Inno ai patriarchi di Giacomo Leopardi – parafrasi interlineare di Carlo Zacco

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Canti

VIII – Inno ai patriarchi

1
E voi
incliti
padri
de’ figli
dolorosi,
voi
dell’umana prole
ridirà
lodando
il canto.
Anche voi
famosi
padri
dei
discendenti dolorosi,
voi padri
dell’umanità
tornerà a
celebrare
il mio
canto.
Molto più
cari

all’eterno
agitator
degli astri
e
prodotti nell’alma luce
molto men

lacrimabili di noi.
Molto più
cari

all’eterno
motore
dell’universo
e
generati alla vita
molto
meno
degni di
comp. di noi
 
Non la
pietà,
non la
diritta legge
del cielo
impose
al misero
mortal
immedicati
affanni,
Non la
pietà divina,
non la
giustizia
del cielo
impose

all’infelice mortale
affanni
immedicabili,
 
nascere al
pianto,
e sortir
l’opaca
tomba
e il fato
estremo
assai più
dolci
dell’etereo
lume.
o il
nascere al pianto
e l’avere
in sorte
l’oscura
tomba
e la morte
come cose
assai più gradite
della vita.
 
E se
grido
antico
ragiona
di vostro
antico
error
che offerse
l’uman seme
alla
tiranna
E se anche
un’antica
fama
dice
di un
vostro
antico
peccato
che espose
la progenie
umana
al
tirannico
 
possa
de’ morbi
e di
sciagura,
altre più
dire
colpe
de’ figli,
e
irrequieto ingegno,
 
 
strapotere
delle
malattie
e della
sventura,
altre più
spaventose
colpe
dei vostri
figli,
la loro
brama temeraria
 
 
 
e demenza
maggior
n’armaro
incontra
l’Olimpo
offeso
la negletta
mano
e dell’altrice
natura;
e la loro
maggior follia
ci spinsero
contro,in armi,
la Divinità
offesa
e la mano
da noi spregiata
della
natura materna;
 
onde
n’increbbe
la viva
fiamma,
e il parto
del grembo materno
fu
detestato,
e in terra
per cui
ci venne in
fastidio
la fiamma
della vita
e la nostra
nascita
venne
maledetta,
e sulla
terra
 
emerse
violento
il
disperato
Erebo.
venne
con violenza
il disperato
regno
dellamorte.
 
2
Tu primo,
o duce
antico
e padre
dell’umana famiglia
contempli
il giorno,
e le faci
purpuree
Tu per
primo,
o antica
gioda
e padre del
genere umano
contempli
il giorno,
e le luci
sfolgoranti
 
delle
rotanti sfere,
e la
novella prole
de’ campi,
e tu l’aura
errante per li giovani prati:
quando
degli astri
e la
giovane vegetazione
dei prati,
e l’erba
dei campi mossa dal vento:
quando
 
l’alpina
onda
feria
d’inudito
fragor
le rupi
e le
deserte valli precipite;
quando pace
i torrenti
montani
colpivano
di un suono
inaudito
le rocce
e le vaste
valli dirupate;
quando uan
pace
 
ignota
regnava
gli ameni
futuri seggi
di lodate
genti
e di
cittadi romorose;
e l’aprico
raggio
sconosciuta
regnava
luoghi
ameni destinati a div. sede
di popoli
illustri
e di città
rumorose;
e il
luminoso raggio
 
di febo
solo
e muto
e l’aurea
l’una
ascendea
gl’inarati
colli.
del sole
non ancora
visto
e senza
aver paralto ancora a nessuno
e la l’una
dorata

illuminavano
i colli non
anc. coltivati
 
Oh
fortunata,
di colpe
ignara
e di
lugubri eventi,
erma
terrena sede!
Oh padre
infelice,
quanto
affanno
 
Oh
fortunata,
priva di
colpe
e di tristi
eventi,
disabitata
terra!
Oh padre
infelice,
quanta
angoscia
 
 
e quale
immenso ordine

d’amarissimi casi
preparano
i destini
al gener
tuo!
Ecco
novello
furor
e che
interminabile serie
di
spiacevoli eventi
predispone
il destino
alla tua
discendenza!
Ed ecco che
furore
nuovo
 
incesta
di sangue e
di fraterno scempio
gli avari
colti,
e il divo
etere
impara
le nefande
ali di morte.
contamina
del sangue
derivato da fretricidio
i campi
ingrati,
e il cielo
impara a
conoscere

l’indicibile volo della m.
 
Trepido,
errante
il
fratricida,
fuggendo
nelle
profonde selve
e l’ombre
solitarie
e la ira
secreta
Intimorito
irrequieto
Caino,
fuggendo
nelle cupe
selve
sia le
ombre solitarie
sia la
furia nascosta
 
de’ venti,
primo
innalza
i civili
tetti,
albergo e
regno
alle macere
cure;
e primo,
dei venti
per primo
erige
le
abitazioni,
sede e
regno
per i
pallidi affani;
e per la
prima volta
 
il
pentimento
disperato
egro,
anelante,
aduna e
stringe
ne’
consorti ricetti,
 
il
pentimento
senza
speranza
tormentato,
desideroso
(di perdono)
accoglie e
avvicina
nei rifugi
domestici,
 
 
i mortali
ciechi:
onde
l’improba
mano
negata
al curvo
aratro,
e gli
agresti sudori
vili fur;
gli uomini
resi
ciechi:
per cui
la mano
colpevole
fu negata
al curvo
aratro,
e il lavoro
dei campi
fu consid.
vile;
 
ozio
occupò
le soglie
scellerate;
il vigor
natio
domo,
le menti
giacquer
languide,
ignave
l’ozio
si
impadronì
delle
dimore
scellerate;
il valore
natio
fu domato,
le menti
caddero
pigre,
torpide
 
 
ne’ corpi
inerti;
e servitù
accolse,
ultimo
danno,
le imbelli
umane vite.
nei corpi
impassibili;
e la
servitù assoggettò,
come ultimo
dei mali,
le imbelli
vite umane.
 
3
E tu
scampi
l’iniquo
germe
dall’etra
infesto
e dal
equoreo flutto
mugghiante
su i
nubiferi gioghi,
 
E tu Noè
salvi
l’umanità
dal cielo
nocivo
e dalle
onde marine
mugghianti
su cime
cariche di nubi,
 
o tu
cui
la candida
colomba
prima
arrecò segno

d’instaurata spene
dall’aer
cieco
e da’
natanti poggi,
o tu
a cui
la bianca
colomba
per prima
portò un segno
di
rinnovata speranza
dal cielo
buio
e dalle
cime sommerse,
 
e uscendo
l’occiduo
sol
naufrago
delle
antiche nubi,
dipinse
l’atro polo di vaga iri.
e sorgendo
il sole al
tramonto
come
naufrago
dalle nubi
durate a lungo,
disegnò il
cielo ancora nero di un bell’arcobaleno.
 
La gente,
riparata,
riede alla
terra,
e rinnova
il crudo
affetto
e gli empi
studi
e le
seguaci ambasce.
L’umanità,
rinnovata,
torna sulla
terra,
e riprende
sentimenti
crudeli
e
inclinazioni malvage
e i dolori
che ne conseg.
 
Destra
profana
illude

agl’inaccessi regni
del mar
vendicatore,
e insegna
la sciagura
e il pianto
La mano
oltraggiosa
schernisce
gli
inaccessibili regni
del mare
vendicativo,
e porta
sventure
e dolori
 
a novi liti
e nove
stelle.
in altre
terre
e sotto
altro cielo.
 
4
Or il petto
mio
medita te,
padre de’
pii,
te giusto e
forte,
e i
generosi alunni

di tuo seme.
E ora il
mio cuore
medita di
cantare te
progenitore
d’Israele,
te giusto e
forte,
e i
magnanimi discendenti
 
Dirò
siccome
l’eteree
menti
occulte
de’ celesti
peregrini
beàr te
sedente,
oscuro,
 
Dirò
come
le menti
angeliche
nascoste
sotto la
veste di pellegrini
resero
felice te
che sedevi
all’ombra,
 
 
in sul
meriggio
all’ombre
del riposato albergo,
appo le
molli rive
nutrici e
sedi
del gregge
tuo;
nel
meriggio
coperto
nella quiete di casa,
presso le
morbide rive
alimento e
dimora
del tuo
gregge;
 
e quale
amor
ti punse,
o figlio
della saggia Rebecca,
della
vezzosa Labanide,
in su la
sera,
presso al
pozzo
e quale
amore
ti colpì,
o figlio di
Rebecca (Giacobbe)
per la
bella Rachele (figlia di L.)
verso sera,
vicino al
pozzo
 
rustico
e nella
dolce
aranitica
valle
frequente
di pastori
e di lieti ozi:
invitto
amor,
che addisse
rustico
e nella
piacevole
valle di
Haran
affollata
di pastori
e belle occupazioni:
amore
indomabile,
che destinò
 
il prode
animo
a lunghi
esigli
e lunghi
affanni
e
volenteroso
di
servaggio
all’odiata
soma.
l’animo
nobile
a lunghi
esilii
e lunghi
dolori
e disposto
alla
servitù
dei un
odioso fardello.
 
5
Fu certo,
(né l’aonio
canto
e il grido
della fama
pasce
l’avida plebe
d’error
vano
e d’ombra)
Fu
certamente,
né il canto
poetico
o la voce
della
tradizione
pasce la
credula plebe
di menzogne
e vani
fantasmi
 
un tempo fu
amica
e cara
e dilettosa
questa
misera piaggia
al sangue
nostro,
ed età
nostra
un tempo fu
benevola
e amata
e piacevole
questa
triste terra
al genere
umano,
e la nostra
vita
 
caduca
corse
aurea.
Non che
onda di
latte
rigasse
intemerata
il fianco
delle balze
effimera
trascorse
felice.
Non perché
fiumi di
latte
bagnassero

incontaminati
i fianchi
dei monti
 
materne,
o il
pastorel
per gioco
guidasse
le greggi
con mista
la tigre
ai consueti
ovili
da cui
sgorgavano,
né perché
ai pastori
piacesse
condurre
le greggi
insieme
alla tigre
ai consueti
ovili
 
né i lupi
al fonte;
ma l’umana
stirpe
visse
ignara di
suo fato e degli affanni suoi,
vota
d’affanno;
o insieme
ai lupi
alla fonte;
ma perché
il genere umano
visse
ignaro del
suo destino di infelicità,
senza
tormenti;
 
l’ameno
error,
le fraudi,
il molle
pristino velo
indutto
alle
secrete
leggi del
cielo
e di natura
il
piacevole errore,
le
illusioni,
il morbido
antico velo
posto sopra
le
sconosciute
leggi del
cielo
e della
natura
 
valse;
e nostra
placida nave
ascese
in porto
contenta di
sperar.
rendeva
felici;
e la nostra
vita tranquilla
giunse
alla morte
appagata di
speranze.
 
6
Tal
fra le
vaste selve
californie
nasce
beata prole
a cui
pallida cura
non sugge
il petto,
 
Così
tra i
boschi
della
California
vive ancora
una popp
felice
a cui
l’angoscia
non consuma
il cuore,
 
a cui
fera tabe
non doma le
membra;
e il bosco
ministra
vitto,
l’intima
rupe
nidi,
a cui
la crudele
malattia
non opprime
il corpo;
e il bosco
fornisce
cibo,
le cave
rocce

(forniscono) case
 
l’irrigua
valle
onde,
il giorno
dell’atra morte
incombe
inopinato.
Oh regni
della saggia natura
la valle
irrigate
bevanda,
il momento
della nera morte
giunge
inaspettato.
Oh stato
beato di natura
 
inermi
contra
il nostro
scellerato ardimento!
l’invitto
nostro furor
apre
i lidi e
gli antri
inerme
rispetto
alla nostra
violenta brama di conoscere!
la nostra
furia instancabile
viola
le spiagge
e gli antri
 
e le quiete
selve;
educa
le violate
genti
al
peregrino affanno,

agl’ignorati desiri;
e le quiete
selve,
abitua
i popoli
colonizzati
alla brama
fino ad allora sconosciuta,
a desideri
nuovi;
 
e incalza
la fugace,
ignuda felicità
per l’imo
sole.
e insegue
la
fuggente, inerme felicità
fin dove
tramonta il sole.
 

 
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