Meriggiare pallido e assorto

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di Eugenio Montale

analisi di Miriam Gaudio

Testi:

Meriggiare pallido e assorto

presso un rovente muro d’orto,

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli, frusci di serpi.

 

Nelle crepe del suolo o su la veccia

spiar le file di rosse formiche

ch’ora si rompono e ora si intrecciano

a sommo di minuscole biche.

 

Osservare tra frondi il palpitare

lontano di scaglie di mare

mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

E andando nel sole che abbaglia

sentire con triste meraviglia

com’è tutta la vita e il suo travaglio

in questo seguitare una muraglia

che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

Analisi:

PRIMA LETTURA:

 

parafrasi:

Riposare a mezzogiorno, pallido e pensieroso, vicino a un caldissimo muro di un orto,

Ascoltare, tra i rovi e i cespugli, il gracchiare dei merli e i fruscii dei serpenti.

Spiare, nelle crepe del suolo o su un mucchietto di terra, le file delle formiche rosse che ora si rompono e ora si intrecciano formando piccoli cumuli.

Osservare tra gli alberi le onde lontane del mare, mentre, dalle cime dei rami, si sentono tremuli strepiti di cicale.

E andando verso il sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è fatta davvero la vita, cin tutti i suoi dolori: una specie di cammino al fianco di un muro sovrastato da 

 

Con questa poesia Montale ci descrive un pomeriggio d’estate in Liguria, caratterizzato da una calura soffocante e dal suo pensiero del dolore della vita.

 

SECONDA/TERZA LETTURA:

inizio l’analisi della poesia analizzando per primo il titolo, che presenta una licenza poetica: meriggiare. Questo verbo è stato inventato dall’autore per farci subito immedesimare nella sua situazione e in ciò che vuole descrivere, infatti meriggiare pallido e assorto significa: riposare durante il pomeriggio e, di solito, quando uno riposa inizia a pensare. Il poeta descrive il suo pensiero attraverso le quattro strofe che ha la poesia, con quattro versi ciascuna tranne l’ultima, che ne ha cinque. Questo evidenzia il fatto che nell’ultima strofa c’è qualcosa di importante per il poeta, che la differenzia da tutte le cose dette prima; ciò è detto anche dalle rime presenti nella quarta strofa: finiscono tutte con glia tranne travaglio, il che significa che questa parola è quella più importante di tutte poiché è quella che più rispecchia il sentimento di Montale: il dolore e la durezza della vita. Possiamo notare anche che tutte le altre rime, nelle tre strofe da quattro versi, sono libere per prepararci al pensiero del poeta dicendoci che, appunto come le rime, è libero.

Oltre al verbo meriggiare c’è un altro elemento che ci fa impersonare e ci fa entrare nella poesia: sono tutti i verbi che hanno la caratteristica in comune di essere coniugati al modo infinito, questo perché per prima cosa dà un ritmo lento e cadenzato alla poesia che ci ricorda un pomeriggio caldo dove tutto si muove più lentamente e con più fatica (come il pensiero dell’autore) e per seconda cosa è impersonale, il che ci fa mettere nei panni di Montale dicendoci che anche noi potremmo provare il suo sentimento. Solo alla fine il tempo del verbo cambia con andando, che spezza la monotonia della vita creata dall’infinito e dall’immagine delle formiche rosse nella seconda strofa (notare che le formiche rosse sono quelle che pungono, quelle che creano dolore senza sapere che cosa fanno; viene ricreata un po’ l’immagine dell’uomo per Montale) e ci fa entrare nella sua mente pensierosa.

Con le tre strofe da quattro versi il poeta ci crea un clima che poi viene rotto improvvisamente dalla quarta strofa creando un contrasto notevole. Questo clima è formato dalle allitterazioni della C, della P e della S con assorto, presso, ascoltare, sterpi, schiocchi, frusci, serpi, spiar, scricchi, picchi che sono suoni duri, come la vita. Le allitterazioni e le parole onomatopeiche (quelle sottolineate) ci fanno sentire accanto all’autore e ci fanno percepire il significato connotativo di queste consonanti dure: l’aridità della vita di Montale e quindi anche della nostra.

Già nella terza strofa inizia a descrivere il suo pensiero attraverso il palpitare del mare, che però è lontano e limitato dalle fronde degli alberi e per questo non riesce a raggiungere, che paragona alla vita felice che la sente lontana perché il dolore non lo fa andare oltre. Con ciò descrive il desiderio infinito che ha nel cuore di qualcosa di grande attraverso la parola palpitare che appunto fa personificare il mare nel simbolo della vita, ed è messa in luce da un enjambement.

Come nella poesia “prima del viaggio” Montale sente la speranza di qualcosa che rompa la monotonia della vita, con la differenza che ora vede l’ostacolo del dolore personificato nella muraglia descritta nella prima strofa con significato denotativo, mentre nell’ultimo con significato connotativo, cioè quello di qualcosa che ti impedisce di scoprire cosa si nasconde oltre anche a causa dei cocci di bottiglia che trafiggono chiunque osi superare il muro della noia (“aguzzi”).

In questa poesia ci sono molte parole chiave che descrivono i due sentimenti del poeta:

–          travaglio, abbaglia (anche il sole è visto negativamente), rosse formiche, cocci aguzzi descrivono il dolore del poeta;

–          triste meraviglia, palpitare, tremuli (ci suggerisce qualcosa di insicuro) scricchi descrivono il desiderio di grandezza di Montale.

 

QUARTA LETTURA:

Mi ricordo che un giorno stavo accompagnando mia mamma dal dottore in bicicletta perché  era una giornata molto calda di primavera: l’aria mi entrava nei vestiti rinfrescandomi e scuoteva furiosamente i miei capelli, l’odore dei fiori mi circondava e il canto degli uccelli era come una ninna nanna. Incominciai a pensare a quante cose mi sono state donate, pensai che Dio in quel momento mi stava regalando il respiro, migliaia di fili d’erba, il sole, una giornata stupenda… cominciai a pensare che mi erano state donate anche delle persone, e non solo la natura. Pensai ai miei amici, alla mia famiglia, a quanto fosse bella e allegra la mia vita, alle professoresse e ai professori, alla scuola, al conoscere tante cose, finché… non rispettai un semaforo rosso e per poco non andai sotto ad una macchina. In quel momento mi accorsi che mi era stata donata anche una vita e che la prossima volta sarebbe stato meglio pensare sul marciapiede.

 

“…in questo seguitare una muraglia

Che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.”

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