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20 Giugno 2026
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20 Giugno 2026🌍 Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B3 🌟
TRACCIA
TIPOLOGIA B – ANALISI E PRODUZIONE DI UN TESTO ARGOMENTATIVO
PROPOSTA B3
Tratto da: Frank Furedi, I confini contano. Perché l’umanità deve riscoprire l’arte di tracciare frontiere
«Un’altra parola a cui talvolta si ricorre per riferirsi a questi venti-trentacinquenni è “adultescenti” (adultescent), che in generale indica coloro che, rifiutando di sistemarsi e di assumersi impegni, vorrebbero piuttosto continuare a fare festa anche durante la mezza età. Nondimeno, la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta: così, quando il titolo di un articolo apparso su “The Atlantic” chiede When Are You Really an Adult? (Quando si è veramente adulti?), il pezzo prosegue la domanda retorica dichiarando: “In un’epoca in cui il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai, che cos’è che rende le persone mature?”. Com’è prevedibile, l’articolo non dà una risposta ma lascia semplicemente il lettore con la chiara impressione che, di qualunque cosa si tratti, l’età adulta è una seccatura. Secondo l’autore, “essere adulti non è sempre desiderabile”: “l’indipendenza può diventare solitudine” e “la responsabilità può trasformarsi in stress”.
La sensazione di sconforto che circonda l’identità adulta contribuisce a spiegare perché la cultura contemporanea si sforzi di preservare un confine tra la maturità e l’infanzia. La puerilità è idealizzata per la banalissima ragione che molte persone si sgomentano al pensiero di vivere l’alternativa: maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea.»
Comprensione e analisi
Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte a tutte le domande proposte.
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Riassumi il contenuto del brano.
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Su quali basi l’autore afferma che ‘la mancanza di chiarezza a proposito del confine tra le generazioni è oggi ampiamente riconosciuta’?
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Spiega il significato del termine ‘adultescenti’, senza ricorrere alle espressioni presenti nel brano.
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Spiega per quale motivo, a giudizio di Furedi, ‘l’identità adulta’ è circondata dalla ‘sensazione di sconforto’.
Produzione
Sulla base delle tue conoscenze, delle tue esperienze e della tua sensibilità, sviluppa una personale riflessione sul tema del ‘confine tra le generazioni’, argomentando in modo che gli snodi della tua esposizione siano organizzati in un testo coerente e coeso.
Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B3 – Frank Furedi, I confini contano
Il brano è tratto da un saggio del sociologo ungherese-britannico Frank Furedi, da tempo impegnato a riflettere sulla crisi delle categorie che strutturavano un tempo la vita sociale e individuale — categorie come quella, appunto, di confine, che Furedi non considera un residuo autoritario da superare ma una struttura necessaria perché l’esperienza umana abbia un ordine e un senso. Il passo proposto applica questa cornice teorica a un confine specifico, quello che dovrebbe separare l’età adulta dall’adolescenza, mostrando come la sua progressiva erosione non sia un fenomeno neutro, ma produca conseguenze culturali e psicologiche precise.
Il contenuto del brano
Furedi parte da un fenomeno sociale ormai diffusamente osservato: l’esistenza di una fascia di persone fra i venti e i trentacinque anni che rifiutano di assumersi gli impegni tradizionalmente associati alla vita adulta, preferendo prolungare indefinitamente uno stile di vita più simile a quello adolescenziale, fatto di leggerezza e di rinvio sistematico delle responsabilità. Per descrivere questa categoria circola un termine specifico, che l’autore introduce e a cui dedica la prima parte del ragionamento. Da qui Furedi allarga lo sguardo a un dato più generale: la sfumatura del confine fra le generazioni non è più soltanto una constatazione sociologica di nicchia, ma un tema ormai trattato apertamente dalla grande stampa generalista, come dimostra l’esempio di un articolo della rivista americana “The Atlantic” che si interroga esplicitamente su che cosa renda davvero qualcuno adulto, senza fornire una risposta univoca ma lasciando trasparire, nel modo in cui pone la domanda, l’idea che diventare adulti comporti più perdite che guadagni. Nella seconda parte del brano Furedi formula la propria tesi interpretativa: è proprio questo disagio diffuso nei confronti della condizione adulta — vissuta come fonte potenziale di solitudine e di stress piuttosto che di libertà e di realizzazione — a spiegare perché la cultura contemporanea investa tanto nel mantenere viva un’immagine idealizzata della fanciullezza, offrendo a chi non vuole crescere una sponda culturale solida, mentre la maturità, la responsabilità e l’impegno restano sostanzialmente prive di un adeguato riconoscimento sociale.
Su quali basi la mancanza di chiarezza generazionale è “ampiamente riconosciuta”
Furedi non si limita ad affermare per propria autorità che il confine fra le generazioni si sia fatto incerto, ma sceglie di documentare questa affermazione attraverso un esempio concreto e autorevole: la circolazione, su una testata giornalistica di larghissima diffusione e di profilo generalista come “The Atlantic”, di un articolo il cui titolo stesso pone la domanda su quando si diventi davvero adulti, e il cui testo dichiara apertamente che il confine fra infanzia ed età adulta risulta oggi più sfumato che in passato. La forza argomentativa di questa scelta sta proprio nel fatto che non si tratta di un saggio accademico di nicchia, ma di un prodotto editoriale rivolto a un pubblico ampio: se anche la stampa generalista, che normalmente intercetta e amplifica percezioni già diffuse nell’opinione pubblica piuttosto che anticiparle, dedica un articolo esplicito a questa incertezza, significa che il fenomeno non è una sottile osservazione di sociologi specializzati, ma una percezione condivisa, presente nel sentire comune di un’ampia fascia di lettori. Furedi utilizza dunque questo singolo esempio come sintomo di un fenomeno più ampio, dando per implicito che casi analoghi si potrebbero moltiplicare in altre testate e in altri contesti culturali.
Il significato del termine “adultescenti”
Si tratta di una definizione che descrive persone che, pur avendo superato da tempo la soglia anagrafica e giuridica della maggiore età, continuano a comportarsi e a organizzare la propria esistenza secondo modelli tipici di una fase della vita precedente, fatta di scarso radicamento, di priorità rivolte allo svago e al piacere immediato, e di una sistematica elusione delle scelte vincolanti di lungo periodo — una stabilità lavorativa duratura, la formazione di un nucleo familiare proprio, l’assunzione di responsabilità economiche e affettive stabili. È, in altre parole, la condizione di chi prolunga indefinitamente, ben oltre i suoi confini cronologici tradizionali, una fase esistenziale di transizione che le generazioni precedenti consideravano destinata a esaurirsi naturalmente entro la prima giovinezza.
Perché l’identità adulta è circondata da una sensazione di sconforto
Secondo Furedi, questo sconforto nasce da una ridefinizione culturale negativa proprio dei tratti che tradizionalmente rendevano desiderabile diventare adulti. L’indipendenza, che un tempo veniva associata all’idea positiva di libertà — la possibilità di scegliere autonomamente la propria strada — viene oggi reinterpretata, nel discorso pubblico contemporaneo, come rischio concreto di isolamento e di solitudine; allo stesso modo la responsabilità, che un tempo poteva essere vissuta come fonte di realizzazione personale e di riconoscimento sociale, viene oggi presentata prevalentemente come fattore di stress e di pressione psicologica. Se la narrazione culturale dominante associa sistematicamente la condizione adulta a queste connotazioni negative, viene meno l’incentivo simbolico che dovrebbe rendere desiderabile il passaggio verso quella fase della vita: non sorprende allora, conclude Furedi, che proprio questa debole convalida culturale dell’età adulta spinga molte persone a rifugiarsi in una condizione di prolungata fanciullezza, percepita come più sicura e meno gravosa rispetto a un’età adulta raccontata, prima ancora che vissuta, come una condizione difficile da sostenere.
Produzione
Il tema del confine fra le generazioni, così come lo presenta Furedi, tocca una trasformazione che chiunque osservi da vicino il mondo dei più giovani — penso in particolare a chi lavora ogni giorno in ambito scolastico ed educativo — non può non aver notato: la progressiva dilatazione di una fase della vita che un tempo era breve e nettamente delimitata, l’adolescenza, fino a inglobare anni che le generazioni precedenti avrebbero considerato già pienamente adulti. Credo che questo fenomeno vada compreso intrecciando almeno due ordini di cause, uno strutturale e uno culturale, che Furedi nel brano tende a privilegiare soprattutto nella sua componente culturale, ma che a mio avviso vanno tenuti insieme per restituire un quadro completo.
Sul piano strutturale, non si può ignorare quanto le condizioni materiali concrete abbiano reso oggettivamente più difficile, per le generazioni più giovani, accedere ai tradizionali indicatori della vita adulta. Un lavoro stabile, l’autonomia abitativa, la possibilità di programmare con un minimo di sicurezza un progetto familiare: tutte queste tappe, che un tempo segnavano un ingresso relativamente rapido nell’età adulta, sono oggi posticipate non solo per scelta culturale ma anche per necessità economica, in un mercato del lavoro più precario e in un costo della vita spesso sproporzionato rispetto ai redditi di ingresso. La psicologia dello sviluppo ha coniato per descrivere questa fase intermedia, sempre più riconosciuta come uno stadio a sé e non come una semplice prosecuzione dell’adolescenza, l’espressione “età adulta emergente”, a indicare un periodo, grosso modo fra i diciotto e i trent’anni, in cui le scelte definitive vengono sistematicamente rinviate non per immaturità ma per l’oggettiva difficoltà di consolidarle in un contesto sociale instabile.
Accanto a questa componente strutturale, però, trovo convincente l’osservazione di Furedi secondo cui esiste anche una componente più propriamente culturale, legata al modo in cui i media e l’immaginario collettivo raccontano oggi le diverse età della vita. Viviamo in una cultura che ha costruito un intero apparato simbolico — pubblicitario, mediatico, persino medico-estetico — attorno all’idea che restare giovani, o quantomeno apparire tali il più a lungo possibile, sia un valore positivo da perseguire attivamente, mentre l’invecchiamento e la maturità vengono raccontati quasi esclusivamente in termini di perdita: perdita di freschezza, di possibilità, di leggerezza. In un contesto simile, è naturale che anche l’ingresso nell’età adulta in senso proprio, con i suoi vincoli e le sue responsabilità, venga percepito come l’inizio di un declino piuttosto che come una conquista, esattamente come descrive l’articolo citato da Furedi a proposito dell’indipendenza che rischia di diventare solitudine.
Detto questo, credo che la riflessione non debba fermarsi a una lettura puramente nostalgica, come se l’unica risposta possibile fosse rimpiangere un passato in cui i confini generazionali erano più rigidi e tornare a imporli con maggiore fermezza. Una parte della sfumatura di questi confini ha anche aperto possibilità positive, che sarebbe ingeneroso ignorare: percorsi di vita meno standardizzati, che permettono a ciascuno di raggiungere le proprie tappe esistenziali secondo tempi personali invece che secondo un calendario sociale uguale per tutti; un dialogo intergenerazionale spesso più aperto di quanto fosse in passato, proprio perché la distanza fra il linguaggio e gli interessi degli adulti e quelli dei più giovani si è in parte ridotta; una maggiore libertà, per chi lo desidera, di rivedere e ridefinire la propria identità anche in età più avanzata, senza che questo venga automaticamente letto come un fallimento. Il problema, mi sembra, non è dunque la sfumatura del confine in sé, ma il fatto che a questa sfumatura non abbia fatto seguito, come nota giustamente Furedi, un’adeguata rivalutazione culturale di ciò che si trova dall’altra parte di quel confine: se vogliamo che le nuove generazioni non vivano l’ingresso nella maturità come una rinuncia ma come un’evoluzione desiderabile, il compito che ci spetta — come educatori prima ancora che come società — non è restaurare confini rigidi che il mondo contemporaneo ha reso comunque difficili da mantenere, ma raccontare la responsabilità, l’impegno e la maturità con la stessa cura e la stessa attrattiva con cui oggi raccontiamo, quasi sempre, soltanto la giovinezza.
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