Didone e Anna

Sharing is caring!


Virgilio, Eneide, IV, 1-30

di Carlo Zacco

 

Libro IV

 

Didone e Anna (1-30)

 

At

iamdudum

regina

saucia

gravi cura

alit

vulnus

venis

et carpitur

Ma

ormai

la regina

ferita

da un grave affanno

alimenta

la ferita

nelle vene

ed è presa

 

igni

caeco.

Recursat

animo

multa

virtus

viri

multusque honos

 

da un fuoco

nascosto.

Le ritornano

in mente

la grande

virtù

dell’eroe

e i molti onori

 

 

gentis;

haerent infixi

pectore

vultus

verbaque,

nec cura dat

placidam

della sua stirpe;

le restano fissi

nel cuore

il volto

e le parole,

e l’affanno non dà

la placida

 

quietem

membris.

Aurora

postera

lustrabat

terras

lampade

Phoebea

quiete

alle membra.

Laurora

del giorno dopo

illuminava

le terre

con la sua luce

Febea

 

umentemque umbram

dimoverat

polo,

cum,

male sana,

sic

adloquitur

e lumida ombra

aveva allontanato

dal polo,

quando,

già perturbata,

così

si rivolge

 

un’animam sororem:

‘Anna soror,

quae insomnia

terrent

me suspensam!

 

alla sorella concorde:

« Anna, sorella,

che incubi

terrorizzano

me sospesa!

 

 

quis hospes

novus

successit

hic

nostris sedibus,

quem

sese ferens

ore,

quale ospite

straordinario

è entrato

qui

nel nostro palazzo, 

come

si mostrava

nell’aspetto,

 

quam

pectore forti

et armis!

Credo equidem,

nec vana fides,

come [si mostrava]

nel petto forte

e nelle spalle!

Credo davvero,

e non credo di sbagliarmi,

 

esse

genus

deorum.

Timor

arguit

animos

degeneres.

Heu,

quibus fatis

che sia

di stirpe

divina.

Il timore

agita

gli animi

vigliacchi.

Ahi,

da quali fati

 

ille iactatus!

quae

bella

exhausta

canebat!

Si non mihi

sederet

animo

è stato agitato!

che

guerra

sofferte

raccontava!

Se non mi

stesse fermo

nell’animo

 

fixum immotumque

ne me vellem

sociare

cui

vinclo iugali,

 

una decisione salda e incrollabile

di non volermi

unire

ad alcuno

nel vincolo nuziale,

 

 

postquam

primus amor

fefellit

morte

deceptam;

si non fuisset [me]

pertaesum

dopo che

il primo amore

tradì

con la morte

me ingannata;

se non fosse [per me]

odioso

 

thalami taedaeque,

huic uni culpae

forsan

potui succumbere.

il letto e le fiaccole nuziali,

a questa sola colpa

forse

potrei soccombere.

 

Anna,

(fatebor enim)

post fata

miseri coniugis Sychaei,

et penatis

sparsos

Anna,

(lo confesso)

dopo la morte

del mio povero marito Sicheo,

e la casa

imbrattata

 

caede

fraterna,

solus hic

inflexit sensus

que impulit

animum

dalla strage

fraterna,

solo costui

ha piegato i miei sentimenti

e ha colpito

il mio animo

 

labantem.

Agnosco

vestigia

veteris flammae.

Sed optem

vel prius

dehiscat mihi

vacillante.

Conosco

i segni

dell’antica fiamma.

Ma voglio che

o prima

mi si apra

 

tellus ima,

vel pater omnipotens

adigat me

fulmine

ad umbras

pallentis umbras

la terra sotto i piedi,

o il padre onnipotente

mi cacci

col fulmine

tra i morti,

e le pallide ombre

 

 

Erebo

noctemque profundam,

ante quam,

pudor,

te violo

aut tua iura resolvo.

dellErebo

e la notte profonda,

prima che,

o pudore,

io ti vìoli

o sciolga i tuoi giuramenti.

 

Ille qui

primus

me sibi iunxit,

abstulit

meos amores;

ille

habeat secum

 

Quello che

per primo

mi unì a sé,

mi sottrasse

il mio amore;

egli

lo abbia con sé

 

 

servetque sepulcro.’

Sic effata

implevit

sinum

lacrimis obortis.

 

e il sepolcro lo conservi».

Detto questo

riempì

la veste

di lacrime dirotte.

 

 

Il temporale fatale (160-197)

 

Interea

caelum

incipit

misceri

magno murmure,

insequitur

nimbus

Intanto

il cielo

comincia

a turbarsi

con grande fragore,

segue immediatamente

un acquazzone

 

commixta grandine,

et comites Tyrii

passim

et Troiana iuventus

Dardaniusque nepos Veneris

petiere

misto a grandine,

e i compagni Tiri

qua e là

e i giovaniTroiani

e il Dardanio nipote di Venere

cercano

 

metu

tecta

diversa

per agros;

ruunt

de montibus

amnes.

Dido

et dux Troianus

con timore

ripari

diversi

per i campi;

precipitano

dai monti

i torrenti.

Didone

 e il capo Troiano

 

deveniunt

spel’uncam eandem.

Prima

et Tellus

et pronuba

Iuno

dant signum;

giungono

in una stessa caverna.

Per prime

e la Terra

e la pronuba

Giunone

danno il segnale;

 

fulsere ignes

et aether

conscius conubiis,

summoque vertice

ulularunt

Nymphae.

rifulsero le folgori

e letere

consapevole del connubio,

e dalle più alte vette

ululano

le Ninfe.

 

Ille

fuit primus

dies

leti

primusque

causa

malorum;

neque enim

Dido

movetur

Quel

fu il primo

giorno

di morte

e il primo

causa

di sventure;

né poi

Didone

di preoccupa

 

specie

famave,

nec meditatur

iam

amorem

furtivum:

coniugium vocat,

di apparenze

o di fama,

né pensa

ormai

a un amore

nascosto:

lo chiama connubio,

 

hoc nomine

praetexit culpam.

con questo nome

nasconde la colpa.

 

La fama

 

Extemplo

Libyae

Fama

it

per magnas urbes.

Fama,

qua

non aliud malum ullum

 

Subito

in Libia

la Fama

va

per grandi città,

la Fama,

risp. alla ql

nessun altro malanno

 

 

velocius:

viget

mobilitate

virisque adquirit

eundo,

primo

parva metu,

è più veloce:

possiede vigore

di movimento

e acquista forza

con l’andare,

dapprima

per il timore,

 

mox

sese attollit

in auras

ingrediturque solo

et condit caput

inter nubila.

Terra parens,

presto

si solleva

per aria

e avanza nel suolo

e cela il capo

tra le nubi.

La madre terra,

 

inritata ira deorum,

illam progenuit

extremam,

ut perhibent,

sororem

Coeo

 

incitata dallira contro gli dei,

la generò

per ultima,

come dicono,

come sorella

di Ceo

 

 

Enceladoque,

pedibus celerem

et pernicibus alis,

monstrum horrendum,

ingens,

cui

 

e di Encelado,

veloce nei passi

e di ali infaticabili,

mostro orrendo,

enorme,

alla quale

 

 

quot sunt

plumae corpore,

tot

(mirabile dictu)

oculi

vigiles

subter,

tot linguae,

 

quante sono

le piume in corpo,

tanti

(mirabile a dirsi)

occhi

vigili

ha sotto,

e tante lingue,

 

 

 

totidem ora sonant,

tot subrigit auris.

Nocte

volat

stridens

medio caeli

terraeque

e altrettante bocche parlano,

e orecchi protende.

Di notte

vola

stridendo

tra il cielo

e la terra

 

per umbram,

nec

declinat

lumina

dulci somno.

Luce

sedet

custos

aut summi culmine

nell’ombra,

e non

chiude

gli occhi

al dolce sonno.

Di giorno

siede

spiando

o sul culmine

 

tecti,

aut altis turribus,

et territat

magnas urbes,

tenax

nuntia

tam

ficti

dun tetto,

o sulle alte torri,

e va terrorizzando

grandi città,

tenace

messaggera

tanto

del falso

 

pravique

quam

veri.

Tum

haec

gaudens

replebat

populos

multiplici sermone,

 

e del malvagio

quanto

del vero.

Allora

costei

esultante

riempiva

la gente

di varie dicerie,

 

 

et pariter

canebat

facta atque infecta:

venisse

Aenean,

cretum

Troiano sanguine,

cui viro

e parimenti

cantava

cose vere e false:

che era giunto

Enea,

nato

da sangue Troiano,

e che a lui

 

pulchra Dido

dignetur

se iungere;

nunc fovere

quam longa hiemem

inter se luxu,

la bella Didone

si era degnata

di unirsi;

che ora passavano

tutto l’inverno

in reciproche mollezze

 

immemores

regnorum

captos

turpique

cupidine.

 

 

 

immemori

dei loro regni,

presi

da turpe

passione.

 

 

 

 

Haec

dea foeda

diffundit

passim

in ora

virum.

Protinus

detorquet cursus

 

Questo

la malvagia dea

spargeva

qua e là

sulle bocche

degli uomini

Subito

volge il passo

 

 

ad regem

Iarban

incenditque

dictis

animum

atque aggerat

iras.

verso re

Iarba

e infiamma

con parole

il suo animo

e ne fomenta

lira.

 

 

Laddio di Enea (296-392)

 

At

regina

praesensit

(quis

possit

fallere

amantem?)

dolos

que excepit

Ma

la regina

presentì

(e chi

potrebbe

ingannare

un inamorata?)

le trame

e colse

 

prima

motus futuros,

omnia timens

tuta

Eadem impia Fama

detulit

per prima

le mosse future,

temendo tutto

[lei che era stata troppo] sicura.

La stessa empia Fama

riferì

 

furenti

classem

armari,

que parari

cursum.

Saevit

inops animi

totamque

a lei furente

che la flotta

veniva armata,

e che si preparava

la partenza.

Infuria

fuori di sé

e tutta

 

incensa

bacchatur

per urbem,

qualis

Thyias

excita

commotis sacris,

infiammata

si aggira come una baccante

per la città,

come

una Tiade

eccitata

al destarsi dei riti,

 

ubi,

audito Baccho,

stimulant

orgia

trieterica

nocturnusque Cithaeron

vocat

cl’amore.

quando,

udito Bacco,

la stimolano

le orge

triennali

e il notturno Citeone

la richiama

con grida.

 

Tandem

compellat

ultro

Aenean

his vocibus:

‘sperasti etiam,

perfide,

posse

E finalmente

colpisce

per prima

Enea

con queste parole:

«hai sperato,

spergiuro,

di poter

 

dissimulare

tantum nefas

tacitusque

decedere

mea terra?

nec tenet te

noster amor

nec te

dissimulare

una tale infamia

e in silenzio

lasciare

la mia terra?

non ti trattiene

il nostro amore

 

dextera

quondam

data,

nec Dido

moritura

funere

crudeli?

quin etiam

la mano

che un giorno

mi hai data,

né Didone

destinata a morire

di morte

prematura?

e anzi

 

properas

moliri

classem

hiberno sidere

et ire per altum

mediis Aquilonibus,

 

 

ti affretti

a mettere in moto

la flotta

sotto le stelle invernali

e prendere il largo

in mezzo ai venti,

 

 

 

crudelis?

quid,

si

non peteres

arva aliena

domosque ignotas,

et Troia antiqua

maneret,

spietato?

che,

se

non cercassi

terre straniere

e ignote dimore,

e Troia antica

f. ancora in piedi,

 

Troia peteretur

classibus

per undosum aequor?

mene fugis?

ego te oro,

per has lacrimas

andresti a Troia

con le navi

nel mare tempestoso?

fuggi da me?

io ti prego

per queste lacrime

 

dextramque tuam

(quando

nihil aliud

ipsa iam reliqui

mihi miserae)

per conubia nostra,

e per la tua mano

(poiché

null’altro

ho lasciato

a me sventurata)

per il nostro connubio,

 

per inceptos hymenaeos,

si bene quid de te merui,

aut fuit tibi dulce

quicquam meum,

miserere

per liniziato matrimonio,

se bene di te meritai,

o ti fu dolce

qualcosa di me,

abbi pietà

 

domus

labentis

et exue

istam mentem,

si adhuc

quis locus

precibus.

della casa

che crolla

e abbandona

questo pensiero,

se ancora

c’è posto

per le preghiere.

 

 

 

shares