
Scuola: l’equivoco sull’intelligenza artificiale
21 Maggio 2026
Yellow Canary (lyrics & music by Gianni Peteani)
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📑 Alcuni alunni hanno chiesto al preside di farsi delle domande sul suo ruolo e rispondere
1. Che cosa mi piace di più del mio lavoro a scuola?
La risposta più onesta è anche quella che potrebbe sembrare la più banale, eppure è la più vera: mi piace che ogni giorno sia diverso dal precedente. La scuola è un organismo vivo, fatto di persone — studenti, insegnanti, famiglie, personale — e le persone non si ripetono mai. Ogni mattina che entro nell’istituto porto con me una certa dose di aspettativa, quasi come se stessi aprendo un libro di cui non conosco ancora il capitolo del giorno.
Mi piace anche, e forse soprattutto, il fatto che questo lavoro abbia a che fare con qualcosa di duraturo. Le decisioni che si prendono qui, i valori che si trasmettono, le relazioni che si costruiscono, lasciano una traccia nelle persone. Non è un lavoro che si esaurisce in un risultato immediato e misurabile: è un lavoro che lavora nel tempo, spesso in silenzio.
2. Qual è la cosa più importante che cerco di insegnare ai ragazzi?
Se dovessi scegliere una sola cosa — e la domanda mi costringe a farlo — direi la capacità di stare nell’incertezza senza averne paura. Viviamo in un’epoca che promette risposte immediate a tutto, che vuole che tu sappia già cosa fare, chi essere, dove andare. La scuola, invece, dovrebbe essere il luogo in cui si impara a fare le domande giuste, anche quando le risposte tardano ad arrivare.
Poi, naturalmente, c’è il rispetto: per sé stessi, per gli altri, per le idee diverse dalle proprie. Ma il rispetto senza la curiosità è sterile. Vorrei che i ragazzi uscissero da scuola non solo con nozioni, ma con quella fiamma viva che li spinge a chiedersi il perché delle cose.
3. Com’è cambiata la scuola negli ultimi anni?
È cambiata moltissimo, e in modi che a volte si contraddicono tra loro. Da un lato, c’è stata una straordinaria apertura verso la complessità del mondo reale: oggi la scuola parla di inclusione, di diversità , di sostenibilità , di competenze digitali, di cittadinanza globale. Sono conquiste importanti, che non vanno date per scontate.
Dall’altro lato, mi rendo conto che la velocità con cui tutto cambia fuori dalla scuola ha creato una certa fatica dentro di essa. I ragazzi arrivano in classe con un mondo già molto affollato in testa — notifiche, immagini, notizie, stimoli continui — e a volte la scuola fatica a competere con quel frastuono. Non perché abbia meno valore, anzi: proprio perché il suo valore è diverso, più lento, più profondo. E il profondo, oggi, richiede un po’ più di sforzo per essere raggiunto.
La pandemia, poi, ha lasciato il segno. Ha messo alla prova tutti — studenti, docenti, famiglie — e da quella prova siamo usciti un po’ diversi. Più consapevoli, forse, di quanto la presenza fisica, la condivisione di uno spazio comune, abbia un valore che nessuno schermo può sostituire del tutto.
4. Qual è il momento più bello della giornata scolastica?
Senza esitazione: quello degli incontri non programmati. Quando incrocio uno studente nel corridoio e nasce una conversazione inaspettata. Quando un ragazzo mi ferma per dirmi qualcosa che ha letto, o una cosa che lo ha fatto arrabbiare, o una domanda che non riesce a togliersi dalla testa. In quei momenti sento che la scuola funziona davvero, perché sta accadendo qualcosa al di là del programma, al di là degli orari.
C’è anche un momento più formale che amo: l’inizio dell’anno scolastico, quando tutto sembra ancora possibile e c’è nell’aria una specie di energia collettiva, una promessa condivisa. Ogni settembre è una piccola rinascita.
5. Che messaggio vorrei dare agli studenti?
Vorrei dirvi di non avere fretta di diventare adulti nel senso sbagliato del termine — cioè quella versione di adulto che smette di meravigliarsi, che sa già tutto, che non si lascia sorprendere. Quella non è maturità : è soltanto stanchezza travestita da saggezza.
La scuola, con tutti i suoi limiti, è uno dei pochi luoghi in cui si ha ancora il permesso di sbagliare, di ricominciare, di cambiare idea. Non sprecate quel privilegio. Leggete, discutete, dissentite — anche con i vostri insegnanti, anche con me — ma fatelo con argomenti, con rispetto, con la voglia di capire prima ancora che di convincere.
E poi: curate le relazioni umane. Il compagno di banco, il professore con cui non andate d’accordo, il bidello che vi saluta ogni mattina. La scuola è fatta di persone, e le persone sono la cosa più interessante che esista.
Il Dirigente Scolastico Luigi Gaudio

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