Poetica di Luigi Pirandello

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Il saggio sull’umorismo di Pirandello

di Libera Maria De Padova

Vincenzo Sciamè, ritratto di Pirandello

La poetica di Pirandello è piuttosto complessa, le sue opere si basano spesso sul dramma di vivere, sull’idea di non sentirsi parte di se stessi, sull’idea di “vedersi da fuori”. Crede nel relativismo cioè nella necessità di una doppia personalità di ognuno di noi e del bisogno di portare maschere a seconda della situazione nella quale ci troviamo, rendendo così la vita simile al palcoscenico di un teatro. Altro tema trattato è quello della follia, una follia spesso usata per dimenticare la ancor più invivibile realtà, come fa Enrico IV o come “interpretano” i protagonisti di Così è (se vi pare)
Pirandello assieme a Italo Svevo introdusse in Italia l’idea del romanzo psicologico già sperimentata da James Joyce e Marcel Proust. Questo nuovo genere letterario è la diretta conseguenza di un mondo che non crede più nell’unicità e nella certezza della scienza. Lo spazio e il tempo non sono più assoluti, ma relativi e così anche in questi romanzi non esiste più una sequenzialità una narrazione precisa rispetto al tempo oggettivo. Non esiste una storia, ma spesso il romanzo è un viaggio nell’interiorità del protagonista. Il romanzo Ulisse di Joyce, racconta ciò che può succedere un qualsiasi giorno in una qualsiasi città. Narra di quella giornata vista dal punto di vista di ogni singolo personaggio, con i suoi desideri, le sue frustrazioni, i suoi modi di dire e di fare, talvolta con uno stratagemma che definisce “stream of consciousness” (flusso di coscienza) simula persino il flusso dei pensieri dei personaggi. Marcel Proust invece, in un tratto di “La strada di Swann” parla del ricordo dividendolo in due parti, i ricordi coscienti che riusciamo ad evocare normalmente (la minoranza) e quelli che crediamo di aver perso per sempre ma che, magari, grazie ad un insieme di sensazioni (nel suo caso mangiare una magdalene inzuppata nel tea), possono riaffiorare più o meno improvvisamente alla mente. Nel romanzo “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo, invece, il protagonista, Zeno Cosini, effettua una serie interminabile di riflessioni e di divagazioni non dominate intellettualmente dal protagonista, come un “flusso di coscienza”, di sensazioni che attraversano la sua mente.
Nella formazione culturale, Pirandello, incontrò l’opera dei grandi veristi: Capuana, Verga, De Roberto. S’interessò anche agli studi di psicologia di Alfred Binet (Le alterazioni della personalità) e a quelli del relativismo di George Simmel il quale affermava che non esiste una verità assoluta ma solo una soggettiva. Per lui la vita è un continuo fluire che crea “forme” che poi deve distruggere. Questi termini di “vita e forma” saranno usati nell’”Umorismo”. Pirandello vede la realtà come un magma caotico, dal quale però si stacca per affermare la propria identità attraverso una maschera che non gli permette di vivere. Tutta la poetica di Pirandello si può riassumere in un solo concetto il relativismo. Pirandello s’inspira alle teorie di Freud anche, se a differenza di Svevo, non lo ha mai letto. Un’altra influenza sulle idee di Pirandello è certamente quella di Henri Bergson che oppone due forme di conoscenza: quella estrinseca che si basa su dati empirici (il prima e il poi) e quella interiore che dissolve le intelaiature entro le quali noi sistemiamo i dati sensoriali, al “prima e al “dopo” sostituisce e contrappone la durata, cioè la contemporanea presenza nella nostra coscienza del passato e del presente, del ricordo che si proietta sul presente e lo condiziona, ce lo fa apparire in un modo o in un altro. Abbiamo, inoltre l’influenza derivata da Friedrich Nietzche secondo il quale la morale comune non è altro che una forma di mascheramento, di falsa conoscenza che presenta come valori morali la debolezza e l’affievolirsi della gioia dionisiaca di vivere. Nietzsche intende affermare che nell’età presente i valori trascendenti della morale, le illusioni metafisiche e le credenze religiose hanno ormai perduto la loro efficacia, producendo un vuoto. Consapevole del fatto che non sia più possibile volgersi a valori trascendenti, il superuomo è colui che si caratterizza per la sua “fedeltà alla terra”. Egli afferma la vita accettandone la sofferenza, il dolore e le contraddizioni che l’accompagnano con gioioso (dionisiaco) amore per l’esistenza; è un creatore di valori ed è per questo privo di valori fissi e immutabili, vivendo al di là del bene e del male. (fonte: luigi.pirandello.tripod.com)

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