Dalle istituzioni politiche della cristianità all’Europa del ‘500


di Marco Goffi

Indice

·       Le istituzioni politiche della cristianità: i vertici (impero e papato)

                                                                                              p.7

·       Teorie politiche e visioni del potere imperiale                                                                                                         p.9

·       La visione cesaropapista e la visione teocratica della cristianità medievale (gli Svevi; Innocenzo III e Bonifacio VIII)

                                                                                              p.10

·       La mentalità medioevale: crociata e guerra santa; esclusi e perseguitati (ebrei, eretici e pagani).

                                                                                              p.12

·       La crisi dei supremi poteri universalistici nei secoli XIV-XV

                                                                                              p.13

·       Dalle monarchie feudali alle monarchie nazionali: (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania)

                                                                                              p.15

·       La guerra dei cent’anni

                                                                                              p.17

·       La peste e la fine della crescita

                                                                                              p.19

·       Le forme dello Stato moderno

                                                                                              p.21

·       L’Italia comunale fra repubblica e signoria. Gli Stati regionali.

                                                                                              p.22

·       L’Italia tra equilibrio e guerre

                                                                                              p.26

·       Lo Stato ottomano

                                                                                              p.27

 

·       Teorie dello stato

                                                                                              p.28

·       L’idea di Europa dal medioevo all’età moderna

                                                                                              p.29

·       Le trasformazioni della cultura

                                                                                              p.30

·       Dal Mediterraneo agli oceani

                                                                                              p.31

·       I primi imperi coloniali

                                                                                              p.40

·       L’impero, le monarchie e la Riforma protestante

                                                                                              p.42

·       Riforma cattolica e controriforma

                                                                                              p.50

·       L’Europa economica del ‘500

                                                                                              p.54

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le istituzioni politiche della cristianità: i vertici (impero e papato)

 

Dopo l’incoronazione per mano del papa di Carlo Magno, anche Ottone I venne a Roma per farsi incoronare imperatore dal papa Giovanni XII. Ciò però non significò l’ammissione della subordinazione dell’impero al papato: infatti, in qualità di re di Germania, Ottone aveva affermato il suo diritto a designare i candidati alle cariche di vescovo e di abate. Oltretutto i vescovi tedeschi, oltre a ricoprire le funzioni del clero, venivano a ricoprire anche la funzione di conti, non per nulla venivano chiamati vescovi-conti, proprio per la loro educazione (non tutti potevano studiare) e la loro cultura (non potevano lasciare in eredità i feudi perché dovevano essere casti). Subito dopo l’incoronazione, Ottone emanò un documento intitolato Privilegium Othonis con il quale disponeva che l’elezione del papa avvenisse alla presenza di un delegato imperiale e riservava a sé e ai suoi successori di approvarlo o no. L’obbiettivo di Ottone I era proprio quello di una Restauratio Imperii. Il tentativo di Ottone di mettere sotto tutela il papato non venne però seguito molto dai suoi successori: Ottone II infatti rivolse gran parte del suo impero a tenere a bada i duchi tedeschi, Ottone III salì invece al trono all’età di tre anni e non poté prende il potere prima di 10 anni dopo. Egli visse quasi sempre a Roma dove nominò due papi e si fece nemica la nobiltà romana. Venne cacciato da una sommossa popolare e morì qualche anno dopo. Nel X secolo il sistema del clero era degenerato portando sul trono pontificio personaggi disonesti, producendo contese che si conclusero anche con il ricorso all’assassinio politico. L’apice di ciò si ebbe con Benedetto IX, un ragazzo di tredici anni coinvolto in infamie e delitti di ogni genere. Le cause di simili scandali erano principalmente due: la simonia e il nicolaismo. La simonia era la compravendita di cose sacre, estendibile però anche all’acquisto di funzioni spirituali e di interessi terreni. Il nicolaismo era il concubinaggio degli ecclesiastici. Queste due cause segnavano una profonda corruzione nel corpo della chiesa. Perciò venne avviato un programma di riforma all’inizio dell’ XI secolo dal nuovo ordine monastico dei patari, il principale movimento laico riformatore, che giunse a sostenere la nullità dei sacramenti impartiti dal clero simoniaco. In diverse città si ebbero sommosse popolari contro il clero corrotto, culminate con l’espulsione dello stesso vescovo. La forma riformatrice più diffusa e prestigiosa aveva il suo centro nel monastero di Cl’uny, che già dal X secolo si era battuto per far tornare i monaci alla preghiera, allo studio e al lavoro secondo la più rigida regola benedettina (Ora et labora). Al movimento riformatore contribuì anche l’imperatore Enrico III che dapprima convocò un consiglio per deliberare la deposizione di Benedetto IX e successivamente designò i successivi quattro pontefici, tutti tedeschi. L’azione di Enrico III non venne però continuata dal suo successore, Niccolò II, che sottrasse l’elezione del papa dall’influenza di qualunque laico affidandola al collegio dei cardinali. Ora che il problema dell’elezione del pontefice era stato risolto si poteva passare a esaminare il secondo problema, la nomina dei vescovi. Dai tempi di Ottone I l’elezione dei vescovi era un compito dell’imperatore ma ora un vescovo che riceveva l’investitura dall’imperatore veniva esposto all’accusa di simonia. La svolta venne compiuta dal papa Gregorio VI. Nel 1073 Gregorio VI vietò l’investitura laica dei vescovi e nel 1075 formulò in un breve scritto intitolato Dictatus Papae la dottrina del potere universale del papa. L’imperatore e il papa si deposero a vicenda, ma la scomunica papale si rivelò un’ arma più forte. Nel 1077 l’imperatore dovette piegarsi a chiedere il perdono del papa dopo una lunga umiliazione al castello di Canossa. Il conflitto però riprese ben presto e durò oltre la vita dei due contendenti fino ad arrivare al 1122 dove il concordato di Worms riuscì a porre termine alla contesa con un ragionevole compromesso politico: l’imperatore manteneva l’investitura temporale, cioè quella relativa ai beni e alle funzioni pubbliche connesse alla carica di vescovo; riconosceva invece il diritto esclusivo del papa all’investitura ecclesiastica. Oltre alla lotta tra il papa e l’imperatore, poco dopo il concordato di Worms, si sviluppò un’altra lotta: quella per la corona tra i duchi di Baviera(guelfi) e i duchi di Svevia(ghibellini). La dinastia dei duchi di Svevia riuscì a ottenere la corona con Corrado III solo dopo un’ accesa competizione con i duchi di Baviera. La lotta fu momentaneamente sospesa dall’elezione di Federico I di Svevia, che gli italiani soprannominarono Barbarossa e che si dimostrò un sovrano assai più autorevole dei suoi predecessori. Anche questo venne eletto dal papa a Roma nel 1155. Poco dopo venne eletto dai cardinali il papa Alessandro III che dovette subito scontrarsi con l’antipapa Vittore IV eletto da una minoranza. Federico cercò allora di porsi come mediatore nel conflitto ma Alessandro respinse ogni mediazione e lo scomunicò. Federico affermò allora la sua piena sovranità sulla città di Roma come capo dell’Impero Romano, che Dio aveva costituito come potere universale prima ancora della nascita della chiesa (Federico sosteneva infatti la teoria di Ottone di Frisinga che dice che Dio ha passato il simbolo del potere a personalità in grado di gestirlo: così si spiega la traslatio imperii cioè il fatto che Federico I si poneva sopra tutti). Si decise dunque ad un atto di forza e nel 1167 marciò su Roma dove si fece incoronare imperatore, per la seconda volta, da Vittore. Con la pacificazione stipulata a Venezia, Federico riconobbe senza condizioni Alessandro III. Si torna dunque all’idea tradizionale di una  Res Publica Christiana” cioè un’idea di un Sacro Romano Impero con la partecipazione nella gestione del papa.

 

Teorie politiche e visioni del potere imperiale:

 

Gregorio VI (papa): Il potere politico è male: ha origine da gente che ignorò Dio e bramò dominare sui suoi simili con superbia, perfidia ecc… Pure se è male è necessario. Per riscattare questo male Gregorio propone l’anteponimento del papa al re, cioè l’affidamento al papa della scelta del re più idoneo a svolgere il suo compito. Pochi sovrani riescono a salvarsi per la vita divina e se vengono salvati accade non per meriti ma per misericordia.

 

Dante Alighieri (De monarchia): Il problema principale dibattuto sulla Monarchia è se essa è necessaria al benessere del mondo. Questo quesito può essere risolto con due argomentazioni: la prima deriva dalla tesi di Aristotele nella sua opera Politica in cui dice che quando più elementi sono ordinati ad un unico fine è necessario che uno di essi diriga e che gli altri siano diretti; la seconda si ha attraverso un ragionamento induttivo: se consideriamo un regno particolare con la garanzia di una pace stabile si constata ancora che ci sia bisogno di un re che regga la monarchia e che la governi altrimenti il regno stesso andrebbe in rovina. Risulta così evidente che la monarchia è necessaria al benessere del mondo. Il genere umano raggiunge la perfezione quanto è il più simile possibile a Dio, secondo le possibilità della propria natura, ed esso perviene solo quando vi è pace universale tra tutti i cittadini e quindi quando tutti i cittadini sono raccolti in un’unica unità, che li rappresenta, e che è il re.

 

Marsilio da Padova: La monarchia è solo uno dei possibili tipi di governo resi legittimi dalla decisione presa dai governati, la totalità dei cittadini o comunque la maggior parte di essi. In ogni caso però dev’esserci l’uso della forza, non con base violenta ma al fine del vivere bene, in pace e in giustizia, in maniera indipendente dall’aspirazione religiosa alla vita eterna. Non vi sono infatti connessioni tra potere politico e potere spirituale, il potere spirituale deriva da deleghe e autorizzazioni fatte dai comandanti del potere politico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La visione cesaropapista e la visione teocratica della cristianità medievale (gli Svevi; Innocenzo III e Bonifacio VIII)

 

La monarchia tedesca conservava i suoi diritti sulla corona del Regno d’ Italia ma dall’inizio del XII secolo nessun altro re di Germania rivendicò la corona. Ciò favorì lo sviluppo delle autonomie cittadine italiane. Ma tutto cambiò con l’elezione di Federico I che nella metà del XII secolo viaggiò in Italia e tenne una dieta imperiale a Roncaglia. Qui poté rendersi conto, visitando Lodi, Como e Pavia, che la potenza di Milano era ormai cresciuta fino al punto di minacciare i comuni lombardi rivali e i diritti dell’impero. Durante questo soggiorno in Italia, Federico ebbe occasione di incontrare i giuristi bolognesi che avevano ripreso a studiare il diritto romano e ebbe modo di apprendere il Corpus Juris Civilis. La seconda fase dei rapporti tra l’imperatore e l’Italia comunale si svolse durante il suo successivo viaggio. Federico prese le parti di Lodi nel conflitto che la opponeva a Milano e pose sotto assedio la maggiore città lombarda, imponendo loro di rinunciare ai poteri usurpati e di riconoscere l’autonomia di Como e di Lodi. Successivamente nella Dieta riconvocata a Roncaglia, Federico convocò i giuristi bolognesi e proclamò solennemente i suoi diritti sovrani sul regno d’Italia. Milano però era decisa a non rispettare i patti ma Federico fu preso dal conflitto con Alessandro III e Vittore IV. Ma al ritorno in Italia Federico assediò ancora Milano. Dopo sette mesi di resistenza i milanesi dovettero capitolare e Barbarossa ordinò la distruzione della città. Molti dei comuni padani posero allora da parte le loro rivalità e nel 1167 si unirono con i milanesi nella Lega dei Comuni che venne allargata a gran parte della Lombardia e del Veneto ed ebbe il sostegno del papa. Lo sviluppo della lega fu anche favorito dal fatto che Federico non soggiornava in Italia in quel periodo. Al suo ritorno cinse sotto assedio Alessandria, con pochi risultati, fino a che si arrivò a uno scontro diretto tra l’esercito imperiale e l’esercito della lega nei pressi di Legnano, vinto dai comuni. Federico dovette dunque scendere a patti nella pace di Costanza: ai comuni si riconosceva il diritto a fortificare le mura cittadine e ad estendere sul contado gli arruolamenti per l’esercito comunale. I consoli dovevano però ottenere la concessione imperiale per esercitare i loro poteri, che avevano la durata di cinque anni. Dopo la svolta della pace di Costanza i consoli risultarono insufficienti di fronte alla crescita politica dei comuni. L’instabilità del consolato derivava dal suddividersi della nobiltà in fazioni contrapposte fra loro. Ciò condusse alla nascita di una nuova magistratura individuale, il podestà, con il compito di governare sopra le fazioni. All’inizio questo coesistette con il regime consolare ma poi diventò il vero e proprio governo comunale. Allo scopo di garantire un miglior controllo la durata della carica era di un anno, o meno, e la loro elezione era affidata a delle assemblee cittadine. I podestà furono poi scelti fra cittadini di altre città, per garantire una vera neutralità sulle fazioni. Dopo la morte di Federico I salì al trono suo figlio Enrico di Svevia. Alla morte di Enrico il papato si trovò in una situazione estremamente favorevole: venne eletto Innocenzo III che bandì la quarta crociata e la crociata contro gli albigesi, convocò il più importante concilio ecumenico del Medioevo, il Laterano IV, e possedeva molti feudi sia del regno di Sicilia che in Europa. Tutto ciò per lo scontro tra i guelfi e i ghibellini. La regina Costanza d’Altavilla però, poco prima della sua morte, affidò il figlio Federico II e lo stesso regno di Sicilia alla tutela di Innocenzo che però favorì Ottone IV come imperatore. Quando Ottone cercò di impossessarsi del regno di Sicilia Innocenzo lo depose e lo scomunicò. Due anni dopo venne eletto re Federico II e nel 1220 fu incoronato a Roma. Federico si disinteressò durante il suo regno quasi completamente della Germania e si occupò quasi solamente del Regno di Sicilia. Da qui emanò leggi valide per tutto il Regno. Questo fu l’esempio di accentramento statale più avanzato di tutta Europa nel medioevo. Successore a Innocenzo III fu Innocenzo IV, grande avversario di Federico. Ma dopo questo papa la chiesa non riuscì a trovare un papa autorevole: si succedettero infatti undici papi, tutti con governi brevi e spesso eletti dopo lunghi e aspri conflitti fra cardinali. Ma nel 1294 fu il momento di Bonifacio VIII. La sua prima preoccupazione fu quella di riaffermare il dominio temporale su Roma e sul Lazio contro le altre famiglie aristocratiche, in particolare quella dei Colonna. Bonifacio si impegnò poi a mostrare la superiorità del papa sulle autorità terrene ponendosi come arbitro in varie situazioni di conflitto allora esistenti; non sempre queste mediazioni erano disinteressate e non sempre riuscirono. Oltre a ciò proclamò il 1300 come Anno Santo o anno di giubileo, cioè di remissione dei peccati per chiunque avesse visitato le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Poco prima dell’anno Santo era in corso una diatriba tra Bonifacio e Filippo il Bello, re di Francia, poiché Bonifacio aveva emanato la bolla Clericis laicos che proibiva al clero di assoggettarsi a qualsiasi genere di imposta senza il permesso del papa. Tale divieto era indirizzato appunto al re di Francia che era intenzionato a finanziare la guerra contro gli inglesi anche con contributi ecclesiastici. Filippo reagì bloccando i trasferimenti delle decime francesi a Roma, ma il compromesso proposto dal papa l’anno successivo riportò la concordia tra i due. Il conflitto si rinnovò però nel 1301 quando il papa affermò nella bolla Ausculta fili la sua superiorità su tutti i poteri terreni. Filippo rispose convocando nel 1302 gli Stati generali dove ottenne l’appoggio della nobiltà, del Terzo stato e del clero. Nel 1302 Bonifacio VIII emanò la bolla Unam Sanctam Ecclesiam, la più ampia rivendicazione dell’universalità del potere papale. La bolla sosteneva che i due poteri erano stati creati entrambi da Dio e dovevano restare distinti, che nessuno poteva impugnare tutte e due le spade. Per Bonifacio le spade erano sì due ma erano state affidate entrambe a San Pietro e ai suoi successori; l’uso di quella temporale era riservato ai re, ma questa veniva consegnata a essi dal papa. Ciò accese i toni delle due parti, producendo uno dei più importanti dibattiti politici di tutto il Medioevo. Una nuova assemblea convocata da Filippo chiese che il papa fosse portato di fronte a un concilio per rispondere alle accuse di simonia ed eresia e inviò in Italia il gran cancelliere Guglielmo con il compito di arrestarlo. Alla forza armata che seguiva il cancelliere si aggiunsero i seguaci della famiglia Colonna, rivale del papa, che penetrarono nel palazzo di Anagni, cittadina dov’era residente il papa. L’intervento popolare evitò la morte di Bonifacio ma non evitò che Sciarra Colonna vendicasse le umiliazioni subite dalla sua famiglia schiaffeggiando il pontefice. Bonifacio tornò dunque a Roma e morì due anni dopo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mentalità medioevale: crociata e guerra santa; esclusi e perseguitati (ebrei, eretici e pagani).

 

La parola crociata venne usata per la prima volta dagli storici dal XVIII per indicare l’idea di prendere la croce” per andare in guerra. Venne descritto come un movimento irrazionale ed esaltato, orientato all’annientamento di un avversario demonizzato. La prima fu nel 1096. Il Crucesignatus, il crociato, fu colui che per partire cuciva sui vestiti una croce. La Chiesa, per incoraggiare i sudditi a partecipare, usava la dottrina della guerra Santa cioè a chi partecipava venivano rimessi i peccati. Personaggio molto importante nelle crociate fu San Bernardo di Chiaravalle. Nacque in Borgogna nel 1090, creò l’ordine dei cistercensi e morì nel 1153. Ebbe una vita movimentata: creò molti monasteri contro i monaci di Cl’uny perché riteneva che le loro chiese erano troppo lussuose, accusò molti eretici, condannò le violenze contro gli ebrei anche se approvava la loro discriminazione, partecipò al concilio di Troyes entrando nell’ordine dei templari e predicò la II crociata. Nel nord dell’Europa invece i protagonisti furono gli appartenenti all’ordine dei Cavalieri Teutonici, un gruppo di soldati-monaci. Nell’Europa cristiana c’era posto soltanto per una religione, il cattolicesimo. Gli ebrei erano l’unica minoranza religiosa. In ogni momento i sovrani potevano sottoporli a tassazioni straordinarie, requisire i loro beni ed espellerli. Oltre a una minoranza religiosa, si iniziò a diffondere l’eresia. Valdo, un ricco mercante francese, rinunciò alle sue ricchezze, si fece tradurre in francese il vangelo e cominciò a predicare nella lingua del popolo un cristianesimo semplice, con l’esaltazione dell’amore fraterno e il rifiuto della violenza. Negli anni successivi i valdesi vennero esclusi e perseguitati. Più esteso di quello valdese fu il movimento dei catari, chiamati anche albigesi. Essi mostravano molte somiglianze con i valdesi e vedevano la vita terrena come una condanna. Verso la fine del XII secolo il catarismo stava diventando, nel Sud della Francia, quasi più diffuso del cattolicesimo. Il papa Innocenzo impose la confisca dei beni e mandò in Francia il monaco cistercense Pietro di Castelnau che fu ucciso qualche anno dopo da un vassallo del conte di Tolosa, che fu scomunicato. Il papa allora bandì una crociata contro gli albigesi, promettendo le stesse indulgenze concesse a chi andava a combattere in Palestina. Poco dopo però la crociata venne sospesa. Venne ripresa qualche anno dopo da Luigi VIII, re di Francia, che nel 1226 annunciò di voler riprendere la crociata e invase le regioni meridionali della Francia. La guerra proseguì per altri tre anni quando Raimondo VII, successore di Raimondo VI e vassallo dei feudi della Francia meridionale, fu costretto ad accettare a Parigi un accordo assai gravoso. Gli fu restituita la contea di Tolosa ma tutte le altre regioni vennero annesse al Regno di Francia. Sua figlia fu dichiarata sua unica erede e fu data in moglie al fratello del re di Francia. Secondo le decisioni prese dal concilio Laterano IV i vescovi dovevano spronare gli abitanti a denunciare gli eretici. Con ciò venne inaugurato il sistema inquisitorio, da cui prende il nome il tribunale dell’inquisizione, cioè il procedimento penale caratterizzato da un’indagine compiuta dal giudice sulla base di indizi e sospetti e non sulla notizia certa di un reato. Questi disponevano di prigioni e avevano l’autorità di imporre pene come digiuni o pellegrinaggi; inoltre potevano torturare gli interrogati. La pene fisiche erano però inflitte dal potere pubblico (es. rogo, lapidazione ecc.). Oltre alla violenza però ci si rese conto dell’importanza della predicazione. Se la chiesa voleva vincere doveva imparare a parlare alle donne e agli uomini usando un linguaggio accessibile a tutti. Il papa autorizzò allora il nuovo ordine dei predicatori: quello di maggiore risonanza fu il movimento impartito da Francesco d’Assisi che nel 1210 ottenne l’autorizzazione a predicare e ad avere confratelli, nonostante fosse un laico, e nel 1223 ottenne l’approvazione della regola francescana, trasformandolo in un ordine religioso mendicante, con un ruolo ufficiale all’interno della chiesa. Oltre ai francescani furono autorizzati a spostarsi anche i frati domenicani che ebbero il compito, dal 1233, di vigilare sull’ortodossia delle opere e del pensiero cristiano, ottenendo l’incarico di inquisitori.

La crisi dei supremi poteri universalistici nei secoli XIV-XV

 

A Federico II succedette Corrado IV, suo figlio, che ereditò oltre al regno anche l’ostilità del papa Innocenzo IV che ricorse all’arma della crociata per sollevargli contro i guelfi. Morì nel 1254 mentre stava tentando di riconquistare la Puglia. Succedette Corradino, suo figlio, che venne in Italia per far valere i suoi diritti sul regno di Sicilia ma venne sconfitto e fatto decapitare. Dopo la sua morte ci fu un periodo detto del grande interregno (1257) dove regnarono due sovrani. Fu poi eletto dopo 15 anni Rodolfo d’Asburgo che tolse alla Boemia il complesso di ducati che le appartenevano, sfruttando i suoi poteri imperiali. Venne poi eletto Enrico VII che fu il primo imperatore a compiere una spedizione militare e politica in Italia. Fu incoronato nel 1312 a Roma, con la consacrazione religiosa, ma morì un anno dopo di mal’aria. Lo sostituì, solo come re di Boemia e non come imperatore, suo figlio Giovanni poiché suo padre, prima della morte, combinò un matrimonio con la principessa della Boemia.Venne eletto invece come papa Clemente V che, considerando Roma una residenza poco sicura, si trasferì dapprima a Lione e dal 1309 ad Avignone, una città della Provenza. Il rischio che il papa si ponesse al servizio degli interessi di Filippo il bello fu grande, infatti fu accusato di aver accettato che Filippo annientasse l’ordine monastico-militare dei Templari per impadronirsi delle loro ricchezze. Tutti i templari presenti in Francia furono arrestati per ordine del re sotto le accuse di simonia, usura, stregoneria e omosessualità; confessarono sotto la tortura e una sessantina di loro furono mandati al rogo. Nel 1312 il papa sciolse l’ordine. Fallì comunque l’obbiettivo di impadronirsi dei beni dei Templari poiché le ricchezze vennero affidate agli Ospedalieri. Poco dopo Clemente morì. Salì al trono dell’impero Ludovico IV che ebbe un conflitto con il papa Giovanni XXII, che fu peraltro eletto dal conclave che si tenne a Lione, che lo colpì con la scomunica. Ludovico occupa Roma nel 1328 e dichiara la deposizione del papa, facendo eleggere un francescano. Dovette ritornare in Germania a causa della reazione dei guelfi. A causa del fallimento delle spedizioni italiane, l’Impero si avviò a diventare un entità principalmente tedesca. Negli anni di Avignone la chiesa subì una profonda trasformazione. L’amministrazione papale si trovò sempre a corto di denaro perché al rafforzamento delle monarchie corrispondeva una riduzione dell’obolo di San Pietro versato dai regni. Il papato dipendeva dai prestiti bancari e da espedienti per accrescere le entrate. Furono istituite tasse a carico di tutti coloro che accedevano a una funzione ecclesiastica connessa a un importante beneficio o possesso terriero. In questo modo diventare vescovo o abate corrispondeva a fare un impegnativo investimento finanziario. La corte papale dilapidò immense fortune, diventando simbolo di una chiesa sempre più lontana dallo spirito della riforma. A chi credeva ancora possibile una rinascita della riforma appariva comunque come condizione preliminare il ritorno del papa a Roma. Nel frattempo venne eletto Carlo IV che nel 1356 emanò la Bolla d’oro che affermava l’elettività dell’imperatore e ne definiva le regole: doveva essere eletto da un consiglio di 3 ecclesiastici e 4 principi laici. Nel 1377 venne eletto Gregorio XI che ristabilì la santa sede a Roma. Alla sua morte venne eletto dal conclave Urbano IV che però, a detta dei cardinali, era stato eletto sotto la pressione del popolo romano. Venne dunque istituito un nuovo conclave che procedette a una seconda elezione. Il cardinale Roberto fu dunque eletto come secondo papa. Non era la prima volta che succedeva una cosa del genere ma mai aveva assunto caratteri così stabili. Iniziò dunque il periodo dello scisma d’Occidente. Da quel momento per altri 40 anni la chiesa ebbe due papi, uno romano e uno che ristabilì la sede avignonese. Un primo tentativo di porre fine a tale situazione fu compiuto su iniziativa della maggioranza dei cardinali di osservanza romana. Il concilio da loro riunito depose i due rivali e procedette a una nuova elezione. Ma nessuno dei due papi deposti accettò le decisioni conciliari e negli ultimi anni dello scisma la chiesa ebbe tre pontefici. Restava la convinzione che solo un concilio ecumenico fosse in grado di riportare l’ordine nella chiesa. Il nuovo concilio si svolse a Costanza (detto appunto concilio di Costanza) nel 1414 che pubblicò un nuovo decreto, detto decreto Frequens dalle prime parole parole che lo iniziavano, che intendeva trasformare il concilio in un organo stabile della Chiesa. Dopo tre anni di discussioni lo scisma vide la sua conclusione con l’elezione di Martino nel 1417.

Le premesse di una nuova lacerazione della chiesa si trovarono nella diffusione fuori dall’Inghilterra delle dottrine di Wycliffe che avevano preso piede particolarmente in Boemia e che vennero condannate dal concilio di Costanza nel 1415. Hus, la maggiore autorità del movimento boemo di riforma ecclesiastica, era stato scomunicato e invitato a discolparsi di fronte al concilio. Giunto sotto la protezione di un salvacondotto imperiale, Hus fu immediatamente messo agli arresti a poco dopo mandato al rogo. La condanna di Hus ebbe l’effetto di trasformare il movimento religioso in un fatto politico e sociale. I boemi si sollevarono contro le decisioni del concilio giudicandolo responsabile dell’uccisione di Hus. Dopo una guerra lunga e sanguinosa la maggioranza dei boemi abbandonò le posizioni estreme e raggiunse un faticoso compromesso con la chiesa e l’imperatore. L’accordo assicurava alcuni privilegi alla chiesa boema: in particolare l’ingresso della lingua boema nella liturgia e la comunione con il pane e con il vino. La rivoluzione del compromesso indusse alla nascita delle chiese nazionali: In Inghilterra il parlamento si era opposto al dominio papale sulla chiesa anglicana e aveva attribuito al re il potere di designare i vescovi. In Francia si affermò la chiesa gallicana che si fondava su sé stessa e non sul papa. Oltretutto Carlo VII, re di Francia, nel 1438 emanò la cosiddetta Prammatica sanzione che negava al papa ogni potere di nomina sui vescovadi e sulle abbazie francesi. Questa non fu mai riconosciuta dal papa fino a essere sostituita dal concordato tra la Santa sede e il re di Francia. Nel 1431 papa Eugenio IV convocò un nuovo concilio a Basilea che ebbe come obbiettivo principale quello di riunire la chiesa greca e la chiesa latina. Il concilio proseguì anche quando il delegato del papa abbandonò le riunioni sostenendo di essere un’assemblea perfetta anche in assenza del papa. La definitiva rottura avvenne 6 anni dopo quando Eugenio sciolse l’assemblea. Una parte minoritaria dei vescovi partecipanti al concilio sostenendo le libere elezioni canoniche optò per lo scisma ed elesse un antipapa. La prospettiva di una lunga lacerazione indusse comunque il concilio di Basilea a recedere dalle sue posizioni. Si concludeva così la battaglia interna alla chiesa. Il papa romano aveva battuto antipapi e concili ma la sua era stata una vittoria più politica che religiosa. Il papa restava il vertice unico della chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalle monarchie feudali alle monarchie nazionali: (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania)

 

Francia

Nel 987 Ugo Capeto prese il trono di Francia. Duchi e conti imponevano ai vari visconti e castellani di dichiararsi vassalli e di tenere i loro territori solo a titolo di feudo. Si trattava di un nucleo saldamente posseduto che, al termine della dinastia Capetingia, passò a Luigi VI. Egli riconquistò la regione fra Parigi e Orleans ma il suo suo successore Luigi VII riuscì a mettere a segno un colpo più importante sposando la duchessa d’Aquitania. La ripudiò poco dopo. Le vicende di Inghilterra, Francia e Germania vennero a un certo punto a intrecciarsi fra loro. Ottone si alleò con Giovanni Senzaterra che desiderava recuperare i feudi francesi. Lo scontro principale avvenne nel 1214 a Bouvines (Battaglia di Bouvines). Dopo la grande vittoria riportata a Bouvines, la monarchia francese proseguì sulla strada del consolidamento territoriale. Tutti i feudi inglesi erano stati annessi al Regno. Sotto Luigi IX la Francia divenne la più forte monarchia Europea. Alla fine del XIII e nei primi anni del XIV secolo vennero annessi diversi altri feudi al Regno di Francia e nel 1300 il feudalesimo sembrava in Francia avviato al tramonto.

Inghilterra

Nel 1066 Guglielmo duca di Normandia, vassallo del re di Francia, conquistò l’Inghilterra e portò il sistema feudale francese. Non vi era mai stato in Inghilterra un potere feudale così forte. Egli, per esercitare i poteri giudiziari, usava gli sceriffi che erano dei rappresentanti del potere scelti dal re. Questi appartenevano alla signoria bannale cioè quella parte di signoria che, pur non avendo nessun tipo di feudo, è in grado di esercitare potere. Ogni vassallo paga alla corona un’imposta sui debiti: dal punto di vista politico il sovrano rivendica sul territorio il potere di riscuotere le tasse, da quello economico il fatto che il vassallo debba pagare, rende il monarca più libero di gestire bene le terre. Il vantaggio del nobile i