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La qualità della scuola: un concetto sfuggente che vale la pena inseguire
Ogni volta che si parla di qualità della scuola, si ha l’impressione di mettere le mani su qualcosa che esiste certamente, che tutti riconoscono quando lo incontrano, ma che sfugge sistematicamente a ogni tentativo di definizione precisa. È un po’ come il sapore di un piatto riuscito davvero bene: lo percepisci, lo apprezzi, sai distinguerlo da quello di un piatto mediocre, ma spiegarlo con parole esatte è già un’altra faccenda. Eppure la scuola, a differenza di un ristorante, è tenuta a rendicontare, misurare, documentare la propria qualità. Ed è qui che le cose si fanno interessanti.
Qualità: un termine che viene da lontano
Prima di entrare nel merito del sistema italiano, vale la pena fare un passo indietro. La parola “qualità”, applicata ai servizi pubblici e alla scuola in particolare, non è affatto neutra. Viene dalla tradizione del management industriale, da Deming, da Juran, dagli studi sulla Total Quality Management che hanno rivoluzionato la produzione manifatturiera giapponese e americana negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Da lì è stata progressivamente traslata verso i servizi, e poi verso i servizi pubblici, compresa l’istruzione.
La maggior parte dei paesi postmoderni, nel definire i fattori di investimento e gli obiettivi strategici delle rispettive politiche economiche, ha individuato nell’efficacia e nell’efficienza dei propri sistemi educativi e nella valorizzazione delle risorse umane gli elementi fondamentali per garantire livelli di formazione di alto profilo, assicurare competitività e sviluppo al sistema produttivo e promuovere l’educazione alla cittadinanza nonché la crescita democratica delle proprie comunità. FOE
Questa premessa è importante perché svela la doppia natura della qualità scolastica: da un lato c’è una dimensione economico-competitiva, per cui la scuola è buona se produce capitale umano utile al sistema produttivo; dall’altro c’è una dimensione democratica e umanistica, per cui la scuola è buona se forma persone libere, critiche, capaci di stare nel mondo con consapevolezza. Queste due dimensioni non sono necessariamente in contraddizione, ma nemmeno coincidono automaticamente, e la tensione tra loro attraversa ogni dibattito serio sulla qualità dell’istruzione.
Il modello CIPP: leggere la qualità su più livelli
Uno dei modelli teorici più fecondi per pensare la qualità scolastica in modo sistematico è il CIPP, acronimo di Context, Input, Process, Product. Le modalità di valutazione esterna introdotte dall’INVALSI nel progetto ValSis — Valutazione di Sistema e delle Scuole — rappresentano un tentativo di sviluppare un sistema di indicatori multidimensionale che ricalca il modello CIPP, mettendo in relazione differenti livelli del funzionamento sistemico, come quello individuale dello studente e quello istituzionale della scuola. MIM
Il pregio di questo modello è che impedisce di ridurre la qualità a un’unica dimensione. Se si considera soltanto il prodotto finale — i voti, i risultati INVALSI, la percentuale di diplomati — si rischia di ignorare tutto ciò che ha prodotto quel risultato: il contesto socioeconomico da cui vengono gli studenti, le risorse a disposizione della scuola, la qualità dei processi didattici e organizzativi. Una scuola in un quartiere difficile che porta i suoi studenti a risultati discreti può essere molto più “di qualità” di un liceo d’élite che ottiene risultati eccellenti grazie al bacino di provenienza dei suoi iscritti.
Tra gli indicatori di tipo strutturale o di contesto troviamo le caratteristiche della popolazione scolastica e delle sue risorse professionali, quelle del territorio e delle sue componenti socioeconomiche e culturali; i processi riguardano sia il livello scuola, con le sue pratiche organizzative e gestionali, sia il livello classe, della didattica; infine, gli esiti degli studenti sono riferiti alle competenze previste dal curricolo nazionale e a quelle chiave definite a livello europeo. MIM
Questa articolazione multi-livello è esattamente quello che distingue un approccio maturo alla qualità scolastica da uno ingenuo. La scuola non è una fabbrica che trasforma materie prime standardizzate in prodotti omogenei. È un sistema sociale complesso, in cui le variabili di contesto pesano enormemente, e in cui i risultati dipendono da fattori che nessuna scuola, per quanto brava, può controllare interamente.
Il RAV: la fotografia che una scuola scatta di se stessa
Nel sistema italiano, lo strumento principale di autovalutazione della qualità scolastica è il RAV, il Rapporto di Autovalutazione. Attraverso l’analisi di dati e indicatori — dai risultati scolastici alle prove standardizzate — il RAV fornisce una fotografia completa dell’istituto, evidenziando i punti di forza e le aree di criticità, e orienta il lavoro del Piano di Miglioramento, definendo gli obiettivi strategici che la scuola intende perseguire nel triennio successivo. Ministero dell‘Interno
Il RAV è uno strumento pensato bene. Ha una struttura che, almeno nelle intenzioni, obbliga la scuola a guardarsi senza compiacenza: non basta descrivere quello che si fa, bisogna interrogarsi sull’impatto di quello che si fa. Non basta elencare i progetti attivati, bisogna chiedersi se quei progetti hanno prodotto un miglioramento reale negli apprendimenti, nell’inclusione, nel benessere degli studenti.
Il RAV chiede alle scuole di ragionare sui risultati a distanza: quali esiti di apprendimento raggiungono gli studenti nei percorsi successivi, come si inseriscono nel mondo del lavoro o proseguono gli studi, cosa ha prodotto concretamente l’azione educativa della scuola nel tempo lungo della vita degli allievi. Organismo Indipendente di Valutazione Questa è forse la domanda più difficile e più onesta che un’istituzione scolastica possa porsi, perché i suoi effetti reali si vedono anni dopo, quando i ragazzi sono già usciti dai cancelli.
Il problema, però, è che il RAV è anche uno strumento che richiede tempo, competenza e, soprattutto, una cultura della valutazione che non è ancora uniformemente diffusa nelle scuole italiane. Affinché questi documenti assumano un significato non formale ma realmente formativo per l’istituzione scolastica, dovrebbero diventare strumenti di cui viene riconosciuta l’utilità, analogamente a come dovrebbero essere percepite, dagli studenti, le conoscenze e le abilità acquisite. Organismo Indipendente di Valutazione Il parallelismo con la didattica è perfetto: così come uno studente che studia solo per il voto non impara davvero, una scuola che compila il RAV solo per adempiere a un obbligo non migliora davvero.
Dal RAV al Piano di Miglioramento: dove la qualità diventa azione
Il Piano di Miglioramento è il documento strategico che ogni scuola elabora per individuare le proprie criticità e definire azioni concrete volte a migliorare la qualità dell’offerta formativa e organizzativa: è, in sostanza, lo strumento con cui la scuola pianifica come crescere e innovarsi, sulla base di un’analisi interna e delle linee guida del Sistema Nazionale di Valutazione. Organismo Indipendente di Valutazione
La sequenza logica — analisi nel RAV, priorità e traguardi, obiettivi di processo nel PdM, azioni concrete nel PTOF — ha una sua coerenza interna che, quando funziona, produce davvero qualcosa di utile. Il Piano di Miglioramento, ispirandosi alle fasi del ciclo del miglioramento continuo Plan-Do-Check-Act, pianifica per ciascuna iniziativa gli obiettivi generali, gli indicatori, i risultati attesi, il piano temporale delle attività e le modalità di attuazione, di monitoraggio e di verifica. Provincia
Il nodo critico è la concretezza. Non basta scrivere che si vuole “migliorare le competenze degli studenti in matematica”: bisogna dire di quanti punti INVALSI, in quale fascia di livello, con quali azioni specifiche, in quale arco di tempo. Questa precisione è scomoda, perché espone al rischio di rendicontare un fallimento. Ma è esattamente questa scomodità che rende il processo onesto e potenzialmente generativo.
L’effetto istituto: quando la scuola fa davvero la differenza
Una delle domande più dibattute nella ricerca educativa è se la scuola, in quanto istituzione, produce davvero un effetto autonomo sugli apprendimenti e sul destino degli studenti, al di là delle variabili di contesto. La risposta della ricerca italiana più recente è sì, ma con alcune precisazioni importanti.
Nel sistema della scuola dell’obbligo, tenute sotto controllo le variabili di contesto, individuali e di status medio socioculturale della scuola, la varianza nei risultati è imputabile prevalentemente all’istituto e alla sua gestione. In questo senso si può legittimare la rilevanza di studi che indagano le pratiche organizzative responsabili nel multidimensionale processo di apprendimento. www.scuola7.it
Questo è un dato di grande importanza per chi si occupa di qualità scolastica. Significa che la qualità dell’organizzazione — la leadership del dirigente, le pratiche collaborative tra docenti, la cultura valutativa interna — non è irrilevante. Anzi, nella scuola dell’obbligo, dove il bacino di utenza è per definizione eterogeneo e non selezionato, è quella che fa la differenza tra una scuola che aggiunge valore e una che si limita a riflettere il contesto sociale in cui opera.
Le analisi individuano tre dimensioni organizzative rilevanti nel sistema scolastico italiano: la collaborazione interna, la collaborazione esterna con il territorio e le famiglie, e la valutazione come pratica sistematica e consapevole. www.scuola7.it Tre dimensioni che non a caso sono al centro di tutto il sistema di valutazione nazionale: il RAV le misura, il Piano di Miglioramento le interviene, il PTOF le progetta.
La qualità come equità: il nodo che spesso si evita
C’è una dimensione della qualità scolastica di cui si parla troppo poco, o che viene affrontata in modo retorico senza un reale impegno operativo: la dimensione dell’equità. Una scuola di qualità non è soltanto una scuola che produce risultati alti in media; è una scuola che riduce le distanze tra studenti con background diversi, che non amplifica le disuguaglianze di partenza ma le contrasta.
Le pratiche valutative con funzione formativa, sostenute anche da scelte di politica scolastica interne come la stessa formazione delle classi, possono favorire l’equità, riducendo le differenze dei risultati di apprendimento dovute ai contesti di provenienza degli studenti. Ministero dell’Istruzione e del Merito Non è una considerazione accessoria: è il cuore della missione costituzionale della scuola pubblica italiana. L’articolo 34 della Costituzione non dice che la scuola deve far bene ai capaci e ai fortunati; dice che la scuola deve aiutare i capaci e meritevoli privi di mezzi a raggiungere i gradi più alti dell’istruzione.
Detto in modo molto diretto: una scuola che ottiene punteggi INVALSI brillanti ma li ottiene grazie a una popolazione studentesca omogenea, benestante e culturalmente privilegiata, non è necessariamente una scuola di qualità nel senso pieno del termine. Una scuola che lavora in un contesto difficile, che vede i suoi studenti crescere, che riduce la dispersione, che tiene dentro chi altri lascerebbero andare — quella scuola sta esercitando una qualità che i numeri a volte non sanno raccontare.
Le novità del triennio 2025-2028: un sistema che si affina
Il passaggio al nuovo triennio del SNV porta con sé alcune novità significative che meritano attenzione. L’anno scolastico 2025/2026 segna l’avvio di un nuovo triennio del Sistema Nazionale di Valutazione, con l’elaborazione della Rendicontazione Sociale relativa al 2022-2025 e la redazione del RAV e del Piano di Miglioramento per il 2025-2028. Tra le innovazioni più significative emerge il coinvolgimento nel SNV, per la prima volta, delle scuole dell’infanzia statali e paritarie, con sezioni specifiche del RAV che consentono di valorizzare le peculiarità di questo segmento educativo. Organismo Indipendente di Valutazione
Questa è una svolta culturale prima ancora che normativa. Per anni le scuole dell’infanzia sono rimaste ai margini dei sistemi formali di valutazione della qualità, come se l’educazione dei bambini dai tre ai sei anni non richiedesse la stessa riflessività e la stessa attenzione ai risultati che si richiede alla scuola primaria o secondaria. Includere l’infanzia nel ciclo SNV significa riconoscere che la qualità educativa si costruisce fin dai primissimi anni, e che ignorarla è un errore tanto pedagogico quanto politico.
Un’altra importante novità è l’introduzione del Questionario docente, strumento finalizzato a raccogliere la percezione e il punto di vista degli insegnanti sui processi educativo-didattici e organizzativo-gestionali. Organismo Indipendente di Valutazione È un’aggiunta preziosa, perché finora il punto di vista degli insegnanti nel sistema di valutazione era quello più silenziato. Si rilevava la soddisfazione delle famiglie, si misuravano gli apprendimenti degli studenti, si valutava il dirigente, ma i docenti — i protagonisti principali del processo educativo — restavano sullo sfondo come dato implicito. Ora che entrano esplicitamente nel sistema come soggetti che valutano e non solo come oggetti valutati, qualcosa di importante potrebbe cambiare.
La qualità che non si misura: il paradosso finale
Dopo aver attraversato tutti questi strumenti — RAV, PdM, PTOF, indicatori, benchmark, target — rimane aperta una domanda che nessun sistema formale di valutazione riesce a risolvere definitivamente. C’è una parte della qualità scolastica che sfugge alla misurazione, non perché non esista, ma perché i suoi effetti si dispiegano nel tempo lungo e in dimensioni che gli strumenti quantitativi non intercettano facilmente.
Come si misura l’insegnante che ha cambiato la vita di uno studente non perché lo ha portato a prendere dieci in matematica, ma perché lo ha aiutato a trovare la sua vocazione, a credere in se stesso, a non rassegnarsi? Come si misura la scuola che ha creato un clima di rispetto e curiosità in cui ogni bambino si sente riconosciuto? Come si misura il dirigente che ha trasformato un collegio docenti sfiduciato in una comunità professionale vitale?
La rendicontazione sociale ha la funzione di comunicare a livello pubblico le performance di un’organizzazione, e nelle Indicazioni Nazionali viene ribadito che le pratiche dell’autovalutazione, della valutazione esterna e della rendicontazione sociale sono volte al miglioramento continuo della qualità educativa. Provincia Ma il miglioramento continuo, detto davvero bene e non come formula, è anche un atteggiamento esistenziale prima che una procedura. È la disposizione di una scuola a non accontentarsi mai dello status quo, a chiedersi ogni anno cosa non ha funzionato e perché, a imparare dagli errori senza nasconderli.
Ecco perché la qualità della scuola non è un traguardo che si raggiunge una volta per tutte. È un orizzonte che si sposta sempre un po’ più avanti, ogni volta che ti avvicini. E forse è proprio questo il suo significato più profondo: non uno stato da certificare, ma un processo da abitare ogni giorno, con umiltà e determinazione.
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