Desolazione di un povero poeta sentimentale

di Sergio Corazzini

di Carlo Zacco

I

Perché tu mi dici: poeta?

Io non sono un poeta.

Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.

Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.

Perché tu mi dici: poeta?

Tono colloquiale. Si rivolge a un «tu» in cui si deve identificare un ipotetico lettore;

 – il tono è intimo e colloquiale;

 – l’io lirico afferma di non sentirsi poeta,  termine troppo alto;   la sua prerogativa è quella del pianto;

 – motivo centrale:  il Silenzio;

II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.

Le mie gioie furono semplici,

semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

Sentimenti comuni. La vita del poeta è stata comune, fatta di «gioie» e di «tristezze» comuni;

 – la stessa esistenza non contiene particolari ragioni per essere vissuta;

 – altro motivo della lirica: il desiderio di morire;

III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;

solamente perché i grandi angioli

su le vetrate delle cattedrali

mi fanno tramare d’amore e d’angoscia;

solamente perché, io sono, oramai,

rassegnato come uno specchio,

come un povero specchio melanconico.

Vedi che io non sono un poeta:

sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

La morte. Il desiderio di morte è dato dalla stanchezza del poeta di fronte alla realtà delle cose;

IV

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!

E non domandarmi;

io non s’aprei dirti che parole così vane,

Dio mio, così vane,

che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.

Le mie lagrime avrebbero l’aria

di sgranare un rosario di tristezza

davanti alla mia anima sette volte dolente,

ma io non sarei un poeta;

sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo

cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

Inadeguatezza della parola. Qui si ripetono i motivi delle strofe precedenti;

 – si aggiunge il senso di perplessità, e l’incapacità di fornire spiegazioni e risposte:

 – le risposte sarebbero vane:

 – sia per la loro inutilità;

 – sia per l’impossibilità di fornire una proposta costruttiva;

Linguaggio religioso. Si fa largo anche il linguaggio religioso:

 – il rosario;

 – l’anima sette volte dolente (la Madonna dei sette dolori);

 – pregare;

V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.

E i sacerdoti del silenzio sono i romori,

poi che senza di essi io  non avrei cercato e trovato il Dio.

Qui è resa esplicita la componente religiosa:

 -  il mistero delle cose, cioè il Silenzio, verrà svelato nell’aldilà;

 – anche se la vita stessa (cioè i rumori) hanno già portato il poeta a scoprire Dio;

VI

Questa notte ho dormito con le mani in croce.

Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo

dimenticato da tutti gli umani,

povera tenera preda del primo venuto;

e desiderai di essere venduto,

di essere battuto

di essere costretto a digiunare

per potermi mettere a piangere tutto solo,

disperatamente triste,

in un angolo oscuro.

La solitudine. Il dormire con le mani in croce è una prefigurazione della morte;

VII

Io amo la vita semplice delle cose.

Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,

per ogni cosa che se ne andava!

Ma tu non mi comprendi e sorridi.

E pensi che io sia malato.

 – qui compare il motivo della caducità di tutte le cose;

 – e della malattia: non vista come una mera dimensione autobiografica, ma come una condizione esistenziale;

VIII

Oh, io sono, veramente malato!

E muoio, un poco, ogni giorno.

Vedi: come le cose.

Non sono, dunque, un poeta:

io so che per essere detto: poeta, conviene

viver ben altra vita!

Io non so, Dio mio, che morire.

Amen.

 – qui si ribadisce il concetto e vengono trasferite alla vita delle caratteristiche della morte;

 – vivere significa morire, ogni giorno, sia per le cose che per il poeta;

Audio Lezioni sulla Letteratura del novecento del prof. Gaudio

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