Pensare la Rivoluzione Francese

Pensare la Rivoluzione Francese di Roberto Persico

1) Riflessioni sulla base della lettura del libro di Pierre Gaxotte, La rivoluzione francese,  Milano, Oscar Mondadori 1989

Dal cap. 1: L’ANTICO REGIME

La Francia dell’Antico Regime era un edificio molto grande e molto antico costruito da cinquanta generazioni nel giro di oltre mille e cinquecento anni. Ciascuna vi aveva lasciato la propria traccia, sempre aggiungendo qualcosa al passato senza demolire o escludere quasi nulla. La pianta dell’edificio era pertanto confusa, gli stili disparati, irregolari le parti che lo componevano. Certe ali abbandonate minacciavano di crollare, alcune erano scomode, altre troppo fastose. Ma l’insieme era ricco, la facciata grandiosa, e ci si viveva meglio e più numerosi che altrove.

Le fondamenta più antiche erano opera della Chiesa. Nel corso di dodici secoli, essa vi aveva lavorato da sola o quasi.

Al tempo di Roma, in un mondo duro e freddo, la Chiesa aveva consolato dalle sventure, infuso il coraggio di vivere, l’abnegazione, la carità, la pazienza, la speranza in una vita migliore e più giusta. Quando l’impero si era sgretolato sotto i colpi dei barbari, essa era divenuta il rifugio delle leggi e delle lettere, delle arti e della politica. Aveva protetto nei suoi monasteri quanto si poteva salvare della cultura umana e della scienza. In piena anarchia, aveva organizzato una sua società viva e ordinata il cui spirito e la cui politica richiamavano i vecchi tempi tranquilli e ne suscitavano il rimpianto. Ma non solo: la Chiesa va incontro agli invasori, e li conquista, li rappacifica, li converte, ne incanala il flusso, ne limita la devastazione. Dinanzi al vescovo, rappresentante di un aldilà misterioso, il germano ha paura e si ritrae. Risparmia la gente, le case, le terre. L’uomo di Dio diventa il capo delle città, il difensore dei focolari e dei lavori, il solo protettore degli umili sulla terra.

Più tardi, passato il momento dei saccheggi e degli incendi, quando si dovrà ricostruire, amministrare, negoziare, le assemblee e i consigli apriranno le porte ai clerici, i soli in grado di redigere un trattato, di portare a termine un’ambasceria, di pronunciare un’arringa dinanzi a un principe.

Al rinnovarsi delle sventure, quando lo Stato carolingio si sfascia, nella notte del IX secolo piena del fragore delle armi, mentre nuove invasioni di ungari, saraceni e normanni si affacciano ai confini o sciamano per il Paese, mentre il popolo sparso fluttua senza una direzione, la Chiesa, ancora una volta, resiste. Essa riannoda le tradizioni interrotte, contrasta i tumulti feudali, regola le guerre private, impone tregue e paci. I grandi monaci Oddone, Odilone, Bernardo elevano, al disopra delle roccaforti e delle città, il potere morale della Chiesa, l’idea della Chiesa universale, il segno dell’unità cristiana. Predicatori, pacificatori, consiglieri di tutti, arbitri in ogni contesa, intervengono ovunque e in ogni problema, vere potenze internazionali cui i potenti della terra non resistono che tremando.

Intorno ai grandi santuari e alle sacre abbazie si annodano relazioni e viaggi. Lungo le piste di terra percorse dalle lunghe processioni dei pellegrini nascono le canzoni epiche. Indietreggiano le foreste, dissodate dai monaci. All’ombra dei monasteri, le campagne si ripopolano. Risorgono villaggi in rovina. Le vetrate delle chiese e le sculture delle cattedrali sono il libro d’immagini che istruiscono il popolo. Il papa è il dittatore dell’Europa. Ordina le crociate e depone i re. Dotazioni, ricchezze, onori, tutto viene messo ai piedi degli ecclesiastici, e l’eccesso di questi riconoscimenti attesta da solo la misurerà delle loro opere.

Ma già un altro artefice si era messo in azione: il signore feudale.

Quando lo Stato si indebolisce, gli individui meglio armati ne prendono il posto. Quando lo scettro di Carlomagno sfugge dalle mani deboli dei suoi successori, una generazione di soldati si leva a raccoglierne i pezzi.

Al pari del territorio, si sbriciola la sovranità. Una fitta germinazione di poteri locali ricopre il suolo. Funzionari imperiali, grandi proprietari, avventurieri che hanno fatto fortuna, briganti che hanno cambiato mestiere: questi nuovi reucci hanno mille origini. Violenze, soprusi, contratti, immunità, spartizioni. alienazioni. operanti secondo il capriccio delle circostanze: ecco le fonti instabili e incoerenti della loro forza. Tutte le mansioni del potere pubblico divise, frazionate, vendute, rubate. Chi s’impadronisce di un pedaggio, chi di un mercato. Non ci sono più eserciti, solo bande armate. La giustizia si spezzetta in mille giurisdizioni particolari: territoriale, personale, censuale, alta e bassa. Gli animi si dissolvono come i diritti. Un’unica forza permane: il valore, il coraggio, l’audacia, la brutalità dell’individuo.

L’insicurezza è generale. Ci si batte dappertutto. Le cronache non parlano che di assassini, di saccheggi, di incendi, di villaggi rasi al suolo, di donne violentate, di contadini massacrati. Per i deboli, la vita non è altro che un lungo terrore. Intorno al signore che ha un castello, dei soldati, un tesoro, corrono a raggrupparsi i contadini. In cambio della sua protezione e della sua giustizia, gli cedono parte del proprio lavoro e dei propri raccolti. I più sfortunati legano a lui la propria vita e quella dei propri discendenti. Costruttore del mulino, del forno e del ponte,  egli è il padrone del traffico e degli scambi. Avvolge l’attività dei suoi clienti e dei suoi servi in una fitta rete di tasse e di monopoli. Ma cosa sono queste servitù in confronto alla vita che gli devono?

A una società smarrita, smembrata, dispersa, senza più leggi né guida, il feudalesimo ha dato delle strutture e dei capi. Per quanto anguste fossero le prime, sono riuscite a riunire la gente. Per quanto violenti fossero i secondi, essi hanno ristabilito le garanzie elementari senza le quali è impossibile sopravvivere. Il servizio che i signori richiedono è oneroso, i loro benefici eccessivi. Ma senza di essi, la situazione sarebbe ancora peggiore.

In seguito, il regime diventerà più mite, più umano. La Chiesa vi apporterà un po di ideali. Si aprirà uno spazio per i Comuni, che saranno simili a signorie borghesi e collettive. Con l’espansione a macchia dolio del movimento di emancipazione, i rudi baroni capiranno che i propri interessi coincidono con quelli dei loro protetti e che averne cura è ancora il mezzo migliore per trattenerli al proprio servizio.

Ai tempi di Luigi XII, in un Paese che non ha più bisogno della protezione dei signori e che fa già a meno dei loro servizi, essi conservano una così grande autorità nel villaggio che nulla si fa d’importante senza il loro parere e consenso. Sono oggetto di un rispetto familiare e di una riconoscenza spontanea. Li si invita alle feste di famiglia, ai banchetti di purificazione della puerpera, alle nozze e ai battesimi, ed essi vi fanno onore. Sono padrini dei figli e consiglieri dei genitori. Nell’antica fortezza ormai aperta verso l’esterno, interrotta da ampie finestre, senza più fossati né difese, la vita è simile a quella che si conduce nelle casupole intorno, uguali sono le preoccupazioni. Si pensa ai raccolti, al bestiame, alla pioggia, alle vigne, alla vendita del grano. Signori e villani si ritrovano alla fiera. Se la giornata è stata buona, trincano alla locanda, scambiandosi battute grossolane e gran pacche cordiali tra un bicchiere e l’altro. Al cader della notte, si vede rincasare il signore, fieramente piantato sul suo ronzino, con la spada al fianco e un pane sotto il braccio, e il suo fattore in sella dietro di lui.

Tutto questo non era però che una sopravvivenza del passato: le sovranità locali erano colpite a morte, e ormai da tempo era giunto il momento del re. (…)

pp. 11-14

La maniera in cui la nazione si era formata per annessioni successive sulle rovine della Francia feudale imponeva al potere regio, teoricamente senza limiti, caratteristiche e restrizioni che noi, cittadini di uno Stato burocratico, napoleonico e semi-nazionalizzato, stentiamo a comprendere.

L’autorità ci si presenta oggi sotto le sembianze di un funzionario seduto a una scrivania e investito dei più ampi poteri, tra cui quello di trasformarci in soldati e spedirci sui campi di battaglia a farci bersagliare dalle pallottole.

Questo personaggio è eterno, immutabile, identico a se stesso da un capo all’altro del Paese. In pianura e in montagna, nell’Ile de France e in Lorena, egli applica i medesimi regolamenti e percepisce le medesime imposte. È onnipotente perché la sua specie è numerosa, perché tutti hanno bisogno di lui, perché i suoi decreti sono sostenuti da una polizia attiva, una magistratura vigile e un immenso apparato coercitivo. Egli censisce, registra, spia. Calcola i nostri redditi e fa l’inventario delle nostre eredità. Sa se possediamo una radio, un cane o un’automobile. Egli istruisce i nostri figli e fissa il prezzo del nostro pane. Fabbrica i nostri fiammiferi e ci vende il tabacco. È industriale, armatore, commerciante, assicuratore e medico. Possiede quadri, foreste, ferrovie, ospedali, banche e officine. Gestisce la beneficenza. Se siamo di sesso maschile, ci convoca, ci pesa, ci misura, esamina il funzionamento del nostro cuore, dei nostri polmoni e della nostra milza. Non possiamo fare un passo o un gesto senza che egli ne sia avvertito, senza che trovi il pretesto per intervenire.

Senza contare le industrie nazionalizzate, almeno un milione di francesi sono al suo servizio, due o tre milioni ricevono pensioni da lui e gli altri aspirano a riceverle. Tutti brontolano, ma obbediscono, e quando uno dei suoi agenti viene mal-menato da un elettore scontento, una voce unanime si leva a deprecare quest’audacia, a chiedere prigioni e giudici per punire il sacrilegio.

Questo concetto di un governo burocratico servito da un esercito di funzionari, e che promulga un’unica legislazione per una nazione di amministrati, è forse quanto di più estraneo all’Antico Regime si possa immaginare. I più grandi riformatori, i più appassionati sostenitori dell’unità della nazione, Colbert, Machault, Maupeou, Lamoignon, non avrebbero potuto nemmeno immaginare una simile uniformità e docilità.

Napoleone, in seguito, ha costruito il suo nuovo edificio su un terreno livellato, a forza di decreti. Dopo di lui, i progressi nelle comunicazioni e nelle informazioni hanno rafforzato ulteriormente l’ombroso autoritarismo del potere centrale. monarchia invece, mediante imprese lentamente concepite e lentamente attuate, passo per passo, aveva riunito alla Corona vecchie province che avevano ciascuna la propria organizzazione e i propri costumi. Ed essa ne aveva rispettato le particolarità. Il regno era uno nella persona del principe, multiplo nelle sue istituzioni.

Nel 1668, dopo la prima conquista della Franca Contea, Luigi XIV firmò con i rappresentanti del Paese un capitolato il cui primo articolo dice:

«Ogni cosa rimarrà in Franca Contea nel medesimo stato in cui attualmente si trova, per quanto riguarda privilegi, franchigie e immunità».

clausola garantiva il rispetto delle leggi e degli editti in vigore sotto la dominazione spagnola; un’altra vietava l’introduzione di nuove imposte; un’altra ancora conservava a Besançon la sua Accademia. Dole otteneva di essere la sede delle riunioni degli Stati… e infine, l’atto terminava con questa dichiarazione:

«Sua Maestà promette e giura sui Santi Vangeli che Ella e i suoi augusti successori conserveranno e manterranno con cura e lealtà ogni e qualsivoglia loro privilegio, franchigia e libertà, antico possesso, usanza, costume e ordinamento, e che in generale Ella farà tutto ciò che un Principe e Conte Palatino di Borgogna è tenuto a fare».

Ampliate quest’esempio, raffiguratevi le province, le città, le classi, le associazioni, i mestieri, le cariche, tutti provvisti di carte, diritti, immunità, statuti di ogni entità e di ogni natura, e avrete un’idea di ciò che era la Francia di Luigi XV e di Luigi XVI, e del modo in cui poteva essere esercitata la volontà reale.

Nonostante l’immane sforzo di semplificazione compiuto sotto Luigi XIV, ad ogni decisione del governo continuava ad opporsi una massa di tradizioni, di contratti, di promesse, di diritti acquisiti di cui si era costretti a tener conto. Bisognava discutere, comporre, accordare delle riduzioni, degli esoneri e delle eccezioni. Anche gli ordini più formali finivano corretti ed emendati da questo insieme di pratiche contro le quali non cera nulla da fare e che, insieme alla successione al trono per ordine di primogenitura, costituivano propriamente quelle «leggi fondamentali» del regno, sempre invocate, sebbene mai scritte, mai presentate e mai promulgate. I ministri si lamentano continuamente delle difficoltà di governare uno Stato composto di organismi e dì cittadini così pronti a bloccare le iniziative del loro re: «Non si può muovere un passo in questo vasto reame» diceva Calonne «senza trovarvi leggi diverse, usanze contrastanti, privilegi, eccezioni, esenzioni d’imposta, diritti e pretese di ogni sorta», e, da ministro autoritario e riformatore, aggiungeva: «Questa dissonanza generale complica l’amministrazione, ne interrompe il corso, ne inceppa i meccanismi e moltiplica ovunque le spese e il disordine».

pp. 16-19

 Dal cap. 2: LO STATO POVERO NEL PAESE RICCO

La miseria può suscitare sommosse, non sostenere rivoluzioni, che hanno cause più profonde; e comunque, nel 1789, i francesi non erano in miseria. I documenti più attendibili ci dimostrano, al contrario, che la ricchezza era notevolmente  aumentata negli ultimi cinquant’anni, e che le condizioni materiali di tutte le classi sociali, tranne quelle della nobiltà rurale, erano sensibilmente migliorate.

regime corporativo, molte meno opprimente e generalizzato di quanto si dicesse, non aveva impedito la nascita e l’avvio della grande industria. (…) La meccanizzazione portata dall’Inghilterra favorisce la concentrazione di capitale, e già si disegna, almeno in alcuni dei suoi tratti permanenti, la fisionomia classica della Francia mineraria e manifatturiera. Nei Nord e alle falde del Massiccio Centrale si sfrutta il carbone e si creano officine metallurgiche (Le Creusot risale al 1781); a Lione sorgono le seterie; a Rouen e a Mulhouse si lavora il cotone; a Laval, il lino e la canapa; a Troyes nasce la maglieria; a Castres, a Sedan, a Abbeville e a Elbeuf si commercia la lana; in Lorena e nella bassa Alsazia, il ferro e il sale; a Marsiglia, il sapone; a Parigi nascono le concerie, l’industria del mobile e le industrie di beni di lusso. Ci si lamenta già della difficoltà di trovare mano d’opera qualificata e della scarsità di combustibile! (…)

Il personaggio moderno del grosso industriale che tratta milioni e comanda a centinaia di operai esiste, almeno in qualche caso, già prima della Rivoluzione (il re del ferro, Dietrich, dà lavoro a ottocento operai a Niederbronn), come esiste quello del finanziere, dell’intermediario, del sensale, del finanziatore e dell’agente dì cambio.

C’è una Borsa, ci sono banche, una Cassa di Sconto con cento milioni di capitale che emette biglietti simili a quelli dell’odierna Banque de France, un mercato a termine, un listino, l’aggiottaggio. Si specula sui cambi, sui titoli di Stato, sulle quote dell’Appalto generale che percepisce le imposte dirette, sulle azioni delle grandi compagnie: Compagnia delle Indie, Compagnia delle Acque e Compagnia delle Assicurazioni. (…) Dalla morte di Luigi XIV, il commercio con l’estero è più che quadruplicato. Nel 1788 tocca i 1.061 milioni, e questa enorme cifra non verrà più raggiunta prima del 1848. (…)

pp. 29-31

Ma qui si presenta un problema grave.

Questa brillante società ha le sue basi, com’è stato detto, sulla miseria? Sotto la schiera dorata dei borghesi arricchiti c’è una massa enorme di contadini affamati e senza risorse?

Molti l’hanno sostenuto, pronti a citare il celebre passo di La Bruyère: «Si vedono certi animali feroci, maschi e femmine… neri, lividi e tutti bruciati dal sole…», senza riflettere che questa pagina, vecchia di un secolo, non è che un pezzo di letteratura cesellato da un moralista amaro che, come tutti i suoi contemporanei, scambiava la deliziosa valle di Chevreuse per un deserto selvaggio.

Si è andati a scovare negli scritti di certi economisti descrizioni orrende della vita dei campi. Ma gli autori erano in genere uomini di studio che conoscevano la campagna solo dai libri, in un’epoca in cui era di moda celebrare l’ingenua virtù del lavoratore dei campi e versare torrenti di lacrime sulla scarsità di foraggio o sulla morìa dei montoni menino. Sono state citate testimonianze di viaggiatori, ma a fronte di ciascuna nota dolente si è potuto apporne un’altra che la contraddice. Come trarre d’altronde una conclusione generale da queste indicazioni fugaci? In un’ora di viaggio, si passa da una zona ridente ad una misera, da una terra grassa a un suolo ingrato. Basta un giorno di grandine per ridurre un villaggio alla disperazione. Un raccolto che si annuncia buono in giugno è misero in luglio. Una primavera di sole rimedia a un inverno durissimo. Tutto cambia da un anno all’altro. Tutto varia da una provincia all’altra. Sarebbe imprudente dare a fatti insignificanti strettamente localizzati, una portata che sorpassi i limiti del loro cantone.

E poi, va ricordato un fatto sostanziale e indiscutibile, e cioè che il sistema di imposte che gravava sul contadino rendeva l’APPARENZA della povertà una necessità quasi assoluta per lui.

L’imposta rurale per eccellenza, la taille, era un’imposta sul reddito suddivisa approssimativamente secondo i segni esteriori della ricchezza, da esattori scelti a turno tra gli stessi contadini.

Guai al contribuente esatto e sincero! Tutto il fardello ricadrà su di lui. Dovendo percepire una somma fissata globalmente in anticipo, desiderosi di sbarazzarsi al più presto del loro compito ingrato, felici di trovare un ingenuo in buona fede, una «pera» insomma, questi esattori «per forza» sono portati a raddoppiare o a triplicare la sua imposta, mentre trattano con maggior riguardo quelli da cui temono delle difficoltà: i furbi che hanno saputo dissimulare le proprie entrate, i tipacci che hanno fama di non lasciarsi intimidire, i querelanti incalliti che non temono le complicazioni e le grane.

È un dogma profondamente radicato nell’animo popolare che l’unico modo per non pagare per gli altri e non essere schiacciato da valutazioni ingiuste, consiste nel restringere le spese, apparire sprovvisti di mezzi ed esibire le forme della miseria più totale: «L’uomo più ricco del villaggio, scriveva nel 1709 il gran balivo dell’Ile de France, non oserebbe ora ammazzare un maiale che nottetempo, poiché, se ciò venisse fatto in pubblico, gli verrebbero aumentate le imposte». L’Assemblea provinciale del Berry constata anch’essa nel 1778 che il coltivatore, così «teme di mostrare le proprie risorse», e cioè il proprio reddito, che «ne rifiuta l’impiego in mobili, vestiti, cibo, in tutto ciò che cade sotto l’occhio degli altri…».

È il destino delle imposte arbitrarie, anche se modiche, di poter essere difficilmente riscosse. Il contribuente dell’Antico Regime è caparbio, astioso e dissimulatore in grado inimmaginabile. La sua cattiva volontà è senza limiti. Paga solo quando è ridotto agli estremi. Di solito, è in ritardo di due o tre anni. Chi ha del denaro nascosto, dice Boisguillebert, non si lascia strappare un soldo prima della quarantesima convocazione. Piuttosto di confessare il proprio benessere, pagando entro i termini, preferisce essere trascinato in giudizio e minacciato di pignoramento. Si assilla l’intendente con reclami e lagnanze. Si fa intercedere il signore, il giudice e il curato. Si geme, si piange, si protesta senza fine, e si fa a gara tra chi protesterà e piangerà più forte e più a lungo per non apparire più ricco né più arrendevole del vicino.

Un giorno Rousseau, che si era perso in montagna e vagava affamato, entra da un contadino e gli chiede di mangiare. L’altro rifiuta: non ha niente, gli hanno preso tutto. Non il minimo avanzo; cerchi pure, è tutto vuoto. Rousseau supplica, s’intestardisce. dice chi è. L’altro ascolta, si calma, si rassicura, apre tremando un nascondiglio, ne estrae con gran mistero pane, carne e vino, protestando che sarebbe un uomo rovinato «se si scoprisse che ha tali ricchezze».

La situazione dei contadini dell’Antico Regime è proprio questa: una grande ostentazione di miseria e, dietro a questa cappa di stracci, una vita comoda, spesso agiata e talvolta benestante.

Essi sono – c’è bisogno di dirlo? – uomini liberi. La servitù che si è conservata in quasi tutti i Paesi d’Europa non esiste più in Francia. Sopravvive solo, in forma meno dura, in qualche angolo del Giura e del Borbonese. Manca in questi casi la facoltà di fare testamento e vige quella che è detta la manomorta. Se il soggetto muore senza figli, viene considerato privo di eredi e i suoi beni sono incamerati dal signore. Il capitolo di Saint-Claude e l’abbazia di Luxeuil hanno ancora a quel tempo circa ventitremila persone soggette alla manomorta. Con un editto dell’8 agosto 1779, preparato da Necker, Luigi XVI abolisce le ultime tracce di servitù sulle terre della corona. Fu imitato da qualche proprietario terriero della Franca Contea, ma non dagli ecclesiastici.

I contadini sono per lo più, proprietari. Mentre in Inghilterra il regime delle recinzioni li risospinge nella dura condizione di servi o di giornalieri, in Francia essi approfittano del rincaro dei prodotti agricoli per migliorare la propria situazione. È certo che alla vigilia della Rivoluzione, salvo che nei dintorni immediati di Parigi e di Versailles, dove sono numerosi i castelli e le riserve di caccia, essi possiedono almeno metà del suolo. (…)

pp. 32-35

Ma questa proprietà contadina che va crescendo e migliorando è una vera proprietà nel senso pieno della parola, o piuttosto un semplice sistema di possedimento feudale, gravato da insopportabili servitù?

Il feudalesimo, che non esiste più come regime politico né come struttura sociale, sopravvive nel campo civile ed economico. Accanto al governo regio si vedono ancora i relitti dei sistemi che l’hanno preceduto e che, ormai spogliati delle proprie mansioni e avendo cessato di rendere gli antichi servigi, continuano ancora ad essere onerosi attraverso le imposte.

È certo, e del resto naturale e legittimo, che questi tributi, il cui motivo è ormai incomprensibile, fossero sopportati con insofferenza. È ovvio altresì che essi siano parsi tanto più vessatori quanto più si andava estendendo la proprietà contadina. Ma è assai dubbio che si trattasse addirittura di un peso insopportabile.

Innanzitutto, non dobbiamo lasciarci ingannare dall’incredibile numero di termini che servono a designare i balzelli feudali. Non c’è un altro settore della lingua altrettanto ricco di sinonimi.

Secondo i luoghi, secondo l’importanza del tributo e la natura delle terre, una medesima tassa poteva chiamarsi champari. terrage, agrier, agrière, parcière, tasque, tierçage, sixte, cinquain, vingtain. carpot. ecc. Ogni sostantivo ha sette o otto equivalenti e anche più, e, da questa infinità di appellativi, si è fatto presto a dedurre l’esistenza di un’imposizione fiscale multiforme e divorante, mentre in realtà tutto si riduceva a quattro o cinque canoni percepiti alcuni in natura, altri in denaro.

Le tasse in denaro erano state fissate una volta per tutte nel Medioevo. Come a dire che, in seguito alla svalutazione della moneta, esse sì erano ridotte a zero e non sussistevano che come pure formalità, dove poteva trovare soddisfazione la vanità del signore, ma certamente non la sua borsa.

Le tasse in natura erano più pesanti, ma venivano contestati i diritti a percepirle, e quindi, per negligenza o per paura delle difficoltà o per timore di provocare un’emigrazione, molti signori evitavano di esercitare con rigore i propri diritti. «Fate molto chiasso» prescriveva il duca di Cossé-Brissac ai suoi amministratori,  «ma ricorrete alla costrizione solo nei casi urgenti e indispensabili.»

In molti posti. i contadini stavano correntemente venti o trent’anni senza pagare un soldo. In altri, avevano raggiunto degli accordi che riducevano di molto le vecchie tasse, oppure, comperando le terre, avevano automaticamente acquisito i diritti che gravavano su di esse. Centinaia di pedaggi erano stati soppressi dagli intendenti. Se il «censo» non aveva più ragion d’essere, le «banalità» erano ancora giustificate da una contropartita: la conduzione di un torchio, di un forno o di un mulino. La decima ecclesiastica implicava del pari che il clero si assumesse le spese del culto. educasse i bambini, assi-stesse i poveri e curasse i malati. (…)

In verità, il lato inaccettabile di questi residui feudali non sta nel loro peso, ma nel fatto stesso di essere resti d’altri tempi. con tutte le incertezze e i litigi che questo comporta: «Non c’è nient’altro di reale, nel feudalesimo, che i processi» diceva Le Trosne. E questo costituiva davvero un grosso problema. (…)

Questo infuriare di dispute non fece che aggravarsi nella seconda metà del secolo. Molti nobili che non risiedevano più sulle proprie terre o che desideravano liberarsi di queste beghe senza rinunciare a entrate regolari, avevano concesso in appalto la riscossione dei loro diritti a dei finanzieri o a dei commercianti che, non essendo legati agli abitanti del feudo da nessuna memoria familiare né da obblighi d’onore, si diedero semplicemente a ricavarne più denaro possibile. Spesso inoltre, non sentendosi più in possesso di documenti irrefutabili, in un’epoca in cui venivano sempre più attaccate le loro pretese, i signori si misero a far aggiornare, verificare e completare la registrazione delle proprie terre da giuristi specializzati in questo genere di lavoro, i feudisti, ai quali essi generalmente accordavano una percentuale sulle rendite recuperate. I feudisti riuscirono a ripristinare tributi caduti in disuso, ad elevare il tasso di quelli svalutati. È il fenomeno chiamato «reazione feudale». Proprio nel momento in cui il governo incoraggiava i pubblicisti a proporre l’abolizione degli antichi tributi, i contadini ebbero la sensazione che i signori tentassero di oberarli di nuove tasse e si ribellarono contro di essi con la disperazione di un naufrago che, già sul punto di toccare terra, incontra un ostacolo imprevisto.

Quest’odio era ingiusto. Di solito, i signorotti non erano gente cattiva. Arthur Young trova nel Rouergue certi piccoli nobili che raggiungono a stento una rendita di cinquecento lire. Un altro viaggiatore, Smollett, afferma che nella zona di Boulogne i gentiluomini non sono abbastanza ricchi da fare più di un pasto al giorno, minestra, bollito, pesce e insalata. Quando l’assemblea elettorale del Poitou si riunì nel 1789, sette nobili non furono in grado di pagarsi l’albergo. Raccontarono che le figlie facevano il pane in casa e portavano le mucche al pascolo. Sporchi e infangati come i loro contadini, ai «privilegiati» poveri non era rimasto, della loro signoria, che un albero genealogico, una piccionaia, un cane da caccia e una vecchia spada arrugginita. La loro ricchezza si era dissolta nella tempesta delle guerre di religione e il continuo aumento del costo della vita, provocato dall’afflusso dell’oro americano, non aveva permesso loro di riprendersi. Come il padre di Chateaubriand, che abitava con cinque domestici e due giumente in un castello che avrebbe potuto ospitare cento cavalieri col loro seguito e la muta di re Dagoberto, essi vivacchiavano miseramente nei loro manieri svuotati e cadenti. In genere, le poche terre rimaste erano ipotecate, e non è per capriccio che avevano affidato le proprie rendite ad affaristi che ne perseguivano il recupero con una durezza che non avrebbero mai saputo usare essi stessi. (…)

pp. 37-41

Insomma, per usare dei termini un po solenni, si può dire che nel 1789 la parte meno favorita della popolazione rurale era in virtuale rivolta contro la trasformazione capitalistica dell’agricoltura.

p. 43

In questo Paese prospero, in questo Paese ricco, lo Stato era povero. Essendo ormai risaputo, questo paradosso non ci meraviglia più. Allora faceva scandalo: «Era straordinario» dice Besenval «vedere il Re prossimo alla bancarotta in un periodo in cui la Francia era così fiorente, la popolazione a un livello invidiabile, l’agricoltura e l’industria al massimo sviluppo, e Parigi che rigurgitava di denaro…».

A dire il vero, è impossibile tracciare esattamente il bilancio regio. La molteplicità dei bilanci speciali, il gran numero di casse particolari, l’intrico degli esercizi, la dispersione del controllo tra diversi tribunali, rendevano la contabilità difficile e complicata. Le esattorie e i monopoli non versavano integralmente al Tesoro le somme incassate: ne trattenevano al passaggio i diritti di esazione. Inoltre, per ridurre gli spostamenti del denaro liquido, era invalso l’uso di decurtare in loco certe entrate per saldare direttamente certe spese ordinarie, il cui ammontare quindi non appare più chiaramente. Le cifre fornite dai diversi controllori generali indicano degli scarti notevoli, e non ci sono validi motivi per sceglierne una piuttosto che un’altra. Il documento più esplicito è il «conto del Tesoro», redatto per il 1788 da quattro commissari nominati in virtù di un’ordinanza del Consiglio di febbraio. È servito come base per i calcoli di Braesch, in preparazione ai suoi studi sulla moneta e sulle finanze rivoluzionarie.

Le entrate sono la parte più chiara del bilancio: 504 milioni, dei quali 256 in imposte indirette. Per le uscite, nell’ipotesi più sfavorevole, si arriva a 629 milioni, e cioè a un deficit di 125 milioni per il 1789.

Di questi 629 milioni, 34 erano destinati ai palazzi reali e principeschi e 32 alle pensioni. È molto, è troppo. Di certo, somme notevoli venivano dissipate in favori, sinecure, gratifiche e donativi d’ogni tipo distribuiti a destra e a manca alla clientela brillante, ma famelica, che circondava il sovrano. Si sperperava per i cortigiani, come si sperpera oggi per gli elettori. (…) Era senz’altro possibile realizzare energici tagli; ma per quanto importanti, essi avrebbero apportato solo un modesto sollievo. Influendo su capitoli in definitiva secondari.

pp. 45-46

Dal cap. 4: LA CRISI DELL’AUTORITÀ

Prendiamo un esempio particolarmente tipico, quello di Malesherbes, direttore della Biblioteca. Contrariamente alla leggenda perpetuata nelle scuole, l’Enciclopedia godrà, da parte del potere, di una tolleranza quasi continua. Non è mai stata perseguita per articoli di carattere politico. Sono gli articoli religiosi (o anti-religiosi) che attirano su di essa i fulmini smorzati della Chiesa e della giustizia. In seguito alla censura, da parte della Sorbona, della tesi dell’abate di Prades, collaboratore del dizionario per la teologia, il Consigliere di Stato condanna i giudizi irriverenti dell’opera e dichiara «soppressi» i due primi volumi pubblicati; misura totalmente inefficace poiché essi sono già in mano ai sottoscrittori. Si prescrive inoltre di sequestrare i manoscritti dei prossimi volumi. Ma ecco come si svolsero le cose. È Madame de Vandeul, la figlia di Diderot, che ce lo racconta:

«Monsieur de Malesherbes preavvertì mio padre che il giorno dopo avrebbe dato l’ordine di portar via le sue carte e i suoi disegni. Quanto mi annunciate mi addolora terribilmente; non avrò il tempo di traslocare tutti i miei manoscritti, e poi non è facile trovare in ventiquattrore chi voglia incaricarsene. e che abbia una casa sicura.” Mandateli tutti a casa mia” rispose Malesherbes là non verranno a cercarli!” In effetti, mio padre fece trasportare metà del suo gabinetto da colui che ne aveva ordinato l’ispezione».

Il giorno stabilito Malesherbes, munito di un mandato, venne in gran pompa a sequestrare le carte di Diderot, e non le trovò. Questo tradimento non restò ignorato, poiché è menzionato nel «Journal» dell’avvocato Barbier. Ma di quale autorità può godere un governo servito così male? La pubblicazione dell’Encyclopédie prosegue, la tiratura aumenta, escono anche i due volumi «soppressi», e, nell’avvertenza al terzo, Diderot si dice «rassicurato dalla fiducia del pubblico ministero».

Durante la crisi del 1759, dopo l’attentato di Damiens e la pubblicazione di Esprit di Helvetius, il Parlamento se ne occupa. I sette volumi pubblicati vengono sottoposti all’esame di una commissione che non si riunirà mai, ne viene vietata la distribuzione, ma essa è già avvenuta; il Consiglio di Stato revoca il «privilège d’édition», il che non comporta la proibizione di vendere, ma il ritiro agli editori della proprietà commerciale. Viene loro comunque accordato ben presto un altro «privilegio» per i volumi di tavole e un permesso «tacito» per la stampa dei volumi di testo, a condizione che vengano registrati come stampati in Svizzera e distribuiti in blocco. Malesherbes si era fatto informatore di Helvétius. e in una sua lettera si trovano queste parole che sanno di complotto: «Dispensatemi dal firmare».

La sua duplicità è costante. A proposito di un libro di Voltaire che ha dovuto interdire e che deve venire sequestrato, scrive all’ispettore Hémery di cui teme la coscienza professionale (21 ottobre 1760): «Avrei desiderato non soltanto che gli esemplari non venissero sequestrati. ma che pervenissero a destinazione, provvedendo unicamente ad impedirne il pubblico smercio». Hémery risponde che tutto si svolgerà secondo i desideri di Malesherbes, purché i librai siano prudenti.

Con zelo ancora maggiore. Malesherbes fa da intermediario tra Rousseau e il suo libraio, lo consiglia per la redazione del contratto di Emile, gli invia per corriere speciale le bozze che avrebbe dovuto bloccare, e quando il ginevrino è in difficoltà col suo editore abituale. si intromette con solerzia per trovargliene un altro. Si reca persino a Montmorency per rassicurarlo, quando viene ritardata la pubblicazione del libro per il gran numero di correzioni.

Beninteso, sono i difensori dell’autorità che fanno le spese del suo liberalismo: Fréron non ha mai potuto ottenere l’autorizzazione per l’Année Iittéraire, e il suo giornale viene sospeso ogni momento perché ha osato criticare d’Alembert, Voltaire o persino Marmontel. Una volta viene biasimato per aver citato una frase dell’ordinanza del Consiglio del 1752 che condannava l’Encyclopédie. Nel 1758 sta per essere portato in tribunale per aver pubblicato il resoconto di un’opera ostile al l’Encyclopédie, e gli viene vietato di rispondere, sotto pena di azione giudiziaria, agli attacchi di cui è lui stesso l’oggetto. «Tutto è permesso contro Fréron» dice Brunetière «niente è permesso a Fréron» ed è quasi vero. Nel 1752, Malesherbes sopprime uno scritto di padre Geoffray ostile a Diderot. Nel 1754, egli fa criticare dal suo agente di Lione. Bourgelat, anch’egli collaboratore del l’Encyclopédie, un certo Padre Tholomas che si era azzardato a polemizzare contro la voce Collège del dizionario. Palissot e Gilbert saranno fatti segno alle stesse persecuzioni e Gilbert ne morirà. I filosofi gridavano alla tirannia. La vera tirannia era invece quella che essi esercitavano sulla letteratura.

I soci non erano affatto d’accordo su tutto. Voltaire scrive a d’Alemebrt che l’Encyclopédie è piena di espressioni declamatorie e di sciocchezze, che Le fils naturel di Diderot è brutto, che Diderot stesso è grossolano e scortese; ma di fronte al pubblico si fa blocco, si giura ammirazione reciproca, si proclama che l’Encyclopédie è un monumento immortale, il capolavoro dell’intelletto umano, lo strumento della più grande rivoluzione delle idee mai avvenuta: «È arrivata l’ora in cui tutti i filosofi devono unirsi… Fate corpo… Radunatevi, e sarete i padroni…»

Siccome però può essere pericoloso attaccare idee che ricevono appoggi autorevoli, si denigreranno gli individui; si fingerà di denunciarli non per quanto insegnano, ma per la pretesa indegnità della loro vita. È sempre Voltaire che scrive: «Dobbiamo screditare gli autori (che non la pensano come noi); dobbiamo abilmente infangare la loro condotta, trascinarli davanti al pubblico come persone viziose; dobbiamo presentare le loro azioni sotto una luce odiosa… Se ci mancano i fatti, dobbiamo farne supporre l’esistenza fingendo di tacere parte delle loro colpe. Tutto è permesso contro di essi… Deferiamoli al governo come nemici della religione e dell’autorità; incitiamo i magistrati a punirli». E raccomanda il segreto: «Colpite e nascondete la mano… I misteri di Mithra non devono essere divulgati…». Alla minima critica, alla minima replica, anche al più moderata, anche al più cortese, si grida alla calunnia, all’ingiuria, alla satira «atroce», alla personalità «infame»; ma poi si trattano gli avversari da infami, da birbanti, da sodomiti, da ingrati, da serpenti, da vipere, da pupazzi di melma, da furfanti, da evasi dalle prigioni, da ipocriti, da pazzi, da talpe della polizia…

pp. 63-64

Voltaire non cessava di fare appello all’autorità contro quelli che egli trattava da nemici, fossero essi Fréron, o Rousseau, o l’ispettore dell’Opéra o uno dei suoi librai. Ascoltiamo con che tono d’Alembert reclamava la protezione del potere per i suoi amici: «Apprendo, Signore, che nell’ultimo foglio di Fréron l’Encyclopédie viene definita un’opera scandalosa. So che questi fogli e i loro autori non hanno nessuna importanza, ma questo fatto non deve, a mio parere, autorizzare una simile licenza, né permettere a un censore di approvarla. Mancherei a me stesso e a tutti i miei colleghi se trascurassi di esprimervi il mio rammarico, pur risoluto a non perdere la calma se in seguito giustizia non ci venisse resa, per una mala sorte di cui non mi sentissi colpevole. Ho buon motivo, Signore, di sperare in Voi. Ne rispondono la vostra equità e l’onore che ho di essere vostro confratello…». Ci tocca vedere gli uomini del re correre in aiuto ai nemici del re! (…)

Moltiplichiamo questo esempio per mille e avremo un’idea di ciò che fu la politica interna della Francia tra il 1750 e il 1789: una progressiva abdicazione della monarchia.

pp. 78-82

Dal cap. 5: LANARCHIA

La notte dal 12 al 13 e la giornata del 13 luglio sono un incubo. Sembra di assistere alla decomposizione totale della società. I borghesi si barricano in casa. Le strade sono lasciate in balia della più vile e spaventosa plebaglia. Vengono forzati i magazzini. Gli elettori di secondo grado, riuniti all’Hôtel de Ville e terrorizzati dagli eventi, tentano di organizzare una milizia urbana alla quale si iscrivono i più noti cittadini, nobili in testa. Ma gli scatenati, che avevano saccheggiato il comando di polizia, si armano anch’essi e più in fretta. Svaligiano le botteghe degli armaioli, invadono la prigione della Force, liberano i detenuti che vanno ad ingrossare la loro torbida corrente.

Le bande si impadroniscono ovunque di picche e fucili. La mattina del 14 si gettano sull’Hôtel des Jnvalides, senza che Besenval, coi suoi tre reggimenti svizzeri e ottocento cavalieri alloggiati alla scuola militare, li contrasti minimamente. Un’ora più tardi, rifluiscono sulla Bastiglia. Il governatore de Launay avrebbe potuto difendersi senza fatica con la sua piccola guarnigione di svizzeri e di invalides, ma questo ripugnava alla sua filosofia. Parlamenta, ritira i cannoni, ostruisce le cannoniere, fa visitare la vecchia fortezza a un emissario dellHôtel de Ville e invita alla sua tavola due delegati degli assedianti. Queste attenzioni da uomo di mondo non impediscono a una torba furibonda, rinforzata da molti curiosi, di ammassarsi ai piedi delle mura, sparando ogni tanto e tentando di appiccare il fuoco ad una delle torri. Infine, due uomini armati di accetta, il carradore Tournay e il droghiere Pannetier, arrampicatisi sul tetto di un chiosco, riescono a spezzare le catene di un ponte levatoio che precipita con fracasso. Non è il ponte levatoio della fortezza. ma quello che dà accesso a un cortile esterno, su cui s’apre il piccolo alloggio del governatore. Viene invaso questo cortile, detto del governatorato, razziati i primi edifici, quattro cannoni vengono puntati sulla seconda porta. La guarnigione, dopo aver fatto segno agli assalitori di allontanarsi, si impaurisce. Istintivamente risponde al fuoco, ma perde la testa e, sentendosi ormai priva di un capo, costringe Launay ad arrendersi. Un sottufficiale al Comando delle guardie ribelli promette, sui proprio onore di soldato, che non sarebbe stato fatto del male a nessuno. Nonostante ciò Launay viene massacrato, e il suo corpo trascinato per le strade. Un garzone di cucina «che sapeva lavorare le carni», ne mozza la testa, la infila in cima a una picca, e, seguito da una muta selvaggia, la porta in giro fino a notte. Il maggiore, l’aiutante maggiore e un tenente vengono a loro volta uccisi. Due invalides sono impiccati, ad un altro viene mozzata una mano. La folla, ebbra di sangue, corre all’Hôtel de Ville. Il prevosto dei mercanti, Flesselles. va loro incontro. Attraversa la piace de Grève. Prima di arrivare alla Senna, viene ucciso e fatto a pezzi anche lui.

Nel frattempo, si esplorava la Bastiglia. Cerano sette prigionieri: quattro falsari. un giovane debosciato rinchiuso su richiesta della famiglia, e due pazzi. I falsari se la svignarono senza chiedere spiegazioni. Il discepolo del marchese de Sade fu ricevuto in gran pompa dalle società, dove pronunciò dei commoventi discorsi contro la Tirannia e il Dispotismo. I due pazzi, dapprima acclamati con uguale entusiasmo, furono condotti a Charenton il giorno dopo.

Vennero anche scoperte delle macchine sconosciute che Dussault avrebbe poi descritto allAssemblea come orribili strumenti di tortura. Cera «un corsetto di ferro inventato per serrare tutte le articolazioni di un uomo e fissarlo in un’eterna immobilità»: si trattava di un’armatura medievale presa dal museo di armi antiche che si trovava nella vecchia fortezza. Cera pure «una macchina non meno distruttiva che venne esposta all’aperto, ma nessuno seppe indovinarne il nome o il vero uso»: era una pressa da stampa sequestrata nel 1786 a un certo François Lenormand. Furono infine trovate le tombe dei suicidi che non avevano potuto essere sotterrati nei cimiteri in terra consacrata: passarono per gli scheletri degli sventurati prigionieri giustiziati in segreto nelle celle. «I ministri sono stati imprevidenti,» tuonò Mirabeau «si sono dimenticati di mangiare le ossa».

La notizia dell’insurrezione giunse a Versailles durante la notte. L’assemblea aveva ancora la lucidità di capire che gli orrori successivi alla resa della fortezza avrebbero non solo giustificato i timori del re, ma anche avrebbero dato a Breteuil mille eccellenti ragioni per organizzare una repressione spietata, alla quale il parlamento avrebbe dato con gioia forma legale. Un vero re avrebbe agito ancor più rapidamente. Luigi XV sarebbe balzato in sella a qualsiasi ora, sarebbe entrato a Parigi con tutti gli uomini atti a combattere e, spuntato il giorno, sarebbe stato freneticamente acclamato da una borghesia che, dopo aver tanto protestato, temeva ormai per la propria vita e per i propri beni. Avrebbe fatto impiccare una dozzina di assassini alle finestre dellHôtel de Ville, rimesso una guarnigione alla Bastiglia, e sarebbe rientrato a Versailles ad accogliere le dichiarazioni dobbedienza di un’Assemblea umile e sottomessa. Come scrive Soreau, non sarebbe bastato questo per risolvere i difficili problemi che restavano da affrontare. Ma il re avrebbe potuto risolverli tramite la monarchia. I capi della sinistra conoscevano Luigi XVI, e si adoperarono senza indugi a trasformare in atti eroici i crimini di cui volevano coprire gli istigatori. La leggenda della Bastiglia nacque quattro ore dopo il fatto. Il 15, i borghesi parigini che si svegliavano vergognosi e inquieti per aver lasciato campo libero agli assassini, appresero che non cera mai stato nessun assassinio e che il popolo intero si era sollevato in difesa della Libertà, e che le uccisioni di Launay e di Flesselles erano la manifestazione sublime della sua giustizia sovrana.

pp. 127-130

2) Riflessioni sulla base della lettura del libro di François Furet, Critica della Rivoluzione francese, Roma-Bari, Laterza 1987 (titolo originale, più significativo: Penser la Révolution)

La Rivoluzione è caratterizzata da una situazione in cui il potere appare a tutti vacante, libero, intellettualmente e praticamente, al contrario che nella società del passato, in cui da tempo immemorabile era occupato dal re, non era mai libero, se non a prezzo di un atto eretico e criminale, ed era d’altronde padrone della società e arbitro dei suoi fini. Ed eccolo a un tratto non solo disponibile, ma addirittura proprietà della società, che deve prenderne possesso e piegarlo alle proprie leggi; e poiché è anche il grande colpevole dell’Ancien Régime, il luogo dell’arbitrio e del dispotismo, la società rivoluzionaria esorcizza la maledizione che gli pesa addosso mediante una sacralizzazione opposta a quella dell’Ancien Régime: il popolo è il potere. Ma si condanna di conseguenza a far esistere questa equazione soltanto attraverso l’opinione. La parola subentra al potere come unica garanzia che il potere appartiene soltanto al popolo, ovvero a nessuno; e contrariamente al potere, che ha la malattia del segreto, la parola è pubblica, e quindi soggetta a sua volta al controllo del popolo.

(…) Divenuta potere, l’opinione dev’essere tutt’uno col popolo: la parola non deve più nascondere degli intrighi, ma riflettere dei valori, come uno specchio. In questo delirio collettivo sul potere che regola ormai le battaglie politiche della Rivoluzione, la rappresentanza è esclusa o costantemente tenuta d’occhio; come in Rousseau, il popolo non può, per definizione, cedere i propri diritti a interessi particolari, giacché la sua libertà cesserebbe all’istante. La legittimità (e la vittoria) appartengono quindi a coloro che rappresentano simbolicamente la sua volontà e riescono a monopolizzarne l’istanza. Inevitabile paradosso, la democrazia diretta sostituisce alla rappresentanza elettorale un sistema di equivalenze astratte, mediante il quale la volontà popolare coincide sempre col potere, e l’azione è perfettamente identica al suo principio di legittimità.

Se la Rivoluzione francese vive così, nella sua pratica politica, le contraddizioni teoriche della democrazia, è perché dà origine a un mondo in cui le rappresentanze del potere sono il centro dell’azione, e il circuito semiotico è padrone assoluto della politica. Si tratta di sapere chi rappresenta il popolo, o l’uguaglianza o la nazione: è la capacità di conquistare questa posizione simbolica. e di conservarla, che definisce la vittoria. (…)

Poiché il popolo è l’unico che ha il diritto di governare, o che, se non può farlo, deve almeno rifondare costantemente l’autorità pubblica, il potere appartiene a chi parla in suo nome: appartiene cioè alla parola – giacché la parola, pubblica per natura, è lo strumento che svela ciò che vorrebbe restare occulto, e quindi nefasto – ed è al tempo stesso il costante obiettivo delle parole, sole qualificate per appropriarsene ma rivali nella conquista di un luogo evanescente e primitivo qual è la volontà popolare. Alla lotta degli interessi per il potere, la Rivoluzione sostituisce una competizione dei discorsi per il monopolio della legittimità il « mestiere » dei suoi leader non è l’azione, ma l’interpretazione dell’azione. (…)

Di questo potere ci sono gli specialisti gli esperti, quelli cioè che lo producono e che sono pertanto i detentori della sua legittimità e del suo significato, i militanti rivoluzionari delle sezioni e dei club.

L’attività rivoluzionaria per eccellenza consiste nella produzione della parola massimalista attraverso assemblee unanimi miticamente investite della volontà generale.

pp. 56-59

L’idea centrale di questo credo è naturalmente l’uguaglianza, vissuta come l’opposto dell’antica società e concepita come scopo e condizione del nuovo patto sociale. Quest’idea tuttavia non produce direttamente l’energia rivoluzionaria, che passa invece attraverso un relais ad essa strettamente abbinato, giacché è il principio contrario che dà origine al conflitto e giustifica la violenza: il complotto aristocratico.

Enumerate gli usi e le accezioni dell’idea di complotto nell’ideologia rivoluzionaria sarebbe un’impresa interminabile: si tratta infatti di una nozione fondamentale e multiforme, in base alla quale si concepisce e organizza l’azione; è questa nozione che mobilita l’insieme di convinzioni e credenze caratteristico degli uomini di quel tempo, e che inoltre consente ogni volta l’interpretazione-giustificazione di quanto è accaduto. La vediamo funzionare in questi due sensi sin dai primi avvenimenti della Rivoluzione francese, e invadere, unificandoli, tutti i livelli di cultura: i contadini della Grande paura corrono alle armi contro il complotto dei briganti, i parigini prendono la Bastiglia e successivamente il castello di Versailles per difendersi dal complotto di corte, i deputati legittimano l’insurrezione invocando i complotti che ha sventato. L’idea è fatta apposta per sedurre una sensibilità morale a sfondo religioso, usa a considerare il male come prodotto da forze occulte, e al tempo stesso la nuova convinzione democratica secondo cui la volontà generale, o nazionale, non può essere contrastata dall’opposizione pubblica degli interessi particolari; e, soprattutto, si adatta perfettamente alle configurazioni della coscienza rivoluzionaria. Essa opera quello stravolgimento dello schema causale per cui qualunque fatto storico è riconducibile a un’intenzione e a una volontà soggettiva; garantisce l’enormità del delitto, poiché esso è inconfessabile, e la funzione salutare della sua eliminazione; rende superfluo individuarne gli autori e precisarne le trame, perché è indeterminata quanto ai suoi attori, che sono occulti, e quanto ai suoi fini, che sono astratti. Il complotto, insomma, è per la Rivoluzione il solo avversario a sua esatta misura, perché è tagliato sul suo modello: è astratto, onnipresente come essa, ma occulto, mentre essa è pubblica; perverso, mentre essa è buona, nefasto, mentre essa porta la felicità sociale; è il suo negativo, il suo opposto, il suo antiprincipio.

L’idea di complotto è tagliato nella stessa stoffa della coscienza rivoluzionaria perché è una componente essenziale del sostrato medesimo di tale coscienza: un discorso immaginario sul potere. (…) Al pari della volontà del popolo, il complotto è un delirio sul potere, e insieme costituiscono le due facce di ciò che potremmo chiamare l’immaginario democratico del potere.

pp. 62-63

Robespierre è un profeta che crede in tutto quello che dice e che esprime tutto quello che dice nel linguaggio della Rivoluzione: nessun altro contemporaneo ha interiorizzato come lui la codificazione ideologica del fenomeno rivoluzionario. Il che significa che per lui non c’è alcuna differenza fra la lotta per il potere e la lotta per gli interessi del popolo, che coincidono per definizione. (…) Il problema pertanto non sta nel fatto ch’egli abbia avuto un’anima tenera e un cuore pietoso, o al contrario la passione della vendetta. Il rapporto di Robespierre col Terrore non è di carattere psicologico. Ciò che alimenta la ghigliottina è la sua predicazione sui buoni e i cattivi, ed è il tremendo potere di definite il popolo conferitogli da questa predicazione che riempie le prigioni.(…)

Ci sono due modi, in fondo, di non capir niente del personaggio storico di Robespierre, quello di detestarlo come individuo e quello, al contrario, di voler troppo innalzarlo. Indubbiamente è assurdo voler fare dell’avvocato di Arras un mostro usurpatore, un demagogo dell’uomo da tavolino, un sanguinano del moderato, un dittatore del sincero democratico. Ma che cosa si spiega del suo destino provando ch’era davvero incorruttibile? Il controsenso comune alle due scuole sta nel fatto di attribuire alle caratteristiche psicologiche dell’uomo il ruolo storico cui lo portarono gli eventi e il linguaggio che gli ispirarono. Ciò che fa di Robespierre una