Il racconto di Proteo: Orfeo ed Euridice


Virgilio, Georgiche, IV, 453-527

di Carlo Zacco

 

Georgiche, Libro IV

 

453 – 527. Il racconto di Proteo: Orfeo ed Euridice

 

“Irae

non nullius numinis

te exercent;

luis

magna

commissa:

Orpheus

miserabilis

le ire

di qualche divinità

ti tormentano;

sconti

grandi

misfatti:

Orfeo,

degno di compassione

 

suscitat

tibi

has poenas

haudquaquam

ob meritum,

ni(si) fata resistant,

suscita

contro di te

questo castigo

nentaffatto

per sua colpa,

a meno che il destino non si opponga,

 

et saevit

graviter

pro coniuge

rapta.

Illa quidem,

dum fugeret te

praeceps

per flumina,

e infierisce

gravemente

per la moglie

toltagli.

Ella invero,

mentre fuggiva te

rapida

tra i fiumi,

 

non vidit,

moritura puella,

ante pedes

immanem

hydrum

servantem ripas

 

non vide,

ragazza destinata a morire,

davanti ai piedi

un enorme

serpente

che occupava le rive

 

*chorus driadum aequalium: il coro delle driadi (ninfe) e lei pari d’età

in alta herba.

At chorus

aequalis

Dryadum*

implerunt

cl’amore

supremos montes;

flerunt

tra l’erba alta.

E il coro

uguale

delle Driadi

riempirono

di grida

i monti più alti;

piansero

*monti della Tracia                     *Guerriero Trace ucciso da Diomede a Troia         

*popolazione trace                 *Fiume trace

arces Rhodopeiae*

altaque Pangaea*

et mavortia tellus Rhesi*

atque Getae*

atque Hebrus

le cime del Rodope

e gli alti Pangei

e la bellicosa terra di Resi

e i Geti

e lEbro

*Figlia di Eretteo, re d’Atene. Rapita da Borea, abitante della Tracia

et Orithyia* Actias.

Ipse

solans

cava testudine

aegrum amorem

te,

dulcis coniunx,

e Orizia Attica.

Egli

alleviando

con il guscio cavo

l’amore penoso

te,

dolce amante,

 

te

in litore solo,

te canebat

secum,

veniente die,

te decedente.

Etiam

fauces

te

nella riva solitaria,

te cantava

tra sé,

te dall’inizio del giorno

te fino alla fine.

Perfino

nelle gole

 

Taenarias,

alta ostia Ditis,

et ingressus

caligantem

lucum

nigra formidine

manesque

Tenarie,

profonda porta degli inferi,

e nel varco

caliginoso

bosco

di oscuro terrore

e presso i mani

 

adiit,

regemque

tremendum

que corda nescia

mansuescere

precibus

humanis.

penetrò,

e presso il re

terribile

e i cuori incapaci

di addolcirsi

con preghiere

umane.

 

At

commotae

cantu

ibant

de sedibus imis

Erebi

umbrae

tenues

Ma

commosse

dal canto

accorrevano

dalle sedi più profonde

dellErebo

le ombre

leggere

 

simulacraque

carentum

luce,

quam multa milia

avium

se condunt

in foliis

e I fantasmi

dei privati

di luce,

quante  sono le migliaia

di uccelli

che si riparano

tra le foglie

 

ubi vesper

aut imber hibernus

agit

de montibus,

matres atque viri

que corpora

 

quando la sera

o la pioggia invernale

li caccia

dai monti,

donne e uomini

e corpi

 

 

defuncta vita,

heroum

magnanimum,

pueri

innuptaeque puellae,

que iuvenes

impositi rogis

privi di vita

di eroi

magnanimi,

bambini

e ragazze non ancora sposati,

e giovani

posti sui roghi

 

ante ora parentum;

limus niger

et harundo

deformis

Cocyti

que palus

inamabilis

davanti agli occhi dei genitori;

il fango scuro

e la il canneto

deforme

del Cocito

e la palude

odiosa

 

quos alligat

circum

unda

tarda

et Styx

coercet

interfusa

noviens.

Quin

li racchiude

intorno

con l’acqua

lenta

e lo Stige

li rinserra

scorrendo

nove volte.

Che anzi

 

stupuere

ipsae domus

atque tartara

intima

Leti,

que Eumenides

implexae

si fermarono

le dimore stesse

e le sede infernali

più profonde

della morte,

e le Eumenidi

avvinte

 

crinibus

caeruleos angues,

que Cerberus

tenuit

inhians

tria ora

atque constitit

i crini

di serpi cerulee,

e Cerbero

trattenne

aprendole

le tre bocche

e si fermò

 

vento

rota

orbis

Ixionii.

Iamque

referens pedem

evaserat

omnes casus;

 

con il  vento

la ruota

del giro

di Issìone.

E già

tornando indietro

aveva superato

ogni pericolo;

 

 

redditaque

Eurydice

veniebat

ad auras superas,

pone sequens,

namque

Proserpina

dederat

e restituitagli

Euridice

veniva

allo scoperto,

seguendolo dietro,

infatti

Proserpina

aveva dato

 

hanc legem,

cum

subita dementia

cepit

amantem incautum,

quidem ignoscenda,

questa legge,

quandecco che

un’improvvisa follia

prese

l’incauto amante,

in verità dal perdonare,

 

si manes

scirent

ignoscere.

Restitit:

que immemor

heu!

iam luce sub ipsa

respexit

se i mani

sapessero

perdonare.

Si fermò:

e dimentico

ohime!

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