Delta del PO

 

Cenni di formazione 
del territorio deltizio

Quando si parla di tempi “geologici” si intendono intervalli di tempo dell’ordine del milione di anni, infatti i geologi sulle rocce delle montagne vanno a leggere” attraverso metodi paleontologici (fossili) o assoluti (isotopi radioattivi) le età di una formazione rocciosa anche sulla base dei singoli strati che possono rappresentare centinaia di migliaia d’anni. Il territorio del Delta invece, così come ci appare oggi, risulta essersi formato alla scala dei tempi “storici” e quindi documentabile in buona parte dall’uomo. L’introduzione di “Geologia regionale generale” che seguirà vuole comunque dare un piccolo inquadramento su tempi “geologici” (senza partire però da troppo lontano) della zona deltizia.
La Pianura padana ha assunto, già dall’inizio dell’Era cenozoica (65 M.a.), il ruolo di avanfossa (cioè di enorme catino di raccolta) si a per la Catena alpina sia per quella appenninica, con le caratteristiche di un bacino subsidente (in questo caso la subsidenza è ovviamente naturale, allora non esistevano di certo cause antropiche!) ed è stata molto importante in quanto ha permesso, in tempi geologici, il deposito di spesse coltri detritiche. La subsidenza rallenta solo nel tardo Quaternario quando ormai forti spessori di sedimenti sono stati deposti sopra quelli pl’iocenici. A questo punto il bacino viene riempito e in concomitanza con il ritiro del mare durante la Glaciazione wurmiana (massima avanzata dei ghiacciai a 18.000 anni con conseguente ritiro degli oceani che “cedono” acqua al ghiaccio), vi è l’emersione dell’area, che sarà però risommersa durante l’Olocene (l’Olocene è l’Epoca geologica in cui attualmente viviamo che inizia 8.800 anni fa ma che talvolta viene approssimato a 10.000 anni fa in corrispondenza della fine dell’ultima glaciazione detta di Wúrm). Gli ultimi 6000 anni portano al nuovo avanzamento dei vari delta verso est. La formazione del Delta del Po attuale trova le sue origini in due fatti storici fondamentali: la rotta di Ficarolo del 1150 circa e il taglio di Porto Viro del 1604. Con la rotta di Ficarolo ricomincia il protendimento verso il mare del territorio che fino al basso Medioevo si era assestato e consolidato, con la stabilizzazione del Po nell’alveo attuale, che si viene dunque a spostare verso nord. Poco prima del taglio di Porto Viro, la posizione che ora è occupata dal territorio comunale di Taglio di Po e di Porto Tolle, lasciava il posto al mare e alla Sacca di Goro, formatasi in seguito al l’avanzamento del Po delle Fornaci a nord, con i suoi 3 rami (ramo di Tramontana, di Levante e di Scirocco), e del Po di Goro a sud. La forte avanzata del Po delle Fornaci indusse nel 1604 la Repubblica di Venezia a operare una deviazione del corso del fiume, attraverso un canale artificiale fatto sfociare nella Sacca di Goro, per preservare da pericoli di interramento la laguna veneta. Questo intervento antropico, denominato Taglio di Porto Viro, rappresenta la causa principale che ha portato nei secoli seguenti alla formazione del Delta moderno. I timori dei Veneziani si dimostrarono fondati, infatti dal 1604 in poi l’avanzamento del territorio è notevole, anche grazie al nuovo ramo Po di Venezia, nato dal taglio di Porto Viro (appunto operato dai Veneziani), e si assiste, durante tutto il XVIII secolo, alla formazione del territorio di Porto Tolle. Questo sviluppo continua in modo più accentuato durante il 1800, con la forte attività del Po di Goro e del Po di Gnocca, favorita dalla chiusura artificiale di alcuni rami del Po di Maistra; si viene così a formare il primo “abbozzo” della Sacca di Scardovari, che troverà comunque come principale artefice il Po delle Tolle, che sarà anche causa della formazione della parte sud orientale di Polesine Camerini. Secondo il Giandotti, in 240 anni, il Po di Goro è avanzato di 20 Km, il Po di Maistra di 24 Km e il Po di Tolle di 23 Km, corrispondenti ad un incremento di oltre 83m/anno. Il nuovo secolo si apre con i primi segni di rallentamento nella formazione dei territorio e ci sarà addirittura un inversione di tendenza, che culminerà nel periodo compreso tra il 1950 e il 1960, con l’arretramento della linea di costa, la conseguente immersione di aree precedentemente formate e lo-spostamento verso costa dei banchi sabbiosi; tutto ciò a causa prevalentemente del fenomeno della subsidenza, innescato in modo considerevole dall’emungimento di acque metanifere. Se la subsidenza ha cominciato a stabilizzarsi con la cessata attività estrattiva, verso valori simili agli anni precedenti al 1940, nuovi problemi cominciano a nascere per la diminuzione delle porte solide dei rami del Po, particolarmente evidente dalla seconda metà degli anni ’60. Questo nuovo fenomeno è probabilmente imputabile, in larga parte, all’estrazione di materiali lungo gli alvei dei Po. Da studi fatti (M. Bondesan e altri) risulta che nel periodo compreso fra il 1968 e il 1973, nella sola fascia costiera compresa tra 0 m e 6 m di profondità, si ha un ammanco di -1,1 milioni di mc/anno, riscontrabile proprio tra le granulometrie, che si trovavano soggette all’estrazione dalle cave fluviali. Attualmente la situazione risulta piuttosto critica per le fasce litoranee, a causa del deficit di materiali di ripascimento, per contro essi si trovano in pericolo, di erosione con la ridistribuzione delle sabbie anche verso l’interno, con minaccia di insabbiamento delle lagune che rischiano così l’ìmpaludamento.  Il nostro territorio, accanto alle sue caratteristiche ambientali di esemplare bellezza, si trova in uno stato di evidente vulnerabilità idrogeologica. Le problematiche del territorio vanno ad incidere anche sulla realtà socio – economica dello stesso: oltre alla sicurezza idraulica si guarda con preoccupazione all’eutrofizzazione della laguna con problemi oltre che ambientali nel campo della pesca, alla risalienza dei cuneo salino per l’agricoltura; sarà necessario un continuo impegno dell’uomo per preservare e pianificare adeguatamente un territorio che è nato e si è sviluppato, nel bene e nel male, con un forte impatto antropico.  Una corretta pianificazione territoriale si esplica solo attraverso un intervento congiunto di tecnici e scienziati che siano in grado, ciascuno con le proprie competenze e soprattutto con la propria “forma mentis”, di dare un contributo importante alle risoluzioni globali delle ampie problematiche dei nostro territorio. Per esempio, anche un intervento che arbitrariamente può essere definito modesto, come lo scavo di una bocca su di uno scanno, può andare ad incidere negativamente sulle condizioni future dei litorali, con ripercussioni che si possono spingere anche a molti chilometri. Ecco quindi che un intervento ritenuto positivo, se visto nella sua complessità, diventa di segno contrario.  Succede sovente che grossi interventi, finanziati con soldi pubblici, possano miseramente fallire gli obiettivi prefissi, per impostazioni progettuali limitate alla risoluzione di un problema, senza un adeguato studio dell’impatto che poi finalmente comporterà l’opera eseguita sull’ambiente.  Il nome Delta deriva dalla morfologia molto regolare a forma della lettera greca? della foce dei Nilo. Il Delta del Po invece, ha una forma irregolare generata dal deposito dei sedimenti non a “ventaglio”, ma più a causa di rotte ed esondazioni sia naturali che antropiche. La formazione dei delta avviene principalmente a causa del forte carico di sedimenti trasportato da un fiume; si differenzia dalle foci ad estuario dove prevale l’azione esercitata dal, mare con scarso apporto di detriti. Esempi a noi vicini di delta simili a quelli del Po sono la Camargue (Delta del Rodano) e delta del Danubio sul Mar Nero. Quando il fiume scorreva in maniera naturale, quindi senza,, le attuali arginature di protezione, si ritrovava a defluire nei punti a, minor quota. Quando, nei periodi di piena arrivavano a foce grandi masse di terreno, queste si depositavano, (per la sopraggiunta diminuzione della velocità) nella bassa pianura, andando ad innalzare l’alveo che diventava via via più alto, fino a costringere il corso a rompere ed a deviare verso zone topograficamente più basse.  Longitudinalmente al corso d’acqua, la formazione di territorio avviene con una “progradazione” dei sedimenti verso il mare con le granulometrie più grossolane (sabbie) che si depositano subito nei pressi della foce dando luogo poi con l’azione di “ripascimento” del mare, alle spiagge e con quelle più fini (limi ed argille) che si spingono più esternamente (poiché rimangono a lungo in sospensione) fino a diversi Km di distanza dalla foce. Questo meccanismo ripetuto nel tempo, portava alla formazione dei nostri territori e all’avanzamento della linea di costa. La distribuzione dei sedimenti avviene in funzione delle caratteristiche geometriche dell’alveo. In condizioni ideali la massima velocità della corrente si ha al centro del canale poco sotto il pelo libero dell’acqua, dove cioè gli attriti con l’argine, il fondo e l’aria si risentono poco. Pertanto si troveranno materiali più grossolani (sabbie) al centro dell’alveo e materiali più fini (limi) alla periferia (fascia golenale). Lo studio delle foto aeree evidenzia talvolta paleoalvei con tratti a geometrie sinuose: sono i meandri che si formano grazie,al diverso comportamento della corrente su un canale curvo. In generale per effetto di azione centrifuga si avrà sedimentazione sulla riva convessa ed erosione su quella concava. Questi meccanismi portavano l’alveo dei fiume ad evolversi ed a spostarsi sul territorio. In particolare l’alveo oltre a migrare drasticamente a causa di una rotta, o lateralmente, poteva muoversi longitudinalmente, come un serpente o con cambio del tracciato con il meccanismo del salto del meandro.  Attualmente, essendoci le arginature antropiche, i sedimenti tendono a depositarsi all’interno dell’alveo arginato che aumenta la quota deL fondo (per questo si parla di alveo “pensile”) senza giungere alla foce. Tuttavia, anche all’interno degli argini i meccanismi di erosione e deposito sono gli stessi, pertanto si troveranno sempre depositi di materiale lungo la direzione principale del flusso (si noti come barre fluviali sabbiose si ritrovano per esempio al centro del fiume in prossimità di slarghi dell’alveo) e sulle rive convesse del fiume. Per contro sulle rive concave avviene erosione talvolta pericolosa per la tenuta degli argini: si, pensi al taglio antropico di VoIta dei Vaccari a Polesine Camerini, dove è stato operato una sorta di “salto del meandro” artificiale con la rettifica del corso del Po di Venezia per eliminare l’erosione sulla sponda concava. Il termine è riferito all’abbassamento che subisce un terreno rispetto al livello medio del mare. La subsidenza ha cause che possiamo in generale suddividere per la nostra zona nei seguenti tipi:

Naturale
a. Abbassamenti dovuti al costipamento di sedimenti sotto il peso di quelli soprastanti attraverso la perdita di fluidi (con riduzione dei vuoti fra i contatti tra le particelle costituenti il terreno).
b. Eustatismo (innalzamento dei livello marino) E’ naturale fino ad un certo punto, poiché l’aumento di temperatura (e quindi il, conseguente scioglimento delle calotte polari) a cui è soggetto il globo terrestre ha forti componenti antropiche (effetto serra, buco dell’ozono, ecc.).
Abbassamenti più complessi dovuti a fenomeni di dinamica crostale.

Antropici
a.) Abbassamenti dovuti all’emungimento di fluidi dal sottosuolo, con riduzione dei vuoti fra i contatti tra le particelle costituenti il terreno (acque metanifere).
b.)Abbassamenti dovuti alle bonifiche dei terreni (con riduzione dei vuoti fra i contatti tra le particelle costituenti il terreno).

Il terreno, come si dice in termini tecnici, è un sistema trifase, è cioè costituito da:
1) le particelle di terreno

2) i vuoti fra le particelle stesse

3) gas (aria, metano, ecc.) o liquido (acqua, petrolio, ecc.) che riempiono questi vuoti.
Se viene ad essere tolta la terza componente, in special modo se liquida, è chiaro che il terreno viene a mancare di un sostegno, pertanto tenderà a schiacciarsi sotto il proprio peso, riducendo il volume dei vuoti e portando la superficie ad un abbassamento.
La nostra zona ha subito forte subsidenza in particolare per le estrazioni di acque metanifere degli anni 50 e tutto il territorio del Comune di Porto Tolle ne conserva la memoria venendosi a trovare a quote fortemente negative rispetto al livello medio mare. La quota negativa risulta evidente quando si osserva contemporaneamente la superficie dei terreno e quella dell’acqua da un argine a mare (per esempio sulla Sacca di Scardovari), meglio se in condizioni d’alta marea. In generale si può dire che i gas e gli idrocarburi nel sottosuolo sono contenuti in una sorta di recipiente sotterraneo con determinate caratteristiche: deve esistere una “roccia serbatoio” con buone caratteristiche di permeabilità (ghiaia, sabbia, roccia fessurata) che deve essere isolata e impedita al contorno da una “trappola” (argilla, roccia impermeabile, ma sono frequenti anche altri tipi di “tappi”, non qui citati); quando un pozzo raggiunge, superando il “tappo” impermeabile, una roccia serbatoio che avrà per esempio acque metanifere al suo interno (il gas più leggero sarà generalmente sopra) darà sfogo alla pressione con cui il gas e il fluido si trovano qui costretti e fuoriusciranno dal pozzo anche spontaneamente. Per poter prevedere gli abbassamenti è necessario conoscere l’esatta ubicazione della roccia serbatoio, la sua dimensione, i suoi limiti, le sue caratteristiche di permeabilità ma soprattutto come avverrà lo sfruttamento. La subsidenza ci sarà sul terreno solo se lo sfruttamento verrà a causare sensibili variazioni di pressione nel serbatoio e soprattutto se vi saranno, assieme al gas, grossi emungimenti di acqua (come è avvenuto in passato, infatti si parla sempre di “acque metanifere: se si fosse estratto solo ed esclusivamente gas, gli effetti sarebbero stati di gran lunga minori). Da non dimenticare che le moderne tecniche di sfruttamento minerario prevedono iniezioni d’acqua nella roccia serbatoio per bilanciare le depressioni causate dall’estrazione. Sarebbe un errore viaggiare esclusivamente sull’onda emozionale e precludere la possibilità di sfruttare giacimenti importanti, ma certamente in tutto ciò la condizione essenziale sarà che dovrà essere affinato un modello perfettamente attendibile dei giacimenti e garantito un continuo e preciso monitoraggio dei siti. I paleoalvei sono antichi corsi fluviali abbandonati. Hanno un significato paleogeografico in quanto rappresentano antichi segni del territorio, ma, come già visto, rappresentano il solo passato più recente, mentre la storia più è antica più si trova al dì sotto di noi. Geologi e studiosi in genere identificano i paleoalvei con l’ausilio di foto aeree, andando poi a verificare la reale composizione dei terreno in campagna. Esistono tuttavia altri metodi topocartografici che in base all’altimetria della zona identificano queste strutture che in genere hanno una quota superiore dei terreno circostante. Le sabbie che costituiscono i paleoalvei tendono a cedere meno dei terreni più fini (limi e argille) ma nella nostra zona la subsidenza antropica ha obliterato un po’ la situazione. Allo stesso modo possono essere localizzati le paleolinee di spiaggia riconoscendo gli antichi cordoni sabbiosi (fasci di cordoni litoranei della strada Romea, ma se ne trovano anche sul nostro territorio nell’isola della Donzella, a Polesine Camerini, nell’isola di Ca’Venier, ecc.).
Conoscere un territorio da un punto di vista geologico e geomorfologico (la Geoetimorfologia dal greco, è la branca della Geologia che studia e’interpreta le forme dei territorio) è una fase fondamentale nella pianificazione e gestione di un territorio. La conseguenza della soggiacenza de terreno è che noi viviamo in un catino mantenuto “a secco” solo dall’azione combinata della fitta rete di scoli che drenano l’acqua del sottosuolo e le idrovore (che tutti sappiamo, sono in sostanza delle grosse pompe) che artificialmente rigettano masse d’acqua verso il mare facendo loro superare il salto di quota esistente fra terreno e le acque circostanti. In sostanza il nostro territorio è suddiviso in comprensori (sono 3: Isola della Donzella, IsoIa Camerini e Ca’ Venier) che a loro sono suddivisi in bacini e talora in sottobacini (ad esempio comprensorio Isola della Donzella – Bacino Ca’ Tiepolo Sottobacino Ca’ Tiepolo); questa “gerarchizzazione” antropica ricorda molto quanto avviene in natura per i bacini fluviali, con i cosiddetti “ordini fluviali” (I° ordine: ramo più piccolo,II° ordine dall’incontro di 2 rami di I° ordine, III° ordine dall’incontro di 2 rami di II° ordine, ecc.). Ogni anno i nostri terreni,grazie all’azione congiunta di idrovore e scoli sono svuotati di alcune centinaia di milioni di metri cubi d’acqua.

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