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Traccia e Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia A, Proposta A2
TRACCIA
TIPOLOGIA A – ANALISI E INTERPRETAZIONE DI UN TESTO LETTERARIO ITALIANO
PROPOSTA A2
Vitaliano Brancati, I piaceri
I piaceri della memoria
«Se noi non ricordassimo, il mondo sarebbe sottilissimo, una lastra priva di spessore, sulla quale fulmineamente stampato, un perpetuo presente attirerebbe su di sé i nostri sguardi stupiti e incantati. Ma per fortuna noi ricordiamo, e dietro al mondo cosiddetto reale, dietro al mondo che si tocca, vede, sente, odora, il quale è veramente sottile come una lastra priva di spessore, mettiamo quello irreale, o almeno non più esistente, di uno, due, mille momenti prima, e assegniamo in tal modo un volume immaginario a qualcosa che in realtà non lo possiede. […]
Si possono trascorrere delle ore accanto a un vecchio taciturno purché di lui si sappia che ha la testa piena di bei ricordi. Dato che un nero presente ha il potere di cancellare piano piano anche i vivaci colori della memoria, e chiudere tutta una persona nel sentimento di essere stata sempre infelice, coloro che, dentro di sé, preservano i ricordi lieti, difendendoli dal pericolo di oscurarsi, corrompersi, dilavarsi, compiono un’opera utile come chi non lascia spegnere il fuoco in un paese privo di fiammiferi e di pietre focaie.
Una delle condizioni più misere delle epoche infelici, non è di rimpiangere vanamente la felicità, ma di averla totalmente dimenticata.
Immaginate che nel mondo per cento anni il cielo sia coperto di nuvole; tutti si saranno accostumati a un giorno tenebroso poco meno della notte: sarà allora che l’intera umanità dovrà vegliare premurosa attorno al vecchio di centodue anni, l’unico che ricordi la luce del sole. Che questo vecchio viva il piú a lungo possibile! Con lui vive il ricordo della luce, vivono la speranza e il desiderio di rivederla. Con lui perirebbe un bene comune.
Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno. Quaderni e quadernetti mi aiutano, ma non basterebbero se con cura meticolosa io non pensassi di ravvivare i ricordi piú deboli, e continuamente distinguere quelli che minacciano di confondersi. […]
Per questo, le malattie della memoria sono fra le più paurose. Quale mano di ladro può essere così sacrilega come quella che si introduce nel più interno di noi stessi per rubarci i ricordi? Tutto è incerto e precario in questo mondo, tranne le cose che abbiamo fatte, le quali pare che ci appartengano per la vita e per la morte: e tuttavia anche queste possono non appartenerci più il giorno in cui non riusciamo a ricordarle.»
L’opera ‘I piaceri’ di Vitaliano Brancati (1907-1954) è il suo diario segreto nel quale lo scrittore ha espresso le sue meditazioni, fantasie, nostalgie e ricordi di esperienze anche dolorose.
Comprensione e analisi
Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte a tutte le domande proposte.
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Riassumi il contenuto del brano proposto.
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Individua e analizza i riferimenti alla realtà naturale e le metafore ad essa ispirate cui fa ricorso l’autore per articolare il suo ragionamento.
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Commenta la frase ‘Io ho l’abitudine di sorvegliare continuamente la mia memoria e contare ogni sera i miei ricordi come l’avaro conta i suoi marenghi, e la notte svegliarmi per paura che me ne manchi uno’.
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‘Quale mano di ladro può essere cosí sacrílega …’: spiega il senso dell’aggettivo utilizzato da Brancati.
Interpretazione
Sulla base dell’analisi da te condotta, approfondisci l’interpretazione complessiva del brano, elaborando una tua riflessione sul tema della memoria e sulla sua capacità di collegare le generazioni tra loro.
Vitaliano Brancati, I piaceri della memoria (Svolgimento Prima Prova Maturità 2026 — Tipologia A, Proposta A2)
Il brano proposto appartiene a I piaceri, il diario segreto che Brancati ha tenuto per sé negli ultimi anni della sua vita e che è stato pubblicato postumo: una raccolta di meditazioni, fantasie, nostalgie nella quale lo scrittore catanese, già autore di romanzi come Il bell’Antonio e Don Giovanni in Sicilia, abbandona la maschera ironica e disincantata che lo aveva reso celebre per affidarsi a una scrittura più intima, quasi confessionale. È utile tenerlo presente, perché il tono del brano — affettuoso, a tratti commosso, mai compiaciuto — nasce proprio da questa natura privata del testo: Brancati non sta scrivendo per un pubblico, sta scrivendo per fissare, paradossalmente, proprio ciò di cui parla — i propri ricordi.
Il contenuto del brano
Il ragionamento di Brancati si sviluppa per accumulo di immagini, più che per progressione argomentativa rigida, ma il suo nucleo è chiaro fin dalle prime righe: senza la memoria il mondo sarebbe un presente puro, sottilissimo, privo di profondità, una sorta di superficie senza spessore su cui tutto si imprime e subito scompare. È la memoria, al contrario, a regalare al mondo un volume che esso, in sé, non possiede, sovrapponendo al presente reale uno strato di passato che continuiamo a portare con noi. Da questa premessa Brancati ricava una serie di conseguenze: chi conserva ricordi felici compie un’opera preziosa, perché difende quei ricordi dal rischio che il presente, se infelice, finisca per cancellarli, condannando una persona a credersi sempre stata infelice; un’intera epoca può essere giudicata povera non perché priva di felicità, ma perché ha smarrito il ricordo di averla mai posseduta; un solo vecchio che ricordi la luce del sole, in un mondo immaginario oscurato da un secolo di nuvole, diventerebbe il depositario di un bene comune da custodire con ogni cura. Infine Brancati si descrive in prima persona nell’atto quasi ossessivo di sorvegliare ogni sera la propria memoria, per concludere che le malattie che intaccano questa facoltà sono fra le più temibili, perché un ladro che rubasse i ricordi sottrarrebbe l’unica cosa che, in un mondo incerto e precario, sembra davvero appartenerci.
I riferimenti alla realtà naturale e le metafore
Brancati costruisce tutto il suo ragionamento attraverso immagini tratte dal mondo fisico e naturale, che hanno la funzione di rendere visibile e quasi palpabile un concetto altrimenti astratto come quello della memoria. La prima e più importante è geometrica: il mondo senza ricordo viene paragonato a una lastra priva di spessore, un’immagine che richiama la fisica più che la poesia, e che serve a comunicare l’idea di un’esistenza ridotta a pura superficie, incapace di profondità temporale. A questa si affianca la grande metafora cosmico-meteorologica del cielo coperto di nuvole per un secolo intero: un’iperbole che trasforma la perdita collettiva della felicità in un fenomeno quasi geologico, di scala storica, e che permette a Brancati di introdurre la figura del vecchio centenario come unico custode della luce del sole — luce che diventa qui sinonimo non tanto di un fenomeno naturale quanto della gioia stessa, di un bene che l’intera umanità rischierebbe di dimenticare se non ci fosse qualcuno a tenerne viva la memoria. Non meno significativa è l’immagine del fuoco custodito in un paese privo di fiammiferi e di pietre focaie: qui la natura si fa cultura, perché il fuoco evoca direttamente le origini della civiltà umana, il momento in cui la sua perdita avrebbe significato un regresso totale, e Brancati la usa per descrivere chi preserva i ricordi lieti come compiendo un servizio analogo a quello di chi, in una comunità primitiva, impedisce che si spenga l’unico fuoco disponibile. Anche l’immagine finale del ladro sacrilego, pur non essendo propriamente naturalistica, si inserisce in questa rete di metafore concrete che danno corpo fisico a un fenomeno — la memoria — che di per sé è invisibile e intangibile.
Il commento alla similitudine dell’avaro
La frase in cui Brancati si paragona a un avaro che conta ogni sera i propri marenghi, temendo nella notte che gliene manchi uno, è forse il punto più rivelatore dell’intero brano, perché trasforma in immagine concreta e quasi grottesca un’ansia che altrimenti resterebbe puramente interiore. Brancati sceglie deliberatamente un’immagine economica, e per giunta moralmente ambigua — l’avarizia è da sempre, nella tradizione letteraria, un vizio, non una virtù — per descrivere un’attività che è invece per lui preziosissima: questo scarto produce un effetto ironico e insieme tenero, perché lo scrittore non si vergogna di apparire meschino o maniacale pur di comunicare l’intensità del proprio attaccamento ai ricordi. La notte che si interrompe per il terrore di aver perso un ricordo, esattamente come l’avaro che si sveglia di soprassalto temendo di essere stato derubato, rivela una fragilità profonda: la consapevolezza che il patrimonio più vero di un essere umano non è fatto di beni materiali ma di esperienze vissute, e che proprio per questo va difeso con la stessa, se non maggiore, vigilanza con cui si custodisce un tesoro. C’è in questa immagine anche un velato paradosso esistenziale: l’avaro accumula ricchezza per il futuro, mentre chi custodisce i ricordi accumula, per così dire, all’indietro, verso un passato che non può crescere ma solo, nella migliore delle ipotesi, essere preservato intatto — e questo rende la vigilanza di Brancati ancora più malinconica di quella di un comune avaro, perché non promette accumulo ma, al massimo, una difesa contro la perdita.
Il senso dell’aggettivo “sacrilega”
Definire sacrilega la mano del ladro che rubasse i ricordi significa collocare la memoria in una dimensione che va oltre il semplice possesso materiale, fino a toccare il sacro. Il termine “sacrilegio” appartiene per origine al lessico religioso e indica la profanazione di qualcosa di consacrato, di uno spazio o di un oggetto che dovrebbe restare inviolabile: usandolo per descrivere l’eventuale furto della memoria, Brancati trasforma l’interiorità di ogni essere umano in una sorta di santuario privato, l’unico luogo che dovrebbe restare sottratto a qualunque intrusione. La scelta dell’aggettivo è tanto più significativa se si considera che, nel passo immediatamente successivo, Brancati osserva come tutto, in questo mondo, sia incerto e precario tranne le cose che abbiamo fatto — le quali, però, possono a loro volta smettere di appartenerci nel momento in cui non riusciamo più a ricordarle. Il vero ladro sacrilego, dunque, non è necessariamente una figura esterna e malintenzionata, ma può essere la malattia, l’oblio, il tempo stesso: nemici invisibili che, senza bisogno di sottrarre nulla con le mani, riescono comunque a violare quello spazio interiore che dovrebbe restare il più protetto di tutti, perché coincide, in fondo, con l’identità stessa della persona.
Interpretazione
La riflessione che la traccia chiede di sviluppare riguarda la capacità della memoria di collegare le generazioni tra loro, ed è un tema che il brano di Brancati introduce già implicitamente nell’immagine del vecchio depositario dell’unico ricordo della luce del sole, attorno al quale l’intera umanità dovrebbe vegliare con cura: un’immagine che funziona perfettamente anche fuori dalla cornice immaginaria in cui Brancati la colloca, perché descrive con precisione il ruolo che, in ogni famiglia e in ogni comunità, svolgono gli anziani come custodi di un’esperienza che le generazioni più giovani non hanno vissuto direttamente.
La memoria, infatti, non è soltanto una facoltà individuale che ciascuno custodisce per sé, come sembra suggerire il tono confessionale del diario di Brancati: è anche, e forse soprattutto, un patrimonio collettivo che si trasmette di padre in figlio, di nonno in nipote, attraverso i racconti, le fotografie, gli oggetti conservati, i riti familiari ripetuti di generazione in generazione. Chi ha avuto la fortuna di ascoltare da bambino i racconti di un nonno o di una nonna sa quanto quella trasmissione orale sia diversa da qualunque documento scritto: non si tratta solo di informazioni che passano da una mente all’altra, ma di un’esperienza emotiva condivisa, capace di far sentire vicino e quasi presente un passato che altrimenti resterebbe del tutto astratto. È esattamente questo il meccanismo che rende la memoria un ponte fra le generazioni, e non un semplice archivio: un nonno che racconta la propria infanzia non sta solo trasferendo dei fatti, sta permettendo al nipote di abitare, almeno per la durata del racconto, un tempo che non gli appartiene per esperienza diretta, e che pure, da quel momento, comincia ad appartenergli per eredità.
Questa funzione di ponte diventa ancora più evidente, e ancora più necessaria, quando si tratta non della memoria privata e familiare ma di quella collettiva e storica. Pensiamo a quanto sia stato decisivo, nel secondo Novecento, il lavoro di testimoni come Primo Levi, che ha dedicato gran parte della propria opera a impedire che l’esperienza dei campi di sterminio si disperdesse insieme alla generazione che l’aveva vissuta in prima persona: senza quella trasmissione consapevole e organizzata, attraverso i libri, le testimonianze nelle scuole, le giornate della memoria istituite proprio per non lasciare che il ricordo si affievolisse, intere generazioni rischierebbero di crescere prive di un sapere essenziale per comprendere il presente. In questo senso la scuola stessa, come istituzione, svolge esattamente la funzione che Brancati attribuisce al vecchio del suo racconto immaginario: è il luogo in cui la memoria collettiva di un popolo viene consegnata, anno dopo anno, a chi non l’ha vissuta, perché continui a vivere oltre la vita di chi l’ha generata.
C’è infine un aspetto più inquieto di questa riflessione, che il presente digitale rende particolarmente attuale. Mai come oggi abbiamo avuto a disposizione strumenti capaci di fissare il passato — fotografie, video, archivi digitali che custodiscono ogni istante con una precisione che nessuna memoria umana potrebbe eguagliare — eppure questa abbondanza di tracce non garantisce affatto, da sola, quella trasmissione viva e affettiva di cui parla Brancati. Un archivio sterminato di immagini può conservare i fatti senza conservarne il significato, mentre il racconto di un nonno, per quanto impreciso o frammentario, porta con sé un’emozione che nessun file può replicare. Forse il compito delle generazioni più giovani, oggi, non è tanto quello di accumulare altre tracce del passato, quanto quello che lo stesso Brancati descrive nel suo gesto quotidiano di sorveglianza: tornare ogni tanto su quelle tracce, ravvivarle, raccontarle a propria volta, perché solo questo esercizio continuo — e non il semplice possesso dei dati — è ciò che davvero impedisce a un ricordo, e con esso a un legame fra generazioni, di spegnersi.
Letteratura italiana del novecento
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