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Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B2
TRACCIA
TIPOLOGIA B – ANALISI E PRODUZIONE DI UN TESTO ARGOMENTATIVO
PROPOSTA B2
Testo tratto da: Piero Bianucci, Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire
Storie di creatività scientifica
«Se comunicare è in sostanza saper costruire un buon racconto che trasmetta informazioni, la scienza è una miniera di narrazioni non soltanto perché le sue vicende hanno spesso la struttura del giallo, ma anche perché le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena. […]
Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi. Sembra che il Sole giri intorno alla Terra, invece è vero il contrario. Sembra che la materia sia compatta e piena, invece è fatta soprattutto di vuoto. Ci pare che tutto ciò che esista sia allo stato solido, liquido o gassoso, e invece il 99,99% dell’universo è allo stato di plasma. La molecola del nostro DNA è invisibile a occhio nudo: eppure contiene tre miliardi di informazioni e se la srotoliamo scopriremo che è lunga un metro e mezzo.
Tutte cose sorprendenti, che già in sé fanno notizia. Ma ancora più interessante è che a questi colpi di scena i ricercatori sono arrivati applicando una dote insolita e ricca di fascino: la creatività.
La scienza offre infinite variazioni sul tema della creatività e tutte sono spunti narrativi efficaci, dalla scoperta di un fenomeno che cambia la nostra visione del mondo alle sue applicazioni commerciali, spesso tali da influire fortemente sulla vita quotidiana.
Qualche esempio. Röntgen scopre per caso i raggi X, rivoluziona la diagnostica medica e tuttavia rifiuta il brevetto per la radiografia. Il laser nasce come «una soluzione in cerca di un problema», oggi lo usiamo per ascoltare musica con i cd, vedere i film con i dvd e leggere i codici a barre al supermercato. Einstein dopo una chiacchierata con l’amico Michele Besso torna a casa in tram e guardando l’orologio su un palazzo di Berna intuisce che il tempo a terra cesserebbe di scorrere se il tram si allontanasse alla velocità della luce: esperimento mentale che è all’origine della relatività speciale del 1905. Fleming rientra dalle vacanze e invece di gettare via le colture di batteri, ammuffite durante la sua assenza, le osserva al microscopio e scopre la penicillina. Come si vede, sono interessanti anche le circostanze al contorno della creatività: il caso che ha aiutato Fleming, l’intervento dell’industria che ha reso popolare il laser, l’analogia tra moto del tram e moto della luce, la curiosità, l’interazione tra persone, il coraggio di andare controcorrente.»
Comprensione e analisi
Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte a tutte le domande proposte.
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Riassumi il contenuto del brano proposto.
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Per quale motivo l’autore afferma che ‘le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena’?
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Qual è la funzione della ‘creatività’ in relazione alle scoperte scientifiche?
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Spiega, alla luce degli esempi riportati dall’autore, la frase ‘Gli aspetti sorprendenti della scienza dipendono soprattutto dal fatto che spesso i suoi risultati sono contro intuitivi’.
Produzione
Sulla base delle tue esperienze, letture e conoscenze, confrontati criticamente con le considerazioni di Piero Bianucci. Esprimi il tuo punto di vista sulla tematica trattata, motivando le tue riflessioni e argomentando in modo tale che gli snodi della tua esposizione siano organizzati in un testo coerente e coeso.
Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B2 – Piero Bianucci, Storie di creatività scientifica
Il brano è tratto da un libro che, già nel titolo, dichiara il proprio programma — Te lo dico con parole tue. La scienza di scrivere per farsi capire — e questo dato non è secondario per l’analisi: Bianucci, giornalista scientifico di lungo corso, non sta scrivendo un trattato di epistemologia, ma un manuale di comunicazione, rivolto a chi deve raccontare la scienza a un pubblico non specialistico. Il passo proposto va dunque letto come un esempio applicato della tesi di fondo del libro: che la scienza, lungi dall’essere arida e respingente, costituisca in realtà una delle riserve narrative più ricche a disposizione di chi sa raccontare, a patto di saperne cogliere la struttura drammatica.
Il contenuto del brano
Bianucci apre affermando che comunicare significa, in sostanza, saper costruire un buon racconto, e che la scienza si presta in modo particolare a questo compito perché le sue vicende hanno spesso la struttura del romanzo giallo, fondata sulla sorpresa e sul colpo di scena. Questa capacità di sorprendere, spiega l’autore, dipende dal fatto che i risultati scientifici sono frequentemente contro intuitivi rispetto a ciò che l’esperienza quotidiana ci suggerisce: il Sole sembra muoversi intorno alla Terra ma è vero l’opposto, la materia appare compatta mentre è fatta soprattutto di vuoto, classifichiamo istintivamente tutto ciò che esiste come solido, liquido o gassoso mentre la quasi totalità dell’universo si trova allo stato di plasma, e una molecola di DNA invisibile a occhio nudo racchiude in realtà un’enorme quantità di informazione e, se srotolata, raggiunge una lunghezza considerevole. Bianucci sposta poi il fuoco del discorso da questi fatti sorprendenti in sé al modo in cui i ricercatori sono arrivati a scoprirli, individuando nella creatività la dote che rende davvero affascinanti, dal punto di vista narrativo, le storie della scienza. A sostegno di questa tesi porta quattro esempi paradigmatici: Röntgen, che scopre per caso i raggi X e rifiuta addirittura di brevettare la radiografia; il laser, nato come soluzione priva inizialmente di un problema da risolvere e diventato poi onnipresente nella vita quotidiana; Einstein, che da una semplice osservazione di un orologio durante un tragitto in tram intuisce, attraverso un esperimento mentale, i fondamenti della relatività speciale; Fleming, che invece di gettare via colture di batteri ammuffite le osserva al microscopio e scopre la penicillina. Il brano si chiude osservando che a rendere interessanti queste storie non sono solo le scoperte in sé, ma anche le circostanze che le hanno accompagnate: il caso, l’intervento dell’industria, l’analogia intuitiva, la curiosità, la collaborazione fra persone, il coraggio di andare controcorrente.
Perché “le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena”
Bianucci individua nella scienza una struttura narrativa molto simile a quella del romanzo poliziesco, e la ragione di questa somiglianza sta proprio nel meccanismo della sorpresa. Nel giallo classico il lettore parte da un’apparenza ingannevole — un omicidio dall’apparente movente ovvio, un sospettato che sembra colpevole — e viene condotto, attraverso indizi progressivi, fino a una verità nascosta che ribalta quell’apparenza iniziale. Esattamente lo stesso schema, sostiene Bianucci, governa molte grandi scoperte scientifiche: si parte da ciò che i sensi e il senso comune suggeriscono come ovvio — il Sole che gira intorno a noi, la materia che appare piena e compatta — per arrivare, attraverso il metodo scientifico, a una verità che ribalta completamente quella prima impressione. È questo scarto fra apparenza iniziale e rivelazione finale a produrre l’effetto di sorpresa che Bianucci paragona esplicitamente al colpo di scena narrativo: non si tratta di un artificio retorico applicato dall’esterno alla scienza per renderla più appetibile, ma di una caratteristica strutturale intrinseca al modo in cui la conoscenza scientifica procede, fatta di ipotesi iniziali smentite e di verità che emergono solo al termine di un percorso di indagine.
La funzione della creatività nelle scoperte scientifiche
Se il colpo di scena è l’effetto narrativo, la creatività è, nel ragionamento di Bianucci, la causa che lo rende possibile: è la facoltà che permette ai ricercatori di trasformare un’osservazione casuale, un’anomalia, persino un fallimento apparente, nel punto di partenza di una scoperta. Gli esempi scelti dall’autore illustrano bene le diverse forme che questa creatività può assumere. In Fleming la creatività consiste nel saper guardare con occhi diversi un evento che chiunque altro avrebbe liquidato come un semplice contrattempo di laboratorio — colture di batteri rovinate dalla muffa durante una vacanza — e nel decidere di osservarle comunque al microscopio invece di gettarle via. In Einstein la creatività si manifesta come capacità analogica: l’intuizione che governa la nascita della relatività speciale nasce da un’immagine quotidiana, l’orologio visto da un tram in movimento, trasferita per analogia a una situazione fisica estrema mai sperimentata direttamente. Nel caso del laser la creatività riguarda invece la capacità, propria non tanto dello scopritore quanto del sistema industriale che ne raccoglie l’eredità, di immaginare applicazioni pratiche per una scoperta nata senza uno scopo definito. In tutti i casi, la funzione della creatività è la stessa: colmare il salto fra un dato grezzo — un’osservazione, un’anomalia, un’intuizione casuale — e la sua interpretazione in chiave di nuova conoscenza, un salto che nessuna quantità di sola osservazione paziente potrebbe, da sola, produrre.
Il senso della frase sui risultati “contro intuitivi”
Gli esempi riportati da Bianucci permettono di precisare con esattezza che cosa intenda l’autore quando parla di risultati contro intuitivi. In ciascun caso, ciò che l’esperienza sensoriale immediata suggerisce viene smentito da una verità accessibile solo attraverso l’indagine scientifica: l’occhio vede il Sole muoversi nel cielo, ma è la Terra a muoversi attorno ad esso; il tatto percepisce la materia come piena e compatta, ma a livello atomico essa è costituita in massima parte da spazio vuoto; l’esperienza quotidiana ci abitua a classificare la materia in tre soli stati — solido, liquido, gassoso — mentre la quasi totalità dell’universo osservabile si trova in uno stato, il plasma, del tutto estraneo a questa classificazione intuitiva; e infine il DNA, invisibile a occhio nudo e dunque percepito istintivamente come qualcosa di infinitamente piccolo e semplice, si rivela invece capace di racchiudere una quantità di informazione enorme e, una volta srotolato, di raggiungere una lunghezza fisica considerevole. Il filo che lega questi esempi è sempre lo stesso: la scienza non si limita a confermare ciò che già sappiamo per via sensoriale, ma sistematicamente lo corregge, lo capovolge, lo arricchisce di una complessità che i nostri sensi, da soli, non sono in grado di cogliere. Ed è proprio in questo scarto continuo fra apparenza e realtà che risiede, secondo Bianucci, la materia prima di ogni buona storia scientifica.
Produzione
Le considerazioni di Bianucci toccano un tema che mi sta particolarmente a cuore, perché riguarda da vicino il mestiere di chi, come me, si trova quotidianamente a dover spiegare, comunicare, rendere accessibili contenuti complessi a un pubblico che non li padroneggia in partenza: l’idea che raccontare bene non sia un orpello accessorio rispetto al contenuto, ma parte integrante della comprensione stessa. Sono d’accordo con Bianucci quando sostiene che la scienza, raccontata come una sequenza di formule e definizioni, perde quasi sempre il proprio pubblico, mentre raccontata come una storia — con un protagonista, un ostacolo, un momento di rivelazione — riesce a farsi ricordare e a generare interesse autentico anche in chi non ha alcuna formazione tecnica. L’esperienza didattica, prima ancora che quella divulgativa, conferma ampiamente questa intuizione: uno studente ricorda con molta più facilità la storia di Fleming che osserva una muffa al microscopio invece di gettarla via, piuttosto che la definizione chimica della penicillina, perché la narrazione fornisce un’impalcatura emotiva e sequenziale a cui agganciare l’informazione, mentre il dato nudo e crudo, privo di racconto, scivola via dalla memoria con estrema facilità.
Detto questo, credo che proprio l’efficacia di questo meccanismo narrativo imponga una cautela che il brano di Bianucci, concentrato com’è sulla dimensione comunicativa, lascia un po’ in ombra: il rischio di semplificare fino a deformare la realtà storica delle scoperte che si raccontano. Gli stessi esempi citati nel brano sono, nella tradizione divulgativa, fra i più mitizzati della storia della scienza, e la versione aneddotica che se ne tramanda tende sistematicamente a comprimere in un singolo istante folgorante — la mela di Newton, l’eureka di Archimede, la muffa di Fleming — un processo che nella realtà storica è stato quasi sempre molto più lungo, faticoso, collettivo di quanto il racconto lasci intendere. Lo stesso Fleming, prima di arrivare a isolare e comprendere il potenziale della penicillina, aveva alle spalle anni di studio sistematico degli antibatterici naturali, e il passaggio dalla sua osservazione iniziale a un farmaco realmente utilizzabile richiese poi il lavoro, durato un altro decennio, di altri ricercatori che ne svilupparono la produzione su scala industriale — un contributo collettivo che il racconto del singolo colpo di genio tende inevitabilmente a oscurare. Non per questo l’aneddoto è falso, ma è parziale: seleziona, fra tutto ciò che è realmente accaduto, l’episodio più narrabile, e in questa selezione qualcosa di importante — la fatica, il lavoro di squadra, i tentativi falliti che hanno preceduto e seguito il momento di intuizione — va inevitabilmente perduto.
Credo che questa tensione fra efficacia narrativa e fedeltà storica non vada risolta scegliendo uno dei due poli a scapito dell’altro, ma tenuta consapevolmente in equilibrio. Chi comunica scienza, così come chi comunica qualunque disciplina complessa a un pubblico ampio, ha bisogno della struttura del racconto per catturare attenzione e generare memoria duratura, ed è giusto, come fa Bianucci, valorizzare questo strumento invece di snobbiarlo come una concessione poco seria alla divulgazione di massa. Ma proprio perché il racconto è uno strumento potente, e dunque capace di plasmare durevolmente l’immaginario di chi lo riceve, chi lo utilizza ha anche la responsabilità di non trasformare la scorciatoia narrativa in un’immagine distorta del modo reale in cui si produce la conoscenza — un’immagine che, portata alle estreme conseguenze, rischia di alimentare l’idea fuorviante che la scoperta scientifica sia frutto quasi sempre di lampi di genio isolato, anziché del lavoro paziente, spesso collettivo e raramente spettacolare, che costituisce in realtà la quotidianità della ricerca. La vera sfida di chi comunica, in fondo, non è scegliere fra raccontare bene e raccontare il vero, ma trovare — proprio come fa la buona divulgazione scientifica nelle sue forme migliori — il modo di farli coincidere.
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