La finzione artistica

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veicolo di verità?

Introduzione della tesina dell’Esame di Stato 2010 di Samuele Gaudio

Introduzione

Come copertina ho scelto questo quadro di Renè Magritte intitolato “La condizione umana” per introdurre all’argomento della mia tesina, che tratta dell’arte e del suo rapporto con la vita.

Esemplificativo è anche il suo quadro “Questa non è una pipa”, in cui egli vuole evidenziare l’aspetto ambiguo che può avere una rappresentazione artistica. Rene Magritte opera una indagine sul linguaggio artistico stesso, ma invece che risolvere le questioni le moltiplica, attraverso una soluzione che è enigmatica. Il quadro suscita infatti una domanda: la finzione artistica può essere un modo per conoscere qualcosa di vero?

Renè Magritte  “questa non è una pipa” 1926

 

Caratteristiche di un prodotto artistico

Da sempre sono stato affascinato dall’arte e dalla letteratura, e dal loro particolare modo di comunicare. In questi anni mi sono seriamente posto il problema di cosa voglia realmente dire avere a che fare con un’opera artistica. Penso che cercare di descrivere in modo definito cosa succeda quando ci si trova davanti a un quadro, o quando si è immersi nella lettura di un libro, o durante una rappresentazione teatrale, sia praticamente impossibile, ma proprio per questo motivo penso che queste siano esperienze affascinanti e mai scontate, sempre ricche se si ha la propensione a imparare, a capire cosa ci stiano dicendo.

Il primo passo da compiere per potersi lasciare affascinare da un’opera, cominciando così a intuire cosa ci voglia dire, è avere l’umiltà di abbandonare il proprio punto di vista sull’oggetto in questione, intendendo con questa affermazione il fatto di non limitarsi al proprio giudizio precostituito sull’oggetto.  Questo pregiudizio, infatti , nutrendosi  di autoconvinzioni generate da una visione forzata e quindi da una falsa interpretazione di ciò che accade, ci porta a diventare sterili, incapaci di commuoverci, di apprezzare il bello e di riconoscere il vero.

Paragonare il proprio punto di vista con ciò che ci è proposto dall’opera sarà un passaggio successivo, che può avvenire solo dopo essersi stupiti di qualcosa.

Questo aspetto è fondamentale, considerato che l’insegnamento che possiamo ricevere da un’opera d’arte è tanto più ricco quanto più noi siamo poveri, nel senso che dobbiamo essere noi stessi a  chiedere a quell’opera di arricchirci. Questo è l’atteggiamento che possiede un bambino di fronte a qualsiasi cosa, un bambino che è estremamente attento, non dà nulla per scontato, e che considera ogni cosa di quello che accade sempre nuova e bella.

Un altro aspetto affascinante dell’arte è il fatto che, ogni volta che si rilegge un libro, o si osserva di nuovo un quadro conosciuto, si scopre in realtà che quello che si ha di fronte è “ancora nuovo”. Questo testimonia il fatto che un’opera è qualcosa di estremamente complesso, e la sua capacità comunicativa è influenzata non solo, come abbiamo detto, dall’atteggiamento con cui si pone di fronte a lei l’osservatore, ma dal contesto, dal modo con cui viene percepita. Essendo una cosa concreta, esistente, dipende infatti, come ogni cosa, dal tempo e dallo spazio in cui ci si rapporta con essa. Queste due coordinate sono quelle attraverso cui avviene la conoscenza dell’osservatore e del lettore, e sono fondamentali: perciò l’artista, o il letterato, deve necessariamente tener conto di esse.

Infatti, essendo l’opera d’arte un elemento della realtà esterna, deve essere costruita e organizzata affinché riesca a comunicare  il suo significato nel modo più efficace possibile, tenendo conto dell’impatto che suscita nello spettatore.

Organizzare gli elementi, di differente natura, che costituiscono un’opera d’arte, è un’azione indirizzata a rendere più facilmente leggibile il significato che si voleva comunicare: le leggi della retorica, della sintassi del discorso, la struttura logica, narrativa o descrittiva di un fatto, all’interno di un romanzo, diventano strumento in funzione di ciò che vuole essere comunicato, e, a loro volta sono significativi a seconda del modo con cui vengono usati.

Per carpire tutta la profondità di un’opera artistica bisogna scioglierne la  finzione; questo può essere fatto attraverso una chiave di lettura, che spesso ci è consegnata dalla tradizione stessa, ma la tradizione deve essere integrata dalla nostra capacità di osservare e cogliere legami intertestuali e extratestuali. Ciò dipende anche dal desiderio che abbiamo di indagare l’opera stessa e dalla presenza della condizione di apertura nei confronti del testo, dell’opera in  generale o della rappresentazione teatrale . Peter Brook in “Lo spazio vuoto”, libro dove analizza diverse tipologie di teatro, individua un tipo di spettatore che è emblematico di uno dei rischi più comuni nello stare di fronte a un’opera d’arte. Brook dice: “ci si mette sempre uno spettatore che, per qualche ragione particolare, si compiace che non vi sia intensità o addirittura divertimento. È l’erudito che riemerge, dopo una delle tante messe in scena di classici, con il sorriso sulle labbra, perché niente lo ha  distolto, quando recitava a bassa voce i suoi versi prediletti, dall’ennesima conferma a se stesso delle sue amate teorie. In cuor suo desidera sinceramente un teatro più nobile della vita e confonde una sorta di soddisfazione intellettuale con l’esperienza autentica cui anela”.

Questo è lo spettatore che non adotta una posizione di domanda, di apertura, ma rispecchia nell’operazione stessa della visione dell’opera, la soddisfazione autoimposta dalla propria conoscenza letteraria, piacere che deriva da se stessi e quindi sterile, perché non incontra nulla di nuovo, se non una occasione dove poter riconfermare la propria superiorità intellettuale.

I punti di vista dell’autore

Spostando ora la riflessione dall’osservatore all’autore, vale la pena di notare come il modo con cui ogni artista decide di operare dipende ultimamente dalla concezione che ha del rapporto fra l’ opera artistica e la realtà. Considerando questo, i diversi punti di vista sul proprio fare artistico sono due:

– il primo sta nel considerare la propria opera artistica come una creazione, che nasce dalla capacità di elaborare dal nulla un prodotto concreto materiale, che abbia un valore in quanto tale, quindi assoluto. Questo prodotto dipende unicamente dalla capacità creativa dell’artista.

– il secondo consiste nel considerare la propria opera come una invenzione.

La differenza sembrerebbe sottile, ma per poter capire cosa realmente si intenda per invenzione si deve partire dall’etimologia stessa della parola. Come dice Manzoni nel “Dialogo dell’invenzione”, la parola inventare deriva dal latino “invenire”, che significa “trovare”. Perciò, dato che si può trovare solo qualcosa che c’è, che esiste già, questa concezione comporta che l’opera d’arte non sia in realtà frutto del genio artistico di un singolo, oggetto creato dal nulla, ma rielaborazione compiuta dall’artista di qualcosa di già esistente, dato che l’uomo non ha la facoltà di trarre cose dal nulla, come dice Giovanni Paolo II nella lettera agli artisti del 1999, perché quella capacità è unicamente divina: solo il Creatore infatti può creare l’essere dal nulla.

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