Pirandello e la pazzia

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Introduzione a Pirandello

di Libera Maria De Padova

i drammi familiari

Nel 1915 il figlio Stefano parte volontario per il fronte, dove verrà fatto prigioniero, e muore la madre, verso la quale nutriva un sentimento non solo di amore filiale, ma anche di partecipazione ai suoi intimi segreti dolori, causati da un carattere troppo ‘vivace’ del marito. Nel 1893 un allagamento nella miniera di zolfo del padre, nella quale aveva investito la dote patrimoniale della moglie, provoca il dissesto finanziario suo e del padre insieme ai primi segni della malattia mentale della moglie, che si aggraverà sempre di più fino ad essere ricoverata in ospedale. Infine conoscerà Marta Abba, giovanissima interprete che diverrà musa ispiratrice di alcune commedie, con la quale stabilirà un rapporto d’affetti che durerà per tutta la vita, nonostante il continuo pensiero rivolto alla moglie malata. Per questo nelle sue opere la famiglia diventa spesso luogo dove nascono le nevrosi.

La malattia mentale che portò la moglie di Pirandello ad essere ricoverata in ospedale (e come si può immaginare)  segnò profondamente la vita dell’artista. (Questo è evidente in molte sue opere).

La Follia e l’alienazione

La follia, o alienazione mentale, è la condizione nella quale i fatti commessi sono caratterizzati dalla a-normalità, dall’uscire dalle norme che regolano i comportamenti della massa.
Solo la follia o la a-normalità assoluta, e incomprensibile per la massa, permette al personaggio il contatto vero con la natura, (quel mondo esterno alle vicende umane nel quale si può trovare la pace dello spirito) e la possibilità di scoprire che, rifiutando il mondo,  si può scoprire se stessi. Ma questi contatti sono solo momenti passeggeri, spesso irripetibili perché troppo forte il legame con le norme della società. Così accade a Enrico IV nell’omonima opera. In Enrico IV troviamo l’esasperazione del conflitto fra apparenza e realtà, fra normalità e a-normalità, fra il personaggio e la massa, fra l’interiorità e l’esteriorità. Per superare questo conflitto il personaggio tende sempre più a chiudersi in se stesso, per cui la a-normalità diventa sistema di vita. Enrico IV è il personaggio più disperato e tragico di Pirandello, racchiudendo i temi di una poetica e di una visione della vita che porta all’isolamento e alla disgregazione, alla rottura drammatica e totale non solo con la storia contemporanea e con la cronaca quotidiana, ma anche con la realtà del passato e con l’illusione del futuro. È il personaggio-maschera che personifica la scoperta del grigiore e dell’invecchiamento delle cose e dell’uomo, insieme alla coscienza dell’irrecuperabilità del tempo passato, che non può più ritornare neppure nello spazio riservato alla fantasia, perché la vigile e riflessiva ragione avverte che le cose mutano e non ritornano mai ad essere le stesse di una volta.  L’improvvisa guarigione di Enrico IV, improvvisa e inspiegabile, proietta il personaggio nelle vicende quotidiane, ma lo rende anche consapevole di non poter più recuperare i 12 anni vissuti ‘fuori di mente’. A Questo punto non gli resta che fingersi ancora pazzo dopo aver constatato che nulla era rimasto della sua gioventù, del suo amore, e che molti lo avevano tradito.
È in questa consapevolezza che la persona diventa personaggio e prende definitivamente le sembianze di Enrico IV, assumendo una forma immutabile agli occhi di tutti, ma non di se stesso, rifugiandosi nel già vissuto, dove ogni effetto obbediente la sua causa, con perfetta logica, nella quale ogni avvenimento si svolge ‘preciso e coerente’ in ogni suo particolare, proprio perché, essendo già vissuto, non può più mutare.

La follia quindi non è vista tanto come elemento negativo, quanto come elemento fondamentale della condizione umana con la quale fuggire la propria angoscia e il proprio dramma, come estremo rifugio, per potersi salvare dal dramma dell’esistenza.

Come infatti previsto da Sigmund Freud la nevrosi sarebbe diventata la malattia del “900. (fonte: luigi.pirandello.tripod.com)

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