Razzismo

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analisi di alcuni termini

di Lucia Balista, insegnante di scuole superiori

Il termine olocausto  viene  utilizzato già nel corso della guerra anglo-boera, per denunciare la strage di bambini, l’ “Holocaust of the Child-life” che, a causa delle terribili condizioni di vita, si consuma nei campi di concentramento in cui gli inglesi rinchiudono la popolazione civile boera. Più tardi, negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale, essa viene definita un “feroce olocausto”.

Di genocidio parla invece Rosa Luxemburg mentre infuria il gigantesco scontro che ha di mira l’egemonia planetaria e la ripartizione delle colonie, cioè dei territori nei quali – aveva già denunciato la Seconda Internazionale – le potenze dominanti sottopongono le popolazioni locali «al servaggio, al lavoro coatto e allo sterminio». Dunque, ben prima dell’avvento di Hitler al potere, la denuncia dello sterminio, del genocidio e dell’olocausto è in connessione con la denuncia dell’espansionismo coloniale e dello scontro che su questo terreno si verifica tra i diversi aspiranti al dominio (in Sud Africa si fronteggiano inglesi e boeri).

Per quanto riguarda il termine pogrom, di origine russa, la parola rinvia alla terribile condizione degli Ebrei nella Russia zarista, vittime di una violenza extralegale, perpetrata dal basso da una plebaglia tollerata o incoraggiata dall’alto, dall’autorità propriamente legale. È una tragedia che raggiunge il suo apice tra Otto e Novecento. Sono gli stessi anni in cui nel Sud degli USA un’ondata di linciaggi scatenata dal Ku Klu Klan terrorizza, tortura e massacra i neri; anche in questo caso l’impunità è garantita, come dimostrano le foto ricordo con cui gli assassini amano immortalare le loro gesta.

Per quanto riguarda invece l’espressione campi di concentramento, essa fa la sua apparizione, alla fine del secolo scorso, nel corso della repressione che le potenze spagnole scatenano contro i rivoluzionari cubani (tra i quali   rilevante è la presenza dei neri). In questo stesso periodo di tempo non è certo migliore la condizione dei neri detenuti nel Sud negli USA e costretti al lavoro coatto. Conviene fare un’ulteriore considerazione. I campi di concentramento per gli Ebrei approntati dal Terzo Reich sulla via della soluzione finale sono stati talvolta definiti Judenreservat dai caporioni nazisti, in analogia dunque con le riserve nelle quali sono stati rinchiusi gli indiani. Sono riserve “circondate da fortini e sorvegliate dall’esercito federale”.

Eugenetica, infine. Teorizzata per la prima volta da Galton, cugino di Darwin, questa nuova “scienza” suscita subito una grande eco nei più diversi ambienti culturali. È soprattutto negli USA che l’eugenetica conosce la sua più grande fortuna, e non solo sul piano teorico. A partire dalla fine dell’800 si sviluppa   un movimento che    pretende di impedire la procreazione agli elementi inclini al delitto o al parassitismo; tra il 1907 e il 1915, ben tredici Stati emanano leggi per la sterilizzazione coatta, cui devono sottostare, secondo la legislazione dell’Indiana (lo Stato che per primo si muove in questa direzione), “delinquenti abituali, idioti, imbecilli e violentatori”. Ai fini della produzione di una razza possibilmente perfetta di docili operai e strumenti di lavoro può risultare utile persino l’universo concentrazionario delle case di lavoro. Rinchiudendo qui anche i figli dei delinquenti e dei “sospetti” si potrebbe produrre una “classe indigena” che si distinguerebbe per la sua laboriosità e senso della disciplina. Ma la “razza detestabile”, portatrice del virus della sovversione, viene identificata con gli Ebrei da Hitler, il quale s’impegna a mettere decisamente in pratica, senza mezze misure, l’idea di estirpazione.

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