Mastery learning

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Teoria del mastery learning di Bloom

Bloom insiste sul successo nell’apprendimento. In rapporto con questa teoria,  Carrol scrisse che l’attitudine non è qualcosa di innato, ma si acquisisce nel tempo. Per Carrol c’è un rapporto tra il tempo reale necessario per l’apprendimento e il tempo realmente speso per raggiungere quel contenuto. C’è il problema infatti di sveltire i tempi di apprendimento. Per questo motivo, vedendo il successo dell’organizzazione aziendale, di tipo tayloristico, si pensò di applicare il modello tayloristico anche alla scuola. Venne enfatizzata l’azione del docente, con una visione di tipo comportamentista, per cui valeva la pena di porre l’attenzione sul tempo necessario per far apprendere un contenuto. Quindi la teoria del mastery learning si basa su una visione comportamentista della didattica. Per trasmettere sapere basta dedicare il tempo necessario, magari anche con ripetizioni, alla trasmissione di contenuti. Per questo il docente deve essere responsabilizzato, preparato, formato, ecc… In questa visione, sono trascurati altri elementi, come l’allievo, e l’attenzione è tutta posta sul docente. L’importante è che si raggiunga lo scopo, senza tener conto delle variabili, o senza tener conto delle reazioni dello studente. Se lo studente non apprende, per la teoria del mastery learning, basta solo ripetere la spiegazione. Si tratta di una visione molto deterministica. L’ambizione, l’ideale nobile e utopico di Bloom è stata quella di modificare la curva di gauss, in una curva a j, cioè fare in modo che le differenziazioni sociali si appianassero. La scuola non deve discriminare e penalizzare la povera gente, come diceva anche Don Milani. Per far questo bisogna operare per obiettivi, in modo che tutti possano raggiungere un traguardo. In realtà, però, la scuola non riesce a modificare le discriminazioni sociali, anzi spesso le enfatizza. Dopo il sessantotto, il mastery learning contribuì però a lasciare da parte teorie spontaneistiche, impostando nuovamente l’azione educativa sulla docenza piuttosto che sull’alunno (superando l’attivismo). Da qui il formalismo educativo, cioè l’azione educativa sottoposta ad un percorso prestabilito. Il rischio del mastery learning è stato quello dell’omologazione, cioè dell’utopia che tutti potessero raggiungere gli stessi livelli, anche a costo di abbassare i livelli. In definitiva, in modo razionalistico, questi pedagogisti del mastery learning non hanno personalizzato l’azione pedagogica. poiché tutti dovevano raggiungere determinati livelli, e hanno ottenuto spesso l’unico effetto di livellare e abbassare i livelli, senza necessariamente operare quell’innalzamento del livello culturale delle classi più basse.

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