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Viva la Libertà di Jovanotti: quando una parola antica torna a respirare
C’è un momento preciso in cui una canzone smette di essere solo musica e diventa qualcosa che ti abita. Con Viva la libertà quel momento è quasi immediato: arriva già alla fine del primo ritornello, quando ti ritrovi a canticchiare quella parola — libertà — come se l’avessi tenuta chiusa in un cassetto da troppo tempo e qualcuno finalmente ti avesse passato la chiave.
Il brano è contenuto in Oh, vita!, il quattordicesimo album in studio di Lorenzo Cherubini, pubblicato il primo dicembre 2017. L’album segna l’inizio della collaborazione di Lorenzo con Rick Rubin, un gigante della produzione musicale mondiale, ed è stato registrato alla Villa “Le Rose” di Firenze e finalizzato allo Shangri-La Studio di Malibu, in California. Non è un dettaglio trascurabile: il paesaggio sonoro di quell’album nasce da uno strano e fertilissimo incontro tra la sensibilità mediterranea di un artista romano cresciuto a pane e hip hop e la visione essenziale, quasi monastica, di un produttore abituato a spogliare la musica di tutto il superfluo. Jovanotti stesso ha raccontato che Rick Rubin continuava a ripetere “Non sono un produttore, sono un riduttore”, e che lavorando al disco aveva notato quanto in Italia ci fosse una tendenza alla sovraproduzione.
Viva la libertà è forse il brano che più di ogni altro porta questa filosofia alle sue conseguenze estreme. Musicalmente si reggeva sui tre accordi del son cubano: Jovanotti aveva in testa della musica africana, congolese, e in particolare un pezzo che si chiama “Indépendance Cha Cha”, semplice musicalmente ma con un testo sulla libertà, sul fatto di un paese che stava conquistando la sua indipendenza. Quel contrasto — struttura elementare, parola pesantissima — era esattamente la sfida che cercava.
Una parola difficile da portarsi addosso
La cosa straordinaria di questo testo è che Jovanotti non prova a definire la libertà. Non ci cade nella trappola retorica che ha ingrigito decine di canzoni “impegnate”. Lo stesso cantautore confessava di sentirsi a disagio a caricarla di enfasi: se l’avesse fatto, sarebbe diventata una cosa patetica, inutile, che non serve a niente. E invece la libertà qui viene mostrata, quasi fotografata da angolature diverse, come si fa con un soggetto sfuggente che non vuole stare fermo davanti all’obiettivo.
Il brano si apre con una sequenza di aggettivi che si contraddicono a vicenda con una precisione quasi filosofica: “preziosa e fragile, instabile e precaria, chiara e magnetica, leggera come l’aria”. È una tattica scritturale di grande intelligenza. Ogni aggettivo positivo porta subito accanto il suo contrario o il suo rischio: la libertà è preziosa, sì, ma proprio per questo è fragile; è chiara, ma anche instabile. Non si può possedere del tutto. Non si può addomesticare. Chi ha vissuto abbastanza sa che la libertà vera non è mai comoda — è esattamente quella sensazione ambivalente che Jovanotti riesce a mettere in poche sillabe.
Poi arriva un’immagine bellissima: “sempre moderna anche quando è fuori moda / sempre bellissima cammina per la strada”. La libertà non chiede permesso alle tendenze del momento. Va avanti per conto suo, cammina, esiste indipendentemente dal fatto che qualcuno la riconosca o la valorizzi. C’è in questi versi un ottimismo che non è ingenuo, ma guadagnato — quello di chi sa che i valori fondamentali sopravvivono ai loro travisamenti storici.
Il corpo della libertà
Nella seconda strofa il testo compie un salto audace: la libertà acquista un corpo. “Ha mille rughe ma è sempre giovane / ha cicatrici qua, ferite aperte là”. È una scelta poetica di grande efficacia, perché ci ricorda che la libertà non arriva mai vergine, intatta, senza storia. Viene da lotte, da compromessi, da ferite reali. Chi la incontra davvero la incontra sempre segnata. Eppure — e qui sta il nocciolo — “se ti tocca lei ti guarirà / ha labbra morbide, braccia fortissime / e se ti abbraccia ti libererà”. La libertà non è solo un concetto: è quasi un essere vivente che può fare del bene fisico, che abbraccia e guarisce. È una figura materna nella sua forma più antica.
Questo diventa esplicito nella terza strofa, quella più dichiaratamente emotiva: “Io ti difenderò, madre dolcissima / esigentissima, fantasmagorica / atletica, magnetica / volatile e poetica”. L’accumulazione aggettivale qui torna, ma con una carica affettiva completamente diversa dall’apertura. Non si tratta più di descrivere una qualità astratta, ma di rivolgersi direttamente a qualcuno — qualcuno a cui si vuol bene, qualcuno che si intende proteggere. La libertà diventa un ente personale, quasi familiare, nei confronti del quale si sente una responsabilità.
La politica del “Viva”
Jovanotti stesso ha spiegato che anni prima non avrebbe usato così facilmente la parola libertà. La considerava svuotata, logora. Ma poi ha capito che ogni generazione ha la necessità di ridare importanza a certe parole, come si fa con l’amore: “Due parole poco amate dai cantautori, svuotate dal loro vero significato, e allora ci devi soffiare dentro per riscoprirne lo spirito.”
È un ragionamento che vale la pena seguire. Il 2017 è un anno in cui la parola “libertà” circola moltissimo, spesso strumentalizzata da ogni parte dello spettro politico, brandita come clava nei dibattiti sull’immigrazione, sul nazionalismo, sull’identità culturale. Jovanotti non entra in quel campo minato. Non ci vuole entrare. Sceglie invece un’accezione di libertà che appartiene a tutti: quella dei “donne e uomini, gli esseri umani / piante selvatiche e tutti gli animali / spiriti liberi, ovunque siate voi / fatevi vivi, manifestatevi”. È una libertà cosmica, biologica quasi, che include gli animali, le piante, tutto ciò che cresce senza chiedere il permesso. Non è una posizione apolitica — è politica in senso profondo, nel senso che riguarda il modo in cui si concepisce la vita comune.
E poi c’è quel finale che cambia tutto: “La voglio qui per me, la voglio qui per te / la voglio anche per chi non la vuole per sé”. È forse il verso più bello del brano, e forse uno dei più intelligenti che Jovanotti abbia mai scritto. Volere la libertà anche per chi non la vuole per sé è una posizione matura, adulta, quasi stoica. Significa che la libertà non è un privilegio da concedere agli amici o da negoziare coi meritevoli. È universale o non è. E questa affermazione, pronunciata con la semplicità di chi l’ha davvero capito, pesa quanto un trattato di filosofia politica — ma si canta con il sorriso.
“Elementare” non significa semplice
Lo stesso Jovanotti ha definito il brano “elementare”, realizzato con elementi essenziali. Ma c’è una differenza enorme tra elementare e banale, e questa canzone lo dimostra bene. La semplicità della struttura musicale — quel ritornello ripetuto come una filastrocca, quasi una nenia liturgica — serve a creare qualcosa che assomiglia a un rito collettivo. Non a caso, Viva la libertà è il pezzo con cui Jovanotti ha chiuso la scaletta di tutti i concerti del Lorenzo Live 2018: alla fine dello show, quando si riaccendono le luci del palasport, dopo aver ballato e cantato insieme, ci si guarda in faccia e per un attimo quella parola prende forma e ha di nuovo senso.
Questo è il vero obiettivo del brano: non convincere intellettualmente, ma creare un’esperienza condivisa. La libertà non si spiega — si sente, si vive per un momento in quella comunità temporanea che è un concerto. Come ha scritto qualcuno, “Che cos’è la libertà nessuno lo sa dire, ma quando c’è si fa riconoscere, e poi scappa di nuovo, e bisogna andare a cercarla, e così all’infinito.” Ed è esattamente questa natura inafferrabile che il testo riesce a catturare senza mai fissarla del tutto — come si fa con le cose vive.
Perché vale la pena ascoltarla (ancora)
In un panorama musicale italiano dove i testi spesso rinunciano in partenza a dire qualcosa di reale, Viva la libertà sceglie una via diversa: quella della densità nascosta nella semplicità. Non è una canzone facile nel senso di frivola. È facile nel senso di accessibile, nel senso che chiunque — a qualunque età, con qualunque storia — può farla sua senza bisogno di decodifiche.
L’album di cui fa parte segna una nuova tappa nella carriera di Jovanotti: grazie all’arte maieutica di Rick Rubin, Lorenzo lascia i ritmi prepotenti e i bassi incessanti del rap più adrenalinico per confrontarsi con uno stile più maturo, personale, controtendenza rispetto alle possibilità della tecnologia, con sonorità essenziali, naturali, acustiche, in cui il suo tipico sound funky e hip hop raggiunge un equilibrio con il cantato.
Viva la libertà è, in questo senso, il punto di arrivo naturale di tutto quel percorso. Una canzone che parla di qualcosa di grandissimo con gli strumenti più piccoli che esistano: una voce, una chitarra, qualche accordo e una parola che nessuno sa esattamente cosa significhi, ma tutti sanno riconoscere quando la sentono.
Quando arriva, si fa sentire. E quando se ne va, bisogna andare a cercarla.




