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14 Marzo 2026Quando nel 1971 Ivan Illich pubblica “Deschooling Society” (in italiano “Descolarizzare la società”), lancia una delle provocazioni intellettuali più radicali del Novecento in materia di educazione.
Non si tratta di una critica alla scuola tra le tante, non è una proposta di riforma o miglioramento del sistema educativo esistente. È qualcosa di molto più dirompente: l’invito ad abolire completamente la scuola come istituzione, a liberare l’apprendimento dal monopolio scolastico, a ripensare dalle fondamenta come le società organizzano la trasmissione del sapere e delle competenze.
Un pensatore fuori dagli schemi
Per capire la radicalità della proposta di Illich bisogna conoscere qualcosa dell’uomo che l’ha formulata. Nato a Vienna nel 1926 da padre croato e madre ebrea sefardita, cresce in un ambiente cosmopolita e plurilingue. Studia teologia e filosofia, diventa sacerdote cattolico, lavora come vice-parroco in una parrocchia portoricana di New York dove entra in contatto diretto con le problematiche della povertà e dell’emarginazione.
Negli anni Sessanta si trasferisce in Messico dove fonda il CIDOC, Centro Intercultural de Documentación, che diventa un laboratorio di pensiero critico sulle istituzioni della modernità. Da questa posizione ai margini dell’accademia tradizionale, libero dai vincoli delle carriere universitarie, Illich elabora una critica radicale non solo alla scuola ma a tutte quelle che chiama “istituzioni manipolatorie” della società industriale: la medicina professionalizzata, i trasporti motorizzati, l’assistenza sociale burocratizzata.
Il suo pensiero affonda radici in tradizioni diverse: il cristianesimo radicale che diffida del potere e delle istituzioni, l’anarchismo che valorizza l’autogestione e la convivialità, una certa nostalgia per società pre-industriali dove i rapporti umani erano più diretti e meno mediati da apparati burocratici. È un pensatore volutamente provocatorio, che usa paradossi e iperboli per scuotere certezze consolidate, che non teme di apparire utopico o irrealistico pur di costringere a ripensare l’ovvio.
La tesi centrale: la scuola come istituzione controproducente
L’argomento di fondo di Illich è tanto semplice quanto dirompente: la scuola, nata teoricamente per diffondere l’educazione e ridurre le disuguaglianze, ha in realtà prodotto effetti opposti. Ha monopolizzato l’apprendimento, ha creato nuove forme di esclusione basate sulle credenziali educative, ha insegnato alle persone a dipendere da istituzioni per soddisfare bisogni che prima soddisfacevano autonomamente.
La scuola è quello che Illich chiama un’istituzione “controproducente”: quando supera una certa soglia di espansione, inizia a produrre effetti contrari a quelli per cui è stata creata. Come i trasporti motorizzati oltre un certo punto non aumentano ma diminuiscono la mobilità reale delle persone (creando ingorghi, inquinamento, dipendenza dall’automobile), così la scuola oltre un certo punto non aumenta ma diminuisce l’apprendimento autentico.
Questo avviene attraverso diversi meccanismi. Primo, la scuola confonde insegnamento con apprendimento. Si è creata l’equivalenza: se c’è stata lezione, c’è stato apprendimento. Ma questa equivalenza è falsa. Si può apprendere moltissimo senza alcun insegnamento formale, e viceversa si può assistere a infinite lezioni senza apprendere nulla di significativo. La scuola nasconde questa verità, fa credere che l’unico apprendimento valido sia quello che avviene attraverso l’insegnamento professionale.
Secondo, la scuola ha creato il “curriculum nascosto”: oltre ai contenuti espliciti che dichiara di insegnare, trasmette lezioni implicite molto più importanti. Insegna che l’apprendimento è un processo che richiede l’intervento di professionisti specializzati. Insegna la passività: si impara stando seduti ad ascoltare qualcuno che sa. Insegna che il valore di ciò che si sa dipende non dalle competenze reali ma dalla certificazione rilasciata dall’istituzione. Insegna la competizione: il successo proprio richiede il fallimento altrui. Insegna che la vita è divisa in segmenti separati (tempo di studio e tempo di lavoro, luogo di apprendimento e luogo di vita).
Terzo, la scuola ha creato una nuova forma di stratificazione sociale basata sulle credenziali educative. Prima della scolarizzazione di massa, le disuguaglianze erano più crude ma anche più trasparenti: chi nasceva nobile restava nobile, chi nasceva contadino restava contadino. La scuola ha promesso di sostituire questa stratificazione ereditaria con una meritocrazia basata sul talento. Ma ha semplicemente creato una nuova gerarchia basata sui titoli di studio, che riproduce largamente quella di classe preesistente ma la legittima in nome del merito.
Il monopolio radicale della scuola sull’educazione
Un concetto chiave nel pensiero di Illich è quello di “monopolio radicale”. Non si tratta del monopolio in senso economico classico, dove un’unica impresa controlla un mercato. È qualcosa di più profondo: quando un’istituzione conquista un monopolio radicale, rende impensabili le alternative, fa apparire il suo modo di soddisfare un bisogno come l’unico possibile.
La scuola ha conquistato un monopolio radicale sull’educazione. Ha fatto sì che quando pensiamo all’apprendimento, pensiamo automaticamente alla scuola. Ha reso difficile immaginare che si possa imparare seriamente fuori dalla scuola, senza insegnanti professionali, senza programmi definiti, senza aule e banchi. Ha espropriato le persone e le comunità della capacità di organizzare autonomamente l’apprendimento.
Questo monopolio si manifesta in vari modi. Nessuno può esercitare certe professioni senza il titolo di studio corrispondente, anche se possiede le competenze necessarie acquisite diversamente. Un falegname straordinario che ha imparato il mestiere facendo non può legalmente esercitare se non ha il diploma di scuola per falegnami. Questo non tutela la qualità (il diploma non garantisce competenza reale) ma solo il monopolio professionale.
Le persone hanno interiorizzato l’idea che senza scuola non si può imparare. Un adulto che vuole acquisire una competenza nuova non pensa “provo a imparare da solo o chiedo a qualcuno che la possiede”, ma “devo iscrivermi a un corso”. La fiducia nell’apprendimento autonomo è stata erosa dalla scolarizzazione totale della società.
Anche l’autostima è stata legata al successo scolastico. Chi non riesce a scuola non pensa “la scuola non è adatta a me ma posso sviluppare le mie capacità altrove”, ma “sono stupido, non valgo nulla”. La scuola è diventata il metro di misura del valore delle persone, e chi non si conforma a quel metro viene marchiato come fallito.
La ritualizzazione del progresso
Illich osserva che la scuola ha ritualizzato l’idea di progresso. La vita scolastica è scandita in tappe obbligate: classe prima, seconda, terza, esami di passaggio, diplomi. Questo crea l’illusione che l’apprendimento proceda linearmente attraverso stadi predefiniti, che ci sia un unico percorso che tutti devono seguire.
Ma l’apprendimento reale non funziona così. È disordinato, procede a salti, torna indietro, segue percorsi personali diversi per ciascuno. Due persone possono arrivare alla stessa competenza attraverso cammini completamente diversi. La scuola nasconde questa realtà, impone un percorso standardizzato che poi chiama “normale” e considera devianti tutti gli altri.
Questa ritualizzazione crea anche l’illusione che più scuola significhi automaticamente più apprendimento. Se sei arrivato alla terza media, sei più educato di chi si è fermato alla seconda. Se hai la laurea, sei più educato di chi ha solo il diploma. Ma questa equivalenza è falsa: la quantità di anni passati sui banchi non corrisponde necessariamente alla qualità e quantità di ciò che si è appreso.
Illich nota sarcasticamente che in molte società povere si è creata la fede superstiziosa che costruire più scuole risolverà i problemi dello sviluppo. Come se il sottosviluppo dipendesse dalla mancanza di edifici scolastici e non da cause economiche e politiche profonde. Si investe massicciamente nella scolarizzazione mentre mancano cibo, acqua potabile, assistenza sanitaria di base, come se la scuola fosse la panacea universale.
L’espropriazione dell’apprendimento
Prima della scolarizzazione di massa, l’apprendimento era diffuso nella società. Si imparava principalmente facendo, osservando, partecipando. Un ragazzo imparava un mestiere lavorando accanto a chi lo praticava, non studiando teoria in un’aula. Si imparava a vivere in società partecipando alla vita della comunità, non attraverso lezioni di educazione civica.
Questo apprendimento informale aveva limiti evidenti: riproduceva le gerarchie esistenti, escludeva molti dalla cultura scritta, preparava a società stabili e non dotava di strumenti per il cambiamento. Ma aveva anche pregi: era integrato nella vita reale, produceva competenze immediatamente verificabili, non separava artificialmente il tempo dell’apprendimento dal tempo della vita.
La scuola ha espropriato le persone di questa capacità di apprendere autonomamente. Ha creato l’idea che solo gli insegnanti professionali possono insegnare, che solo i pedagogisti esperti possono progettare curricoli, che solo le istituzioni ufficiali possono certificare l’apprendimento. Ha trasformato l’educazione da attività naturale e diffusa in servizio professionale scarso.
Questo esproprio è particolarmente evidente nei paesi poveri. Società che per secoli avevano trasmesso saperi complessi attraverso forme tradizionali di apprendimento vengono convinte che tutto questo non vale nulla, che l’unica vera educazione è quella scolastica occidentale. Vengono indotte a disprezzare la propria cultura tradizionale e a investire risorse scarse nella costruzione di scuole che replicano modelli importati.
La proposta: reti di apprendimento invece che scuola
Di fronte a questa diagnosi impietosa, Illich non propone di riformare la scuola ma di abolirla completamente. Al suo posto immagina “reti di apprendimento” (learning webs) che permetterebbero alle persone di imparare ciò di cui hanno bisogno quando ne hanno bisogno, senza la mediazione di un’istituzione totalizzante.
Queste reti avrebbero diverse componenti. Primo, “servizi di riferimento per oggetti educativi”: luoghi dove sono disponibili strumenti, libri, laboratori, materiali didattici accessibili a tutti senza bisogno di iscrizione a corsi formali. Biblioteche aperte, laboratori condivisi, musei interattivi, spazi dove si può imparare facendo senza dover seguire un curriculum prestabilito.
Secondo, “scambi di competenze”: sistemi che mettono in contatto chi vuole imparare qualcosa con chi sa insegnarlo. Non necessariamente insegnanti professionisti, ma chiunque possieda una competenza e sia disposto a trasmetterla. Un database dove si può cercare qualcuno che insegni a suonare la chitarra, a riparare biciclette, a parlare russo, a programmare computer, e contattarlo direttamente.
Terzo, “ricerca di compagni”: sistemi per trovare altre persone interessate a imparare la stessa cosa, per formare gruppi di apprendimento tra pari. Invece del modello gerarchico insegnante-alunno, gruppi orizzontali di persone che imparano insieme, condividendo scoperte e difficoltà.
Quarto, “servizi di riferimento per educatori indipendenti”: professionisti dell’educazione che però non operano all’interno di istituzioni scolastiche ma offrono i loro servizi direttamente a chi ne ha bisogno. Tutor, mentori, consulenti educativi che aiutano a progettare percorsi di apprendimento personalizzati.
Illich immagina che queste reti siano facilitate dalle tecnologie di comunicazione. Scrivendo all’inizio degli anni Settanta, quando internet non esisteva ancora, intuisce profeticamente che reti telematiche potrebbero rendere l’apprendimento più accessibile e meno istituzionalizzato. Se potesse vedere il mondo di oggi, probabilmente vedrebbe in internet una parziale realizzazione del suo sogno, anche se certamente criticherebbe come è stata commercializzata e monopolizzata da grandi corporation.
L’abolizione dei titoli di studio obbligatori
Una parte fondamentale del progetto di descolarizzazione riguarda l’abolizione del valore legale dei titoli di studio. Attualmente, nota Illich, non importa quanto tu sia competente: se non hai il pezzo di carta giusto, non puoi esercitare certe professioni. Questo protegge non la qualità ma il monopolio professionale.
Propone invece sistemi di verifica delle competenze reali, aperti a tutti indipendentemente da come le hanno acquisite. Se qualcuno vuole fare l’idraulico, dovrebbe poter dimostrare di saper fare l’idraulico, magari attraverso una prova pratica, non esibire un diploma. Se qualcuno vuole insegnare matematica, dovrebbe dimostrare di conoscere la matematica e di saperla comunicare, non mostrare una laurea in matematica.
Questo spezzerebbe il circolo vizioso per cui serve la scuola per ottenere il titolo che serve per lavorare che serve per avere soldi per mandare i figli a scuola. Riaprirebbe vie di apprendimento informale, valorizzerebbe l’esperienza pratica, permetterebbe a chi ha talento ma non ha potuto studiare regolarmente di emergere comunque.
Illich è consapevole che questa proposta andrebbe contro enormi interessi costituiti: quelli delle istituzioni scolastiche e dei loro dipendenti, quelli delle corporazioni professionali che usano i titoli di studio come barriera all’ingresso, quelli delle classi superiori che trasmettono privilegi attraverso l’accesso a scuole d’élite. Ma proprio per questo è necessaria: non si può riformare un sistema che serve interessi così potenti, si può solo sovvertirlo radicalmente.
Le critiche alla proposta di Illich
La provocazione di Illich ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato ha affascinato movimenti alternativi, educatori progressisti, pensatori libertari che vi hanno visto una liberazione dall’oppressione istituzionale. Dall’altro è stata duramente criticata da più parti.
Una critica comune è l’ingenuità sociale. Illich sembra credere che, tolte le istituzioni oppressive, le persone spontaneamente si organizzeranno in reti collaborative di apprendimento. Ma ignora che le disuguaglianze economiche e sociali condizionerebbero pesantemente anche queste reti informali. Chi ha più risorse, più tempo libero, più capitale culturale di partenza saprebbe sfruttarle meglio. Rischio che la descolarizzazione aumenti invece di ridurre le disuguaglianze.
Un’altra critica riguarda il romanticismo anti-istituzionale. Illich idealizza l’apprendimento informale delle società pre-moderne, ma dimentica che quelle società erano rigidamente gerarchiche, escludevano la maggioranza dalla cultura scritta, riproducevano acriticamente le tradizioni. La scuola, con tutti i suoi limiti, ha anche permesso forme di mobilità sociale e di emancipazione culturale che le società tradizionali non conoscevano.
C’è poi la questione della conoscenza sistematica. Alcune forme di sapere richiedono percorsi progressivi, non si possono apprendere in modo completamente destrutturato. La matematica avanzata, la fisica teorica, la medicina richiedono una sequenza ordinata di acquisizioni. Le reti informali potrebbero funzionare per apprendimenti pratici, ma difficilmente per discipline complesse e astratte.
Infine, c’è il problema della certificazione. In una società complessa serve qualche forma di verifica delle competenze, specialmente per professioni che comportano responsabilità verso altri (medici, ingegneri, piloti). Abolire completamente i titoli di studio senza sostituirli con nulla creerebbe caos e pericoli. E qualsiasi sistema di certificazione alternativo tenderebbe a istituzionalizzarsi, ricreando problemi simili a quelli della scuola.
L’eredità di Illich nell’era digitale
A distanza di mezzo secolo, alcune intuizioni di Illich appaiono profetiche. Internet ha effettivamente creato possibilità di apprendimento informale impensabili ai suoi tempi. Risorse educative gratuite online, tutorial video, forum di discussione, comunità di pratica virtuali rappresentano in qualche modo quelle “reti di apprendimento” che immaginava.
Piattaforme come Khan Academy, Coursera, edX offrono contenuti educativi di qualità accessibili gratuitamente o a costi bassi. YouTube è pieno di tutorial su qualsiasi argomento immaginabile. Wikipedia ha democratizzato l’accesso alla conoscenza enciclopedica. Forum specializzati permettono di trovare esperti disposti a rispondere a domande.
Tutto questo ha effettivamente eroso parzialmente il monopolio della scuola sull’educazione. Si può imparare moltissimo autonomamente usando risorse online. Si possono acquisire competenze professionali concrete (programmare, montare video, fare grafica) senza frequentare corsi formali. Alcuni hanno imparato lingue straniere a livello avanzato solo con risorse gratuite online.
Però si è visto anche che queste risorse non eliminano il bisogno di struttura e guida. La maggior parte delle persone, lasciata sola di fronte all’oceano di informazioni disponibili online, si perde. Non sa da dove cominciare, non ha la disciplina per percorsi autogestiti, non riesce a distinguere risorse valide da spazzatura. I più avvantaggiati, quelli con già alto capitale culturale, sanno navigare e sfruttare queste risorse. Gli altri rischiano di rimanere ancora più indietro.
Inoltre, le piattaforme educative online non sono lo spazio conviviale e non commerciale che Illich immaginava. Sono sempre più controllate da grandi corporation, orientate al profitto, che raccolgono dati sugli utenti e li monetizzano. Il sogno libertario è stato in parte colonizzato dal capitalismo digitale.
Descolarizzazione parziale: possibili compromessi
Forse la proposta di Illich è troppo radicale per essere realizzabile integralmente, ma può ispirare riforme significative che mantengano alcuni elementi del sistema scolastico eliminandone i più oppressivi.
Si potrebbe immaginare una scuola meno totalizzante, che occupi meno tempo della vita degli studenti lasciando spazio ad apprendimenti informali. Invece di sei-otto ore al giorno di scuola, magari tre-quattro ore di attività strutturate e il resto del tempo disponibile per esplorazioni autonome, apprendimenti in famiglia e comunità, esperienze lavorative precoci.
Si potrebbe abbattere il monopolio sui titoli di studio permettendo vie alternative di certificazione. Affiancare al diploma tradizionale la possibilità di dimostrare competenze attraverso portfolio di lavori, progetti realizzati, test pratici aperti a tutti indipendentemente dal percorso seguito.
Si potrebbero valorizzare molto di più gli apprendimenti informali e le competenze acquisite fuori dalla scuola. Un sistema di crediti che riconosca ufficialmente anche ciò che si impara in famiglia, nelle associazioni, attraverso hobby e passioni personali, nel volontariato.
Si potrebbe rendere molto più flessibile e personalizzato il percorso scolastico, abbandonando l’idea che tutti debbano fare le stesse cose alla stessa età. Permettere di accelerare in alcune materie e rallentare in altre, di dedicare più tempo a ciò che appassiona, di scegliere percorsi molto diversificati già da età precoci.
Si potrebbe trasformare la scuola da luogo dove si sta seduti ad ascoltare in laboratorio dove si fa, si sperimenta, si produce. Meno lezioni frontali e più progetti, meno compiti a casa e più lavoro collaborativo, meno valutazioni individuali e più apprendimento tra pari.
Queste riforme non abolirebbero la scuola come voleva Illich, ma ne attenuerebbero gli aspetti più oppressivi mantenendo i benefici: un luogo di incontro e socializzazione, una struttura che aiuta chi ne ha bisogno, un presidio di equità che offre a tutti almeno un’opportunità di base.
Una provocazione che resta vitale
Che si concordi o meno con le sue proposte, Illich ha il merito di aver formulato la critica più radicale alla scuola moderna, costringendoci a interrogarci su assunti che davamo per scontati. Davvero la scuola è l’unico modo possibile di organizzare l’educazione? Davvero più scuola significa automaticamente più apprendimento? Davvero i titoli di studio misurano le competenze reali?
Ha mostrato che le istituzioni create per servire bisogni umani possono diventare fini a se stesse, possono creare dipendenza, possono produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Ha richiamato l’attenzione sul “curriculum nascosto”, su quello che la scuola insegna implicitamente al di là dei contenuti espliciti.
Ha difeso la capacità delle persone di imparare autonomamente, di organizzarsi dal basso, di soddisfare bisogni senza dipendere sempre da esperti e istituzioni. In un’epoca di eccessiva professionalizzazione e burocratizzazione, questo richiamo all’autonomia e alla convivialità mantiene valore.
La sua visione resta utopica, forse irrealizzabile, certamente insufficiente se presa alla lettera. Ma le utopie servono non per essere realizzate puntualmente, ma per allargare l’orizzonte del possibile, per costringerci a pensare alternative radicali a ciò che esiste. In questo senso, la provocazione di Ivan Illich resta vitale, continua a interrogarci, continua a impedirci di accettare acriticamente la scuola come destino inevitabile.
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