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20 Giugno 2026🌟Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B1 📜
TRACCIA
TIPOLOGIA B – ANALISI E PRODUZIONE DI UN TESTO ARGOMENTATIVO
PROPOSTA B1
Testo tratto da: Assemblea Costituente (Insediamento e discorso del Presidente Giuseppe Saragat)
«Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina. Voi, eletti dal popolo, riuniti in questa Assemblea sovrana, dovete sentire l’immensa dignità della vostra missione. A voi tocca dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce eloquente alla libertà.
Dietro a voi sono le sofferenze di milioni di italiani; dinanzi a voi le speranze di tutta la Nazione.
Fate che il volto di questa Repubblica sia un volto umano. Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. Dove questi rapporti sono umani, la democrazia esiste; dove sono inumani, essa non è che la maschera di una nuova tirannide. (Applausi).
Ecco perché, oltre che sui problemi della struttura politica dello Stato repubblicano, voi vi piegherete su quello della struttura sociale del Paese.
Nel grande moto che spinge le classi diseredate a rivendicare un destino meno iniquo voi non vedrete una minaccia per la libertà, ma, al contrario, la forza motrice del progresso, solo che venga disciplinato dalla saggezza dei legislatori e non venga ostacolato dall’egoismo dei ceti privilegiati. (Applausi).
Nella Repubblica democratica la libertà politica e la giustizia sociale trovano il terreno su cui possono integrarsi in una sintesi armoniosa. Tutta la vostra saggezza di legislatori sarà quindi orientata alla ricerca della formulazione più efficace atta a tradurre in termini concreti queste esigenze fondamentali di ogni consorzio civile ed a favorirne la pratica realizzazione.
Se vi porrete su questo piano, le divergenze ideologiche che possono sussistere tra di voi si concilieranno nell’ambito dei diritti imprescrittibili della persona umana e delle società naturali in cui essa vive.
Egualmente la concretezza di questi diritti riceverà possente rilievo dalla loro correlazione con le norme che voi elaborerete intorno ai fondamenti strutturali dello Stato repubblicano, avendo presente che la democrazia si crea nella misura in cui la separazione fra il popolo e l’apparato dei pubblici poteri progressivamente scompare.
Ma, oltre all’elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano, altri doveri vi sovrastano. In primo luogo quello di offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo. Poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini. E se è vero che questo costume è condizionato dalla situazione economica e sociale di un’epoca determinata, non è men vero che la coscienza reagisce per trasformarlo portandolo ad un livello più alto.
Alla volontà di potenza, scaturente dall’egoismo sfrenato dei singoli e dei gruppi politici ottusi al senso della libertà, voi opporrete la potenza della volontà libera, imponendo a voi stessi i limiti invalicabili segnati dalla coscienza morale. […]
Onorevoli colleghi, con l’instaurazione della Repubblica italiana si inizia un periodo nuovo nella storia del nostro Paese.
Una pesante eredità di miserie e di dolori grava sul nostro presente, ma anche lo illumina un passato di gloria imperitura. Per diradare la grigia penombra da cui siamo circondati, leviamo sempre più alta la fiamma della libertà e della giustizia. Alla sua vivida luce noi scorgeremo, sino ai limiti del più lontano orizzonte, la strada per cui si avvia la Patria risorta.
È un cammino aspro, irto di ostacoli, ma che sale verso libere altezze.
Sorreggiamola come figli devoti in questa marcia in avanti, docili ai suoi cenni materni, fedeli alla sua volontà sovrana. Viva la Repubblica italiana! Viva l’Italia!»
Comprensione e analisi
Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte a tutte le domande proposte.
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Riassumi il contenuto del brano proposto nei suoi snodi tematici essenziali.
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Individua quali sono gli ‘altri doveri’ che, a giudizio di Giuseppe Saragat, ‘sovrastano’ l’Assemblea Costituente.
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Per quale motivo la democrazia ‘è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo’?
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A quali eventi si riferisce, a tuo giudizio, Saragat con l’espressione la ‘pesante eredità di miserie e di dolori’?
Produzione
Sulla base degli spunti di riflessione offerti dal testo proposto, delle tue letture e conoscenze sull’argomento, elabora un testo coerente e coeso sul tema della democrazia, anche facendo riferimento alle argomentazioni sviluppate da Saragat nel suo discorso.
Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia B, Proposta B1 – Giuseppe Saragat, discorso di insediamento all’Assemblea Costituente (26 giugno 1946)
Per cogliere appieno il significato di questo testo occorre ricordarne con precisione la collocazione storica. Siamo a pochissimi giorni dal referendum del 2 giugno 1946, con cui gli italiani hanno scelto la forma repubblicana ponendo fine alla monarchia sabauda; l’Assemblea Costituente, eletta in quello stesso giorno con suffragio finalmente universale, si insedia il 25 giugno e Giuseppe Saragat — esponente di spicco del socialismo italiano, che diventerà anni dopo Presidente della Repubblica — ne viene eletto presidente, pronunciando il discorso da cui è tratto il brano in esame il giorno successivo. Non è dunque un testo teorico astratto sulla democrazia, ma l’atto fondativo con cui si apre concretamente il percorso che porterà, due anni dopo, alla Costituzione repubblicana: ogni parola di Saragat va letta tenendo presente che si rivolge a uomini e donne chiamati, in quel preciso momento, a scrivere materialmente le regole della nuova Italia.
Il riassunto dei nodi tematici essenziali
Il discorso si muove lungo alcune direttrici chiare. Saragat parte da un’affermazione di principio: senza l’adesione piena del popolo ai valori della democrazia, nessun progresso è possibile e persino le conquiste storiche più consolidate restano esposte al rischio della rovina. Da qui ricava la responsabilità immensa dei costituenti, chiamati a dare un volto alla Repubblica, un’anima alla democrazia, una voce alla libertà — un compito che Saragat colloca esplicitamente fra il peso delle sofferenze patite dal popolo italiano negli anni precedenti e le speranze riposte nel futuro. Il cuore argomentativo del discorso sta poi nella definizione di democrazia che Saragat propone: non un semplice meccanismo istituzionale di rapporto tra maggioranza e minoranza o di equilibrio fra poteri, ma anzitutto una qualità dei rapporti tra le persone, capace di trasformarsi in maschera di tirannide quando questi rapporti diventano disumani. Da questa premessa nasce l’indicazione concreta di lavoro per l’Assemblea: occuparsi non solo della struttura politica dello Stato, ma anche di quella sociale del Paese, integrando libertà politica e giustizia sociale come due esigenze che devono trovare una sintesi armonica, non un conflitto. Il discorso si chiude richiamando i doveri morali, oltre che giuridici, dei costituenti — l’esempio della concordia, l’autodisciplina della coscienza contro la volontà di potenza — e con un’invocazione finale, quasi solenne, alla nuova Repubblica appena nata da un’eredità di sofferenze ma proiettata verso un cammino di libertà.
Gli “altri doveri” che sovrastano l’Assemblea
Saragat individua con chiarezza un compito che va oltre la pura elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano. Il primo e più sottolineato di questi doveri ulteriori è offrire al Paese, pur nella legittima e perfino feconda divergenza di posizioni ideologiche, l’esempio della concordia e del più alto senso civico: un dovere che Saragat giustifica con un’osservazione di grande acutezza politica, e cioè che la democrazia diventa realtà vivente non tanto attraverso le leggi scritte nei testi fondamentali, quanto attraverso il costume che si stabilisce concretamente fra gli uomini — le abitudini, le pratiche quotidiane, il modo reale in cui i cittadini, e prima di tutti i loro rappresentanti, si comportano gli uni verso gli altri. A questo si lega un secondo dovere, di carattere più interiore: opporre alla volontà di potenza, che nasce dall’egoismo sfrenato di singoli e gruppi, la potenza della volontà libera, imponendo a se stessi i limiti tracciati dalla coscienza morale. In sintesi, oltre al compito tecnico-giuridico di scrivere la Costituzione, Saragat chiede ai costituenti un impegno etico ed esemplare, da esercitare innanzitutto su se stessi, prima ancora che attraverso le norme che andranno a produrre.
Perché la democrazia è “soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo”
Questa è probabilmente l’affermazione più densa di tutto il discorso, e merita di essere sciolta con attenzione. Saragat non nega che la democrazia abbia anche una dimensione istituzionale — il rapporto fra maggioranza e minoranza, l’equilibrio fra i poteri sotto la sovranità nazionale — ma sostiene che questa dimensione, da sola, non basta a definirla, e anzi può rivelarsi un guscio vuoto se non è sorretta da qualcos’altro di più sostanziale. Una Costituzione perfetta sul piano tecnico, un sistema elettorale ben congegnato, una separazione dei poteri ineccepibile possono coesistere, in linea teorica, con rapporti quotidiani fra le persone segnati da prevaricazione, indifferenza, disumanità: ed è proprio in quel caso, avverte Saragat, che la forma democratica rischia di diventare la maschera di una nuova tirannide, perché le regole formali continuano a funzionare mentre la sostanza umana che dovrebbe animarle si è svuotata. La democrazia, in altre parole, non è soltanto un sistema di regole ma una qualità delle relazioni umane che quelle regole dovrebbero proteggere e promuovere: il rispetto reciproco, il riconoscimento dell’altro come portatore di dignità, l’assenza di sopraffazione nei rapporti quotidiani, fra cittadini comuni come fra governanti e governati. È una concezione della democrazia non puramente procedurale ma profondamente etica, che colloca il fondamento ultimo del sistema politico non nelle istituzioni in sé, ma nella qualità morale degli uomini che le abitano.
L’eredità di miserie e di dolori
Quando Saragat parla di una pesante eredità di miserie e di dolori che grava sul presente della nuova Repubblica, il riferimento più immediato e quasi obbligato è ai vent’anni di dittatura fascista appena conclusi e, in particolare, agli ultimi anni del conflitto mondiale: le distruzioni materiali subite dal Paese, la perdita di vite umane sui fronti di guerra e nei bombardamenti, la drammatica esperienza della Resistenza e della guerra civile combattuta sul suolo italiano fra il 1943 e il 1945, l’occupazione tedesca, la fame e la povertà degli anni immediatamente successivi alla Liberazione, in cui l’Assemblea si insedia. A questo strato più recente di sofferenza si può aggiungere, in una lettura più ampia, il peso di un’intera vicenda nazionale segnata da disuguaglianze sociali mai davvero risolte fin dall’Unità d’Italia, e che proprio per questo Saragat richiama esplicitamente poco prima, parlando delle classi diseredate che rivendicano un destino meno iniquo. L’eredità di cui parla Saragat, dunque, non è soltanto quella della guerra appena terminata, ma quella più ampia di un Paese che porta dentro di sé ferite recenti e ferite più antiche, e che proprio per questo affida ai costituenti il compito di trasformare quel dolore accumulato in un nuovo inizio.
Produzione
Il discorso di Saragat, pur risalendo a quasi ottant’anni fa, pone una domanda che non ha smesso di essere attuale: che cosa rende davvero una democrazia tale, al di là dei suoi meccanismi formali? La risposta che propone — la democrazia come problema di rapporti fra uomo e uomo, prima ancora che come architettura istituzionale — è una lezione che vale la pena riprendere proprio oggi, in un’epoca in cui le forme democratiche, almeno nei paesi occidentali, appaiono ovunque consolidate sulla carta, eppure la fiducia dei cittadini verso le istituzioni e, ancor più, verso gli altri cittadini sembra attraversare una crisi profonda.
Si potrebbe essere tentati di pensare che, una volta scritta una buona Costituzione e garantite elezioni libere, il problema della democrazia sia in larga parte risolto, e che il resto sia semplice amministrazione. Saragat, già nel 1946, metteva in guardia da questa illusione: la democrazia, scriveva, diventa realtà vivente non tanto attraverso le leggi quanto attraverso il costume che si stabilisce fra gli uomini. È un’intuizione che trova oggi conferme inquietanti: assistiamo periodicamente, in molte democrazie consolidate, a fenomeni di degrado del confronto pubblico — la delegittimazione sistematica dell’avversario politico anziché il confronto sulle idee, la diffusione di un linguaggio pubblico aggressivo che attraversa i social media prima ancora che le aule parlamentari, la crescente difficoltà a riconoscere all’altro, anche quando lo si combatte politicamente, una dignità e una buona fede di fondo — che mostrano come le istituzioni democratiche possano sopravvivere formalmente anche quando il tessuto di relazioni umane che dovrebbe sorreggerle si sta lentamente sfilacciando. È esattamente il rischio che Saragat descriveva parlando della maschera di una nuova tirannide: non un colpo di stato improvviso, ma un lento svuotamento dall’interno, in cui le forme restano e la sostanza si perde.
Altrettanto attuale è il secondo grande tema del discorso, quello dell’integrazione fra libertà politica e giustizia sociale. Saragat scriveva in un momento in cui questa integrazione era tutt’altro che scontata: l’Italia usciva da una dittatura che aveva soppresso la libertà in nome di un presunto ordine sociale, ma proveniva anche da decenni di squilibri economici profondi che la sola libertà politica, senza interventi concreti, non avrebbe potuto sanare. La scelta di Saragat — vedere nel movimento delle classi diseredate non una minaccia alla libertà ma la forza motrice del progresso, purché disciplinata dalla saggezza dei legislatori — anticipa con notevole lucidità un equilibrio che le democrazie occidentali hanno faticosamente costruito nei decenni successivi attraverso lo Stato sociale, e che oggi torna nuovamente in discussione, in un’epoca segnata da disuguaglianze economiche crescenti e da una parte consistente di cittadini che si sente esclusa dai benefici dello sviluppo. La storia recente insegna che quando la libertà politica formale non si accompagna a un’effettiva giustizia sociale, cresce il terreno favorevole a chi promette scorciatoie autoritarie in cambio di sicurezza economica: un rischio che Saragat, con altre parole, aveva già individuato.
C’è infine un terzo elemento del discorso che meriterebbe, a mio avviso, un’attenzione particolare proprio in ambito educativo: l’idea che la democrazia richieda un’autodisciplina interiore, una capacità di imporre a se stessi i limiti segnati dalla coscienza morale prima ancora che dalla legge. È un compito che riguarda non solo i rappresentanti politici, come nel discorso originario di Saragat, ma ogni cittadino, e che si forma innanzitutto nei luoghi dell’educazione, a partire dalla scuola: insegnare a riconoscere la dignità dell’altro nel confronto quotidiano, ad accettare la sconfitta in una discussione senza delegittimare chi vince, a distinguere fra avversario e nemico, non è un’aggiunta accessoria alla formazione delle nuove generazioni, ma la condizione stessa perché quel costume democratico di cui parlava Saragat possa rinnovarsi nel tempo e non spegnersi con il passare delle generazioni che lo hanno conosciuto nella sua fase fondativa. In questo senso il discorso pronunciato quasi ottant’anni fa davanti all’Assemblea Costituente non descrive soltanto un momento concluso della nostra storia, ma consegna a chi oggi si forma come cittadino un compito ancora pienamente aperto: continuare a costruire, giorno per giorno, nei rapporti concreti fra le persone, quella sostanza umana senza la quale anche la più solida architettura istituzionale rischia di restare, appunto, soltanto una maschera.
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