Guido Gozzano

di Carlo Zacco

Guido Gozzano (1883 – 1916)

La vita. Nasce a Torno nel 1883 da una buona famiglia borghese e trascorre la sua giovinezza tra Torino e il Canavese, dove i suoi posseggono una villa. Dopo il liceo si iscrive a giurisprudenza senza conseguire la laurea e piuttosto seguendo le lezioni della facoltà  di Lettere: tra il 1903 e il 1906 inizia a scrivere i primi versi, e ad accusare i primi segni della malattia che lo porterà  alla morte nel 1916. La sua raccolta più significativa è ovviamente I colloqui, pubblicata nel 1911. Nella sua produzione c’è anche un romanzo, scritto a seguito di un viaggio in India nel 1912 in cerca di un clima salubre per la sua tubercolosi.

L’ultima infedeltà , in I colloqui, 1911

L’ironia. Il titolo I colloqui la dice già  lunga sul profilo che questa poesia vuole prendere: profilo basso, quotidiano, colloquiale, del tutto in linea con la tendenza crepuscolare di cui il poeta fa parte. Tuttavia, il tratto più significativo della poesia di Gozzano (che tese in verità  a ripetere sempre gli stessi motivi iterati con stanca ostinazione) è l’ironia, anzi, l’autoironia.

La tristezza. Il motivo di questa poesia è la tristezza. Il poeta ci parla qui di uno stato di tristezza che ha accompagnato costantemente la sua vita nell’infanzia, e poi nell’adolescenza, per arrivare ad essere addirittura oggetto di rimpianto nella vita adulta, quando ad essa si è sostituita la noia di un’anima corrosa: in sostanza rimpiange anche la tristezza, che nel bene o nel male dava un volto al suo carattere.

In questa poesia non c’è ironia, ma viene all’uso l’atteggiamento ironico con cui il poeta affronta la sua vuota quotidianità .

Il verso. Sonetto petrarchesco, senza una sbavatura. Ma il metro tradizionale sotto la penna di Gozzano si mostra insieme a tutta la polvere che i secoli hanno accumulato sopra di esso: la forma sonetto non viene usata qui per la sua nobiltà , ma per l’usura del tempo cui è sottoposta, che rende ancora più facile l’uso della parodia. Se D’Annunzio colloca i suoi arcaismi in un discorso declamato e un’atmosfera magniloquente, Gozzano li colloca in un contesto inequivocabilmente caricaturale: possiamo dire che se D’Annunzio è la ricostruzione di un bel colonnato neoclassico splendente, Gozzano è più la colonnetta dal capitello mezzo-smozzicato e con qualche rigagnolo grigioverde di un giardinetto trascurato.

Invernale, in I colloqui, 1911

Stile narrativo. Qui la poesia racconta, non stati d’animo o visioni interiori di emozioni e sensazioni ma veri fatti concreti: siamo di fronte alla scena i cui protagonisti sono una allegra e chiassosa brigata di giovani che stanno pattinando su di un lago ghiacciato. Tra essi spicca la vitalità  e l’ardimento di una fanciulla che vuole continuare a compiere le sua ampie volute sul ghiaccio mentre tutti gli altri si sono ritirati per aver sentito la lastra ghiacciata scricchiolare; il poeta tenta invano di adeguarsi a tanta spregiudicatezza, ma dopo l’ennesimo cricch, si ritira spaventato e con l’appellativo di vile di lei.

Vitalità /Inettitudine. Se la fanciulla rappresenta la vitalità  tipica delle filosofie fin de siecle, il poeta rappresenta invece l’inettitudine tipica del nuovo modello umano novecentesco.

Linguaggio. Il linguaggio non è nuovo, ma è nuova la situazione psicologica che con estrema verosimiglianza vi viene rappresentata. Sono anzi riprese delle espressioni dantesche, che in questo contesto tutto nuovo esaltano ancora di più il senso di straniamento. Alcuni riferimenti dantisti: a) il largo volo cui segue il folle accordo: per non dire folle volo; b) le larghe rote; c) l’aggettivo gaietto; d) la rima vetro:tetro; il cricch che riprende l’onomatopeico non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

  1. 12: c’è qui un piacere tutto dannunziano per il rischio di restare sul ghiaccio che scricchia, in preda alla passione che rende sordi di fronte al pericolo;
  2. 30: ecco qui l’inettitudine in contrapposizione col superomismo dannunziano: l’uomo fugge via perché non è all’altezza della situazione e rinuncia anche all’amore; il poeta si fa fregare da ‘na femmena..

v.42: quel modello di vita viene definitivamente rifiutato.

INVERNALE (dai Colloqui, 1911)

«…. cri…. i…. i…. i…. icch….
l’incrinatura
il ghiaccio rabescò, stridula e viva.
«A riva!» Ognuno guadagnò la riva                                              3
disertando la crosta malsicura.
«A riva! A riva!…» Un soffio di paura
disperse la brigata fuggitiva.                                                           6

«Resta!» Ella chiuse il mio braccio conserto,
le sue dita intrecciò, vivi legami,
alle mie dita. «Resta, se tu m’ami!»                                              9
E sullo specchio subdolo e deserto
soli restammo, in largo volo aperto,
ebbri d’immensità , sordi ai richiami.                                            12

Fatto lieve cos’ come uno spetro,
senza passato più, senza ricordo,
m’abbandonai con lei, nel folle accordo,                                       15
di larghe rote disegnando il vetro.
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più tetro….
dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più sordo…                                  18

Rabbrividii cos’, come chi ascolti
lo stridulo sogghigno della Morte,
e mi chinai, con le pupille assorte,                                                  21
e trasparire vidi i nostri volti
già  risupini lividi sepolti….
Dall’orlo il ghiaccio fece cricch, più forte….                                  24

Oh! Come, come, a quelle dita avvinto,
rimpiansi il mondo e la mia dolce vita!
O voce imperà¯osa dell’istinto!                                                          27
O voluttà  di vivere infinita!
Le dita liberai da quelle dita,
e guadagnai la ripa, ansante, vinto….                                             30

Ella sola restò, sorda al suo nome,
rotando a lungo nel suo regno solo.
Le piacque, alfine, ritoccare il suolo;                                               33
e ridendo approdò, sfatta le chiome,
e bella ardita palpitante come
la procellaria che raccoglie il volo.                                                    36

Non curante l’affanno e le riprese
dello stuolo gaietto femminile,
mi cercò, mi raggiunse tra le file                                                         39
degli amici con ridere cortese:
«Signor mio caro, grazie!» E mi protese
la mano breve, sibilando: – Vile! –                                                        42

Audio Lezioni sulla Letteratura del novecento del prof. Gaudio

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