La crisi globale non è finita

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Intervista al filosofo Andrea Braggio

di Michele Moiso, docente universitario e visiting scholar alla University of California a Berkeley

traduzione di Saverio Vincenzi

L’uomo è vittima delle logiche del libero mercato, il quale ha saputo nel tempo favorire una precisa costruzione sociale nella quale apprendiamo come consumare e quale valore attribuire al nostro tempo, alla felicità e ai nostri simili.

 Andrea Braggio

C’è chi li considera precursori del futuro, anticipatori di una società nuova, libera dalle ingiustizie del mercato, tecnologicamente più avanzata ma più rispettosa dell’ambiente. Per altri sono invece solo intellettuali e attivisti di paesi diversi che hanno dato vita a un ripensamento generale dell’attuale sistema socioeconomico a partire dalla messa in discussione del pensiero neoliberista che domina l’attuale economia mondiale. Sono i filosofi della condivisione: uomini provenienti da settori disciplinari diversi accomunati dal desiderio di offrire nuove idee per riorientare la società verso una nuova alleanza fra uomo e uomo e fra uomo e natura, al fine di creare condizioni di maggiore armonia e benessere fra le persone e ridurre l’impatto ecologico. Questa alleanza si caratterizza per l’accento posto sui valori della pace, della giustizia e della libertà e fa leva sul principio secondo cui all’avidità è preferibile la condivisione, alla competizione la cooperazione.

Secondo la filosofia della condivisione, la crisi finanziaria globale accentuatasi a partire dal 2008 non rappresenterebbe altro che un campanello d’allarme per l’umanità, la quale si troverebbe a un passo da una svolta storica fondamentale. Ogni individuo sarebbe infatti chiamato presto a compiere una scelta decisiva di vita: accettare o meno di continuare a vedere e valutare il mondo attraverso il prisma difettoso dei mercati; accettare o meno di condividere, di aprirsi a una vita più umana e solidale, a un’economia in cui prevale la collaborazione fra gli individui piuttosto che la competizione.

Secondo la filosofia della condivisione, la crisi globale dimostra che la finanza è deragliata, che l’economia di mercato è trainata da fattori che quasi non conosciamo – come il “sistema bancario ombra” – e che era, ed è tuttora, guidata da speculatori spericolati insensibili al benessere sociale, allo sviluppo comune e alle sorti dell’ambiente.

Questa crisi ancora in corso è tanto più grave e inaspettata perché – come del resto quasi tutte le crisi che hanno periodicamente colpito il capitalismo – è stata preceduta da una fase di euforia e di cecità generalizzata.

L’attuale sistema economico appare fuori controllo, è diventato caotico e difficile da governare; ha favorito la messa in discussione dei dogmi su cui si regge l’intera architettura ideologica neoliberista, ovvero che i mercati sono sempre razionali ed efficienti, allocano bene le risorse, tendono verso l’equilibrio e sono in grado di autoregolarsi senza un intervento esterno.

Sorge così la necessità di ripensare l’economia, umanizzandola ed emancipandola in modo radicale dai dogmatismi del libero mercato. È in gioco la credibilità di una disciplina finora dominata da una scuola di pensiero iperliberista tanto aggressiva e intollerante verso le altre scuole quanto assai poco indipendente, per non dire spesso servile, rispetto ai poteri consolidati. Non solo gli economisti liberisti non avrebbero previsto la crisi, ma quasi sempre l’avrebbero addirittura peggiorata con ricette di deregolamentazione che hanno aggravato la malattia speculativa. Siamo di fronte a una scienza solo un po’ fallace o a una dottrina metafisica in cui il mercato, la competizione e la ricerca esclusiva del profitto sono diventati totem ai quali bisogna sacrificare tutto, compresa l’osservazione della realtà e la ragionevolezza?

Ne abbiamo discusso con il filosofo Andrea Braggio, uno dei più importanti esponenti della filosofia della condivisione.

 

È possibile individuare i fattori principali che hanno determinato la crisi recente?

All’origine della crisi finanziaria, vi sono senza dubbio tre macrosquilibri strutturali legati fra loro: la disuguaglianza crescente dei redditi a sfavore del lavoro e a favore del capitale, soprattutto speculativo; l’asimmetria delle informazioni, dovuta all’opacità del sistema finanziario ombra formatosi come un vero e proprio cancro nell’economia; la concentrazione del potere statale in ristrettissime élites legate alle potenti lobby finanziarie e del business, che si è realizzata a scapito della società civile e della vita democratica.  

 

Diversi economisti ritengono che l’ideologia che sta alla base del fondamentalismo di mercato andrebbe sostituita con nuovi paradigmi che siano finalmente in grado di penetrare la complessità della realtà economica e di prevederne con buona approssimazione le evoluzioni.

Quali sono secondo lei i limiti più evidenti dell’attuale scienza economica?

L’economia riguarda la produzione dei beni per sopravvivere e vivere meglio. Pur avendo una sua autonomia, non può essere pericolosamente svincolata da relazioni, contesti e valori che danno un senso all’attività produttiva e che mutano nel tempo.

I dogmi neoliberisti che stanno alla base dell’attuale sistema socioeconomico non riconoscono – o preferiscono non riconoscere – il fatto che l’attività produttiva, fondamentale per la sopravvivenza della specie, è sempre stata legata e lo sarà sempre alle altre attività umane come la politica, che riguarda il governo della società e dell’economia; la morale, che concerne il sentimento di correttezza e legittimità delle relazioni umane; la religione e la cultura, che cercano di dare un senso ai nostri sforzi e all’esistenza umana. Il difetto fondamentale della nostra scienza economica attuale è il fatto di basarsi su astrazioni prive di senso e di aver coscientemente ignorato il rapporto con le altre discipline umane, come la sociologia, la psicologia, la politica e la morale. Essa ha ignorato del tutto il rapporto fra gli individui e la società. Dietro il paravento della sua presunta fredda neutralità scientifica, non è riuscita neppure a prevedere una crisi di dimensioni epocali che sta mettendo in ginocchio il mondo.

 

È un po’ ciò che ha affermato Karl Polanyi, con il quale la filosofia della condivisione pare aver mantenuto un rapporto di continuità.

Sì, Polanyi ha formulato una critica originale della società di mercato, nella quale l’economia è scorporata dai rapporti sociali, e dell’economia classica e neoclassica, basate sul dogma della capacità di autoregolazione del mercato.

Secondo Polanyi, permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità e dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società. La presunta merce “forza-lavoro” non può infatti essere fatta circolare, usata indiscriminatamente e neanche lasciata priva di impiego, senza influire anche sull’individuo umano che risulta essere il portatore di questa merce particolare.

 

Come è possibile che teorie astratte e svincolate dalla realtà concreta abbiano dominato e continuino a dominare la scienza economica?

Il problema consiste nel fatto che più le scienze sono vicine al potere – come l’economia e la politica che riguardano proprio discipline connesse inevitabilmente ai poteri e agli interessi più consolidati e forti della società – più sono partigiane, tendenziose e incapaci di valutare bene i fatti e di proporre soluzioni efficienti per la risoluzione dei problemi. Il neoliberismo è stato spesso così vicino ai poteri dominanti da non riconoscere i punti critici del mercato finanziario e gli squilibri dell’economia. Troppi economisti hanno seguito le teorie dominanti perché il conformismo quasi sempre premia la carriera nel mondo accademico, della finanza e della politica. L’attuale crisi richiede invece di ritrovare una prospettiva che rimetta al centro l’uomo e non semplicemente i risultati finanziari.

 

Lei ha più volte sostenuto che solo la condivisione rappresenta la chiave di volta di un sistema socioeconomico in grado di garantire la sopravvivenza del genere umano, ora più che mai in pericolo a causa di una crisi ecologica di cui nessuno si è mai voluto occupare per davvero.

Il mercato nasce dalla combinazione dinamica degli interessi dei diversi attori e dagli egoismi dei singoli in competizione fra loro, ma la competizione fra attori egoisti non porta di per sé al benessere generale e non favorisce di certo la risoluzione degli attuali problemi, in particolare quelli ambientali. Occorre ricostruire una scienza economica aperta ai problemi concreti dei lavoratori, aperta alle diverse discipline, alle differenti interpretazioni e ai diversi punti di vista, che cominci da subito a mettere al centro della sua riflessione l’uomo e i suoi diritti fondamentali e che smetta di considerare il lavoro una merce sacrificata sull’altare dello sviluppo economico e della competizione globale. Ho più volte sostenuto la necessità che esperti di settori diversi si riuniscano dando vita a un primo, serio e generale ripensamento della scienza economica all’interno di un contesto etico costruito sulla condivisione delle risorse, sulla compassione umana, sull’altruismo, sul rispetto delle norme sociali e contrattuali e in grado di affrontare i drammatici e urgenti problemi ecologici e quelli, intimamente connessi, dell’energia. Questo ripensamento deve includere una grande sensibilità all’ineguaglianza e all’ingiustizia, all’oppressione e alla discriminazione, all’umiliazione e alla negazione della dignità umana.

 

Lei ha inoltre sostenuto che tale ripensamento debba comprendere un sistema capace di garantire un reddito minimo di cittadinanza e la riqualificazione a vita dei lavoratori.

Occorre garantire a tutti i cittadini la possibilità di non essere tagliati fuori dal mercato del lavoro, di aggiornarsi, di accrescere la propria professionalità e di realizzare le proprie aspirazioni nell’attività lavorativa. Bisognerebbe riflettere seriamente sulla possibilità di dare vita a un sistema in grado di garantire un reddito minimo di dignitosa sopravvivenza a tutti i cittadini e la possibilità di qualificarsi per inserirsi adeguatamente nel mondo del lavoro. Il reddito minimo garantito tutelerebbe i settori più deboli della popolazione e verrebbe incontro ai giovani in cerca di prima occupazione e ai lavoratori disoccupati, sia dipendenti che autonomi.

 

Molti economisti ritengono però che tali idee facciano presagire un programma di ricostruzione economica in senso socialista, dove la distribuzione a tutti di un “assegno di sopravvivenza” abbia poi l’effetto di rendere passivi i cittadini di fronte alla necessità di lavorare.

Le ricordo che questi stessi economisti hanno elaborato o sostenuto teorie economiche che hanno determinato gli attuali disastri. La mia opinione – e non solo mia – è che un reddito minimo di cittadinanza non sia un lusso per le società avanzate ma uno strumento necessario per valorizzare al massimo le risorse umane e le professionalità che costituiscono il principale fattore produttivo. Le motivazioni economiche che sono state finora prese a pretesto per limitare le spese destinate allo stato sociale sono ormai superate dai fatti. Gli stati hanno speso migliaia di miliardi per salvare le banche e i responsabili del fallimento del sistema finanziario. Mi chiedo per quale motivo non dovrebbero mettere a punto un adeguato sistema di protezione sociale ed erogare finanziamenti anche per offrire servizi validi ed efficienti ai cittadini.

Aumentare la spesa pubblica per il welfare rappresenterebbe dunque una prima proposta per fronteggiare la crisi?

Se vengono spesi migliaia di miliardi per le banche e per le imprese che corrono il pericolo di fallire, non mi pare così assurda l’idea di spendere alcuni miliardi anche per potenziare la scuola e la sanità pubblica, garantire servizi sociali importanti alle famiglie, assicurare cure mediche universali di qualità e un reddito minimo che protegga dalla precarietà del lavoro e pensioni dignitose. Lo sviluppo del welfare  avrebbe inoltre un effetto positivo sulla vita e l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro. Le donne rappresentano la parte più istruita della popolazione e hanno quindi delle grandi potenzialità non adeguatamente tenute in considerazione. Dare vita a servizi sociali a favore della famiglia, servizi più efficienti e meglio organizzati come nei paesi scandinavi, permetterebbe alle donne di partecipare di più e meglio all’attività economica.

Naturalmente occorre che la spesa pubblica non diventi spreco pubblico e occasione di corruzione.

 

Torniamo alla recente crisi finanziaria. I governi e le autorità bancarie hanno cercato di comprendere la consistenza reale dei bilanci bancari ma il processo di trasparenza è avanzato solo per approssimazioni successive, e possono esserci – come lei ha più volte sostenuto – ancora molte sorprese. L’attuale crisi è davvero così complessa?

Nessuno sa ancora esattamente quanto è esteso il gigantesco sistema bancario ombra, il cosiddetto shadow banking, quello che non compare nei bilanci ufficiali e che ha dato origine alla crisi. Nessuno dei più importanti analisti ed esperti della crisi avanza ipotesi precise sullo svolgimento della crisi globale anche perché i dati di partenza di cui si dispone in questo momento non sono ancora chiari. I bilanci delle banche sono in gran parte inaffidabili. Non a caso, dopo aver presentato conti ottimi, con profitti ultramiliardari, le maggiori banche americane, inglesi, francesi, svizzere, tedesche e di altri paesi, a partire dal 2008, nel giro di pochi mesi hanno evidenziato improvvisamente decine di miliardi di perdite.

 

Lei concorda dunque con quegli economisti secondo i quali nessuno sa esattamente come stanno le cose?

Diciamo pure che in questo momento nessuno può sapere se la banca dove mette i suoi risparmi e investe è davvero in buona salute o meno. Trascurare l’opacità delle transazioni finanziarie e il controllo di conoscenze privilegiate da parte della classe dirigente, e in particolare dell’élite finanziaria, sarebbe davvero un grosso errore.

Va inoltre ricordato che diversi uomini di governo dell’economia provengono dalle banche, e molti analisti denunciano la cosiddetta revolving door, la “porta girevole” tra la politica e il mondo degli affari: coloro che al governo fanno favori all’industria e alla finanza sanno che, una volta lasciato l’incarico, potranno trovare ben remunerati posti in altre sedi. Il rapporto tra economia e politica non è mai stato così forte proprio negli anni in cui si è predicata l’indipendenza assoluta dell’economia di mercato dalla politica e dallo stato. All’esaltazione del libero mercato è corrisposto lo sviluppo di una politica competitiva e aggressiva, orientata esclusivamente alla ricerca del profitto e tesa a smantellare i servizi pubblici, ad aprire tutti i mercati al capitale finanziario, a rendere sempre più flessibile il lavoro e a limitare controlli e regole sul business.

 

All’opacità delle transazioni finanziarie e del sistema bancario ombra si aggiunge il fatto che l’attuale crisi finanziaria è strettamente intrecciata con la crisi alimentare mondiale ancora in corso.

Sì. Attualmente tutti la stanno sottovalutando, non avendo intuito che è questa che ci servirà i prossimi gravi colpi. La crisi alimentare sembra essere sparita dalle prime pagine dei giornali e fa solo una breve comparsa nelle dichiarazioni finali degli incontri ad alto livello o quando la siccità, la mancanza di credito o la volatilità del mercato rinfocolano le paure di carestie. Quel che è peggio è che queste paure si realizzano perché quanto più i tentativi di eliminare la fame si concentrano sugli effetti superficiali anziché sulle cause di fondo, tanto più i nostri sistemi alimentari si rivelano instabili, vulnerabili e soggetti a crolli. La povertà e l’ingiustizia – e non la scarsità di cibo – rappresentano tuttora le cause principali della fame. Se non trasformiamo i nostri sistemi alimentari in modo da renderli più giusti, democratici e sostenibili, essi non saranno in grado di resistere alle onde d’urto ambientali e finanziarie che scuotono il pianeta. I nostri sistemi alimentari crolleranno e il cibo sarà generalmente caro e scarso, tanto da essere sempre meno alla portata delle persone con basso reddito, con il risultato di pericolose rivolte per il cibo, instabilità politica, squilibri ambientali e sofferenze.

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