogna. Le vicende di Inghilterra, Francia e Germania vennero a un certo punto a intrecciarsi fra loro. Ottone si alleò con Giovanni Senzaterra che desiderava recuperare i feudi francesi. Lo scontro principale avvenne nel 1214 a Bouvines (Battaglia di Bouvines).

 

Differenza tra monarchie nazionali e monarchie feudali

La monarchia feudale ha alla base un potere diviso, in tutti i feudi, e non vi è un potere centralizzato. Nella monarchia nazionale invece abbiamo una centralizzazione del potere e la formazione di stati unitari.

 

La guerra dei Cent’anni

 

All’inizio del trecento vi fu una crisi di tipo economico, demografico, politico, sociale e religioso.

Per quanto riguarda la politica vi erano ancora le monarchie e i re non riconoscevano nessun potere indipendente, nessuna sovranità era superiore a quella del re. Vi era ancora il sistema feudale: venivano presi grandi feudi dai sovrani per passarli ai figli. Scattavano crisi dinastiche se il potere: veniva ereditato da un figlio minorenne (scattava dunque la tutela di un altro che non si sa se avrebbe restituito il potere successivamente), veniva ereditato da un nuovo re con squilibri mentali o incapacità politica o, ovviamente, dalla fine di una dinastia. Numerose erano anche le uccisioni politiche, sia in Inghilterra che in Castiglia e i conflitti fra regni: il più evidente quello tra Francia e Inghilterra. All’inizio del 1300 l’Inghilterra infatti aveva tradito la Francia perché si era alleata con la Fiandre: la Francia reagisce con il sequestro della Guienna, proprietà dell’Inghilterra, restituita pochi anni dopo. I figli di Filippo il Bello furono gli ultimi figli maschi della dinastia francese. In quegli anni venne anche redatta una Legge Salica con il quale non era più possibile avere una discendenza per via femminile. Divenne dunque re, dopo la fine della dinastia, Filippo VI che nel 1337 requisisce il Ducato di Guienna. Gli inglesi reagiscono con il re Edoardo che si autoproclama re di Francia. Scatta la Guerra dei cent’anni. Nel 1346 vi fu lo sbarco in Normandia di Edoardo, che fu saccheggiata, e poi lo scontro contro i francesi a Crecy, che furono sconfitti. Due anni dopo vi fu una tregua a causa della peste e altri due anni dopo, nel 1350, vi fu una nuova battaglia, a Poitiers dove i francesi vennero nuovamente sconfitti. Il re Giovanni venne catturato e venne restituito solo con il trattato di pace del 1360 ai francesi, in cambio di Calais e della Guienna. Il sovrano inglese con questo trattato rinunciava però alle pretese sulla corona. Nel 1369 la Francia inizia la sua azione offensiva e, grazie all’ingegnosa tecnica della guerriglia, riconquista le sue terre. Nel 1392 il re di Francia Carlo VI, iniziò a dare primi segni di follia e la Francia subì una divisione in fazioni, provocando una guerra civile. L’Inghilterra intanto stava per creare un’entità politica che univa l’isola britannica e la Francia settentrionale fino all’altezza di Parigi. Infatti nel 1415 riniziò l’invasione della Normandia, rivendicando nuovamente la corona di Francia. Le truppe di Carlo IV furono sconfitta ad Azincourt. Questa fase di conquista venne conclusa dal trattato di Troyes(1420): Enrico V, re d’Inghilterra, sposò una principessa reale francese e veniva riconosciuto come reggente del trono francese finché Carlo VI fosse rimasto in vita e poi come primo erede. Nel 1422 morirono sia Carlo VI che Enrico V. Enrico VI, nuovo re d’Inghilterra, venne proclamato re d’Inghilterra e di Francia. Al sud della Francia vi era il figlio del defunto re Carlo VI, cioè Carlo VII che nel 1429 con la giovane Giovanna d’Arco riconquista diverse città e viene anche incoronato con la tradizionale cerimonia della Sacra Unzione. Giovanna però fu catturata un anno dopo e consegnata agli inglesi, che gli assegnarono la condanna al rogo. Ciò che Giovanna aveva fatto era comunque importante, aveva dato l’incipit alla riconquista” francese. Nel 1434 infatti Carlo VII riconquistò altre città del nord, come Parigi. Intanto in Inghilterra vi era un indebolimento del potere centrale, esploso in una guerra civile. Nel 1453 la riconquista francese si concluse con la presa di Bordeaux. Ciò portò alla fine della guerra dei cent’anni. La dinastia dei Valois continuava ad avere comunque dei rivali temibili nei duchi di Borgogna. Per trasformare la Francia in una vera potenza statale occorreva eliminare due elementi di debolezza. Da una parte vi era il basso grado di unità amministrativa, dall’altra la discontinuità territoriale. Per raggiungere il primo di questi obbiettivi Carlo il Temerario, duca di Borgogna, si servì dell’arma del terrore, sottomettendo nel 1468 la ribelle Liegi: nella città riconquistata restarono in piedi solo le chiese e gli abitanti che non riuscirono a fuggire vennero annegati nel fiume. La politica espansiva di Carlo era destinata ad aprire il conflitto con Luigi XI, re di Francia. Luigi evitò comunque il conflitto diretto con il rivale usando l’arma della diplomazia per sottrargli alleati e creargli nemici. Liberatosi del rivale Luigi reclamò i possessi borgognoni che erano stati solo feudi del Regno di Francia; recuperò dunque il Ducato di Borgogna e procedette all’invasione delle contee di Artois e delle Fiandre avanzando anche diritti su altri territori. L’azione venne fermata però da un matrimonio politico tra la figlia di Carlo e Massimiliano d’Asburgo, erede del Ducato d’Austria. Massimiliano si schierò dunque in difesa delle Fiandre e rivendicò tutti i territori come feudi imperiali. Venne raggiunto un accordo che lasciava a Massimiliano solo le Fiandre mentre tutti gli altri territori vennero annessi al Regno di Francia. Più avanti morirono anche i duchi di Angiò, che avevano anche il titolo di conti di Provenza. Il ducato e la contea furono annessi anch’essi al regno di Francia. In Inghilterra nel frattempo la corona inglese era passata alla dinastia dei Lancaster. Nel 1453 Enrico VI Lancaster iniziò ad avere segni di squilibrio mentale e si levò contro il suo partito quello dei duchi di York. Fra le due fazioni cominciarono nel 1455 una serie di sanguinose guerre civili, che ebbero la denominazione di Guerra delle Due rose per le rose di diverso colore che erano adottate come emblema dai Lancaster e dagli York. Anche la nobiltà cavalleresca inglese si gettò nella guerra civile e il loro ceto fu in gran parte sterminato. Enrico VI fu sconfitto dalla fazione avversa, imprigionato nel 1461 e poi fatto uccidere dieci anni dopo. Edoardo IV York, il rivale di Enrico, morì pochi anni dopo e a lui succedette Edoardo V che fu però assassinato dallo zio. La guerra civile condusse all’affermazione della nuova dinastia dei Tudor che poté allora procedere alla creazione di un apparato statale stabilendo buoni rapporti con il Portogallo, i Paesi Bassi e la lega delle città anseatiche, inaugurando una politica di apertura nei confronti dei ceti borghesi e rafforzando le basi economiche dello stato. Tutto questo periodo portò a una svolta storica per l’Inghilterra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La peste e la fine della crescita

 

Nel XIII secolo i maggiori centri non riuscivano a contenere tutta quanta la popolazione. Firenze e Siena furono le prima ad ampliarsi, la prima con delle cinte murarie ed edificando nuove cattedrali, la seconda ampliando il duomo. Ma dal 1300 la crescita demografica divenne più debole: molte regioni avevano raggiunto la sovrappopolazione. C’era un equilibrio tra campi coltivati, boschi e pascoli naturali. Eseguire troppi disboscamenti significava perdere molta legna, ridurre i pascoli naturali significava ridurre la forza motrice dei bovini. Estendere i campi era dunque difficile. Si optò dunque per un espansione dell’arativo in zone più facili da conquistare ma meno fertili. Vi fu anche un peggioramento climatico evidente: vi furono molte carestie. Ciò portò a un aumento della mortalità sia perché il raccolto era minore degli anni precedenti sia perché ne seguirono infezioni ed epidemie, prima di tutti la peste. Nel 1347, anno d’inizio della peste, la mortalità era 11 volte più alta del normale. Ciò portò da una parte a un calo demografico e dall’altra all’abbandono di città. Tutto questo diede origine a una vera e propria crisi, detta crisi del ‘300″. Dal punto di vista sociale la peste venne accolta come punizione divina e gli ebrei vennero usati come capro espiatorio perché accusati di deicidio. Vi fu la comparsa dei flagellanti, veri e proprie mandrie di persone che si frustavano da sole e vennero dispersi con la forza. Oltre a questi si svilupparono anche i bianco pentiti, penitenti vestiti di bianco che processavano per le strade della città. Nasce dunque una paura collettiva tanto che l’immagine della morte compare spesso nelle opere di questi anni. Dal punto di vista economico diminuirono i contadini e i ceti proprietari, diminuì la richiesta degli articoli di lusso, fallirono grandi mercanti come i Bardi e i Peruzzi poiché i prestiti che effettuavano non venivano ripagati indietro (colpa anche della Guerra dei cent’anni che gravò particolarmente sull’economia). Aumentarono circa del doppio i prezzi dei prodotti agricoli anche a causa della carestia, che però non fu la causa della peste. La peste fu invece causa di un’ulteriore carestia che ostacolò i lavori agricoli con la conseguenza che tutti i contadini andarono in città e aumentarono il rischio delle epidemie. La novità della peste fu anche quella che era assolutamente sconosciuta anche se si era già sviluppata nei secoli addietro. Il motivo della sua diffusione fu quello delle 12 caravelle genovesi che raggiunsero Messina, trasportando marinai ammalati, e vennero cacciati dopo 3 giorni ma fu ormai troppo tardi. Tornarono quindi a Genova ma non li fecero entrare. Proseguirono verso Marsiglia dove infettarono la città. Dal punto di vista demografico la peste portò una diminuzione dal 15% al 50% della popolazione. Vennero però sviluppate nuove tecniche agricole come quella della transumanza cioè il trasferimento stagionale delle greggi dal monte al piano in modo di continuare il pascolo per tutto l’anno. Ciò però conduceva a situazioni conflittuali tra allevatori e contadini poiché gli ultimi temevano l’invasione delle pecore. Vi fu anche l’invenzione della rotazione triennale e del giogo. Alla fine del ‘300 vennero anche creati, tramite opere di bonifica e di canalizzazione, numerosi prati artificiali, coltivati con piante foraggere in modo da risolvere il problema dell’equilibrio. Vi fu anche l’invenzione dell’industria a domicil’io, dove il mercante-imprenditore coordinava tutto e dove lavorava tutta la famiglia (avendo bisogno dunque di salari inferiori), che si spostava nei centri urbani e nei villaggi agricoli. Le città maggiori si incentrarono sulla bottega artigiana e vi fu anche l’introduzione di forti dazi per l’esportazione della lana grezza dall’Inghilterra, che era quella di maggior qualità. Venne iniziata anche la lavorazione della seta e del lino che portava alla produzione di articoli di lusso. Venne introdotta per ultima la lettera di cambio, una vera e propria lettera con la quale un uomo d’affari incaricava il suo banchiere residente in una città straniera di consegnare una certa somma di denaro a una terza persona. L’elemento del cambio consisteva nel fatto che mentre la lettera era stata spedita dall’Italia o un’altro luogo, il pagamento doveva essere fatto nella moneta corrente di un luogo diverso dal primo, tenendo conto del cambio corrente in ogni momento fra le monete delle città. Scopo della lettera di cambio era quello di consentire il trasferimento di fondi da una piazza all’altra, senza trasportare grandi quantità di moneta con tutti i costi e rischi annessi.

Le forme dello stato moderno

 

Ogni re è imperatore nel suo regno. E’ così che i giuristi francesi fanno riferimento al pieno potere degli antichi imperatori definito dal diritto romano. Infatti essi avevano una posizione sempre più arretrata e fuori dai proprio possessi non avevano poteri. Non esisteva una dinastia ereditaria. Per allargare il potere usavano solo il matrimonio politico ma avevano l’unico privilegio di essere incoronati dal papa. Da qui nascono i re cristiani che sono dei re che hanno ricevuto la consacrazione, cosa che afferma l’origine divina del loro potere. La loro funzione è quella di difendere la chiesa, la fede e la giustizia all’interno del regno; vengono addirittura a sostituire completamente i giudici che agivano in nome del re alle giurisdizioni signorili: dichiararono inammissibili le guerre tra feudatari che turbavano la pace del regno, potevano decidere le pene più gravi e giudicavano le sentenze appellate dai signori. Il re doveva preoccuparsi anche del benessere materiale del regno coniando monete(poteva imporre che solo le monete delle sue zecche fossero accettate in tutto il regno),gestendo i beni direttamente posseduti dalla corona (che erano anche le fonti principali delle entrate del re), istituendo posti doganali (per capire il movimento delle merci), istituendo il monopolio regio su un prodotto essenziale (es. sale) e gestendo il servizio militare. I parlamenti, invece, non rappresentano il regno nel suo complesso o la nazione: erano raggruppamenti di ordini sociali con i propri specifici interessi e avevano uomini del clero e della nobiltà più i rappresentanti dello stato e del mondo rurale. Il parlamento è un rafforzamento della monarchia, ogni volta che il re e il parlamento decidevano qualcosa insieme a monarchia si rinsaldava. Tutto ciò porta lentamente alla formazione dello stato moderno che non si crea subito ma è un passaggio lento e graduale con un accentramento del potere a un singolo re che lo esercita con influenza psicologica, autorità morale e controllo economico. Il modo in cui viene fatta la guerra porta allo sviluppo dello stato moderno perché si usavano cannoni, archibugi e mercenari che erano costosi e comportavano tasse notevoli che portano agli estimi cioè la stima delle proprietà feudali che porta a sua volta all’imposizione diretta, più hai più paghi. Nasce dunque il nuovo ceto dei funzionari che sono nominati dal re e fungono come funzionavano i signori, cioè mediatori tra sudditi e re e ciò rafforza il potere del re. Il borghese da adesso può anche acquistare una carica per salire la scala sociale: Anticamente quella che contava era la nobiltà di spada adesso invece la nobiltà di toga: un ceto di funzionari fedeli il più possibile al sovrano, entrate per lo stato, possesso privato, tramandato ed ereditato. Il termine stato comunque non viene usato subito, prima è usato il termine res publica” cioè cosa del popolo. Lo stato moderno cerca di garantire una omogeneità giuridica, amministrativa e dev’essere non troppo piccolo né troppo vasto per riuscire a controllarlo uniformemente. La guerra dei cent’anni dimostra proprio questo con l’Inghilterra che cerca di ampliarsi ma, essendo isolata, prende territori che poi non è in grado di gestire con l’unificazione. Il parlamento di Parigi aveva la funzione di registrare gli atti del re ma non poteva mutare le leggi che regolavano la successione alla corona e neppure cedere parti del regno. Nel 1516 il re di Francia rinunciò al gallicanesimo della chiesa che era stato proclamato dalla prammatica sanzione. Viene comunque fatto un accordo con la chiesa di Roma per poter designare i vescovi che venne accettato dal parlamento dopo un lungo conflitto con il re. Nel XVI secolo gli ufficiali del re erano circa 5000 persone, un corpo qualificato reclutato dal re vendendo gli uffici e la Francia era lo stato con la migliore struttura amministrativa. Se la cariche erano comprate a caro prezzo volevano maggior reddito. Per aumentare le risorse in entrata i re avevano 3 vie: le mutazioni monetarie (la coniazione di monete più leggere con leghe peggiori ma il re veniva chiamato falsario poiché creava turbamenti nell’economia), i prestiti dei mercanti e dei banchieri (a breve termine e con interessi elevati) e le imposte sui consumi. In Italia vi era invece un elevato grado di evoluzione la finanza era divisa in due settori: il debito pubblico e le imposte dirette. Per le spese straordinarie istituirono i prestiti forzosi e i prestiti volontari che erano invece rivolti a un mercato ampio, una specie di investimento per il futuro cosicché aumentino il numero di prestatori allo stato. I titoli del debito pubblico diventavano beni richiesti sul mercato finanziario. Alla fine del XV secolo vi erano apparati di riscossione efficienti, quindi non si poteva sfuggire alle imposte dirette. In Francia nel 1370 la taglia divenne regolare: gli organi finanziari centrali stabilivano anno per anno i bisogni dello stato e ripartivano fra le circoscrizioni fiscali l’ammontare dell’imposta. Nel XIII ricorso alle truppe mercenarie e le armi diventano professionali. Colui che arruolava i soldati era il condottiere, una figura dominante in Italia. Si crearono anche le compagnie cioè gruppi di fanti e cavalieri non aristocratici ma più professionali, dotati di lance e balestre. Grazie a queste vi era una maggior sicurezza nei regni ma ciò dipendeva dal regolare pagamento altrimenti questi si perdevano in saccheggi. I capitani di queste compagnie potevano anche essere onorati con statue equestri e potevano aprirsi ad un’ascesa politica. Dal ‘400 gli stati italiani assumano condottieri poiché vi era una grande disponibilità di denaro e poiché i mercenari sembravano più sicuri professionalmente sopratutto con l’adozione delle picche e anche perché usavano radunarsi in quadrati di 5000 fanti che sconfiggevano cariche della cavalleria. Una così abbondante disponibilità di denaro dava origine anche a un servizio permanente delle truppe mercenarie. Vi fu poi anche l’entrata della polvere da sparo, un’invenzione cinese del XI secolo e dal XVI secolo divennero di dominio comune. Nella battaglia di Crecy vi furono le prime testimonianze dell’utilizzo di cannoni. I primi cannoni avevano comunque costi elevati ed erano molto pesanti per cui avevano bisogno di molti carri: solo un sovrano poteva permetterseli. Nel ‘400 si evidenziarono anche due tipologie di artiglieria: da assedio (abbatte le difese di castelli e città; per cui le mura subiscono un adattamento e diventano più basse e spesse cioè più difficile da espugnare. Altre innovazioni furono le mura a spioventi, i fossati e i terrapieni) e da campo (per combattere i nemici sul campo di battaglia, si pensava che la fanteria fosse migliore dell’artiglieria anche se quest’ultima si sviluppa presto con armi da fuoco individuali). Lo storico Macchiavelli sosteneva la superiorità della fanteria: i veri protagonisti erano per lui gli appartenenti la fanteria svizzera poiché erano ben compatti e ordinati. L’artiglieria era invece difficile da muovere e da sistemare sul campo. Ammette però che la cavalleria dotata di archibugi può spaventare soldati non esperti. Nei primi tempi delle armi da fuoco vi era infatti un grande scetticismo: i primi bombardamenti erano lenti, sia per il trasporto e sia perché per ricaricare ci voleva troppo tempo. Alla fine del ‘400 però i cannoni erano ormai fondamentali: vennero sostituite le palle di pietra con le più nuove palle di ferro e il ritmo di fuoco era molto più intenso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia comunale fra repubblica e signoria. Gli Stati regionali.

 

Dai primi decenni dell’XI secolo cominciarono a comparire nell’Italia meridionale gruppi sempre più numerosi di guerrieri provenienti dalla Normandia e in cerca di un signore a cui offrire i propri servizi di uomini d’arme. Essi si inserirono anche nella lotta fra i bizantini e i ribelli della Puglia e, con un gruppo guidato dai numerosi membri della famiglia degli Altavilla entrarono in possesso del territorio di Melfi. Poco dopo Roberto il Guiscardo, uno dei fratelli d’Altavilla, si trovò a combattere contro il papa Leone IX che fu sconfitto e fatto prigioniero. Ma fra il papato e i normanni esistevano più interessi comuni che motivi di conflitto: Roberto liberò allora il papa e si dichiarò vassallo di quest’ultimo nella seconda metà del XI secolo. Nel 1091 gli Altavilla giunsero a compimento della conquista dell’intera Sicilia, dopo oltre due secoli di dominazione araba. La riorganizzazione di tutti i possessi normanni avvenne sotto Ruggero II. L’indiscussa autorità di Ruggero riuscì a tenere a bada i baroni normanni che lo avevano aiutato nella conquista e ad evitare che essi diventassero un potere concorrente. La dinastia normanna si estinse nel 1189. La successione era stata comunque preparata con il matrimonio politico tra Costanza d’Altavilla e Enrico di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, re di Germania e successivamente imperatore. Egli si stabilì in Sicilia e fece valere i suoi diritti contro i baroni normanni con metodi autoritari e spietati, incontrando un’ostilità generale. Successore di Enrico di Svevia fu Federico II che venne affidato dalla regina Costanza d’Altavilla al papa poco prima di morire. La protezione accordata a Federico II dal papa però dipendeva da due premesse: la prima era quella di non cercare di unificare il Regno d’Italia con il Regno di Sicilia, la seconda era di organizzare una crociata, cosa che però non venne rispettata e gli valse la scomunica dal papa Gregorio IX. Entrò allora in guerra contro la lega dei comuni e venne dunque scomunicato ancora nel 1239; nel 1244 occupò Roma ma pochi anni dopo venne sconfitto insieme alle truppe imperiali e morì poco dopo. Anche la seconda lega dei comuni comunque non vide l’adesione di tutti i comuni italiani. Vi era infatti una divisione di fondo cioè quella tra i guelfi (seguaci del papa e forze borghesi) e i ghibellini (seguaci dell’imperatore e forze popolari). Quest’ultimi vennero cacciati dalle città con la morte di Federico II. Questi si ripresero però nel 1258 quando si pose a capo Manfredi, il figlio illegittimo di Federico II, proclamato re di Sicilia. Le due forze, guelfe e ghibelline, arrivarono però a un primo vero e proprio scontro nel 1260 a Montaperti. Lo scontro fu vinto dai Ghibellini e i guelfi furono cacciati. Il papa Urbano IV scomunica allora Manfredi e riafferma la condizione di feudo papale del regno di Sicilia, offrendolo a Carlo d’Angiò. Il suo successore, Clemente IV, organizzò una crociata contro Manfredi che venne ucciso nel 1266 a Benevento. Dopo qualche anno scoppiò in Sicilia una rivolta popolare tra gli Aragonesi e gli Angioini che rinnovò il conflitto tra guelfi e ghibellini. Questo si concluse con un compromesso Federico III, appartenente agli Aragonesi, riceveva il titolo di re della Sicilia e conservava come feudo strettamente personale e non ereditario la Sicilia, destinata perciò a tornare agli angioini alla sua morte. Le cose andarono però diversamente: Federico III creò nell’isola un ramo dinastico aragonese che mantenne il potere fino a quando la Sicilia fu annessa direttamente al Regno d’Aragona.

L’Italia comunale

In Italia nel XIII secolo si iniziarono a sviluppare i comuni, repubbliche cittadine che avevano il potere dal basso. Esse avevano le seguenti caratteristiche alla loro base: il principio di associazione, non erano delle democrazie, la maior pars contava meno della senior pars, le scelte dei più ricchi e influenti avevano la prevalenza e le elezioni che avevano durata limitata, sopratutto nei comuni popolari. Nell’evoluzione del comune ci sono 3 fasi:

1)      Periodo consolare: predominio della classe nobiliare e governo aristocratico e oligarchico. Emergono nuove forze produttrici: l’alta-media borghesia aumenta il suo peso economico e vuole maggior potere nel controllo politico. I nobili hanno i possedimenti nel contado ma vivono in città con i borghesi, i loro interessi sono concentrati a mantenere i rapporti tra città e campagna. Periodo di instabilità sia politica che economica causato anche dalle continue lotte tra fazioni diverse.

2)      Periodo podestarile: Il podestà è uno straniero(cittadino di un’altra città italiana), con mandato temporaneo, che doveva garantire l’interesse di tutti.

3)      Periodo del governo del popolo: Il capitano del popolo, che rappresenta la borghesia produttiva e gli artigiani organizzati economicamente per corporazioni e arti si affianca la maggior parte delle volte al podestà, mentre in alcune città governa autonomamente.

 

Il comune italiano è comunque diverso dal comune d’oltralpe: il primo ha disomogeneità sociale per le continue lotte tra le classi, per il continuo legame della città con il contado grazie alla presenza in città del ceto nobiliare e per l’instabilità; il secondo ha invece un’omogeneità sociale poiché non ci sono lotte, il mondo è gestito all’interno delle mura e vi è stabilità. L’evoluzione del governo popolare nelle repubbliche italiane è rappresentata da Firenze dove il potere è assegnato alla borghesia dei mercanti e degli imprenditori che nel 1282 entrarono a far parte del governo della città con i rappresentanti delle loro organizzazioni corporative. Nel 1293 esistevano 21 arti nella città: 7 maggiori che eleggevano il governo composto da 7 priori, uno dei quali amministrava la giustizia la cui carica durava 2 mesi, 5 medie che avevano poteri elettivi per le altre magistrature e 9 minori che avevano poco e nessun potere. Il comune popolare era diventato così forte che era riuscito ad imporre di abbassare le torri dei nobili sotto un’altezza prefissata fino a poi arrivare alla decisione più drastica per cui le famiglie nobili erano inserite in un elenco di grandi o magnati che gli toglievano il diritto di prendere cariche pubbliche oppure venivano direttamente espulse. A Venezia le cose invece funzionavano diversamente: la carica del doge era elettiva e vitalizia e dal 1172 doveva condividere il potere con un Maggior consiglio che rappresentava i grandi interessi commerciali della città. Nel 1297 però venne attuata una riforma detta serrata del Maggior consiglio dove inizialmente vennero ristrette le possibilità di accedervi e la carica divenne vitalizia e successivamente venne chiuso del tutto fino a limitare l’entrata a una ristretta élite di circa duecento famiglie. Nelle città padane invece si sviluppò un terzo tipo di governo, quello della signoria, dove dopo numerose lotte emergeva un singolo che si faceva chiamare signore a vita. Il potere del signore si legittima poiché è un atto sovrano del popolo, quindi dal basso, vi è un cittadino che domina anche se formalmente rispetta e fa funzionare gli organismi comunali, conquista il potere con la forza. La legalizzazione avviene anche dall’alto poiché viene nominato Vicario imperiale da parte dell’imperatore; ciò comporta: ciò comporta il titolo di principe e quindi la transizione della signoria al principato. A Milano governavano per esempio la famiglia dei Della Torre e la famiglia dei Visconti ma dal 1311 i Visconti regnarono definitivamente poiché Enrico VII concesse ai Visconti (dietro pagamento in denaro) il titolo di Vicari imperiali. Tutt’altro invece a Genova che nel 1339, dopo una vita politica molto agitata, decide si seguire l’esempio di Venezia istituendo la carica di doge a vita. Il potere personale di un signore diventa il potere di una dinasti e si va a creare, attraverso lotte di espansione, assestamento, equilibrio, il principato tenderà a stabilizzarsi entro in confini di uno stato regionale. I centri politici più dinamici assorbono le potenze minori e le fanno gravitare intorno a sé. Nel 1454 viene però emessa la pace di Lodi che sancisce l’equilibrio politico in Italia ma poco dopo, alla fine del ‘400, l’Italia perderà la sua autonomia politica.

La situazione italiana nel ‘300-‘400:

1)Ducato di Milano: porta avanti una politica di espansione contro la repubblica di Venezia che possedeva un ruolo importante nel commercio e uno sbocco sul mare. Il più importante duca fu Gian Galeazzo Visconti che, nel periodo di massimo splendore del ducato, fa costruire il Duomo. L’autorità dei Visconti, anche se incontra momenti di crisi quando viene attaccata dai francesi, non è discussa nel ducato di Milano. I Visconti guadagnano anche il titolo ereditario di duchi di Milano. All’inizio del ‘400 sconfissero i fiorentini ed entrarono a Bologna ma l’esercito fu decimato dalla peste.

2)Repubblica di Venezia: Non vi è la democrazia ma una repubblica con magistrature anche se retta dall’oligarchia, cioè da un governo di pochi. Il doge rappresenta l’autorità suprema. All’inizio del ‘400 fu spinta verso il controllo della terraferma per contrastare l’espansionismo di Milano verso il Veneto.

3)Genova: Nella metà del ‘300 accetta la signoria dei visconti ma aveva comunque una vita politica molto agitata e i rovesciamenti del potere erano continui e violenti. Con l’espansione turca perse anche le sue colonie e le sue basi commerciali nel mediterraneo orientale.

4)Repubblica di Firenze: Repubblica oligarchica di mercanti e di finanzieri; mantiene le magistrature anche se è affermata dal potere di pochi. Nel 1378 subisce la rivolta dei ciompi(operai e lavoratori dell’arte della lana che non avevano una propria arte). Questa aveva sia un carattere sociale che un carattere politico(volevano infatti cambiare la costituzione che era in vigore dal 1293). Nel Giugno del 1378 vi fu una prima giornata rivoluzionaria che però fallì; a Luglio vi fu una nuova giornata rivoluzionaria con l’appoggio anche delle altre arti minori che provocò una riforma istituzionale: questa volta avrebbero governato 9 arti(3 maggiori, 3 minori e 3 nuove che comprendevano i tintori, i farsettai e i ciompi). Questa fu una vera e propria rivoluzione poiché portava al potere i ceti popolari. A fine Agosto però i ciompi, ancora non contenti del potere a loro assegnato, scatenarono una nuova sommossa: la signoria accettò le richieste popolari di separare le arti e le istituzioni politiche ma si ruppe l’alleanza precedente che portava i ciompi al governo. Questi reagirono chiudendo le botteghe e il 31 Agosto vi fu una battaglia sanguinosa che arrivò addirittura a ridurre talmente il numero degli appartenenti a queste due arti che vennero soppresse. Il potere andò in mano quindi ai Medici che ebbero tre fasi: la prima che si schierò con i ciompi, il cui signore però venne esiliato, la seconda con Giovanni che stava dalla parte dei più potenti, la terza con Cosimo che stava con il popolo e venne esiliato, ma rientrò l’anno successivo ed esiliò i suoi avversari. Riuscì comunque il loro obbiettivo di costruzione di uno stato regionale toscano attorno a Firenze.

5)Stato Pontificio: divide a metà la penisola. Con il papa Alessandro VI si scontra contro il progetto politico della repubblica di Venezia. Il papa Giulio II invece è un principe che vuole rafforzare politicamente e militarmente lo stato pontificio. E’ l’ultimo principe che regna nel ‘500 nello stato pontificio. La sua politica è inizialmente anti-veneziana: infatti si aggrega alla Lega di Cambrais contro Venezia con molti alleati (anche la Francia). Con la battaglia di Aglianello del 1508, Venezia viene sconfitta dalla lega di Cambrai; questa però mostra una forte resistenza ma comunque la sua sconfitta segna il termine del disegno di espansione anche se la sua potenza commerciale non tramonta. Rinuncia dunque ai recenti acquisti territoriali. Lo stato pontificio si inserisce anche nella lega Santa del 1511, una alleanza anti-francese poiché Giulio II pensava che la Francia aveva avuto troppi vantaggi dalla Lega di Cambrai. Nel 1512 dopo lo scontro con Luigi XII cede Milano. Quest’ultima viene ridata agli Sforza dagli Svizzeri. Nel 1513 muore e diventa papa Leone X. Pochi anni dopo muore anche Luigi XII e sale al trono suo nipote Francesco I che nel 1515 si allea con Venezia e sconfigge gli Svizzeri riportando Milano sotto la signoria francese.  Il papato divenne quindi uno fra gli stati italiani, consolidato tramite le guerre di espansione e la diplomazia.

6)Regno di Napoli: Nel 1282 il regno di Napoli è in mano a Federico III. Nel 1302 avviene la pace di Caltabellotta: gli Aragonesi tengono la Sicilia, gli Angioini Napoli. Nel 1442 Alfonso di Aragona riunifica il mezzogiorno: il regno di Napoli è sotto l’influenza spagnola e viene creato il Regno delle due Sicilie.

Le repubbliche nel XIV secolo erano quelle di Venezia, Genova, Firenze, Pisa, Lucca e Siena. Fuori dall’Italia c’era invece la confederazione svizzera che apparteneva all’impero ma era autonoma. La Germania e i Paesi Bassi erano organizzati invece in Stati cittadini che erano sottomessi alle autorità territoriali più ampie. Molte di queste città aderirono ala Lega Anseatica, che gestiva il monopolio dei commerci in tutta l’Europa settentrionale. Nell’Italia centro-settentrionale invece non vi erano repubbliche ma Stati Regionali, governate dai signori. Si vennero a creare poi via via nuovi  principati come quello di Verona e di Padova, che comunque erano sotto il comando di Milano e Venezia. Alcune signorie diventano principati dove l’organizzazione è basata su dinastie ereditarie.

Popolo”

 

Nell’antica Roma il popolo era il soggetto politico che si identificava con l’insieme dei cittadini maschi maggiorenni. Nell’epoca moderna popolo ha invece 5 significati: uno politico(titolare del diritto di voto), uno demografico (totalità della popolazione contenuta in un’entità territoriale), uno nazionale (tutti coloro che si sentono partecipi in un’ampia comunità), uno dispregiativo (massa ignorante) e uno socio-economico(gruppo più ristretto all’interno della popolazione). Nei comuni italiani vi era invece la distinzione tra popolani, cioè quelli appartenenti agli strati più elevati dei ceti mercantili e artigianali, e popolo minuto, cioè i semplici lavoratori.

 

Tumulto dei ciompi

 

I primi storici lo definiscono come una rivolta sanguinosa e insensata che ha usato la plebe per conquistare le proprie ambizioni. Successivamente invece viene pensata in analogia con i movimenti operai dell’età moderna: i veri e propri ciompi erano gli operai salariati che compivano le più diverse attività non qualificate.

 

Come funzionava l’equilibrio italiano?

 

Questo funzionava con la politica dell’equilibrio: in tempo di guerra non bisogna essere in guerra con un alleato mentre in tempo di pace non bisogna perdere il controllo sul sistema statale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Italia tra equilibrio e guerre

 

Nel 1402 muore il maggior esponente dei visconti, Gian Galeazzo, e i Visconti iniziano il loro lento disfacimento del potere. Milano si vuole comunque allargare verso il Veneto e la Romagna con il nuovo duca Filippo Maria, che ha comunque contro le potenze di Firenze e Venezia che nel frattempo si erano alleate contro Milano. Nel 1446 Bergamo, Brescia e Ravenna passano sotto il controllo della Repubblica di Venezia e ciò sancisce la fine della guerra. Nel 1447 muore e pone fine alla dinastia dei Visconti. Venezia cerca di conquistare la Lombardia ma viene fermata da Francesco Sforza, genero di Filippo alleato con Firenze. Nel 1450 finisce la guerra, vengono scacciati i veneziani e Francesco Sforza diventa il nuovo duca di Milano. Nel 1454 viene firmata la pace di Lodi dove Milano riconosce i nuovi territori di Venezia e Venezia riconosce gli Sforza come nuovi duchi di Milano. Nel 1455 viene fondata la Lega Italica per contrastare l’eventuale sospetta conquista turca. La pace di Lodi resistette per quarant’anni. Due crisi portarono comunque molto vicino la ripresa delle guerre: nel 1478 fu organizzata dal papa e da una famiglia fiorentina una congiura contro i Medici, nel 1485 il ceto dei baroni napoletani voleva eliminare il re, ma fu fermato da Firenze e da Milano. Nei rapporti tra Europa e Italia la seconda era più svantaggiata dal punto di vista economico e politico perché, anche se la formazione degli stati avvenne prima in Italia, l’Europa aveva comunque più risorse finanziarie e quindi più eserciti. Gli stati italiani pensavano solo ad allearsi con i sovrani europei ma ciò portò inevitabilmente all’uso dell’Italia come terreno di guerra. Nel 1494 entra nella storia italiana un nuovo personaggio che aumenta molto la fragilità italiana: Carlo VIII. Essendo un erede degli Angioini voleva rivendicare il suo potere sul Regno di Napoli. Scese dunque in Italia, attraversando Milano e Firenze ma venne fermato dalla Repubblica fiorentina. Si alleò comunque con papa Alessandro VI ed entrò a Napoli. Gli Italiani pensavano che i francesi li avrebbero aiutati contro il papa e Carlo VIII ma così non accadde: quest’ultimi infatti volevano impadronirsi del più vasto stato della penisola. Reagì dunque la Lega italica che nella battaglia di Fornoro scacciò Carlo VIII. Successore di Carlo VIII fu Luigi XII che scese in Italia contro Napoli e Milano e si alleò con Venezia (che voleva ottenere vantaggi territoriali in Lombardia) e contro il Papa Alessandro VI (che aveva figli). In cambio della sua alleanza venne dato a suo figlio il Ducato francese del Valentinos. Nel 1499 occupa Milano e imprigiona il corrente duca Lodovico il Moro. Nel 1501 si accorda con i sovrani spagnoli per cacciare da Napoli gli Aragonesi ma nel 1503 finisce l’alleanza e scoppia un nuovo conflitto tra Francia e Spagna, lasciando il regno di Napoli sotto gli Aragona. Nel 1516 viene firmato il trattato di Noyon tra Francia e Spagna. La prima abbandona la conquista di Napoli e la seconda riconosce alla Francia il ducato di Milano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo Stato Ottomano

 

Nel 1261 l’impero bizantino possedeva tutta la parte Nord Occidentale dell’Asia minore; non era infatti riuscito a riconquistare tutti i suoi territori europei. Nel XIII secolo l’impero bizantino vede una grande immigrazione dei turchi nomadi provenienti dalle regioni iraniane e l’Anatolia diventa Turchia. Nel ‘300 gli ottomani si espansero nel territorio bizantino a capo di Othman. Bisanzio era anche sottoposta alle pressione dei bulgari e dei serbi. Gli ottomani riuscirono quindi a sfruttare questa condizione favorevole sconfiggendo l’impero bizantino. Essi seguirono i principi della Guerra Santa” per far trionfare l’Islam. L’impero bizantino chiese aiuto all’Occidente: i serbi ricorsero alla difesa ma furono battuti dai turchi. L’espansione ottomana continuò verso la Bulgaria mentre nel 1389 i turchi occuparono la Serbia. Gli stati dell’Europa si accorsero della potenza turca e nel 1396 ricorsero alla consueta arma della crociata ma fallì e i crociati vennero sbaragliati. Nel frattempo gli ottomani ricorsero all’assedio di Costantinopoli per attaccare i turchi. Tamerlano (capo dal 1370) fu l’unico capo in grado di andare contro gli ottomani e creò un impero centrato sulla città di Safarcanda, spingendosi quasi fino in Cina. Nel 1402 con la battaglia di Ankara gli ottomani dovettero rinunciare all’assedio di Costantinopoli e ad alcune conquiste ai danni dell’impero bizantino. Dopo il 1450 l’Europa si rese conto che l’impero ottomano era una organizzazione statale evoluta: possedeva cannoni e una grande flotta. Ebbe questo suo momento di splendore con il Sultano Solimano detto il Magnifico. Divennero tolleranti nella religione e favorirono la migrazione di ebrei e armeni. Governavano attraverso l’istituzione dei millet: comunità non musulmane esistenti all’intero dell’impero, che avevano ampia autonomia sulla vita civile, che facevano da tramite con il governo centrale e che erano anche la prova della totale tolleranza religiosa degli ottomani. Il loro punto di forza erano anche i giannizzeri, un ordine creato nel XIV secolo come guardia personale del sultano. Questi membri dei corpi militari erano selezionati e erano in una condizione personale prossima alla schiavitù ma potevano avere una proprietà e una famiglia. Questi accrebbero continuamente il proprio potere. Il sultanato ottomano era legato alla dinastia: la successione però non era precisa tra i figli, e prendeva il potere chi riusciva ad impadronirsene; c’era così un conflitto interno. Dal XVII secolo la successione venne decisa dai giannizzeri, che accrebbero così il loro potere. Un altro organo dello stato ottomano era quello dei visir, i ministri che esercitavano il potere del sultano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Teorie dello stato

 

Alla fine del ‘300 i capitani delle compagnie erano attratti dall’idea di abbandonare il servizio in difesa di uno stato e crearsene uno da sé. Mentre fuori dall’Italia il duca di Borgogna Carlo il Temerario amplia i possessi in Paesi Bassi e in Francia. In Inghilterra invece il trono veniva conteso tra Riccardo III e Enrico VII. Alla fine del XV secolo Philippe de Commynes eseguì un analisi dei principi del suo tempo. Dopo però seguì Carlo VIII. Quest’ultima testimonianza ci viene data da Niccolò Macchiavelli. Egli svolse attività pratiche e diplomatiche per conto dello stato di Firenze ma venne imprigionato con il ritorno dei Medici. Si dedicò dunque alle sue opere politiche e storiche. Scrisse principe”, un libro che si occupa delle forze dello stato, che tratta delle repubbliche e dei principati. Si pone delle domande:

1)      Cosa si deve pensare delle crudeltà a cui ricorrono i principi?

2)      Qual’è lo scopo ultimo? A questa domanda risponde dicendo che lo scopo ultimo è il possesso sicuro del principato; un’azione politica condotta con questo obiettivo si allontana dall’immagine caotica della guerra.

Il suo libro venne pubblicato alla morte dello scrittore ed ebbe un grande successo.

La dottrina della sovranità

Alla base degli stati vi era la disponibilità che i principi avevano di strutture stabili. Al polo opposto degli stati nuovi vi erano le antiche monarchie ereditarie: in Francia la solidità che dipendeva dalla continuità storica della dinastia e dal servizio dei giuristi e dei magistrati. Jean Bodin apparteneva a quest’ultimo ceto. Egli elaborò il concetto di sovranità: un potere che deriva solo da se stesso e non riconosce nessun altro potere autonomo; viene consacrato religiosamente e viene legittimato giuridicamente. Bodin si serve del termine di repubblica distinguendo tre tipi: la monarchia, la aristocrazia e il governo popolare. Secondo Bodin solo in una monarchia il potere sovrano riesce ad esprimersi pienamente; la sovranità non è attribuita al re ma alla repubblica. Giovanni Botero invece scrisse Della ragione di Stato”, un trattato pubblicato alla fine del ‘500 in cui mise la religione a fondamento di ogni principato, presentò il principe come devoto e sottomesso alla chiesa e contribuì alla definizione del concetto di segreto di stato come mezzo per stabilire il prestigio del principe.

Come nacque lo stato moderno?

Cos’è lo stato? Lo stato è una forma politica del potere, che è la capacità di farsi obbedire e che può essere esercitato in diversi modi: tramite influenza psicologica, tramite autorità morale e tramite controllo economico. Il potere statale è la pretesa dell’esclusività su un territorio più o meno vasto e su tutta la popolazione che lo abita. Nel 1922 Max Weber definì lo stato come il potere che rivendica il monopolio dell’uso legittimo della forza fisica su un territorio e su una popolazione.

Lo storico Tilly elaborò la teoria per il quale vi deve essere una restrizione al possesso di armi da parte delle popolazioni civili: le armi possono essere impugnate solo da chi agisce dello stato in modo da garantire la tutela della pace interna. Infatti la guerra per Tilly produsse gli stati: vi è una crescente tendenza degli stati a sorvegliare e monopolizzare i mezzi con cui si esercita la violenza: gli stati europei infatti usarono mezzi terribili proprio mentre impedivano alla popolazione civile l’utilizzo degli stessi. I governanti infatti resero criminale portare armi e avere eserciti privati per disarmare la popolazione civile: l’espansione delle forze armate dello stato diminuì la disponibilità di armi per i rivali interni dello stesso.

 

 

 

 

 

 

L’idea di Europa dal medioevo all’età moderna

 

Paolo Delogue

Nel XIV secolo con la crisi del papato venne ripresa la nozione di Europa; egli evidenzia come ci sia un’organicità di legami esistenti tra nazioni occidentali, sia politici sia economici sia culturali. L’Europa è una comunità di popoli che hanno tradizioni e caratteri comuni con una propria individualità e una piena autonomia politica tralasciando l’appartenenza geografica. Nel tardo Medioevo questa idea di appartenere all’Europa si diffuse molto, anche grazie all’avanzata dei turchi nei Balcani che porta a far coincidere Europa e cristianità e suscitò richieste di coordinamento tra gli Europei, anche se non venne concretizzato nulla. Gli Europei sono dunque tutti i membri della comunità politico, religiosa e culturale.

Heikki Mikkeli

Nel 1453 con la presa di Costantinopoli da parte dei turchi vi fu un punto di svolta nella storia politica e intellettuale dell’Europa. Un intellettuale francese disse che se solo l’Europa fosse unita, non solo potrebbe battere i turchi ma sarebbe più forte dell’Asia intera. Il papa Pio II disse fu impressionato dalla minaccia che incombeva in Europa e all’indomani della conquista di Costantinopoli udì circolare in Europa strategie per l’istituzione di uno stato di equilibrio e di pace fra le nazioni del continente. Alla metà del ‘400 il re di Boemia avanzò la singolare proposta dell’unificazione dell’Europa. Vi è anche l’influenza della secolarizzazione che cambia la definizione dell’Europa e dell’essere europei, attribuendo a questi un alto grado di sapere e di civilizzazione quali tratti distintivi rispetto ai barbari che erano invece considerati minori. Si arrivò quindi alla definizione di Europa nell’età moderna, che veniva usata per ispirare negli europei un senso di comune appartenenza a fronte delle minacce dell’esterno.

Lucien Febvre

Nel 1524 uno storico francese ci segnala terribili pronostici annunciando che tutta l’Europa sarà in pericolo. Vi sono molti esempi oltre a questo che indicano l’Europa come una regione anche se non specificano il senso culturale e politico della parola. Un altro storico inglese inizia ad opporre l’Europa all’Asia: ciò era vista come una cosa nuova poiché c’era sempre stata un’opposizione tra cristiani e musulmani quindi dal punto di vista religioso. Dopo la scoperta dell’America invece si capisce che è meglio opporre l’Europa a quest’ultima. Viene a crearsi quindi una sorta di coincidenza tra la nascita dell’Europa con la propria identità e la scoperta dell’America. Questo incontro si trasforma però in uno scontro.

Federico Chabod – il significato di Europa” in Macchiavelli

Vi sono due modi di reggimento politico: alla turca e alla francese (all’asiatica e alla europea). La prima involve uno che regna e tutti gli altri suoi servi, la seconda una moltitudine di signori al suo fianco. Questa diversità ha delle conseguenze: L’Europa incontra la repubblica, che è più aperta e quindi porta maggior sviluppo grazie allo sviluppo delle virtù del singolo e grazie alla limitazione delle leggi; l’Asia incontra invece la monarchia assoluta, più chiusa, che porta a un minor sviluppo.

Una Europa, molte Europe

La visione geografica del mondo nel medioevo era divisa in tre parti: l’Asia, l’Africa e l’Europa. I confini dell’Europa erano ben precisi su tre lati (Mediterraneo, Oceano atlantico, Mari a Nord delle isole britanniche) ma la frontiera orientale era la più indeterminata. Questa non esisteva oggettivamente e la sua definizione dipendeva da valutazioni e decisioni politiche e culturali. Vi era poi una distinzione all’interno dell’Europa stessa poiché l’Ucraina era percepita come un mondo a sé, sia per i suoi caratteri ambientali, sia per i feroci costumi dei suoi abitanti. Veniva anche considerata divisa a Occidente e a Oriente considerando la parte più occidentale la più sviluppata e quella orientale la più arretrata. Poteva anche designarsi una terza regione, quella centrale, che era un’area incentrata sulla Germania.

 

 

Le trasformazioni della cultura

 

Nel Medioevo la cultura europea si basava sulla bibbia, che conteneva ogni possibile scienza. Il secondo patrimonio culturale, oltre la bibbia, erano le opere dell’antichità classica, che venivano dal mondo pagano e vennero prese in considerazione con i relativi sospetti. Dal XIII secolo iniziarono a circolare in Europa opere del genere tradotte in latino. L’umanesimo iniziò a svilupparsi in Italia tra il XIV e il XV secolo fino ad espandersi in tutta Europa. Esso andava ad ampliare e riprendere la cultura del patrimonio letterario dell’antichità, le cosiddette Humanae Littarae. Gli umanisti infatti non vedevano continuità tra la loro passione per l’antichità e il modo con cui fino ad allora si erano usate le loro opere. Attraverso la copiatura dei manoscritti e le varie traduzioni erano stati introdotti degli errori e il compito degli umanisti era anche quello di cercare queste croste; ciò richiedeva una conoscenza molto più accurata e ampia della lingua latina. Il termine rinascimento venne però coniato più tardi, dagli storici Michelet e Burckhardt che assegnavano a questo termine tutta la storia italiana ed europea tra il ‘400 e il ‘500, sottolineando questa trasformazione culturale e in particolare artistica, letteraria, filosofica e politica. L’idea di rinascita era fondata su una contrapposizione molto rigida con l’età medievale. Il rinascimento era il risveglio dopo una lunga età oscura che aveva imbarbarito lettere e arte”. Nasce allora il desiderio di affermare i valori positivi e ottimistici della vita e nasce anche una fiducia più marcata nella capacità di essere artefici del proprio destino. Il mondo romano e greco erano infatti ancora vivi e in quest’ultimo vi era una visione positiva dell’uomo completata anche con l’immune senso del peccato. Lo scopo era la ricerca di una gloria terrene che conduceva a valorizzare la natura, il sapere scientifico e l’innovazione tecnica. Si arrivava dunque ad affermare filosoficamente che l’uomo è al centro dell’universo. La sua vocazione è diventare un genio universale e in lui si rispecchiano l’ordine e l’infinito del cosmo. La prima generazione di umanisti trovò nella cultura antica uno stimolo per partecipare alla vita politica sulla base del modello dell’antica repubblica romana. Nella metà del ‘400 il rinascimento non è più solo espressione dell’umanesimo civile ma si estende in seguito alla protezione dei principi. Alla fine del ‘400 era presente anche nelle corti fuori dall’Italia anche grazie al lavoro dei papi sopratutto a Niccolò V che creò la biblioteca vaticana e al suo successore Pio II che era stato un umanista. Tutti i papi si servirono anche di pittori, scultori e in generale artisti per dare prestigio ai palazzi vaticani. I cultori italiani delle Humanae Littarae svilupparono un modo di pensare più cosmopolita con uno spiccato legame con le corti che diventerà la norma per i futuri umanisti. Questa novità è resa da due libri: il De Hominis dignitate che cerca una definizione filosofica dell’uomo e il libro del cortegiano che introduce il termine cortigiano, l’uomo della corte, il gentil’uomo. La virtù dell’uomo rinascimentale è inseparabile dal disprezzo per gli uomini del popolo. Vi è un’esaltazione dell’ozio raffinato e colto. Nell’umanesimo vi furono anche molte innovazioni sia nello spazio sia nell’individuo sia nel tempo. Lo spazio è definito in modo diverso nella pittura del XV secolo grazie alla nuova invenzione della prospettiva e quindi della profondità. Ciò porta a una più equilibrata unione fra uomo e mondo: queste innovazione si ritrova anche nella religione poiché gli artisti iniziano a concentrarsi sui ritratti individuali laici. Per ciò che riguarda l’individuo nel ‘400 non ci sono più stereotipi e vi è una più accurata analisi individuale. Si iniziano anche a diffondere anche la biografia degli uomini illustri. Per quanto concerne il tempo nel medioevo il giorno aveva la durata di 24 ore anche se le ore del giorno erano più lunghe di estate ed era regolato dalla chiesa con campane e calendari liturgici. Dal XIV secolo le ore hanno uguale durata grazie agli orologi a peso. Il tempo dell’orologio era un’entità astratta mentre il tempo delle stagioni e dei lavori rurali era un tempo concreto. Diversamente funzionava per il tempo delle chiese che apparteneva a Dio e ancora vario quello delle città dove il tempo diventa una realtà sociale. Nella metà del ‘400 uno storico italiano dimostra che lo scritto Donazione di Constantino è un falso. Nel Medioevo la terra non aveva realismo tanto che Gerusalemme era considerata al centro del mondo. Sempre nell’umanesimo iniziarono a circolare opere geografiche come quella di Claudio Tolomeo, che sosteneva che la terra era immobile al centro dell’universo.

Dal Mediterraneo agli Oceani

 

Il Portogallo, con l’influenza del ceto cavalleresco era riuscita ad occupare e conquistare, durante la crociata, Ceuta, una città del Marocco in una posizione molto strategica sia dal punto di vista militare che dal punto di vista mercantile. Fu inoltre il primo passo per una esplorazione nell’Atlantico: organizzatore di questi viaggi fu il principe Enrico, detto più avanti il Navigatore, figlio di Giovanni I d’Aviz. Con capitali forniti in buona parte dai genovesi fece cominciare queste spedizioni con la scoperta e l’occupazione di Madeira e, pochi anni dopo anche delle Azzorre. Obbiettivo dei portoghesi era quello di spingersi più a sud di Madeira e delle Canarie, che per altro contesero inutilmente con i Castigliani. Ciò risultava molto difficile però poiché il principale problema era quello dei particolari venti di questa zona, detti alisei, che solo la gente del luogo conosceva perfettamente. Tra i primi posti dei moventi de viaggio restava comunque quello dell’oro africano, che ben sapevano si trovava a Sud del Sahara, per evitare la mediazione dei mercanti arabi che gravavano in modo non leggero sui costi. Durante le loro navigazioni i portoghesi si affidarono alle caravelle, imbarcazioni particolarmente adatte ai viaggi di esplorazione, di non grandi dimensioni e con equipaggi ridotti. Avevano un’autonomia di cibo e acqua sufficiente per 3 o 4 settimane ed erano munite di due alberi con vele quadrata, così da viaggiare a velocità elevate in poppa, più uno con la cosiddetta vela latina che poteva essere orientata per utilizzare venti variabili e anche per navigare controvento. I portoghesi impararono preso ad avanzare approfittando gli alisei settentrionali prodotti dalla rotazione della Terra. Ma ciò che per i portoghesi costituiva un vantaggio all’andata si convertiva al ritorno in uno svantaggio proporzionale. Per dodici anni i portoghesi si mossero per doppiare il capo Bojador senza mai il coraggio di portare a termine l’impresa poiché sia avevano l’impressione di uscire dal mondo conosciuto e abitabile allontanandosi nell’oceano atlantico, sia avevano paura di incontrare difficoltà nel ritorno a causa degli alisei. Solo nel 1434, dopo quattordici spedizioni fallite, Gil Eanes fu l’uomo giusto per il successo dell’impresa. La sua riuscita dipendeva però da una scoperta decisiva: per aggirare il soffio contrario degli alisei bisognava accettare di essere spinti al largo dell’Atlantico e compiere un’ampia volta in gran parte controvento. Impadronendosi di questa rivelazione e approfondendo le conoscenze dei venti atlantici i portoghesi proseguirono i loro viaggi raggiungendo il capo Bianco e il Capo verde, la punta più occidentale dell’Africa. Una volta occupata Madeira, Enrico si preoccupò di valorizzarla economicamente introducendo inizialmente la coltivazione della vite e successivamente l’allevamento della canna da zucchero. Da qui iniziò a sorgere una nuova motivazione per continuare le esplorazioni lungo la costa africana cioè il bisogno di manodopera. In questo periodo fu anche creata una base fortificata su un’isola deserta che divenne un mercato di schiavi. Oltre a ciò, con il progredirsi delle spedizioni, si sviluppò un nuovo obbiettivo cioè quello di compiere la circumnavigazione dell’Africa e di raggiungere le Indie, dove avrebbero potuto annullare il monopolio del commercio delle spezie dei veneziani. L’esplorazione del Golfo di Guinea fece pensare che l’aggiramento dell’Africa fosse ormai a buon punto poiché questa continuava a piegare verso est. Dopo due decenni della continua ricerca del passaggio per il tanto ambito mare indiano si tornò a vedere il continente africano che continuava verso sud e la meta sembrava nuovamente allontanarsi. Nel frattempo venne anche costruita, sulle coste Ghanesi, una fortezza corredata con una miniera d’oro. Al principio del 1484 il nuovo re Giovanni II respinse la proposta del genovese Cristoforo Colombo di raggiungere l’Asia navigando l’Atlantico e circumnavigando il globo terrestre poiché si sentiva sicuro di essere molto vicino al risultato aspettato e anche perché a detta dei suoi consiglieri il viaggio progettato da Colombo era molto più lungo. Nel 1487 i portoghesi raggiunsero il mare Indiano attraverso un’altra strada, cioè quella passando per l’Egitto e per il mar Rosso. Quest’ultima direzione fu però abbandonata quando nel 1488 Bartolomeo Diaz tornò a Lisbona con la sua spedizione. Il capitano aveva eseguito un’ampia volta intorno all’Atlantico per sfuggire agli alisei ma durante la manovra venne colpito da una terribile tempesta. Solo dopo aver toccato terra aveva constatato che la costa piegava verso nord-est. Senza accorgersene aveva doppiato la punta meridionale dell’Africa che non pote non battezzare altro che capo delle Tempeste. Ma il re Giovanni II trovò più augurale il nome capo di Buona speranza”. Il 1492 fu un anno importante per la Spagna che, oltre ad aver cacciato gli ebrei e aver portato a termine la guerra di riconquista, contribuì a finanziare il viaggio di Cristoforo Colombo che avrebbe condotto alla scoperta del Nuovo mondo. La Castiglia aveva avuto fin’ora un ruolo marginale nelle navigazioni atlantiche, limitandosi all’occupazione delle isole Canarie. Dopo aver ricevuto un rifiuto da parte del re del Portogallo Giovanni II, Colombo si trasferì allora in Castiglia dove presentò il progetto ai sovrani spagnoli. L’argomento dell’eccessiva lunghezza fu senz’altro il motivo della prima risposta negativa del regno. Colombo cercò allora di rendere più credibile il suo progetto, corredandolo con calcoli sulla distanza da percorrere: ovviamente i calcoli di Colombo erano errati; la distanza da lui calcolata era quattro volte e mezzo minore di quella reale. A ogni modo Isabella di Castiglia scavalcò le perplessità dei suoi consiglieri e autorizzò il viaggio. La flotta comandata da colombo, che si era fatto concedere i titoli ereditari di ammiraglio del mare Oceano e di governatore di tutte le isole e terre che fossero state scoperte, era composta da tre imbarcazioni, una leggermente più grande delle altre due. Colombo portava con sé una lettera di presentazione per il gran khan del Catai la quale dinastia fu però rovesciata più di un secolo prima, ma nessuno in Occidente ne era venuto ancora a conoscenza. Avrebbe dovuto stabilire rapporti diplomatici con la Cina, cercare le ricchezze dell’Oriente e riportarne in Spagna quanto bastava per consentire ai reali di finanziare una nuova spedizione. Il Settembre del 1492 la flotta lasciò le isole Canarie che erano la vera e propria base di partenza. Colombo scelse di mantenere la rotta rettilinea. Il viaggio si svolse con tranquillità nelle prime due settimane ma dopo l’equipaggio cominciò a dare segni di impazienza. Un mese e una settimana dopo la partenza venne avvistata terra. La spiaggia su cui Colombo mise piede non era però quella del Giappone o della Cina, bensì quella di un’isola delle Bahamas. Nell’isola si trovavano solo indigeni miti, poveri e nudi: niente che potesse far pensare ai grandi imperi dell’Estremo Oriente. Nelle pagine del diario tenuto da Colombo possiamo seguire le reazioni del navigatore: la prima è quella del desiderio di rimarcare che le sue teorie erano giuste e che il viaggio occidentale per le Indie era possibile. Il secondo motivo è quello dell’oro, che ritorna ossessivamente ogni giorno e che Colombo è certo di trovare in enormi quantità; il terzo è quello della conversione al cristianesimo dei tainos, gli abitanti di quelle isole, cosa che gli sembrava facilmente realizzabile. L’oro che aveva trovato comunque Colombo non sembrava l’avanguardia di favolose miniere: la fonte principale del metallo prezioso doveva essere altrove. Ma ciò che fino a quel momento aveva trovato sembrò a Colombo abbastanza e a Gennaio del 1493 di decise a fare ritorno, lasciando sull’isola una parte dei suoi uomini. Il viaggio di ritorno fu di qualche giorno più breve. Approdò alle Azzorre dove fece rotta per Lisbona e successivamente per la Castiglia, accolto con tutti gli onori dei regnanti di Spagna. Colombo scrisse un primo resoconto del viaggio, durante la navigazione, in una lettera indirizzata al cancelliere del re di Spagna. Mentre le esplorazioni portoghesi che condussero alla scoperta del Capo di buona speranza erano assolutamente segrete, il ritorno di Colombo fu un evento di enorme risonanza. Copisti e corrieri si misero al lavoro per far arrivare ovunque la notizia e la lettera indirizzata al cancelliere fu subito tradotta in latino per assicurarne la diffusione. A distanza di cinque anni, i portoghesi e i castigliani sembravano aver scoperto due distinte rotte oceaniche per raggiungere gli imperi dellAsia. Nel Marzo del 1493 Cristoforo Colombo era tornato dal suo primo viaggio atlantico che, apparentemente, lo aveva portato nelle Indie”. Era ancora tutto da dimostrare che le isole scoperte dal navigatore genovese fossero vicine al continente asiatico. I portoghesi e gli spagnoli si preoccuparono subito di determinare le rispettive zone dinfluenza in vista dei futuri viaggi. I sovrani di Lisbona e Valladolid trovarono un accordo diretto e più preciso (rispetto a quello precedente con la mediazione del papa) con il trattato di Tordesillas(1494). Loceano Atlantico venne diviso da una raya. I negoziatori di Tordesillas non avevano però i mezzi adeguati per definire esattamente  la raya. A ogni modo, questa divisione assegnava alla Spagna il continente americano, con leccezione del Brasile che sarebbe stato di pertinenza del Portogallo.

Vasco da Gama

Il trattato di Tordesillas era stato firmato quando già Colombo era ripartito per il suo secondo viaggio nel Settembre del 1493. Nel 1497 partì invece le flotta portoghese, posta sotto il comando di Vasco da Gama, con quattro navi e destinata a mettere alla prova l’intero itinerario del Capo, raggiungendo effettivamente le Indie. La spedizione compì lampia volta nelloceano atlantico senza scalo sino ad arrivare nella Baia di SantElena, circa 200 km a nord del capo di Buona Speranza. Doppiato il Capo la flotta entrò in contatto con le città della costa orientale dellAfrica. L’ultima tappa del viaggio prese avvio dal Kenya: da qui la flotta di da Gama viaggiò con il monsone estivo ma non sarebbe stata in grado di utilizzare correttamente questo vento periodico se non fosse stata guidata da piloti arabi, ben a conoscenza delle sue peculiarità stagionali. I portoghesi giunsero in visita a Calicut; l’intero viaggio era durato dieci mesi e dieci giorni. Calicut era governata da un sovrano indù e accanto alla popolazione indiana vedeva una presenza preponderante di mercanti arabi. La città si rivelò subito come un centro commerciale di prima grandezza, ricco di pepe, spezie, pietre preziose, tessuti di seta e stoffe pregiate, prodotti che arrivavano dallIndia e da tutta lAsia. Vasco da Gama riuscì a farsi ricevere dal sovrano ma questo giudicò indegni di lui i doni che gli venivano offerti. I nuovi venuti, malvestiti e usciti da un viaggio che li aveva stremati dovettero apparire come dei miserabili e forse dei pirati. Non cera ragione di preferirli ai tradizionali clienti arabi. Dopo aver raccolto un carico di spezie non all’altezza delle speranza, Vasco da Gama cominciò il viaggio di ritorno che si rivelò più difficile di quello di andata. Non ancora padrone del sistema monsonico, Da Gama si allontanò troppo presto dallIndia e per diverse settimane incontrò solo burrasche, venti contrari e lunghe bonacce. Una delle navi era stata distrutta da una tempesta, una seconda fu abbandonata alle fiamme dopo che una malattia assolutamente sconosciuta, lo scorbuto, aveva falcidiato gli equipaggi. Questa malattia divenne in seguito linevitabile compagna di tutti i lunghi viaggi senza scalo, durante i quali i marinai non avevano possibilità di consumare vegetali freschi. Doppiato nuovamente il Capo, da Gama raggiunse Lisbona con una delle due navi superstiti. Era stato lontano per ventisei mesi, riportando a Lisbona solo un terzo dei suoi marinai. La via per le Indie scoperta da Colombo sembrava imporsi come assai più breve e sicura.

 

Pedro Alvares Cabral

Dopo il ritorno infruttuoso di Da Gama nel 1500 una nuova spedizione composta di tredici navi e 1200 fra marinai e soldati partì da Lisbona sotto il comando di Cabral. Una volta oltrepassato lEquatore la flotta piegò nella direzione sud-ovest per aggirare gli alisei meridionali e cogliere un vento favorevole ma la manovra nautica fu più ampia del solito e Cabral si spinse abbastanza lontano da toccare la punta più orientale del Brasile. I portoghesi, constatato che questo territorio si trovasse nella loro parte di raya, ne presero possesso. Da ora in poi la utilizzeranno da scalo per il viaggio per le Indie. Cabral ebbe subito conferma che i portoghesi non sarebbero riusciti facilmente a farsi accettare come normali concorrenti dai mercanti arabi che frequentavano Calicut e che il sovrano di quella città non era molto interessato alle merci europee. Cabral fu tuttavia autorizzato ad aprire unagenzia commerciale e volle imporsi con la forza sui mercanti arabi sequestrando loro una nave in procinto di lasciare il porto. Gli arabi risposero attaccando lagenzia e uccidendo alcune decine di portoghesi. Cabral lasciò allora Calicut, dopo averla sottoposta a un violento bombardamento.

 

Cristoforo Colombo(esploratore spagnolo)

Nel 1493, sei mesi dopo il suo primo arrivo, Cristoforo Colombo si rimise in mare da Cadice con una flotta di diciassette navi, 1200 uomini fra marinai, soldati e artigiani con tutto il necessario per impiantare una colonia; sementi, attrezzi agricolo e animali per trasferire in quelle terre lagricoltura europea, preti e frati per assicurare la diffusione del cristianesimo fra gli indigeni.  Gli spagnoli lasciati lanno prima si erano abbandonati alle rapine e alla violenza ed erano stati tutti uccisi. I rapporti idilliaci con gli indiani erano finiti. Gli uomini della seconda spedizione trovarono difficile adattarsi allalimentazione locale e la maggior parte di loro fu presa da febbri e malattie sconosciute. Ad Haiti e Cuba fu rastrellata qualche decina di chili di oro e un gruppo di schiavi indigeni, non trovando alcuna traccia di spezie. Nel 1496 Colombo prese la via del ritorno ma l’accoglienza che ebbe questa volta non fu più con toni trionfali. I sovrani di Spagna fecero passare due mesi prima di riceverlo a corte; essi avevano nettamente disapprovato la sua decisione di catturare schiavi fra gli indigeni  e avevano ascoltato le critiche mosse dagli spagnoli rientrati lanno precedente. Gli fu tuttavia concesso di organizzare una terza spedizione composta di otto navi, partita nel 1498. Colombo raggiunse lisola di Trinidad e dopo queste esplorazioni si diresse verso Santo Domingo. Qui trovò che cerano stati dei disordini e che una parte degli spagnoli si rifiutava di riconoscere la sua autorità. I re di Spagna si erano intanto resi conto che a Colombo erano stati concessi una enormità di privilegi. Nel 1500 giunse ad Hispaniola un inviato dei sovrani, con lincarico di destituire lammiraglio e di riportarlo indietro perché si giustificasse. Colombo giunse in Spagna in stato di prigionia ma la regina gli confermò poi i suoi titoli, solo a scopo onorifico. Nel 1502 Colombo compì il suo quarto e ultimo viaggio oltreoceano, esplorando questa volta le coste dellHonduras, quelle del Nicaragua e di Panama. Morì quattro anni dopo in Spagna, completamente dimenticato e consapevole del fallimento dei suoi progetti.

 

La percezione che le isole scoperte da Colombo non si trovavano in Asia ma erano lavanguardia di terre che fino ad allora erano rimaste sconosciute si venne via via rafforzando. Il fiorentino Amerigo Vespucci prese parte a quattro spedizioni lungo l’America Meridionale trovando una costa continua e spingendosi abbastanza a sud da poter considerare come provato il fatto che in mezzo alloceano esisteva un continente che faceva da ostacolo a qualunque tentativo di raggiungere lOriente. Dunque trovò che cerano tre vie per superarlo: aggirarlo da Sud, aggirarlo da Nord, cercare una via centrale. La ricerca compiuta da Vespucci si concentrò sul passaggio a sud ma si interruppe quando raggiunse latitudine 50°. A Nord ci pensò invece Caboto  ma le gigantesche montagne di ghiaccio che si elevavano dalle acque lo convinsero a fare ritorno.

 

Vasco de Balboa

La ricerca del passaggio centrale si risolse invece più velocemente. De balboa accompagnato da 189 spagnoli e da guide indiane riuscì ad attraversare dopo una lunga e faticosa marcia attraverso la giungla e le paludi i circa 70 km dellistmo di Panama. Nel 1513 apparve per la prima volta agli occhi di Balboa il gigantesco oceano che si trovava al di là del nuovo continente. Questo comunque restò ancora a lungo un percorso tuttaltro che agevole.

 

 

Ferdinando Magellano

La ricerca di altri possibili passaggi non venne abbandonata e nel 1519 la corona spagnola accettò il progetto presentato dal portoghese Magellano di riprendere lesplorazione delle coste meridionali dell’America da dove l’aveva lasciata Vespucci. La flotta raggiunse la baia di Rio de Janeiro ma dovette poi affrontare le asperità dellinverno australe restando ferma per cinque mesi. Ripresa lesplorazione della costa venne individuato uno stretto e tortuoso passaggio che si inoltrava nella terra del fuoco e che fu oltrepassato in 38 giorni di difficilissima navigazione. Una delle navi affondò durante una tempesta, una seconda abbandonò limpresa e tornò in Spagna ma alla fine riuscirono a raggiungere loceano Pacifico. La traversata più lunga senza possibilità di scalo durò tre mesi. Le tre navi superstiti, dopo che gli equipaggi avevano esaurito i viveri ed erano stati falcidiati dallo scorbuto, approdarono alle isole Filippine. Qui Magellano cominciò a imporre con la forza agli indigeni il battesimi e dei tributi ma restò ucciso in uno scontro armato. I marinai spagnoli si erano ormai ridotti a una centinaia e prima di ripartire bruciarono una delle navi non essendoci equipaggio a sufficienza per tutte. Dopo mesi di navigazione le due navi giunsero nellarea delle Molucche, le isole delle spezie più pregiate, per scoprire che in quelle acque già navigavano navi portoghesi. Una delle due navi fu catturata dai portoghesi che secondo il trattato di Tordesillas rivendicavano il possesso esclusivo delle Molucche. Laltra nave riuscì a tornare con un carico di spezie in Spagna. Erano rimasti solo 18 marinai. La prima circumnavigazione del globo aveva richiesto 37 mesi.

 

Per quali moventi e obbiettivi gli europei cominciarono ad avventurarsi nell’oceano aperto?

 

Se guardiamo nel suo insieme il lungo itinerario che condusse i portoghesi da Ceuta a Calicut, la risposta che viene più immediatamente è una sola: i portoghesi andavano alla ricerca delle spezie dell’Oceano Indiano. Allo stesso modo, Colombo intendeva raggiungere le indie” , definite in un senso abbastanza largo da includervi anche la Cina. Questa impressione di semplicità però è ingannatrice. L’impresa portoghese occupò in tutto 83 anni e sarebbe azzardato pensare che i suoi obbiettivi ultimi restassero definiti e immutabili per tutto questo tempo. In principio c’è la crociata contro il Marocco, della quale i viaggi in Atlantico furono solo un sottoprodotto secondario. Va anzi tenuto presente che in più occasioni lo spirito di crociata andò in una direzione diversa dalla spinta all’esplorazione marittima; dopo il successo conseguito doppiando il capo Bojador, la preparazione di una seconda crociata contro il Marocco nel 1436 e l’attacco a Tangeri (fallito) nel 1437, fece perdere due anni interi. La ricerca dell’oro, la caccia agli schiavi, le piantagioni di zucchero bastarono poi a motivare per più di vent’anni l’esplorazioni promosse da Enrico il Navigatore. Le spezie dell’oceano Indiano divennero un obbiettivo solo dopo il 1460, se non dopo il 1470, quando c’era stato il tempo per riflettere sulle conseguenze dell’espansione ottomana, che chiudeva Istanbul e il mar Nero ai mercanti italiani; anche se i veneziani continuarono per un pezzo a rifornirsi in Egitto, poteva a questo punto diventare interessante pensare a una strada alternativa per le Indie. Ancora più difficile parlare di precisi intenti commerciali per Colombo. Il genovese era davvero un navigatore puro, aveva poco l’aria del mercante e si rivelò poi un mediocre politico. L’oro era per lui un’attrattiva e dal suo diario pare essere diventata un’ossessione, ma ai sovrani spagnoli si offriva semplicemente come ambasciatore presso l’imperatore della Cina. Convertire alla vera fede il gran khan (era lui a scriverlo) sarebbe stato un degno completamento delle due imprese del 1492, la vittoria sui mori di Granada e l’espulsione degli ebrei dalla Spagna.

 

Come si immaginavano l’India gli europei verso la fine del Medioevo?

 

La realtà è che sia i navigatori portoghesi dopo il 1470, sia Colombo dopo il 1480 facevano i loro progetti non avendo nessun riscontro preciso di quel che avrebbero trovato nell’oceano Indiano. Che cosa avrebbe potuto fare qualche nave fortunosamente giunta in un mondo così lontano? Accanto a una dose smisurata di presunzione, risolutezza e incoscienza, giocavano altri fattori. Essi non sapevano niente delle Indie”, ma credevano invece di saperne molto e trasformavano in certezze le vaghe notizie che trovavano in Marco Polo e nel millantatore John Mandeville. Se la facile crudeltà è un segno dell’Oscuro Medioevo, i primi avventurosi navigatori degli oceani erano in tutto e pre tutto uomini del Medioevo. Quanto più improbabili erano le storie di Polo e Mandeville )e degli altri scrittori che trattavano di geografia fantastica), tanto più venivano prese sul serio. L’India seduceva in ugual misura per i suoi mostri e per le sue ricchezza. Colombo credeva di essere accolto dal gran khan del Catai più o meno come era accaduto a Marco Polo, senza domandarsi che cosa poteva essere successo nei due secoli trascorsi nel frattempo, e pensava che fosse sensato proporsi di convertirlo al cristianesimo. Combattere i maomettani era un obbiettivo primario quanto l’oro e le spezie; i portoghesi erano convinti di trovare in India i cristiani convertiti.

 

 

 

 

Con quale differenze si presentavano le due vie per le Indie, quella atlantica e quella del capo di Buona Speranza?

 

Benché quasi contemporanei e spinti dalle stesse motivazioni, il viaggio di Colombo del 1492 e quello di da Gama del 1497-1498 non potevano essere più diversi. Il primo fu il risultato della tenacia di un uomo singolo e della sua capacità di convincere la regina di Castiglia, aggiustando più o meno consapevolmente i dati di fatto che dimostravano l’estrema difficoltà dell’impresa, e si risolse al primo tentativo. Il secondo fu il risultato di una lunghissima serie di prove ed errori, di un accumulo costante di conoscenze sui venti e le correnti atlantiche, sulle coste e i fondali dell’Africa occidentale. Il tutto si protrasse per più di sessant’anni e il viaggio finale fu probabilmente facilitato dalla missione inviata nel 1487 nel mar Rosso e incaricata di prendere informazioni sulle rotte e sui venti dell’Oceano Indiano. La rotta di Colombo risultò relativamente breve, tre-quattro mesi per l’andata e il ritorno sommati. Il viaggio da Lisbona a Calicut era assai più lungo, dieci mesi per l’andata e undici per il ritorno, che poteva però essere intrapreso solo dopo aver aspettato il monsone favorevole. Era inoltre molto più pericoloso: durante il XVI secolo un buon terzo delle navi partite non riuscirà a fare ritorno. Tuttavia, l’esperienza accumulata consentì a da Gama di partire con le idee abbastanza chiare. Al contrario, l’Atlantico più occidentale era assolutamente inesplorato e l’impresa di Colombo appare al confronto un azzardo improvvisato, il cui esito felice dovette molto alla fortuna.

 

Quali furono i motivi della vittoria dei conquistadores?

 

I conquistadores riescono a vedere le condizioni di debolezza delle popolazioni indigene:

·         Gli indios sono impressionati dai cavalli, dalle armi da fuoco e dai cani da caccia. I cavalieri sono visto come un tutt’uno con il cavallo

·         Riescono a vedere che vi è rivalità tra le popolazione indigene e gli spagnoli infatti sono visti come liberatori

·         Gli indigeni vedono gli spagnoli come uomini bianchi con la barba che era un elemento nuovo, insieme al colore della pelle: vengono visti come degli dei

·         Le loro sconfitte erano state predette da stranieri.

 

Quali furono i vantaggi economici e politici per derivati dalla Scoperta dell’America?

 

Economici

Portoghesi

·         Puntano al controllo delle basi portuali costiere poiché è uno stato piccolo che raggiunge il Brasile e non è un grande impero coloniale

·         Compravano schiavi presenti nel continente africano con prodotti dell’Europa, poi li portavano in America e tornavano in Europa con prodotti dell’America creando un commercio triangolare

Spagnoli

·         Usano miniere di argento e di oro presenti in America e fa circolare questi metalli in tutta Europa

·         Porta un’espansione demografica con una conseguente maggiore domande di prodotti

·         Diffusione di patate e Mais

·         Compravano schiavi presenti nel continente africano con prodotti dell’Europa, poi li portavano in America e tornavano in Europa con prodotti dell’America creando un commercio triangolare

 

Americhe

·         Allevamento di animali, che erano pochi, come bovini, suini, ovini e cavalli

·         Diffusione dell’orzo e del frumento

 

Politici

Le esplorazioni portano a una veloce conquista e alla conseguente nascita di grandi imperi coloniali cioè l’affermazione stabile di una potenza su territori stranieri.

 

Perché la Cina non scoprì l’Europa?

 

L’Impero cinese aveva certamente tutto l’interesse a imporsi sulle vie marittime per favorire i propri commerci. Va notato però che le spedizioni cinesi, a differenza di quelle portoghesi e spagnole furono totalmente promosse dallo stato imperiale, se non altro per l’imponenza delle risorse mobilitate. Ciò suggerisce che le motivazioni politiche ebbero un loro peso autonomo e prevalente. Per questa motivazione questi finanziamenti cessarono appena l’interesse degli imperatori venne meno. Una causa del ripiegamento fu certo il fatto che la frontiera con i nomadi era diventata un problema: la doppia politica della difesa sulla Grande muraglia e dell’espansione in mare risultò alla lunga troppo gravosa. Occorre però tener conto anche di un secondo fattore: i mercanti a bordo delle spedizioni erano malvisti dalla burocrazia cinese che era contraria all’iniziativa privata e preferiva che il commercio e l’industria restassero sotto il controllo statale.

 

Colombo

Era convinzione comune che, scendendo a latitudini a sud del Tropico, si dovessero trovare uomini con il colore della pelle via via più scuro. Ponendo le Bahamas più o meno alla stessa latitudine delle Canarie, Colombo si spiega perché non vi ha incontrato popolazioni simili ai neri dell’Africa. Colombo non sa valutare che genere di religione seguano gli indios di Cuba; sembrano non averne nessuna, essere miti e buoni per natura e quindi pronti a ricevere senza difficoltà il cristianesimo, Parla di grandi popoli e di grande moltitudine di popoli ma la sua insistenza sulla loro semplicità mostra che certamente deve essersi reso conto che la terra in cui è arrivato non somiglia a quel che si aspettava di trovare nel Catai. Scopo del viaggio di Colombo non è solo l’ampliamento del cristianesimo. Per dimostrare la riuscita della sua impresa è più importante concentrarsi sull’oro; perciò già si prepara a magnificare agli occhi dei sovrani di Spagna le ricchezze delle terre appena scoperte.

 

Vespucci

Vivono secondo natura” è la formula che può esprimere due giudizi del tutto opposti fra gli indiani. Da una parte, secondo l’impressione riportata in principio da Colombo, c’è il buon selvaggio, mite e semplice, che pare vivere in uno stato incorrotto, precedente al peccato originale. Dall’altra parte c’è invece l’essere piuttosto animalesco descritto da Vespucci, privo di ogni tratto di civiltà e di freni morali, neppure in grado di arrivare a una forma pagana di religione. La nudità, in particolare, da segno della mancanza di malizia diventa predisposizione alla più sgretolata lussuria. La mancanza di cupidigia degli indiani non va a favore dell’immagine del buon selvaggio perché non evita che fra di loro vi siano contese e guerre. Fra gli indiani queste non trovano una spiegazione nel desiderio di beni e di potere, ma solo in un’innata ferocia. Gli indiani non conoscono la proprietà; il loro comunismo primitivo si estende a tutti gli aspetti della vita, perché abitano a centinaia sotto uno stesso tetto e praticano non solo la poligamia ma una piena promiscuità sessuale, che non riconosce alcun divieto di fronte ai più stretti vincoli di parentela.

 

 

 

Sepulveda

Mentre Vespucci si riferiva alle popolazioni indubbiamente primitive incontrate sulla costa atlantica dell’America meridionale, Sepulveda parla di una società complessa come quella del Messico. Deve perciò riconoscere che gli aztechi possedevano istituzioni pubbliche, città e commerci ed erano in grado di costruire edifici come le loro piramidi sacre. Tutto ciò li allontanava forse dalle scimmie, ma non ne faceva ancora veri e propri uomini, visto che anche diversi animali posseggono la perizia necessaria per costruire opere come gli alveari o le ragnatele. L’incompleta umanità degli indiani rispetto agli spagnoli è dimostrata dal fatto che, nonostante i loro templi e le loro città, gli aztechi non sconoscono la scrittura, non hanno né leggi scritte, né documenti della loro storia. L’immagine del selvaggio mite e semplice è del tutto ingiustificata; gli americani non hanno mai vissuto in un primordiale stato di pace. Ma gli aztechi non possono neppure essere paragonati agli asiatici. Gli aztechi erano crudeli, barbari e cannibali ma erano lontani dal possedere almeno il coraggio e la virtù guerriera. Bastò un piccolo numero di spagnoli per sconfiggerli. Posizione di estremismo negativo.

 

Montaigne

Montaigne accetta quel che ha sentito dire sul cannibalismo degli indios, che sono in questo caso quelli del Brasile. Di fronte a tale pratica manifesta però un atteggiamento diverso da quello che Las Casas aveva tenuto verso i sacrifici umani compiuti dai messicani. Las Casas era convinto di poterli convincere con il cristianesimo ed abbandonare i loro costumi barbari. Montaigne pensa invece alla buon selvaggio come all’espressione di una fase primitiva dello sviluppo umano, paragonata allo stato dei frutti selvatici. Il cannibalismo è un aspetto di un genere di vita ancora poco modellata dallo spirito umano, che include la mancanza di ricchezza e povertà e tutti quegli altri tratti che fanno la differenza con la vita civile europea. Discende da questa constatazione ciò che possiamo chiamare il relativismo di Montaigne. Questo può essere considerato da due punti di vista differenti. Da una parte c’è la critica dell’Europa con la sua pretesa di essere perfetta e con la sua ipocrisia: con tutta la loro vera religione, gli europei sono capaci di comportamenti altrettanto atroci di quelli riprovati nei selvaggi. In questo caso il relativismo non vuole rendere degno di approvazione qualunque costume o comportamento; funziona piuttosto come un metodo per ridurre alle giuste proporzioni l’alta considerazione in cui ciascun popolo tiene se stesso. Dall’altra parte c’è però anche l’idea che usi e costumi non possono essere messi puramente a confronto, condannando e approvando, senza cercare di comprendere il loro significato. Vespucci si meravigliava che gli indiani si facessero guerra pur mancando del tutto di spirito di conquista. Montaigne invece distingue fra la guerra fatta per dimostrare coraggio e ottenere gloria e quella fatta per procurarsi i beni. Allo stesso modo il cannibalismo, pur conservando il suo barbarico orrore, va compreso per quello che è: un rituale nei confronti del nemico sconfitto.

 

Las Casas

Hanno corpi ben fatti, sono graziosi e allegri, svegli e vivace e sopratutto hanno un carattere buono; Nessuno ha mai veduto né sentito alcun indios commettere atti disonesti e se qualcuno ha veduto o sentito questo indios qualche sudiceria in opere o in parole, non sarà stato altro che uno di quelli allevati e tenuti in casa dagli spagnoli perché lo hanno imparato da questi; mentre di questa onestà non si potranno vantare molti dei nostri perché si troveranno migliaia di indios che abbiano visto e siano stati testimoni di infinite turpitudini commesse dai nostri compatrioti spagnoli a nostra grande confusione. Oltre a ciò hanno anche buona memoria, sono benevoli, dolci e benigni con gli ospiti e hanno pochi tumulti e perturbazioni nel loro animo. Sono più cristiani degli spagnoli. Posizione di estremismo positivo.

 

 

 

Todorov

Dice che Las Casas maturerà il proprio pensiero: prima mostra gli indios come uomini giusti davanti agli spagnoli, poi riconoscerà il diritto dell’indios a mantenere la cultura spagnola. Discute su come l’uguaglianza e la diversità degli indios rispetto agli spagnoli provoca dibattiti così accesi soprattutto tra Sepulveda e Las Casas.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I primi imperi coloniali

 

Tra il 1500 e il 1520 si inizia a rendersi conto che quello scoperto da Colombo rappresenta in realtà un nuovo continente. Venne scoperta a Hispaniola una pepita di oro e quindi vennero sfruttati molti schiavi (la cui maggior parte apparteneva alla popolazione residente in quel luogo) in ricerca di ricche miniere. Ciò portò  nuove malattie, dilapidando la popolazione molto rapidamente. Vengono occupate anche le isole maggiori delle Antille, in ricerca sia di oro che di schiavi. Nel 1517 il piccolo nobile castigliano Hernan Cortés intraprese una spedizione a bordo di undici navi e un centinaio di marinai, più cinquecento soldati. Raggiunse da Cuba le coste del Messico dove si rese conto, durante i mesi di sosta, di quanto il dominio azteco fosse mal tollerato dalle popolazioni residenti. Nel 1519 cominciò la marcia, insieme a trecento soldati, verso la capitale azteca. Accolti con grande ospitalità dall’imperatore Montezuma II, gli spagnoli si installarono nel suo palazzo e finirono per tenervelo prigioniero, abbandonandosi poi ad atti di violenza e profanando i simboli della religione azteca. Nel 1520 gli aztechi si decisero a cacciare gli intrusi e posero sotto assedio il palazzo imperiale dove questi si erano installati. Durante il combattimento Montezuma restò ucciso da un lancio di pietro proveniente dagli assedianti. Gli spagnoli riuscirono però ad aprirsi una via di fuga, lasciando sul terreno numerosi feriti e morti mentre erano intenti a depredare l’oro e gli oggetti preziosi dalle case e dai templi. Ottenuti rinforzi dalle isole e alleatosi con gli indios Cortés poté far ripartire l’assedio per la capitale, aiutato anche dai rinforzi navali che nel frattempo erano sopraggiunti da un’altra città alleata. La capitale venne conquistata dagli spagnoli nel 1521. Conquistata la capitale l’impero azteco si sgretolò rapidamente e tutto il territorio messicano cadde nelle mani dei conquistatori. A distanza di pochi anni questo fenomeno si ripeté con l’impero degli inca. Il punto di partenza dei conquistadores fu questa volta Panama. Gli spagnoli infatti erano stati raggiunti dalla notizia della presenza di un grande impero all’interno del continente sudamericano. La spedizione partì dunque nel 1531, guidata da Francesco Pizarro, un soldato che aveva giù seguito de Balboa nell’attraversamento dell’istmo di Panama, e da Almagro. Gli spagnoli si inoltrarono dunque verso l’altopiano, dove si trovava la capitale dell’impero inca, che era in un momento di grande debolezza. Il Perù infatti era appena stato colpito da un’epidemia non bene identificata, durante la quale era morto il re degli inca. Come successore si era fatto avanti il figlio Huascar, che si era insediato a Cuzco. Subito aveva trovato un rivale in Atahualpa, un altro figlio del vecchio re, nato da una concubina ma riconosciuto dal re. Tra i fratellastri era cominciata una violenta guerra civile che in quegli anni stava volgendo a favore di Atahualpa. Durante il cammino il piccolo esercito di Pizarro incrociò l’esercito di Atahualpa, che stava andando a prendere possesso di Cuzco. Gli ambasciatori di Pizarro si fecero allora avanti e Atahualpa accettò l’invito a un incontro pacifico. Il colloquio fra Atahualpa e Pizarro fu molto faticoso perché fu condotto attraverso un interprete reclutato in Ecuador che non aveva fatto in tempo a imparare bene lo spagnolo e capiva poco anche la lingua quechua parlata dai peruviani. Pizarro cominciò con il magnificare il re di Spagna e Atahualpa replicò che anche lui era un grande sovrano. Si intromise allora un frate francescano che dichiarò di essere l’ambasciatore di un signore ancora più potente, il papa, e invitò l’inca ad adorare il vero Dio. Il frate gli porse allora con orgoglio una copia del Vangelo, un oggetto poco familiare all’inca. Pensando che era quell’oggetto a parlare al frate di Dio, lo accostò all’orecchio trovandolo però silenzioso e lasciandolo cadere a terra. Quando il frate cominciò ad urlare che quel pagano aveva commesso un sacrilegio Pizarro dette subito ordine di far suonare le trombe di guerra. I soldati spagnoli tuttavia si erano già preparati ad un agguato, appostandosi con i loro cannoni e i loro archibugi nelle strade che conducevano alla piazza. Molti indios caddero sotto il fuoco e sotto le spade dei cavalieri e dei fanti; ancora di più furono le vittime provocate dal panico e dalla fuga da una sparatoria, uno spettacolo” mai visto fin’ora. Non fu difficile per Pizarro approfittare della confusione per prendere prigioniero l’inca. Per liberare il sovrano gli spagnoli pretesero un enorme riscatto. Di fronte alla massa d’oro che era stata radunata in tre o quattro mesi da ogni parte dell’Impero, la vita dell’inca perse per loro ogni valore. Nel 1533 Atahualpa fu strangolato ma non prima di essere battezzato. Successivamente Pizarro entrò a Cuzco, occupandola. Era comparso allora Manco fratello di Huascar. Manco si accorse ben presto che gli spagnoli si stavano comportando da predoni, pretendendo continue consegne di oro e sfruttando brutalmente il lavoro degli uomini, violentando anche le loro donne. Manco trasferì allora la guerra sulle montagne e dette all’impero peruviano la volontà di resistere che era mancata agli aztechi. Nel frattempo esplose anche la rivalità fra i due capi spagnoli: nel 1538 Pizarro uccise Almagro e nel 1541 Pizarro fu ucciso dai seguaci di Almagro. Tra il 1492 e il 1540 i conquistadores procurarono alla Spagna il possesso di un impero oltre-atlantico. Ciò che gli spagnoli desideravano era la libertà di sottoporre gli indiani a lavori forzati, nei campi e nella ricerca dell’oro.  La regina Isabella la legalizzò con un decretò emanato nel 1503. Gli spagnoli potevano procedere al repartimiento degli indiani, per usarli al loro servizio personale. Conseguenza di queste assegnazioni di manodopera erano le encomiendas. Gli spagnoli dunque non si vedevano raccomandare gli indios solo per farli lavorare, ma anche per occuparsi della loro istruzione religiosa, richiamando predicatori francescani e domenicani e costruendo chiese. Gli indiani però non potevano rifiutare il ricevimento della nuova fede poiché gli veniva letto, al primo incontro, un requerimiento con il quale veniva richiesto di convertirsi e di riconoscere il dominio del papa sul mondo e del re di Spagna in suo nome: questo documento era però in latino (perciò gli indios non avrebbero capito una parola) ed il mancato assenso diventava una causa di guerra. Vennero anche emanate, nel 1512, le leggi di Burgos che posero un limite all’encomienda stabilendo che gli obblighi di lavoro dovevano essere distribuiti in cinque mesi consecutivi interrotti da quaranta giorni di libertà. Ma i territori oltre-oceanici erano troppo lontani dalla Castiglia perciò ebbero una scarsa applicazione. Nel 1537 il papa Paolo II emanò la bolla Sublimis Deus, asserendo che gli indiani sono veri uomini, capaci di comprendere la fede cattolica e anche desiderosi di riceverla e che devono essere convertiti per mezzo della parola divina. L’ultima stima di residenti nel nuovo continente era di 40 milioni su 3 milioni di kmq.Nel XVI secolo però si assiste a un grave spopolamento causato da nuove malattie, da uccisioni da parte degli spagnoli, da minore natalità(destrutturazione culturale delle società indiane, dal lavoro forzato e dalla distruzione delle infrastrutture agricole(gli spagnoli si concentrano sugli allevamenti di bovini). Il re Carlo V si preoccupò della diminuzione della popolazione indiana e nel 1526 vengono emanate leggi simili a quelle di Burgos dove gli Indios non possono essere schiavizzati ed erano liberi sudditi della corona come i castigliani. Si iniziarono a formare i latifondi. Le encomiendas però non esercitavano il diritto di proprietà ma solo il diritto di governare. Nel 1542 vennero emanate le Leggi nuove che proibivano la creazione di nuove encomiendas e toglievano l’ereditarietà a quelle già esistenti. Vennero però ritirate 3 anni dopo a causa delle numerose proteste degli spagnoli del Perù. All’inizio del XVIII secolo troviamo il tramonto delle encomiendas poiché le tasse per gli encomienderos erano troppo alte da sostenere. Il tesoro americano era comunque molto elevato: il territorio era infatti ricco di risorse minerarie e in particolare di metalli preziosi. Nelle miniere messicane e boliviane però la manodopera era scarsa sia a causa della fuga degli operai (schiavizzati) sia a causa della caduta demografica. L’estrazione però venne migliorata con la tecnica dell’amalgama al mercurio e infatti dal 1540 l’estrazione dell’argento venne triplicata. L’estrazione di oro e argento era a base dei rapporti commerciali tra l’America e l’Europa. Anche lo zucchero era importante: fu importato dai portoghesi in Brasile e si diffuse subito. Vi era però carenza di manodopera e perciò si diede inizio alla tratta degli schiavi che venivano dall’Africa, scambiati con oro, pepe e avorio. Questo venne effettuato anche dagli spagnoli, sempre per lo zucchero, ma in maniera molto minore e non ebbe un successo così grande come quello brasiliano.

 

 

 

 

 

L’impero, le monarchie e la Riforma protestante

 

Nel 1493 in Germania guidava l’impero Massimiliano d’Asburgo che attuò numerose riforme per rafforzare il potere centrale: estese infatti la dinastia con numerosi matrimoni politici. Nel 1495 venne redatto un accordo matrimoniale con i reali di Spagna. Nel 1496 Filippo I, figlio di Massimiliano, sposò Giovanna di Castiglia da cui ebbe il figlio Carlo. Nel 1500 si sposarono Giovanni, primogenito erede dei sovrani di Spagna, sposò Margherita d’Austria. Il primo però morì poco dopo, lasciando la moglie senza figli. Erede della corona di Castiglia diventò quindi Giovanna che si spostò dall’Olanda alla Spagna con il marito. La madre di Giovanna, la regina Isabella, notando i segni di squilibrio mentale di sua figlia depose nel suo testamento che il governo fosse esercitato da Ferdinando il Cattolico(suo marito). Poco dopo seguirono le morti di Isabella e di Filippo e il governo venne passato a Ferdinando. All’età di sei anni il principe Carlo era succeduto al padre Filippo nel possesso dei Paesi Bassi, del Lussemburgo e della Franca contea. Fino al 1515 rimase sotto la tutela della zia Margherita, vedova di Giovanni di Spagna. Nel parlato e nello scritto usava indifferentemente il fiammingo e il francese. La follia della madre ne faceva il probabile candidato al trono. Doveva però superare l’ostilità di Ferdinando d’Aragona (il Cattolico) il quale era poco favorevole all’idea dell’unione tra la Castiglia e i Paesi Bassi. Ferdinando ebbe allora un secondo matrimonio dal quale ebbe un secondo figlio, sopravvissuto però solo poche ore: si era poi dimostrato propenso a lasciare l’Aragona al fratello minore di Carlo, anche lui Ferdinando, che visse sempre in Spagna. Solo all’ultimo momento, quando si sentiva ormai prossimo alla morte, Ferdinando il Cattolico stese in favore di Carlo. Era il successore unico di Isabella e Ferdinando, ed ereditava entrambe le corone di Spagna. Nel 1517 Carlo compì il suo primo viaggio in Spagna. Carlo vinse l’iniziale diffidenza spagnola facendo tutte le promesse che gli vennero richieste: imparare lo spagnolo, che sarebbe rimasta l’unica lingua di corte, avrebbe provveduto ad avere quanto prima un erede, in Spagna non sarebbero entrati vescovi stranieri e non ci sarebbe stata nessuna novità in fatto di imposte. Nel 1519 morì l’altro nonno di Carlo, Massimiliano, che fece subentrare i possessi della casa austriaca. Subito si aprì la corsa al trono imperiale e Carlo si rese conto che la sua elezione non era in nessun modo scontata. Suo rivale era il re di Francia, Francesco I, che dal 1515 era signore del Ducato di Milano, formalmente parte dell’impero. L’elezione imperiale dipendeva dalla capacità dei candidati di persuadere i principi elettori, o semplicemente di comprare il loro voto, con congrue offerte in denaro. Lo scontro per la corona imperiale costrinse perciò i due rivali a cercare l’appoggio dei grandi banchieri. La finanza francese risultò sconfitta dal consorzio internazionale, molto legato al mercato olandese, che si appoggiò in favore di Carlo e gli prestò 850000 fiorini d’oro. A fine Giugno 1519 Carlo fu eletto all’unanimità dai principi riuniti a Francoforte e divenne il quinto imperatore con questo nome: fu detto quindi Carlo V. Nella propaganda dei mesi precedenti si era presentato come l’erede degli Asburgo: questo bastò a farlo preferire al re di Francia ma non lo indusse mai ad adoperarsi per parlare il tedesco. Sul capo di Carlo si riunivano ora le corone di paesi con tradizioni e interessi diversi e talora divergenti. Nella primavera del 1520 egli partì per la Germania lasciando come reggente il cardinale fiammingo Adriano. Agli occhi degli spagnoli ciò confermava i peggiori sospetti: gli interessi della Castiglia e dell’Aragona rischiavano di essere subordinati agli affari fiamminghi e alla politica tedesca. Gran parte delle città castigliane e aragonesi si ribellarono. Domate a fatica, le rivolte si spensero quando nel 1522 Carlo fece ritorno a Valladolid e si impegnò a non sacrificare i regni iberici alla politica europea. In effetti Carlo non darà ragione agli spagnoli di lamentarsi: passò più tempo qui che nei Paesi Bassi e nella Germania, suoi luoghi di nascita. Il 1521, l’anno della Dieta di Worms, la prima dieta tenuta da Carlo V, fu anche quello in cui si cominciò a conquistare l’America. Nel giro di un quindicennio Carlo si trovò alla testa di un impero mondiale. Incontrandosi con i principi tedeschi alla Dieta di Worms, Carlo V dovette anche occuparsi della controversia religiosa sollevata da Martin Lutero, tale disputa stava infatti infiammando l’intera Germania. Essa era stata avviata da eventi che risalivano a pochi anni prima. Si pensava infatti che le indulgenze riguardassero non solo le pene canoniche, quelle comminate dal clero, ma anche quelle inflitte direttamente da Dio. Esse potevano inoltre cancellare non solo la pena ma anche la colpa; e non solo colpe proprie ma anche quelle dei parenti defunti. Alberto di Hohenzollern si era candidato per una terza cattedra (era infatti già arcivescovo e vescovo di due città tedesche) quella di Magonza, il più importante arcivescovado della Germania. Questo accumulo di cariche era proibito ma papa Leone X era disposto ad autorizzarlo dietro il pagamento di 10000 ducati d’oro. In aggiunta alla somma normalmente prevista per entrare in possesso di un vescovado e ad altre spese, Alberto aveva bisogno di 30000 ducati. Se li fece anticipare dal banchiere Fugger e per poterli restituire concordò con il papa il bando in Germania di unindulgenza della durata di otto anni. Gli introiti costituiti dalle offerte sarebbero stati spartiti a metà: una parte avrebbe rimborsato Fugger e l’altra sarebbe servita al papa per le spese di costruzione della basilica di San Pietro. Il monaco agostiniano Martin Lutero, professore di teologia all’università di Wittemberg, pronunciò allora alcune prediche per mettere in guardia i suoi parrocchiani: quei frati che stavano propagandando lindulgenza mettevano in grave pericolo lanima di chi pensava di poter risolvere così facilmente le proprie pendenze con Dio. Lutero argomentò inoltre la sua condanna scrivendo 95 tesi, enunciate in latino. Si trattava di confronti fra dotti, che coinvolgevano solo i professori e gli studenti. Esse erano dirette essenzialmente contro i predicatori e affermavano fra l’altro che il papa non poteva rimettere nessuna pena, se non  quelle canoniche cioè imposte dalle norme o canoni della chiesa stessa. Che il papa non poteva cancellare nessuna colpa, cosa che spettava solo a Dio; che era dannato in eterno chi credeva di ottenere la salvezza attraverso le indulgenze; che il papa non doveva procurarsi denaro con quei mezzi scandalosi. Non era la prima volta che attorno alle indulgenze sorgevano dubbi e polemiche ma la stampa, dopo che gli scritti furono tradotti in tedesco, fu il mezzo per il quale questa polemica ebbe grande efficacia. Le tesi di Lutero non erano soltanto la condanna di uno dei tanti abusi che venivano rimproverati alla chiesa romana, ma il punto di arrivo di una travagliata riflessione sul peccato e sulla natura umana. Lutero raccontò in seguito molte volte i violenti turbamenti della sua coscienza, le paure, le angosce che gli impedivano di trovare la pace. Il senso del peccato lo perseguitava. Schiacciato dal peso della colpa e annientato dallo sguardo di Dio, giunse a dubitare che la salvezza fosse possibile. Quegli anni di smarrimento si risolsero con l’improvvisa illuminazione trovata nello studio della Lettera ai romani di San Paolo Più tardi le 95 Tesi arrivarono anche a Roma, spedite da Alberto di Hohenzollern e dai predicatori dellindulgenza e accompagnate da denunce contro Lutero. A Giugno la curia romana gli ordinò di venire a discolparsi e in Agosto dispose per un suo immediato arresto, mentre sempre più si faceva sentire un forte partito favorevole al monaco  contestatore. Lutero si accorse di possedere eccellenti qualità di polemista: si espose allora in prima persona con la pubblicazione di nuovi opuscoli contro i fautori delle indulgenze e anche contro lautorità papale. A sua difesa si schierò il principe di Sassonia che rifiutò di consegnarlo allinviato di Leone X: egli era Federico il Savio. Ben presto eventi politici di maggiore risonanza fecero passare in secondordine il caso di Lutero ma dopo lelezione di Carlo V il papa tornò a chiedere a Federico la consegna del monaco sospetto di eresia. Nel 1520 la curia romana aveva posto una commissione di teologia a risolvere definitivamente la questione. Fu pubblicata dunque la bolla Exsurge Domine che condannava formalmente gli scritti di Lutero e ordinava che i suoi libri fossero pubblicamente bruciati. Ancora una volta Federico intervenne a favore del monaco e chiese che Lutero fosse ascoltato alla prima Dieta convocata dal nuovo imperatore, al principio del 1521. Furono pubblicati poi altri scritti:

-Del papato romano: affermava che il papa non può essere considerato superiore alle Sacre Scritture

-Della libertà del cristiano: sottolineava che le opere non salvano ma vanno compiute gratuitamente per spontaneo amore verso il prossimo.

-La cattività babilonese della Chiesa: Si riferiva a tutti quegli elementi spuri ereditati dalla tradizione storica dai quali doveva essere liberata la vita del cristiano. Fra questi vi era la moltiplicazione dei sacramenti (Lutero respingeva lestrema unzione, la cresima e la confessione, che era conservata solo nella forma di penitenza), la distinzione fra clero e laici. Fondamentalizzava invece il Sacerdozio universale e il libero esame delle scritture. I veri sacramenti per lui erano leucarestia e il battesimo, gli unici rintracciabili nel Vangelo.

-Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca: Lutero attaccava direttamente il potere papale e la sua ingerenza nelle cose secolari. Ai principi chiedeva di intervenire in virtù del loro ufficio nell’opera di riforma della chiesa. Lo scritto era un invito esplicito alle autorità politiche di schierarsi contro la chiesa romana: Lutero ormai sfidava apertamente lautorità di Roma.

D’altra parte Lutero sfidava ormai apertamente l’autorità di Roma e in Dicembre partecipò alla manifestazione organizzata dai suoi seguaci nella quale la bolla Exsurge Domine fu data alle fiamme. Dopo tre anni di polemiche si era consolidata una vasta opinione pubblica che si opponeva alle indulgenze anche perché, in favore di Lutero, si schierò la piccola nobiltà dei Ritter, i cavalieri.

La bolla Exsurge Domine aveva condannato più i libri che la persona del loro autore. Ma all’inizio del 1521 Lutero fu dichiarato eretico ostinato e scomunicato. Poco dopo si aprì la dieta: a Lutero era stato permesso di parlare liberamente grazie a un salvacondotto che gli garantiva di non essere arrestato. Lutero giunse dunque a Worms e qui rifiutò la parte dell’accusato cercando di aprire un confronto dotto non ritrattando nulla di ciò che scrisse. Un’altra occasione per ritrattare gli venne offerta davanti a una commissione di principi e vescovi dove rifiutò di ritrattare per una seconda volta. Lutero ricevette dunque l’ordine di lasciare Worms e fu avvertito della scadenza del salvacondotto in tre settimane: venne però salvato dal principe Federico il Savio. Per un anno restò nel castello del principe Federico, sotto la sua protezione. In questi mesi cominciò a dedicarsi all’opera che rappresentava come un compimento delle sue dottrine: la traduzione delle Sacre Scritture in tedesco. D’ora in poi chiunque sarebbe stato in grado di avere un rapporto diretto con la parola di Dio. In quegli anni esisteva in Germania una molteplicità di dialetti parlati e scritti, nessuno dei quali aveva assunto un maggiore prestigio letterario. Il lavoro di Lutero si fondò in gran parte sul dialetto parlato in Sassonia, combinato con la lingua scritta adottata negli uffici dei principi, e dette un contributo decisivo alla nascita del tedesco moderno. Il clero fu costretto a dire la messa in tedesco e a prendere moglie, mentre frati e monache venivano ricondotti con la forza alla vita laicale. Nel 1522 Lutero tornò a Wittemberg, dove trovò il suo collega Carlostadio che aveva riformato drasticamente la messa: Lutero però disapprovò gli aspetti di estremismo della messa e soppresse la riforma introdotta dal suo collega. Un processo inarrestabile si era ormai messo in movimento, assumendo forme violente che non rientravano nei propositi di Lutero. I ritter interpretarono la Riforma come un invito alla rivolta contro i vescovi e gli abati e presero le Armi. La contestazione delle gerarchie ecclesiastiche che finiva in anarchia e sovversione politica avrebbe allontanato i prìncipi e portato al fallimento del rinnovamento. Questi timori si fecero ancora più vivi quando diverse regioni tedesche furono sconvolte da una grande rivolta contadina. La preoccupazione di Lutero divenne più fondata quando a capo dei ribelli si mise Muntzer, che equiparava i ricchi a empi nemici della fede e incitava i contadini a distruggere castelli e conventi e a colpire senza pietà i loro oppressori, confidando nell’aiuto divino. La piega presa della rivolta contadina spinse Lutero a un’aperta condanna; il mese successivo, volendo sottrarsi all’accusa di essere responsabile della rivolta, pubblicò l’opuscolo Alle empie e scellerate bande di contadini che chiamava i principi tedeschi alla carneficina, alla distruzione dei contadini, definiti cani rabbiosi. Almeno cinquemila ribelli furono massacrati. Alla repressione dei contadini avevano preso parte i principi tedeschi favorevoli a Lutero; essi si erano posti apertamente a difesa della Riforma luterana sia contro i papisti sia contro i radicali come Muntzer. Lutero sosteneva che il potere temporale è stato istituito da Dio stesso per tenere a freno lo spirito di sopraffazione insito in tutti gli uomini. Se non esistesse la spada, la vita sociale risulterebbe impossibile e ciascuno sopraffarebbe l’altro. Da ciò discendevano le conclusioni tratte due anni dopo: la ribellione all’autorità è una ribellione contro Dio, neppure la ribellione contro il tiranno è giustificata, perché la tirannide è una conseguenza dei nostri peccati e l’alternativa a essa, l’anarchia, è ancora peggiore.

Giovanni il Costante, nuovo principe di Sassonia succeduto a Federico il Savio, impose la messa in tedesco e insieme a Lutero riorganizzò le istituzioni ecclesiastiche, rendendo elettiva la funzione di pastore. Riformando i loro stati, i principi assecondavano i sentimenti religiosi di un numero crescente dei loro sudditi; ma la riforma era anche l’occasione per abolire il clero cattolico e gli ordini monastici e impossessarsi dei loro beni e per creare uno stabile legame politico fra il potere statale e l’istituzione ecclesiastica. Nel 1516 con il trattato di Noyon si pensava di aver chiarito tutte le controversie fra Francia e Spagna. Ma nel 1519 la Francia era circondata su 3 lati dalla Spagna, dalla Germania e dallo stato borgognone, tutti e tre in mano a un solo uomo: Carlo V. Francesco I (l’attuale re di Francia) si candidò contro di lui e ne seguirono scontro armati contro Carlo V nella Navarra. Iniziò dunque lo scontro armato la cui prima fase iniziò nel 1521: l’esercito imperiale con i lanzichenecchi tedeschi invase la Lombardia e Milano fu restituita agli Sforza. Francesco I subì successivamente due sconfitte a Milano e a Pavia, venne catturato e portato a Madrid. Fu liberato dopo un trattato nel 1526, che riconosceva a Carlo V il ducato di Borgogna e lasciava Napoli e Milano. Nel papato venne eletto Clemente VII che si riunì insieme a Milano, Firenze, Venezia, Genova e Francesco I nella lega antiasburgica del 1526. Dopo aver fatto occupare Milano da nuove truppe dunque, Carlo V ordinò all’esercito imperiale di avanzare verso gli Stati Pontifici. L’esercito arriva a Roma nel 1527 e la città papale fu presa d’assalto. Il papa lasciò allora il Vaticano e trovò rifugio nella residenza di Castel Sant’Angelo, messa anch’essa sotto assedio poco dopo. Il papa dovette versare 70000 monete d’oro perché l’assedio fosse sospeso e venne fatto prigioniero; Venne liberato dopo la peste. Nel 1528 Carlo V ritirò l’esercito. A Firenze intanto vengono cacciati i Medici e viene instaurata la repubblica; Genova invece lascia l’alleanza antiasburgica e passa dalla parte dell’imperatore. Nel 1529 viene redatta una nuova Pace a Cambrai fra Carlo V e Francesco I. Nel 1529 vi fu un incontro tra il papa e l’imperatore che voleva che l’esercito imperiale lo aiutasse a ridare Firenze alla famiglia dei Medici. Nel 1530 l’imperatore venne incoronato dal papa e nello stesso anno l’esercito asburgico espugnò Firenze, riconsegnandola ai Medici. Venne convocata nel 1530 la Dieta di Augusta che veniva aperta per cercare di creare un ambiente pacifico. Da qui viene redatto il principio del Cuius Regio Eius Religio che indicò la definitiva rottura e divisione tra l’Europa cattolica e quella protestante. Questo principio sancisce ai vari principi la libertà di aderire o non alla riforma: ciò obbliga il suddito a seguire l’ideologia del principe. Non è un principio di tolleranza ma solo di tipo autoritario. La Riforma era stata in principio un fenomeno strettamente tedesco ma ben presto prese una dimensione europea, mentre accanto alla Riforma di tipo luterano comparivano movimenti religiosi con caratteri assai diversi. Dal 1524 erano comparsi in Svizzera gruppi di riformatori che non solo rifiutavano l’intera tradizione cattolica, ma richiedevano una libera adesione individuale alla fede. Essi consideravano perciò valido solo il battesimo richiesto da un adulto, non battezzavano i loro figli e facevano ribattezzare se stessi, venendo chiamati anabattisti. Scomparvero immediatamente dalla Svizzera a causa delle repressioni ma riuscirono a fondare piccole comunità in Germania. Gli anabattisti impugnavano la fede come una spada che doveva rigenerare da cima a fondo l’umanità. L’unica legge da loro riconosciuta era quella che emanavano direttamente le Sacre Scritture. Predicavano la comunione dei beni in nome degli Atti degli Apostoli, condannavano qualunque forma di controllo dello stato sulla chiesa e consideravano opera diabolica tutte le istituzioni civili e politiche. Il vero credente poteva fare a meno di qualunque istituzione ecclesiastica. Vennero colpiti da bandi di espulsione e condanne a morte. Gli anabattisti si caratterizzavano per il loro linguaggio ispirato ed esaltato e con la loro trascinante predicazione riuscirono a influenzare la maggioranza della popolazione della città di Munster, ribattezzando centinaia di persone ed espellendo cattolici e luterani. I capi della rivoluzione religiosa instaurarono un regime di terrore che includeva l’abolizione della moneta e della proprietà privata, l’obbligo della poligamia per gli uomini e una lunga casistica di colpe punite con la morte. Ma la riforma aveva battuto anche altre strade. A Zurigo, Zwingli aveva ottenuto nel 1525 dal consiglio cittadino l’abolizione della messa, sostituita da una commemorazione eucaristica di assoluta semplicità. La teologia di Zwingli escludeva del tutto che la grazia divina potesse trasmettersi attraverso oggetti materiali e considerava i sacramenti solo come simboli delle promesse di Dio. Nel caso dell’eucarestia Lutero aveva respinto la dottrina cattolica della transustanziazione (che dice che nel pane e nel vino muta la sostanza interiore ma restano immutate le proprietà percepibili) ma continuava ad affermare la presenza reale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino, limitandosi a spiegarlo con una metafora. Secondo Zwingli nell’eucarestia comparivano solo i simboli di una presenza spirituale con i quali era commemorata l’ultima cena di Gesù. Nella frase Hoc est corpus meus Zwingli sosteneva che est andava rappresentato come rappresenta e non come essere. L’influsso di Zwingli non si manifestò però appieno poiché rimase ucciso in battaglia. Dopo la sua morte venne avviata una nuova fase della storia della riforma da Giovanni Calvino, che si trasferì a Parigi e qui studiò secondo il metodo umanistico le lingue classiche entrando in contatto con le idee della riforma che stavano penetrando nell’università. Poco dopo Calvino fuggì in Svizzera e si stabilì definitivamente a Ginevra. Le prime iniziative dei riformatori contro la messa cattolica e le altre istituzioni ecclesiastiche tradizionali si intrecciarono con la lotta dei ceti mercantili contro il vescovo, culminata nel 1533 con la sua espulsione e con l’istituzione di un nuovo governo basato su consigli elettivi. Ottenuto l’aiuto militare di Berna, Ginevra si era poi liberata dalla minaccia dei Savoia, mentre giungeva a termine il dibattito tra le forze cittadine favorevoli all’adesione definitiva alla Riforma e quelle che cercavano un compromesso con il passato. Nel 1536 i ginevrini si riunirono sulla piazza della cattedrale e per alzata di mano solennemente decisero di passare dalle tenebre alla luce”: si trattava di una procedura ben diversa da quella seguita dai principati tedeschi, nei quali l’iniziativa determinante era stata presa dal sovrano. La creazione in forma repubblicana della chiesa ginevrina diventerà un modello per le future chiese calviniste. Calvino aveva pubblicato proprio in questo anno la sua opera principale, l’institutio christianae religionis. Il libro venne pubblicato sia in latino che in francese. L’Institutio di Calvino si presenta come un grande trattato, compiuto, ordinato e svolto con una serrata argomentazione razionale. Il principio della superiorità della fede sulle opere restava comunque, sia per Calvino che per Lutero il punto di partenza per liberare il cristianesimo da ogni traccia di ritualismo. Calvino era convinto che la fede derivasse dalla grazia irresistibile di Dio e che ogni uomo è predestinato dall’eternità alla salvezza o alla dannazione. Per quanto riguarda le tesi sui sacramenti e sull’eucarestia egli ricavò risultati simili a quelli di Zwingli. Ma il primato della fede e il principio della predestinazione conducevano Calvino a conseguenze molto diverse da quelle di Lutero. Il calvinista desiderava che la retta dottrina della fede intervenisse a rigenerare il comportamento umano anche nella vita civile e politica. Il calvinista pensava che le buone opere fossero sempre compiute da Dio e si sentiva perciò uno strumento nelle sue mani, predestinato a compiere le opere che glorificavano il divino creatore. Calvino faceva del lavoro un modo per glorificare Dio. La religione diventava così il principio del governo di se stessi nel comportamento di tutti i giorni. Il lavoro produttivo diventava una forma di preghiera un’offerta a Dio delle proprie certezze: il fine esclusivo dell’arricchimento continuava a essere malvagio. Per conseguenza, Calvino distingueva l’usura, con la quale si opprimono e si sfruttano i poveri, dal prestito a interesse nell’investimento produttivo. Lutero prestò poco interesse all’organizzazione delle chiese terrene. Negava che lo stato potesse occuparsi di materie di fede. Lutero restò una voce rispettata, ma la sua parte attiva negli sviluppi del movimento riformatore divenne sempre minore, si allontanò raramente da Wittemberg e morì nel 1546 nella città natale. Calvino ammetteva, sia pure con rigide limitazioni, il diritto di ribellione contro l’autorità che si allontanava dalla legge di Dio, ma soprattutto affermava che la vita religiosa deve improntare la stessa comunità civile e non restare chiusa nella sfera della coscienza. Le istituzioni civili devono essere al servizio del programma di una società rigidamente morale e religiosa. Poco dopo essersi stabilito a Ginevra, Calvino poté attuare attraverso le Ordinanze ecclesiastiche, stese per conto della città, le sue dottrine sui rapporti fra stato e chiesa. Le Ordinanze, che furono in seguito prese a modello da altre città che aderirono al calvinismo, istituivano un consiglio della chiesa o concistoro formato dai pastori e da un gruppo di presbiteri, laici anziani eletti dal consiglio cittadino. I suoi provvedimenti diretti non andavano oltre la proposta della scomunica, ma questa attivava normalmente anche l’ulteriore intervento punitivo dell’autorità civile. Con l’editto di Nantes del 1593, Enrico IV concedeva ai calvinisti una piena libertà di coscienza e garantiva loro la cessazione di ogni discriminazione civile o politica. Nel 1530 Enrico VIII iniziò a parlare di riforma della chiesa Inglese. Nel 1533 ottenne il divorzio con Caterina. Nacque anche una femmina dal nuovo matrimonio con Anna Bolena, a cui il parlamento diede il diritto di successione. Nel 1534 il parlamento si decide a un atto di supremazia e assegna al re il grado di capo supremo della chiesa nazionale anglicana. Thomas Moore, il cancelliere del re si ribella alle sue decisioni e viene condannato. Anna Bolena finì sul patibolo nel 1536 poiché il re si era stancato di lei e non le aveva dato un figlio maschio. Nel 1537 finalmente ebbe da un altro matrimonio un figlio maschio la cui madre morì durante il parto. Accadde così uno scisma: la chiesa inglese si distaccò da quella romana. Il re aveva condannato a morte chi si era opposto alle sue decisioni. Fece tradurre in inglese la bibbia la cui lettura fu vietata alle donne. Il figlio Edoardo IV salì al trono alla morte del padre e su appoggio dei consiglieri rese anglicane alcune dottrine protestanti. Fece scrivere il Common Prayer Book, pubblicato nel 1549,

che conteneva la riforma della messa, l’eliminazione dei sacramenti superflui e l’abolizione del celibato ecclesiastico. Nel 1552 venne pubblicato l’Atto di uniformità che rese obbligatoria la partecipazione alle funzioni religiose.

 

Che cosa ha rappresentato la Riforma per la storia d’Europa moderna?

 

Nessuno dei movimenti ereticali del Basso Medioevo mise davvero in questione l’unità religiosa dell’Europa. La chiesa riuscì efficacemente a isolarli e nei casi più difficili poté realizzare la sua opera di repressione in pieno accordo con le autorità politiche, che non avevano alcun interesse ad appoggiare forze che si manifestavano spesso con caratteri di eversione sociale. L’idea di Europa-cristianità aveva conservato un suo vigore ancora nel Trecento e almeno per un aspetto (la percezione del pericolo rappresentato dall’avanzata turca) si era perfino rinforzata nel XV secolo. La Riforma protestante ruppe in maniera radicale e irreversibile il genere di unità che aveva segnato l’identità dell’Europa medievale. Antefatto immediato, in senso cronologico, della Riforma era stata l’affermazione dello stato moderno. L’Europa composta da una pluralità di stati sovrani ma compattamente cattolica fu in ultima analisi solo un breve intermezzo, perché proprio queste pluralità di stati giocò in favore della Riforma. Le chiese riformate divennero chiese di stato, profondamente identificate con le monarchie e le repubbliche cittadine che le proteggevano. A cominciare dalla guerra fra Carlo V e la Lega di Smalcalda, i motivi religiosi, intrecciandosi con quelli politici, diventeranno per cento anni una causa supplementare di conflitto dentro gli stati e fra gli stati. Con la fine della vecchia idea di cristianità e con la moltiplicazione delle confessioni che si dicevano cristiane (cattolici, luterani, calvinisti, anabattisti ecc.), l’Europa divenne una realtà da ridefinire e da rifondare su nuove basi. L’Europa moderna sarà quella capace di esistere anche nel pluralismo religioso.

 

Quali fattori contribuirono maggiormente alla diffusione della Riforma?

 

Il caso Lutero poteva finire in uno di questi due modi: o come una disputa dottrinale rimasta nell’ambito di teologi e dei professori di università oppure intervenendo tempestivamente per mettere a tacere con la forza Martin Lutero. La prima alternativa fu resa impossibile dalla stampa, che dette alla disputa stessa un’imprevista dimensione pubblica, e anche dalla curia romana , che credette di poterla chiudere puntando sulla repressione. Ma questa seconda alternativa (poco memore di quel che era accaduto in conseguenza della condanna di Jan Hus) fu resa impossibile dalla presa di posizione dell’elettore di Sassonia. In seguito fu la scelta dei principi tedeschi e dei re, oltre che dei consigli cittadini, a determinare il radicamento della Riforma. Molti erano stati convinti dalle prediche dei riformatori, molti restarono fedeli alla chiesa cattolica; ancora di più furono quelli che, nel contrasto fra Roma e il loro sovrano, decisero di seguire la scelta del secondo. La tendenza delle chiese a diventare nazionali e a riconoscersi nell’autorità dei principi datava già dal secolo precedente. Negli ultimi decenni in molti paesi il sentimento anti-romano e anticlericale non aveva fatto che estendersi: il papato era avvertito come una potenza terrena e straniera, che sottraeva troppe risorse economiche e pretendeva di dettare legge in troppi settori; la religiosità del clero tradizionale appariva formale e tiepida, la sua subordinazione a Roma era inaccettabile, il suo parassitismo economico e la sua invadenza burocratica insopportabili. Mettendo a sé i casi dell’Italia e anche delle monarchie iberiche, la decisione di un principe di staccarsi dalla chiesa romana diventava un fattore decisivo nel far pendere definitivamente la bilancia dalla parte della Riforma.

 

Quali prospettiva aveva il progetto imperiale di Carlo V?

 

Nell’idea di impero c’era sempre stato qualcosa di irrealistico; solo in rari momenti gli imperatori avevano ottenuto dai re qualche concreto riconoscimento della loro superiorità. Carlo V non poteva seriamente proporsi di restaurare l’impero in forme che non erano mai esistite. Poteva però cercare di fare della Germania un regno più accentrato e, contando sulla potenza che gli derivava dagli altri suoi possessi, poteva presentarsi all’Europa come un’autorità in grado di garantire la pace e la giustizia. Contro un progetto del genere andavano però due fatti: l’Europa degli stati sovrani era già troppo medioevale. La Francia avrebbe accettato qualunque alleanza, compresi gli Ottomani e i protestanti, se serviva a mettere in difficoltà l’imperatore. In Germania Carlo V era accettato e rispettato finché si atteneva all’idea di impero senza vera sovranità, veniva combattuto quando appariva troppo vicino a fare dell’Impero tedesco una monarchia. La divisione religiosa della Germania rese ancora più ardua la restaurazione imperiale. Carlo V doveva assumersi il compito supplementare di riportare la pace fra luterani e cattolici, ma da una parte restava un sovrano cattolico, dall’altra non riusciva a convincere o a costringere il papa a convocare un concilio ecumenico. Alla fine dovette opporsi con la forza ai principi protestanti; la vittoria di Carlo V nell’elezione dell’imperatore li convinse che ogni indebolimento del protestantesimo si traduceva in un indebolimento della loro indipendenza politica e li spinse all’alleanza decisiva con la Francia.

 

Lutero

Per Lutero la natura del cristiano è duplice: una spirituale, l’altra corporale. L’uomo spirituale è libero e non ha legami con il corpo. Infatti non giova per nulla all’anima che un uomo indossi vestiti molto lussuosi o che non beva e non mangi. L’anima è sempre la stessa e non viene influenzata da questi fattori! L’uomo non è in grado di comprendere le sacre scritture perché egli è fonte di peccato. La sola fede rende giusti e pii senza bisogno di nessuna scrittura. Infatti i comandamenti ci insegnano e ci pongo dinanzi a ogni sorta di buone opere, ma non per questo esse si realizzano. Esse ci mostrano ma non aiutano; ci insegnano su ciò che si deve compiere ma non concedono le forze a ciò necessarie. Perciò tutti i comandamenti sono per noi impossibili ad adempiersi.

 

Lutero

Fra i veri cristiani non sono possibili liti e contese ma siamo tutti peccatori, quindi Dio dice che dobbiamo essere controllati da un capo: Dio gli da’ la spada e crea due reggimenti: uno spirituale, per renderci pii, e uno temporale per impedire opere malvagie.

 

Filippo Melantone

I magistrati devono abolire i culti empi, devono essere custodi dei 10 comandamenti, devono proibire delitti e devono punire gli eventuali colpevoli. I magistrati sono degli uomini politici che appartengono al corpo esteriore e devono compiere opere buone. Il potere politico non deve intervenire sulla fede ma sul rispetto delle leggi, proteggendo i corpi. Sono i custodi della società umana.

Calvino

Calvino paragona 3 forme di governo: la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia. La migliore scelta secondo lui è quella di un uomo che governa e mantiene la libertà fra il popolo ma ciò non può avvenire poiché siamo tutti peccatori. Il miglior governo è dunque quello in cui più persone si aiutano e si controllano. Formula anche la teoria dell’obbedienza che enuncia che tutti i sudditi devono svolgere i loro compiti considerandoli un compito affidato da Dio; l’uomo non deve sottomettersi al magistrato solo per timore di essere punito ma deve obbedire per il timore verso Dio. La ribellione dei magistrati verso Carlo V è legittimata perché solo altri politici ai quali è già stato dato il potere da Dio possono ribellarsi, il singolo suddito non può.

 

De libero Arbitro”: l’uomo può fare una sua scelta. Dal punto di vista filosofico molti lo sostengono, c’è la capacita di autogovernarsi. Mette in luce il ruolo che il fedele ha per la predestinazione. Per Erasmo e Lutero l’uomo non è in grado di salvarsi. C’è bisogno della misericordia divina. Per il cattolico l’uomo non si salva ma è collaboratore cioè partecipa con misericordia al suo destino di salvezza o di dannazione. I luterani sono però pessimisti: se un uomo agisce da solo è peccatore. Viene sostenuto invece il servo arbitrio che indica che siamo sottomessi a Dio o al male. Ci salviamo per la misericordia, ci dobbiamo porre nelle mani di Dio. Se ho fede Dio forse mi salva ma non si può sapere! L’uomo non ha nessuna libertà, è schiavo.

I capisaldi della dottrina luterana possono essere così sintetizzati:

·         Salvezza per sola fede: la salvezza non si ottiene a causa delle buone azioni; si ottiene solamente avendo fede in Dio, che può salvare chiunque Egli voglia.

·         Sufficienza delle ‘Sacre Scritture’: per comprendere le ‘Sacre Scritture’ non occorre la mediazione di concili o di papi; ciò che è necessario e sufficiente è la grazia divina e una conoscenza completa ed esatta di esse.

·         Libero esame delle ‘Sacre Scritture’: chiunque, illuminato da Dio, può sviluppare una conoscenza completa ed esatta delle ‘Scritture’.

·         Sacerdozio universale: per ricevere la grazia divina non occorre la mediazione di un clero istituzionalizzato: tra l’uomo e Dio c’è un contatto diretto.

·         Predestinazione del bene e del male

·         Negazione dell’infallibilità papale.

·         L’uomo compie azioni pie poiché è giustificato dalla grazia di Dio: non è giustificato a causa delle sue azioni pie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riforma cattolica e controriforma

 

Nella chiesa cattolica ci si rese conto dell’elevato grado di corruzione raggiunto nella struttura che la aveva ereditato e si intraprende una riforma. Nel 1523 iniziano a volere un concilio per la soluzione delle controversie. Si parla di un libero concilio cristiano in terra tedesca; libero perché i luterani non potevano partecipare solo come imputati e in terra tedesca poiché volevano che il concilio fosse preservato dal rischio di una conclusione coercitiva. Il papa Clemente VII e la curia romana però non volevano trattare con i luterani e questo rimase solo una vaga prospettiva. All’inizio del 1540 però vi fu l’inserimento di nuove personalità molto importanti all’interno della chiesa Cattolica che spingeva per il concilio. Nel 1542 il papa emana un decreto di convocazione e nel 1545 inizia finalmente il concilio di Trento: Carlo V voleva riunificare la cristianità e fare interventi disciplinari. Vi fu un rinnovamento dello spirito religioso: i nuovi ordini religiosi indicano la via che la chiesa deve percorrere per avvicinarsi al popolo. Quello che rappresenta la chiesa che si riforma fu quello dei Gesuiti, impartito nel 1534 da Ignazio Loyola che aveva alla sua base i seguenti precetti rivoluzionari e non:

·         Venne approvato nel 1540. Non era un ordine antiriformistico inizialmente: questo era infatti un ordine missionario che puntava all’istruzione dentro e fuori dall’Europa. Inizialmente non c’era una particolare vocazione religiosa ma successivamente diventano un punto di riferimento per la chiesa. Nasce come esigenza missionaria e poi entra nella controriforma.

·         Erano attenti alle novità ma c’era ancora la chiesa gerarchica che bisognava rispettare: alla base c’era un forte spirito di combattività e l’obbedienza. La virtù dell’obbedienza è la più centrale di questo ordine religioso e della sua istituzione: l’essenza della virtù stessa è l’obbedienza cioè la capacità di riuscire anche di fronte ad un ordine che non capisco. Proprio questo era lo strumento per convertire e diffondere il cattolicesimo, sostituendo l’utilizzo delle armi con l’istruzione.

·         Istituiscono collegi gesuitici, scuole di alto livello dove il potere influenza anche le scelte politiche. Questi non tendono a promuovere le singole capacità. Devono essere tutti uguali poiché devono obbedire all’autorità papale. Vi è un’esperienza di internato poiché gli studenti vivono nel collegio a causa della sfiducia nella capacità educativa delle famiglie: le vacanze c’erano, ma erano comunque troppo brevi

·         A capo di tutto il movimento gesuitico veniva messo un preposito generale che era direttamente legato al papa e non al potere politico.

·         La concezione dell’uomo è ambivalente nel movimento gesuitico: da una parte è ottimistica perché esiste il libero arbitrio e non vi è la predestinazione, dall’altra pessimistica poiché l’uomo in quanto individuo non può raggiungere la perfezione e può eseguire il libero arbitrio solo se inserito in una società perfetta, qual’è la chiesa. La perfezione terrena si riconosce nel papa la cui perfetta obbedienza garantisce la salvezza.

·         La disciplina era fondamentale

·         Venne redatta un insieme di regole dell’istruzione: viene indicato al professore di filosofia di non dimostrare simpatia su dottrine troppo ortodosse perché gli studiosi non devono interessarsi a queste.

Lo scopo di questi nuovi ordini era quello di lottare contro l’eresia e difendere la chiesa tradizionale; c’era bisogno di una preparazione teologica, culturale e politica. Nel 1542 la chiesa cattolica avvia l’apparato repressivo dell’eresia, riducendo l’attività dei tribunali dell’inquisizione. Il consiglio si divise in tre fasi: Nel 1547 Paolo III sfida l’imperatore e sposta la seduta a Bologna (nello Stato della Chiesa) e il concilio rimane fermo fino alla sua morte. Nel 1551 Giulio III riapre il concilio a Trento e invita i rappresentanti dei protestanti fino al 1552, dove il concilio viene interrotto a causa della guerra intrapresa tra Carlo V e la Francia. Nel frattempo nel 1555, durante la dieta tenutasi ad Augusta, viene firmata dai principi tedeschi la pace di Augusta che affermava il principio del cuius regio eius religio. Nel 1562 e 1563 i decreti del Concil’io di Trento furono firmati da 217 padri. Il nuovo papa Paolo IV condannò subito la pacificazione religiosa di Augusta. Quando questo morì i romani festeggiarono. A Paolo IV successe Pio IV che pubblicò le conclusioni che il concilio di Trento aveva raggiunto tra cui le affermazioni dottrinali che respingevano in blocco le tesi dei protestanti. Approvò anche la Vulgata cioè la traduzione latine della bibbia, che fu l’unica versione autorizzata dei testi sacri. Vennero anche risottolineate alcuni fondamenti messi in dubbio dalle teorie protestanti: il battesimo rende possibile all’uomo di collaborare alla propria salvezza, viene confermato il valore sacrificale della messa, viene vietato il cumulo dei benefici ecclesiastici e vengono istituiti i seminari, scuole per la formazione personale del religioso.Dopo il 1541 comunque appariva chiaro che la rottura tra la chiesa cattolica e i protestanti era diventata definitiva. Di colpo essa si trovò ad affrontare un problema nuovo, quello della convivenza tra fedi che proclamavano di rappresentare in maniera esclusiva la verità cristiana. Nelle città calviniste vi era l’intransigenza religiosa e si rifugiavano qui i perseguitati dei paesi cattolici. Alcuni affermavano il diritto di professare liberamente la fede come Sebastian Castell’ion che lasciò Ginevra e andò a Basilea poiché si era scontrato con Calvino. L’intolleranza calvinista aveva intanto fatto una vittima esemplare con il processo per eresia promosso dal consiglio di Ginevra contro Michele Serveto. Egli era un erudito di origine spagnola che aveva trovato rifugio dapprima a Strasburgo e Basilea ed era poi vissuto sotto falso nome in Francia, studiando medicina a Parigi e facendo il medico a Lione. Ricercato dall’inquisizione spagnola per aver pubblicato un libro che negava il dogma della Trinità, riuscì a sfuggire all’Inquisizione romana e pensò di trovare un rifugio momentaneo a Ginevra. Ma la città di Calvino aborriva le sue idee quanto i cattolici e gli dette la morte sul rogo cui era riuscito finora a fuggire. Nel frattempo in Germania vi era pace religiosa per l’accordo di Augusta. In Inghilterra invece vi era l’intolleranza e qui la religione ufficiale cambiò addirittura quattro volte. Anche in Francia vigeva l’intolleranza e vi fu un’accesa guerra civile tra cattolici e calvinisti. In Spagna le dottrine riformate non erano molto sviluppate. In Italia invece Paolo III aveva istituito il Sant’Uffizio che possedeva ampi poteri di indagine con il ricorso alla tortura durante il processo. Nei casi più gravi si andava da periodi più o meno lunghi di carcere ai lavori forzati come rematori sulle galere, fino alla morte sul rogo. Nel 1559 venne accostato all’inquisizione l’indice dei libri proibiti. Tra i libri illustri comparivano quelli di Macchiavelli e di Erasmo. Se fosse stato rispettato alla lettera ci sarebbe stato un grosso colpo alla cultura, ma non sopravvisse. Infatti nel 1564 Paolo IV istituì il nuovo indice che riammise la lettura di alcune opere dopo averle fatte passare da commissioni di censori. Le tipografie in Italia erano tenute a farsi rilasciare due permessi di stampa, uno dallo stato e un secondo, detto imprimatur, dalla chiesa. L’inquisizione romana non aveva potere in Francia dove il compito era affidato a Tribunali Statali. Lo stesso accadde con l’inquisizione spagnola che era sotto il controllo della corona: dal 1480 gli venne affidato il compito di vigilare sull’ortodossia degli ebrei convertiti. Dal 1502 gli venne affidato lo stesso compito sui musulmani convertiti. Dal 1520 al 1525 non vi furono tanti processi perché le idee dei protestanti non vennero ascoltate: vennero accusati solo gli alumbrados, gli illuminati, che potevano entrare in contatto con lo Spirito Santo con la preghiera mentale. Fu arrestato anche Loyola sotto questo sospetto. Nel 1557 vennero smascherati piccoli gruppi di autentici protestanti. Centoventi persone furono arrestate a Siviglia e altre cento a Valladolid. I processi di Valladolid si svolsero più rapidamente e condussero a settanta condanne, quasi la metà al rogo. Una quantità simile anche venne anche dai processi a Siviglia. La Spagna ebbe allora un suo Indice dei libri proibiti: per evitare ogni contaminazione eretica le importazioni dei libri pubblicati all’estero furono proibite e furono posti ostacoli insormontabili agli studenti che volevano frequentare università poste fuori Spagna. La Riforma protestante era stata una rivolta contro i simboli presenti negli edifici religiosi. Ciò che i protestanti distruggevano divenne elemento essenziale nelle chiese della Controriforma. L’iconografia dei santi e del loro martirio riempì gli altari laterali . La messa intesa come sacrificio diventò un grande spettacolo, celebrato negli ambienti fastosi delle chiese barocche. L’ostia diventò oggetto di un culto intenso. La chiesa protestante era invece solo il luogo dove si andava per ascoltare la lettura della parola di Dio e il sermone tenuto dal pastore: la più severa chiesa calvinista colpiva come pagano e superstizioso ogni genere di arredo sacro, compresi i crocifissi e gli inginocchiatoi. Dalla metà del Cinquecento fu l’intera Europa a entrare in un’epoca di rigido controllo della vita morale, con l’imposizione di regole e limitazioni al comportamento individuale e sociale.I tribunali dell’Inquisizione si dedicarono a colpire la bestemmia, le incaute affermazioni in materia di religione, le superstizioni. Anche luterani e calvinisti si dettero alla repressione dello stesso genere di devianze. Allo stesso tempo la chiesa si preoccupò di migliorare la pratica religiosa e di diffondere l’istruzione. Le differenze tra mondo cattolico e mondo protestante si fanno poi minime se consideriamo un altro fenomeno: il mutare degli atteggiamenti nei confronti dei poveri e dei mendicanti. Fu obbiettivo comune quello di far sparire dalle strade e dalle porte delle chiese quell’umanità cenciosa. I veri poveri furono indirizzati verso istituzioni caritatevoli che diventavano anche luoghi di reclusione forzata. Il vagabondaggio si trovava ai rigori della legge penale e a provvedimenti di espulsione dalle città. Un altro elemento comune fu quello della disciplina delle scostumatezze private. La vita sessuale fu uno dei principali obbiettivi di questo grande disciplinamento. Affermarono che la sessualità era lecita soltanto dentro il matrimonio e solo se subordinata al fine della procreazione. L’adulterio fu rigorosamente condannato; poiché per il cattolicesimo il matrimonio era un sacramento, comportamenti come l’adulterio e la bigamia rientrarono sotto la competenza dell’Inquisizione. L’esistenza di un clima culturale comune al mondo cattolico e a quello protestante è dimostrata dalla paura per la stregoneria e in particolare per le streghe che non conobbe confini. La chiesa si dimostrò in principio piuttosto scettica sulla realtà della stregoneria e l’Inquisizione medievale si preoccupò più degli eretici che degli adoratori di Satana. Una svolta si ebbe con il papa Innocenzo VIII che emanò una bolla in cui incitava i vescovi a mettere maggiore impegno nella lotta contro streghe e stregoni. Poco dopo due inquisitori tedeschi pubblicarono un manuale destinato ad aiutare gli inquisitori nell’opera dello smascheramento dei servi di Satana e retto dalla convinzione che le donne fossero per natura assai più predisposte degli uomini a darsi al satanismo e al maleficio. Il periodo più intenso nei processi per stregoneria si colloca fra il 1550 e il 1650. Una ragionevole sintesi dei dati disponibili fa concludere che le persone sotto poste a processo furono più di 100.000  e che oltre la metà dei processi finì con una condanna.

Lutero

Sin dai suoi primi scritti Lutero rivendicò l’autonomia della fede da ogni potere e istituzione esterna alla coscienza, fosse lo stato o la chiesa organizzata. Poiché nessuna forza materiale, ma solo lo Spirito Santo può suscitare la fede, nessuna autorità è legittimata a costringere gli eretici a credere. Nella parabola della zizzania si legge che i servi, quando si accorgono della mala erba che sta crescendo nel campo accanto al grano, chiedono al loro signore se devono strapparla. E questi risponde: No, affinché, raccogliendo la zizzania, non sradichiate con essa anche il grano. Lasciate che crescano insieme ambedue fino alla messe e, nel tempo della messe, dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per brucarla, il grano invece riponetelo nel mio granaio”. Gesù rivendica qui esclusivamente per sé e per il momento del giudizio finale ogni decisione contro gli eretici. La Bibbia contiene però anche altri testi che autorizzano l’uso della forza contro chi, con le parole e con gli atti, offende o danneggia la vera fede. Qui Lutero si richiama alla legge mosaica, ma da parte cattolica e protestante la repressione dell’eresia poté essere giustificata anche in base alla parabola del convito, nella quale Gesù mandava i suoi servi nelle strade e nelle piazze per condurre tutti al suo convito: le sue parole costringili ad entrare furono comunemente interpretate come un’autorizzazione a usare la forza per imporre la fede.

 

Magistrati di Ginevra

Negli stati luterani e calvinisti non esisteva nulla di simile all’Inquisizione. Qui erano direttamente le autorità civili a istruire il processo contro gli eretici, provvedendo poi a eseguire la sentenza. Il principio della separazione fra stato e chiesa, proclamato in teoria, cedeva di fronte all’obbligo di difendere la vera fede. Se si escludono le persecuzioni sistematiche degli anabattisti, i roghi degli eretici furono più rari negli stati protestanti che in quelli cattolica e a Ginevra la condanna di Serveto restò un caso relativamente isolato, ma capace di sollevare un grande cl’amore. La logica della condanna era però ovunque sempre la stessa: si parlava di un fetido ed eretico veleno e si intendeva eliminare un arto marcio prima che infettasse tutta la comunità. A Serveto era inoltre rimproverata l’ostinazione malvagia e perversa nell’orrore.

 

Calvino

Calvino parte dal riconoscimento formale della libertà della fede: nessuno può essere obbligato a credere. Ma ciò non vuol dire che l’autorità civile debba restare indifferente alle manifestazioni esteriori dell’eresia, che suonano come bestemmia e attentato alla verità. In un passo qui non riportato il riformatore biasimava chi per troppa misericordia accettava che si desse voga a qualsiasi errore per tollerare un uomo e si richiamava al Dio terribile e vendicatore della Bibbia. Ma allora che differenza c’è tra l’intolleranza calvinista e quella cattolica? Secondo una logica piuttosto sfuggente, Calvino non ammette che l’esecuzione di Serveto sia paragonata alla prassi dell’Inquisizione cattolica, che accendeva i suoi roghi non al servizio della verità ma per difendere le sue false leggi.

 

Castell’ion

L’argomento usato contro gli anabattisti e in genere i riformatori radicali, cioè che essi incitavano alla sollevazione contro i poteri civili e predicavano la violenza, non vale con Serveto. La sentenza stessa e il libello di Calvino attestano che Serveto è stato condannato esclusivamente per le sue dottrine e non il rogo. Serveto si è reso colpevole di niente che giustificasse la pena di morte. Per conseguenza i magistrati di Ginevra hanno commesso un assassinio.

 

De l’Hospital

Come Erasmo e Castell’ion, de l’Hospital contrappone il nome di cristiano alle divisioni generate dalle vane dispute teologiche. Nel 1560 il cancelliere si rende però ben conto che lo spirito erasmiano è diventato un’utopia e che le contrapposizioni religiose sono diventate causa di discordia fino al punto di degenerare, come poco dopo avverrà, nella guerra civile. Nonostante le sue idee erasmiane, nel discorso del 1560 troviamo de l’Hospital piuttosto favorevole al principio del cuius regio eius religio. Nella lettera del 1570 appare invece convinto che la tolleranza non indebolisca lo stato, ma lo rafforzi. Solo nel 1598 l’editto di Nantes concretizzò le dottrine dei politiques, facendo mutare le convinzioni più diffuse: era l’intolleranza a essere pericolosa per l’ordine pubblico, perché spingeva alla violenza le confessioni discriminate.  La difesa degli interessi dello stato (la pace e l’ordine) era più importante della lotta contro l’eresia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa economica del ‘500

 

Nel 1519 Carlo V si fece eleggere imperatore del Sacro Romano Impero. Fu forse l’ultimo imperatore con la mentalità del Sacro Romano Impero. Fu collaboratore della chiesa romana poiché contrastò i Turchi e il protestantesimo: evitò l’autonomia dei principi in modo da avere un potere assoluto ma fallisce e nel 1556 abdica lasciando la corona spagnola al figlio Filippo II e quella germanica al fratello Ferdinando I. Nel 1559 viene redatta la pace di Cateau-Cambresis che sancisce la preponderanza spagnola in Italia. La Francia perde il potere su Milano ma mantiene piazzaforte strategiche in altre posizione importanti e prende il controllo di Calais. Nella seconda metà del ‘500 l’Europa era governata dalla cattolicissima Spagna e dalla Germania: la Spagna disperse le sue ricchezze poiché nel 1598 accadde la sconfitta dell’invincibile armata da parte degli inglesi (si cade in una specie di logorazione, la Spagna è indifesa); la Germania inizia a combattere contro i nemici del cattolicesimo: interviene contro i Paesi Bassi dove si era diffuso il calvinismo; i Paesi Bassi avevano fatto della difesa della religione una causa di difesa nazionale e della propria autonomia. Nel 1579 la Repubblica delle provincie unite dell’Irlanda si dichiara indipendente. Dalla metà del ‘400 la popolazione sia rurale che urbana comincia ad aumentare. Vi è un aumento anche della popolazione che vive in città: questo aumento indica come il sistema agrario progredisca, vi è un aumento di coltivazione di piante conosciute ma poco coltivate, come il riso, l’introduzione di piante nuove come pomodori, patate e mais e anche la definizione della proprietà privata e non più dei campi aperti. C’è un solo tipo di coltivazione decisa collettivamente. Vi è poco interesse verso il campo essendo un bene comune: scattano dunque le polemiche poiché il sistema dei campi aperti appartiene alla massa. Altre innovazioni furono quelle dell’ambito manifatturiero, come la stampa, oppure il domestic system cioè il sistema a domicil’io. C’è un rifiorire del Mediterraneo, che era in decadenza. Vi è un aumento della domanda e quindi, secondo la legge del mercato, anche un aumento dei prezzi: scatta la rivoluzione dei prezzi causata anche dalla maggior disponibilità di metalli preziosi (la moneta); una sorta di inflazione antica! Ciò favorì i borghesi e i mercanti sfavorendo le classi sociali con un reddito fisso. I nobili invece vivevano di rendita. Nasce la mentalità capitalista anche se non porta alla nascita del capitalismo vero e proprio in quanto gli investimenti vengono usati per comprare nuove terre.

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