La signorina  Felicita

Guido Gozzano

di Carlo Zacco

10 Luglio, Santa Felicita

 

I

 

 

 

5

 

 

 

 

10

 

 

 

 

15

 

 

 

 

20

 

 

 

 

15

 

 

 

 

30

 

 

 

 

35

 

 

 

 

40

 

 

 

 

45

 

 

 

    Signorina Felicita, a quest’ora

scende la sera nel giardino antico

della tua casa. Nel mio cuore amico

scende il ricordo. E ti rivedo ancora,

e Ivrea rivedo e la cerulea Dora

e quel dolce paese che non dico.

    Signorina Felicita, è il tuo giorno!

A quest’ora che fai? Tosti il caffè:

e il buon aroma si diffonde intorno?

O cuci i lini e canti e pensi a me,

all’avvocato che non fa ritorno?

E l’avvocato è qui: che pensa a te.

    Pensa i bei giorni d’un autunno addietro,

Vill’Amarena a sommo dell’ascesa

coi suoi ciliegi e con la sua Marchesa

dannata, e l’orto dal profumo tetro

di busso e i cocci innumeri di vetro

sulla cinta vetusta, alla difesa…

    Vill’Amarena! Dolce la tua casa

in quella grande pace settembrina!

La tua casa che veste una cortina

di granoturco fino alla cimasa:

come una dama secentista, invasa

dal Tempo, che vest’ da contadina.

    Bell’edificio triste inabitato!

Grate panciute, logore, contorte!

Silenzio! Fuga dalle stanze morte!

Odore d’ombra! Odore di passato!

Odore d’abbandono desolato!

Fiabe defunte delle sovrapporte!

    Ercole furibondo ed il Centauro,

le gesta dell’eroe navigatore,

Fetonte e il Po, lo sventurato amore

d’Arianna, Minosse, il Minotauro,

Dafne rincorsa, trasmutata in lauro

tra le braccia del Nume ghermitore…

    Penso l’arredo – che malinconia! –

penso l’arredo squallido e severo,

antico e nuovo: la pirografia

sui divani corinzi dell’Impero,

la cartolina della Bella Otero

alle specchiere… Che malinconia!

    Antica suppellettile forbita!

Armadi immensi pieni di lenzuola

che tu rammendi paziente… Avita

semplicità  che l’anima consola,

semplicità  dove tu vivi sola

con tuo padre la tua semplice vita!

 

La memoria. Il poeta si rivolge alla donna: introduce il motivo della memoria:

 – scende la sera > scende il ricordo;

 

 – Carattere borghese dei protagonisti;

 – interni domestici, familiari, comuni;

 

Villa Amarena. Porta tutti i segni di un passato decrepito, di una gloria passata ora decaduta; 

 – senso di tristezza, «abbandono desolato»;

 – tutto ciò però affascina il poeta;

 

Passato-presente. Il passato e il presente si sovrappongono:

 – l’antica villa aristocratica in stile barocco è ora una dimora borghese di campagna: «Come una dama secentista invasa / dal tempo che vest’ da contadina»;

 

 – Questo contrasto passato-presente si materializza anche negli oggetti:

 – la preziosa  suppellettile («forbita») sopravvive in mezzo ad «armadi pieni di lenzuola»;

 – il passato è ridotto a sfondo per una rassicurante vita borghese;

 – questo crea una situazione di perfetta semplicità , che sembra piacere al poeta.

 

II.

50

 

 

 

 

55

 

 

 

 

60

 

 

 

 

65

 

 

 

 

70

 

Quel tuo buon padre – in fama d’usuraio –

quasi bifolco, m’accoglieva senza

inquietarsi della mia frequenza,

mi parlava dell’uve e del massaio,

mi confidava certo antico guaio

notarile, con somma deferenza.

    “Senta, avvocato…” E mi traeva inqueto

nel salone, talvolta, con un atto

che leggeva lentissimo, in segreto.

Io l’ascoltavo docile, distratto

da quell’odor d’inchiostro putrefatto,

da quel disegno strano del tappeto,

    da quel salone buio e troppo vasto…

“…la Marchesa fugg’… Le spese cieche…”

da quel parato a ghirlandette, a greche…

“dell’ottocento e dieci, ma il catasto…”

da quel tic-tac dell’orologio guasto…

“…l’ipotecario è morto, e l’ipoteche…”

    Capiva poi che non capivo niente

e sbigottiva: “Ma l’ipotecario

è morto, è morto!!…”. – “E se l’ipotecario

è morto, allora…” Fortunatamente

tu comparivi tutta sorridente:

“Ecco il nostro malato immaginario!”.

 

III.

 

75

 

 

 

 

80

 

 

 

 

85

 

 

 

 

90

 

 

 

 

95

 

 

 

 

100

 

 

 

 

 

 

 

105

 

 

 

 

110

 

 

 

 

115

 

 

 

 

120

 

 

 

 

125

 

 

 

 

130

 

 

Sei quasi brutta, priva di lusinga

nelle tue vesti quasi campagnole,

ma la tua faccia buona e casalinga,

ma i bei capelli di color di sole,

attorti in minutissime trecciuole,

ti fanno un tipo di beltà  fiamminga…

    E rivedo la tua bocca vermiglia

cos’ larga nel ridere e nel bere,

e il volto quadro, senza sopracciglia,

tutto sparso d’efelidi leggiere

e gli occhi fermi, l’iridi sincere

azzurre d’un azzurro di stoviglia…

    Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi

rideva una blandizie femminina.

Tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina:

e più d’ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!

    Ogni giorno salivo alla tua volta

pel soleggiato ripido sentiero.

Il farmacista non pensò davvero

un’amicizia cos’ bene accolta,

quando ti presentò la prima volta

l’ignoto villeggiante forestiero.

    Talora – già  la mensa era imbandita –

mi trattenevi a cena. Era una cena

d’altri tempi, col gatto e la falena

e la stoviglia semplice e fiorita

e il commento dei cibi e Maddalena

decrepita, e la siesta e la partita…

 

 

 

    Per la partita, verso ventun’ore

giungeva tutto l’inclito collegio

politico locale: il molto Regio

Notaio, il signor Sindaco, il Dottore;

ma – poiché trasognato giocatore –

quei signori m’avevano in dispregio…

    M’era più dolce starmene in cucina

tra le stoviglie a vividi colori:

tu tacevi, tacevo, Signorina:

godevo quel silenzio e quegli odori

tanto tanto per me consolatori,

di basilico d’aglio di cedrina…

    Maddalena con sordo brontolio

disponeva gli arredi ben detersi,

rigovernava lentamente ed io,

già  smarrito nei sogni più diversi,

accordavo le sillabe dei versi

sul ritmo eguale dell’acciottolio.

    Sotto l’immensa cappa del camino

(in me rivive l’anima d’un cuoco

forse…) godevo il sibilo del fuoco;

la canzone d’un grillo canterino

mi diceva parole, a poco a poco,

e vedevo Pinocchio e il mio destino…

    Vedevo questa vita che m’avanza:

chiudevo gli occhi nei presagi grevi;

aprivo gli occhi: tu mi sorridevi,

ed ecco rifioriva la speranza!

Giungevano le risa, i motti brevi

dei giocatori, da quell’altra stanza.

Il ritratto di Felicita. Qui c’è la presentazione della Signorina Felicita,  pienamente inserita in questo contesto piccolo borghese:

 – poco attraente, (priva di lusinga);

 – ma che finisce per attrarre il poeta («mi lusingò quel tuo voler piacermi»);

 – ma questattrazione è mediata dal filtro letterario («un tipo di beltà  fiamminga»);

 – la bellezza della signorina Felicita è in opposizione ai canoni convenzionali («più di ogni conquista cittadina»);

 – in particolare in opposizione alla bellezza di tante donne dannunziane;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 – Maddalena: la domestica;

 – La siesta: il riposo dopo pranzo e la partita a carte;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 – lacciottolio: il rumore prodotto dalle stoviglie;

 – in opposizione polemica, ancora, con i versi altisonanti di D’Annunzio;  che Gozzano vuole dissacrare;

IV.

 

135

 

 

 

 

140

 

 

 

 

145

 

 

 

 

150

 

 

 

 

155

 

 

 

 

 

 

 

160

 

 

 

 

165

 

 

 

 

170

 

 

 

 

175

 

 

 

 

180

 

 

 

 

185

 

 

 

 

190

 

 

 

 

195

 

 

 

 

200

 

 

 

 

205

 

 

 

 

210

 

 

 

 

 

 

 

215

 

 

 

 

220

 

 

 

 

225

 

 

 

 

230

 

 

 

 

235

 

 

 

 

240

Bellezza riposata dei solai

dove il rifiuto secolare dorme!

In quella tomba, tra le vane forme

di ciò ch’è stato e non sarà  più mai,

bianca bella cos’ che sussultai,

la Dama apparve nella tela enorme:

    “é quella che lascò, per infortuni,

la casa al nonno di mio nonno… E noi

la confinammo nel solaio, poi

che porta pena… L’han veduta alcuni

lasciare il quadro; in certi novil’uni

s’ode il suo passo lungo i corridoi…”.

    Il nostro passo diffondeva l’eco

tra quei rottami del passato vano,

e la Marchesa dal profilo greco,

altocinta, l’un piede ignudo in mano,

si riposava all’ombra d’uno speco

arcade, sotto un bel cielo pagano.

    Intorno a quella che rideva illusa

nel ricco peplo, e che morì di fame,

v’era una stirpe logora e confusa:

topaie, materassi, vasellame,

lucerne, ceste, mobili: ciarpame

reietto, cos’ caro alla mia Musa!

 

 

 

    Tra i materassi logori e le ceste

v’erano stampe di persone egregie;

incoronato dalle frondi regie

v’era Torquato nei giardini d’Este.

“Avvocato, perché su quelle teste

buffe si vede un ramo di ciliege?”

    Io risi, tanto che fermammo il passo,

e ridendo pensai questo pensiero:

Oimè! La Gloria! un corridoio basso,

tre ceste, un canterano dell’Impero,

la brutta effigie incorniciata in nero

e sotto il nome di Torquato Tasso!

    Allora, quasi a voce che richiama,

esplorai la pianura autunnale

dall’abbaino secentista, ovale,

a telaietti fitti, ove la trama

del vetro deformava il panorama

come un antico smalto innaturale.

    Non vero (e bello) come in uno smalto

a zone quadre, apparve il Canavese:

Ivrea turrita, i colli di Montalto,

la Serra dritta, gli alberi, le chiese;

e il mio sogno di pace si protese

da quel rifugio luminoso ed alto.

    Ecco – pensavo – questa è l’Amarena,

ma laggiù, oltre i colli dilettosi,

c’è il Mondo: quella cosa tutta piena

di lotte e di commerci turbinosi,

la cosa tutta piena di quei “cosi

con due gambe” che fanno tanta pena…

    L’Eguagliatrice numera le fosse,

ma quelli vanno, spinti da chimere

vane, divisi e suddivisi a schiere

opposte, intesi all’odio e alle percosse:

cos’ come ci son formiche rosse,

cos’ come ci son formiche nere…

    Schierati al sole o all’ombra della Croce,

tutti travolge il turbine dell’oro;

o Musa – oimè! – che pu˜ giovare loro

il ritmo della mia piccola voce?

Meglio fuggire dalla guerra atroce

del piacere, dell’oro, dell’alloro…

    L’alloro… Oh! Bimbo semplice che fui,

dal cuore in mano e dalla fronte alta!

Oggi l’alloro è premio di colui

che tra clangor di buccine s’esalta,

che sale cerretano alla ribalta

per far di sé favoleggiar altrui…

    “Avvocato, non parla: che cos’ha?”

“Oh! Signorina! Penso ai casi miei,

a piccole miserie, alla città …

Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…”

“Qui, nel solaio?…” – “Per l’eternità !”

“Per sempre? Accetterebbe?…” – “Accetterei!”

 

 

 

     Tacqui. Scorgevo un atropo soletto

e prigioniero. Stavasi in riposo

alla parete: il segno spaventoso

chiuso tra l’ali ripiegate a tetto.

Come lo vellicai sul corsaletto

si librò con un ronzo lamentoso.

    “Che ronzo triste!” – “é la Marchesa in pianto…

La Dannata sarà  che porta pena…”

Nulla s’udiva che la sfinge in pena

e dalle vigne, ad ora ad ora, un canto:

O mio carino tu mi piaci tanto,

siccome piace al mar una sirena…

    Un richiamo s’alzò, querulo e roco:

“é Maddalena inqueta che si tardi:

scendiamo; è l’ora della cena!”. – “Guardi,

guardi il tramonto, là … Com’è di fuoco!…

Restiamo ancora un poco!” – “Andiamo, è tardi!”

“Signorina, restiamo ancora un poco!…”

     Le fronti al vetro, chini sulla piana,

seguimmo i neri pippistrelli, a frotte;

giunse col vento un ritmo di campana,

disparve il sole fra le nubi rotte;

a poco a poco s’annunciò la notte

sulla serenità  canavesana…

  “Una stella!…” – “Tre stelle!…” – “Quattro stelle!…”

“Cinque stelle!” – “Non sembra di sognare?…”

Ma ti levasti su quasi ribelle

alla perplessitˆ crepuscolare:

“Scendiamo! é tardi: possono pensare

che noi si faccia cose poco belle…”

Il solaio. Il solaio è visto come un luogo di fantasticheria e di sogno:

 – solo qui può nascere l’idillio tra il poeta e la signorina Felicita, un idillio tutto artificiale;

 

 – questo solaio è «come una tomba», dove si raccolgono tutti gli oggetti del passato, «le vane forme di ciò che è stato e non sarà  più mai»;

 

 – gli oggetti del passato appaiono sottratti allo scorrere del tempo:  vecchio e nuovo convivono;

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riflessione sulla vita. Intanto il poeta guarda fuori:

 – attraverso il vetro ondulato il paesaggio esterno appare deformato:

 – parte una riflessione «pensai questo pensiero»;

 – il poeta riflette su tutti i valori e le mitologie del presente, che considera inutili;

 – non riesce a condividere il frenetico attivismo dell’oggi;   né i programmi di impegno e di lotta politica (il «rosso» e il «nero» delle formiche, ai vv. 191-192);

V.

 

 

 

245

 

 

 

 

250

 

 

 

 

255

 

 

 

 

260

 

 

 

 

265

 

 

 

 

270

 

 

 

 

275

 

 

 

 

280

 

 

 

 

285

 

 

 

 

Ozi beati a mezzo la giornata,

nel parco dei marchesi, ove la traccia

restava appena dell’età  passata!

Le Stagioni camuse e senza braccia,

fra mucchi di letame e di vinaccia,

dominavano i porri e l’insalata.

    L’insalata, i legumi produttivi

deridevano il busso delle aiole;

volavano le pieridi nel sole

e le cetonie e i bombi fuggitivi…

Io ti parlavo, piano, e tu cucivi

innebriata dalle mie parole.

    “Tutto mi spiace che mi piacque innanzi!

Ah! Rimanere qui, sempre, al suo fianco,

terminare la vita che m’avanzi

tra questo verde e questo lino bianco!

Se Lei sapesse come sono stanco

delle donne rifatte sui romanzi!

    Vennero donne con proteso il cuore:

ognuna dileguò, senza vestigio.

Lei sola, forse, il freddo sognatore

educherebbe al tenero prodigio:

mai non comparve sul mio cielo grigio

quell’aurora che dicono: l’Amore…”

Tu mi fissavi… Nei begli occhi fissi

leggevo uno sgomento indefinito;

le mani ti cercai, sopra il cucito,

e te le strinsi lungamente, e dissi:

“Mia cara Signorina, se guarissi

ancora, mi vorrebbe per marito?”.

    “Perché mi fa tali discorsi vani?

Sposare, Lei, me brutta e poveretta!…”

E ti piegasti sulla tua panchetta

facendo al viso coppa delle mani,

simulando singhiozzi acuti e strani

per celia, come fa la scolaretta.

    Ma, nel chinarmi su di te, m’accorsi

che sussultavi come chi singhiozza

veramente, né sa più ricomporsi:

mi parve udire la tua voce mozza

da gli ultimi singulti nella strozza:

“Non mi ten…ga mai più… tali dis…corsi!”

   “Piange?” E tentai di sollevarti il viso

inutilmente. Poi, colto un fuscello,

ti vellicai l’orecchio, il collo snello…

Già  tutta luminosa nel sorriso

ti sollevasti vinta d’improvviso,

trillando un trillo gaio di fringuello.

    Donna: mistero senza fine bello!

Il giardino. Anche questo è un ambiente ricco di contrasti:

 – le statue di divinità  antiche, rotte e smozzicate;

 – i cumuli di letame;

 – legumi produttivi;

 – i bussi delle aiuole;

 

Viene degradato il topos tradizionale del giardino, e, ancora una volta, la vegetazione ricca e lussureggiante di D’Annunzio;

 

 – anche questo è un ambiente in cui può avere luogo l’idillio tra il poeta e Felicita;

 

 

VI.

 

 

290

 

 

 

 

295

 

 

 

 

300

 

 

 

 

305

 

 

 

 

310

 

 

 

 

315

 

 

 

 

320

 

 

 

 

325

Tu m’hai amato. Nei begli occhi fermi

luceva una blandizie femminina;

tu civettavi con sottili schermi,

tu volevi piacermi, Signorina;

e più d’ogni conquista cittadina

mi lusingò quel tuo voler piacermi!

    Unire la mia sorte alla tua sorte

per sempre, nella casa centenaria!

Ah! Con te, forse, piccola consorte

vivace, trasparente come l’aria,

rinnegherei la fede letteraria

che fa la vita simile alla morte…

    Oh! questa vita sterile, di sogno!

Meglio la vita ruvida concreta

del buon mercante inteso alla moneta,

meglio andare sferzati dal bisogno,

ma vivere di vita! Io mi vergogno,

s’, mi vergogno d’essere un poeta!

    Tu non fai versi. Tagli le camicie

per tuo padre. Hai fatta la seconda

classe, t’han detto che la Terra è tonda,

ma tu non credi… E non mediti Nietzsche…

Mi piaci. Mi faresti più felice

d’un’intellettuale gemebonda…

    Tu ignori questo male che s’apprende

in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,

tutta beata nelle tue faccende.

Mi piace. Penso che leggendo questi

miei versi tuoi, non mi comprenderesti,

ed a me piace chi non mi comprende.

    Ed io non voglio più essere io!

Non più l’esteta gelido, il sofista,

ma vivere nel tuo borgo natio,

ma vivere alla piccola conquista

mercanteggiando placido, in oblio

come tuo padre, come il farmacista…

    Ed io non voglio più essere io!

Sviluppo dellIdill’io. Lidillio si sviluppa in una volontà  di staccarsi dal proprio passato («ed io non voglio essere più io»), sostituendo le convenzioni false e superficiali con una vita più tranquilla e concreta;

 

 – la Signorina Felicita rappresenta una concreta possibilità  di evasione, ultima  speranza per potersi riappropriare di una vita autentica e felice;

 

 – il titolo recita riporta Felicita-Felicità ;

 

 – la letteratura ha contribuito ad esasperare questo senso di inautenticità , ed ha  allontanato il poeta sempre di più dalla vita vera e semplice («rinnegherei la fede letteraria / che fa la vita simile alla morte»;   «io mi vergogno / s’, mi vergogno di essere poeta!»);

 

 

 – la letteratura stessa è considerata come un’esperienza malata (pensiamo a Corazzini), e la Signorina Felicita può essere l’antidoto di questo «male che sapprende», poiché ne è rimasta totalmente immune;

 

 

VII

 

 

330

 

 

 

 

335

 

 

 

 

340

 

 

 

 

345

 

 

 

 

350

 

 

 

 

355

 

 

 

 

360

 

 

 

 

365

 

 

 

 

370

 

 

 

 

375

 

 

 

 

380

Il farmacista nella farmacia

m’elogiava un farmaco sagace:

“Vedrà  che dorme le sue notti in pace:

un sonnifero d’oro, in fede mia!”

Narrava, intanto, certa gelosia

con non so che loquacità  mordace.

    “Ma c’è il notaio pazzo di quell’oca!

Ah! quel notaio, creda: un capo ameno!

La Signorina è brutta, senza seno,

volgaruccia, Lei sa, come una cuoca…

E la dote… la dote è poca, poca:

diecimila, chi sa, forse nemmeno…”

    “Ma dunque?” – “C’è il notaio furibondo

con Lei, con me che volli presentarla

a Lei; non mi saluta, non mi parla…”

“é geloso?” – “Geloso! Un finimondo!…”

“Pettegolezzi!…” – “Ma non Le nascondo

che temo, temo qualche brutta ciarla…”

    “Non tema! Parto.” – “Parte? E va lontana?”

“Molto lontano… Vede, cade a mezzo

ogni motivo di pettegolezzo…”

“Davvero parte? Quando?” – “In settimana…”

Ed uscii dall’odor d’ipecacuana

nel plenilunio settembrino, al rezzo.

    Andai vagando nel silenzio amico,

triste perduto come un mendicante.

Mezzanotte scoccò, lenta, rombante

su quel dolce paese che non dico.

La Luna sopra il campanile antico

pareva “un punto sopra un I gigante”.

    In molti mesti e pochi sogni lieti,

solo pellegrinai col mio rimpianto

fra le siepi, le vigne, i castagneti

quasi d’argento fatti nell’incanto;

e al cancello sostai del camposanto

come s’usa nei libri dei poeti.

    Voi che posate già  sull’altra riva,

immuni dalla gioia, dallo strazio,

parlate, o morti, al pellegrino sazio!

Giova guarire? Giova che si viva?

O meglio giova l’Ospite furtiva

che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?

    A lungo meditai, senza ritrarre

la tempia dalle sbarre. Quasi a scherno

s’udiva il grido delle strigi alterno…

La Luna, prigioniera fra le sbarre,

imitava con sue luci bizzarre

gli amanti che si baciano in eterno.

    Bacio lunare, fra le nubi chiare

come di moda settant’anni fa!

Ecco la Morte e la Felicità !

L’una m’incalza quando l’altra appare;

quella m’esilia in terra d’oltremare,

questa promette il bene che sarà …

La gelosia. In questa stanza è esposto un tratto dellesile trama:

 – il farmacista, amico del poeta, gli racconta che il notaio è furibondo di gelosia a causa dellAvvocato, poiché il notaio è innamorato della Signorina Felicita, e vorrebbe s posarla; 

 – l’avvocato smentisce ogni pettegolezzo riguardo a una possibile relazione, e annuncia che a breve partirà .

VIII.

 

 

 

385

 

 

 

 

390

 

 

 

 

395

 

 

 

 

400

 

 

 

 

405

 

 

 

 

410

 

 

 

 

415

 

 

 

 

420

 

 

 

 

425

 

 

 

 

430

 

 

Nel mestissimo giorno degli addii

mi piacque rivedere la tua villa.

La morte dell’estate era tranquilla

in quel mattino chiaro che salii

tra i vigneti già  spogli, tra i pendii

già  trapunti da bei colchici lilla.

    Forse vedendo il bel fiore malvagio

che i fiori uccide e semina le brume,

le rondini addestravano le piume

al primo volo, timido, randagio;

e a me randagio parve buon presagio

accompagnarmi loro nel costume.

    “Viaggio con le rondini stamane…”

“Dove andrà ?” – “Dove andrò? Non so… Viaggio,

viaggio per fuggire altro viaggio…

Oltre Marocco, ad isolette strane,

ricche in essenze, in datteri, in banane,

perdute nell’Atlantico selvaggio…

    Signorina, s’io torni d’oltremare,

non sarà  d’altri già ? Sono sicuro

di ritrovarla ancora? Questo puro

amore nostro salirà  l’altare?”

E vidi la tua bocca sillabare

a poco a poco le sillabe: giuro.

    Giurasti e disegnasti una ghirlanda

sul muro, di viole e di saette,

coi nomi e con la data memoranda:

trenta settembre novecentosette…

Io non sorrisi. L’animo godette

quel romantico gesto d’educanda.

    Le rondini garrivano assordanti,

garrivano garrivano parole

d’addio, guizzando ratte come spole,

incitando le piccole migranti…

Tu seguivi gli stormi lontananti

ad uno ad uno per le vie del sole…

    “Un altro stormo s’alza!…” – “Ecco s’avvia!”

“Sono partite…” – “E non le salutò!…”

“Lei devo salutare, quelle no:

quelle terranno la mia stessa via:

in un palmeto della Barberia

tra pochi giorni le ritroverò…”

    Giunse il distacco, amaro senza fine,

e fu il distacco d’altri tempi, quando

le amate in bande lisce e in crinoline,

protese da un giardino venerando,

singhiozzavano forte, salutando

diligenze che andavano al confine…

    M’apparisti cos’ come in un cantico

del Prati, lacrimante l’abbandono

per l’isole perdute nell’Atlantico;

ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono

sentimentale giovine romantico…

Quello che fingo d’essere e non sono!

 

Laddio. Ma c’è un ma:  questo idillio è e resta pura finzione letteraria, ed è un desiderio di evasione irrealizzabile:  lincanto di una vita semplice e felice non è più possibile per il sofisticato poeta.

 

 

 

 

 – ai vv. 277-282 la Signorina Felicita crede alle parole del poeta che chiede di sposarla, e piange;

 – il poeta in un primo momento pensa che si tratti di lacrime finte, come quelle recitate dalle vezzose donne di città , ma si sbaglia:

 – sono lacrime vere, per lei questa non è una recita;

 – per il poeta invece lo è:   e di fronte alla signorina Felicita non c’è il vero poeta, quello che è, ma «l’altro», quello che vorrebbe essere.

 

 – in questo contesto si inserisce l’addio: che fu «un distacco d’altri tempi», rivissuto, ancora una volta, attraverso il filtro della letteratura: «lapparisti cos’ come un cantico / del Prati, lacrimante l’abbandono»;

 

 – L’amore con la Signorina Felicita è una mera ipotesi cartacea, assurda e paradossale, negata dalla distanza culturale tra i due e dai valori, ai quali il poeta non può realmente aderire.

 

 

Audio Lezioni sulla Letteratura del novecento del prof. Gaudio

Ascolta “Letteratura del novecento” su Spreaker.