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TRACCIA
TIPOLOGIA A – ANALISI E INTERPRETAZIONE DI UN TESTO LETTERARIO ITALIANO
PROPOSTA A1
Cesare Pavese, Passeró per Piazza di Spagna (1)
Passerò per Piazza di Spagna
Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra. (2)
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori, spruzzati di colori
alle fontane, occhieggeranno
come donne divertite.
Le scale le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane –
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra
e dell’aria mattutina.
S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.
Sarai tu –
ferma e chiara.
Note
1. Piazza di Spagna: è una celebre piazza di Roma, ai piedi della scalinata di Trinità dei Monti, dove si trova la Fontana della Barcaccia; di qui l’insistenza di Pavese sulle fontane.
2. colle di pini e di pietra: Trinità dei Monti.
Cesare Pavese (1908-1950), nella poesia proposta, si riferisce, senza nominarla, all’attrice statunitense Constance Dowling (vissuta in Italia dal 1947 al 1950), di cui si innamorò senza essere ricambiato.
Comprensione e analisi
Puoi rispondere punto per punto oppure costruire un unico discorso che comprenda le risposte a tutte le domande proposte.
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Presenta sinteticamente il contenuto della poesia.
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Analizza le scelte espressive dell’autore, con particolare riferimento all’uso dei tempi verbali e al lessico.
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Quale significato può essere attribuito alle espressioni ‘s’apriranno/ s’aprirà’?
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Quale atmosfera viene tratteggiata nella lirica? Rispondi con puntuali riferimenti al testo.
Interpretazione
Sulla base dell’analisi da te condotta e facendo riferimento alla produzione di Pavese e/o di altri autori o forme d’arte a te noti, elabora una tua riflessione sulle modalità con cui scrittori e artisti in generale proiettano i propri sentimenti sull’ambiente circostante e sulla natura.
Svolgimento della traccia di analisi di un testo di Cesare Pavese, Passerò per Piazza di Spagna
Quando ci si accosta a questa lirica è impossibile prescindere dal contesto biografico in cui nasce, perché qui, più che altrove nella produzione pavesiana, la vita dell’autore preme contro la pagina fino quasi a romperla. Siamo nella primavera del 1950: Pavese ha conosciuto da pochi mesi l’attrice americana Constance Dowling, se ne è innamorato con quella intensità un po’ disperata che caratterizza i suoi ultimi mesi di vita, e da quell’amore non corrisposto nasce la raccolta postuma Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, pubblicata dopo il suicidio dello scrittore, avvenuto nell’agosto dello stesso anno in una camera d’albergo torinese. Sapere questo non è un dettaglio erudito da aggiungere in coda all’analisi: è la chiave che permette di leggere ogni immagine della poesia come proiezione di un’attesa che il lettore, a differenza del poeta nel momento della scrittura, sa già destinata a non compiersi.
Il contenuto della poesia
Il testo immagina, o meglio anticipa, un momento che deve ancora accadere: il poeta passerà per Piazza di Spagna a Roma, in un giorno di cielo terso, e in quel momento le strade, le fontane, le scale di Trinità dei Monti si apriranno a un evento che resta sulle prime indefinito. Solo progressivamente il lettore comprende che ciò che dovrà aprirsi è l’arrivo di una persona — quel “tu” che compare esplicito solo nell’ultimo verso. Tutto il paesaggio urbano, animato e quasi personificato (i fiori che occhieggiano come donne divertite, le pietre che canteranno, le finestre che sapranno riconoscere un odore), viene mobilitato per accogliere questa presenza attesa, fino alla chiusa che identifica la donna amata con la luce calma e ferma descritta all’inizio: “Sarai tu — ferma e chiara”. Il movimento del componimento è dunque circolare e insieme progressivo: si parte da un cielo generico per arrivare, attraverso una serie di inquadrature sempre più ravvicinate — la piazza, la strada, la scala, la porta — a un volto e a una presenza specifici, in un procedimento che ha qualcosa di cinematografico, non a caso trattandosi di versi dedicati a un’attrice.
Le scelte espressive: tempi verbali e lessico
Il dato più appariscente sul piano stilistico è la scelta sistematica del futuro come tempo dominante della lirica: quasi tutti i verbi sono coniugati a questo modo, da “Sarà” iniziale a “Sarai” finale. Si tratta di un futuro particolare, che non descrive una semplice previsione meteorologica o un programma, ma costruisce un’attesa carica di desiderio e insieme di incertezza: il poeta non dice “passo” o “sono passato”, ma proietta tutto in un tempo che ancora non esiste, come se l’unico modo per rendere sopportabile la mancanza fosse immaginarne in anticipo, con esattezza quasi visionaria, il superamento. Questo uso del futuro produce un effetto ambivalente, sospeso tra la fiducia (l’evento è descritto con sicurezza, senza condizionali, senza dubbi sintattici) e la fragilità di ciò che, proprio perché non è ancora accaduto, potrebbe anche non accadere mai: chi conosce la vicenda biografica di Pavese non può non avvertire in questa sicurezza grammaticale un tremito di disperazione trattenuta.
Sul piano lessicale colpisce la scelta di un vocabolario quotidiano e concreto — strade, scale, terrazze, rondini, fiori, fontane — che Pavese anima con verbi di percezione sensoriale e quasi affettiva: i fiori “occhieggeranno”, le finestre “sapranno”, le pietre “canteranno”. È un lessico povero di astrazioni e ricco invece di una sensorialità diffusa, in cui vista, udito e olfatto (l’odore della pietra e dell’aria mattutina) collaborano a costruire un’esperienza totale dell’attesa. Il cuore, unico elemento propriamente interiore menzionato nel testo, viene trattato con lo stesso registro fisico e sensoriale del paesaggio circostante: batte “sussultando” come l’acqua nelle fontane, in una similitudine che fonde definitivamente mondo interiore e mondo esterno.
Il senso del futuro: “s’apriranno” e “s’aprirà”
Le due espressioni richiamate dalla traccia non sono casuali, ma segnano il passaggio cruciale del componimento: dal plurale “le strade” che si apriranno (un’apertura ancora generica, urbana, collettiva) al singolare “quella strada” che si aprirà (un’apertura ormai mirata, riconoscibile, personale). Questo restringimento dal molteplice all’unico è il vero movimento drammatico della lirica: la città intera, con il suo “tumulto”, esiste solo come cornice che deve concentrarsi, alla fine, in un solo punto — la strada, poi la porta, da cui salirà la voce attesa. “Aprirsi” qui ha dunque un doppio valore: è apertura fisica, urbanistica, delle vie cittadine al passaggio, ma è anche, metaforicamente, apertura di una possibilità affettiva, lo schiudersi di un incontro che il poeta desidera e insieme teme. Non è un caso che l’ultima occorrenza di questo verbo riguardi proprio una porta reale: il punto di arrivo di tutto il movimento immaginativo della poesia è il momento in cui qualcosa, letteralmente, si apre per lasciare entrare o uscire la persona attesa.
L’atmosfera della lirica
L’atmosfera complessiva è quella di una calma apparente che trattiene, sotto la superficie, una tensione emotiva fortissima. Il cielo è chiaro, l’aria è ferma, i colori sono luminosi: tutto sembra suggerire serenità. Ma proprio nel cuore di questa quiete si insinuano elementi di disturbo — il “tumulto delle strade” che diventa “tumulto del cuore”, la “luce smarrita” che chiude quasi in controcanto la luminosità iniziale. Pavese costruisce così un’atmosfera sospesa, in cui la fissità del paesaggio (il cielo “chiaro”, l’aria “ferma”, la donna “ferma e chiara”) convive con il moto inquieto del sentimento, sussultante come l’acqua delle fontane. È un’atmosfera, in altre parole, che imita esattamente lo stato psicologico di chi aspetta: l’esteriorità ordinata e luminosa nasconde a stento un’interiorità in subbuglio, e questa frizione tra calma scenica e turbamento intimo è ciò che rende la poesia, dietro l’apparente serenità descrittiva, una delle pagine più strazianti dell’ultimo Pavese.
Interpretazione
Sulla base di questa analisi, la domanda posta dalla traccia — come scrittori e artisti proiettino i propri sentimenti sull’ambiente circostante — trova in Pavese un esempio quasi manualistico, ma la riflessione si allarga naturalmente a una costante di tutta la storia della lirica occidentale, quella che la critica chiama spesso correlativo oggettivo o, con termine più antico, pathetic fallacy: la tendenza del poeta a non dichiarare direttamente il proprio stato d’animo, ma a trovarne un equivalente negli oggetti, nei paesaggi, nei fenomeni naturali che lo circondano, come se il mondo esterno diventasse uno specchio capace di restituire, amplificata, l’eco di un’emozione altrimenti indicibile.
Pensiamo a Leopardi, che nell’Infinito trasforma una siepe — un ostacolo fisico banalissimo — nel dispositivo stesso che genera l’illusione dell’infinito, proiettando sul paesaggio la propria sete di assoluto; o a Foscolo, che nei Sepolcri e nelle liriche minori affida alle tombe, ai cipressi, alla sera la possibilità di rendere visibile e quasi tangibile un sentimento — la nostalgia, il bisogno di continuità con chi non c’è più — che la sola dichiarazione astratta non riuscirebbe a comunicare con altrettanta forza. Nel Novecento, Montale porterà questa tecnica alle sue estreme conseguenze teoriche, facendo del paesaggio ligure, arido e pietroso, l’oggettivazione perfetta di un’esistenza vissuta come male di vivere, senza mai bisogno di nominare direttamente l’angoscia: basta descrivere un muro screpolato, una distesa di cocci, un rivo strozzato, perché il lettore avverta, per traslato, lo stato d’animo che quegli oggetti custodiscono.
Pavese si inserisce in questa tradizione con una variante tutta sua: mentre in Leopardi e in Montale il paesaggio tende spesso a essere ostile, arido, a rispecchiare un’assenza o un limite, in Passerò per Piazza di Spagna il paesaggio romano viene proiettato in avanti, in un futuro ancora da vivere, e per questo si carica di un’attesa luminosa che è insieme desiderio e presagio. Non è il ricordo a essere proiettato sulle cose, come spesso accade nella tradizione elegiaca, ma l’anticipazione: le strade, le fontane, le pietre diventano i testimoni designati di un incontro che deve ancora compiersi, quasi che animare il mondo esterno fosse l’unico modo, per il poeta, di rendere reale ciò che nella vita reale resta tragicamente sospeso. È una tecnica che ritroviamo, del resto, ben oltre la poesia: nel cinema, quando un regista usa un temporale per anticipare un conflitto imminente, o nella musica, quando un autore sceglie un’immagine atmosferica per accompagnare una svolta del testo, si ripete lo stesso meccanismo che Pavese applica a Piazza di Spagna — il bisogno umano, prima ancora che artistico, di non lasciare i propri sentimenti isolati dentro di sé, ma di trovare loro un corpo, una scena, un luogo in cui possano finalmente rendersi visibili anche agli altri.
Proprio in questo sta, credo, il valore più profondo che possiamo trarre da questa lirica per la nostra riflessione: la capacità di proiettare emozioni sul paesaggio non è un artificio retorico fine a se stesso, ma una strategia cognitiva ed esistenziale con cui l’essere umano dà forma a ciò che altrimenti resterebbe informe e muto. Quando Pavese scrive che le pietre canteranno, non ci sta semplicemente offrendo un’immagine poetica elegante: ci sta mostrando come, nei momenti di attesa più intensa della nostra vita, il mondo intero sembri davvero animarsi, farsi complice, partecipare — e come questa illusione, per quanto sappiamo razionalmente che è solo proiezione, resti uno dei modi più antichi e più veri con cui la letteratura ci aiuta a sopportare la distanza tra ciò che desideriamo e ciò che, di fatto, ancora non possediamo.




