Il Cortegiano di Castiglione

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Baldassarre Castiglione

Introduzione di Carlo Zacco

Castiglione – Il Cortegiano

E un capolavoro del rinascimento italiano, ed opera tra l’altro fortunatissima a livello europeo, tradotta in varie lingue. Composta paradossalmente quando il sistema della corti italiano non era più nell’attualità di quello che sarebbe stato il progetto finale. Tanto più che la figura del Cortegiano qui raffigurata è una figura ideale, non realmente operante.

 

La genesi dell’opera

Una situazione unica. Di questo libro del Cortegiano noi abbiamo una situazione che è veramente peculiare. E su questo insiste, non a torto il Quondam perché fa notare che è un testo che ci dà una condizione estremamente ricca nella possibilità di costruzione della genesi, che ben difficilmente ci può essere data da un altro testo a nostra disposizione. Noi ci troviamo di fronte ad avere addirittura bel 5 manoscritti (a, b, c, d, L ) autografi o comunque molto vicini all’autore, dai primi abbozzi dell’opera fino ad arrivare alla stampa.

 

Le vicende biografiche

 

Guidobaldo_montefeltro.jpgComposizione: 1508-1528. quest’opera fu iniziata, almeno da quanto ci risulta nei primi abbozzi, addirittura dal Castiglione di fatto nei primi anni dopo la morte di Guidubaldo da Montefeltro (Gubbio, 17 gennaio 1472 – Fossombrone, 11 aprile 1508): la morte di questi è un riferimento essenziale perché è la corte di Guidubaldo, la corte di Urbino, quella dove ha origine l’opera del Castiglione. È quella corte, e quel momento particolare della corte poco prima che morisse Guidibaldo, quando la corte di Urbino era nel suo massimo splendore, ad essere l’argomento della trattazione del Castiglione, della rappresentazione del Castiglione e della vera e propria messa in scena.

marche-urbino.jpgReale – Ideale. Se l’argomento dell’opera è la formazione del perfetto cortegiano, ci viene data attraverso la rappresentazione eccellente della corte di Urbino e dei cortigiani in essa presenti, la rappresentazione in atto del perfetto cortigiano, il quale è al tempo stesso un ideale, essendo la perfezione non raggiungibile in re, nelle cose stesse, ma anche un ideale a cui ci si può approssimare, giungendo con questa approssimazione al maggior grado possibile di perfezione ad un mondo eccellente come ci viene così rappresentato. Si tratta di una idealizzazione del mondo urbinate, che ci viene presentata nella dedicatoria però come una pittura della corte di Urbino, e ci vuole essere rappresentata come se fosse una pittura veridica della corte di Urbino, non una pittura fatta dalla grande arte di un autore come Raffaello. Non citato a caso: Raffaello fu un carissimo amico del Castiglione. Dunque non trasformata per arte ma così come può fare un pittore che non disponga degli stessi mezzi. E al tempo stesso una celebrazione che diventa una celebrazione di carattere memoriale.

La pre / postfazione. Se apriamo il Cortegiano però ci troviamo di fronte ad una situazione che può sembrarci paradossale: perché quella che ci si presenta come una dedicatoria che fa da prefazione è in realtà quella che in termini moderni definiremmo come una postfazione. Infatti siamo di fronte alla dedicatoria che presenta l’opera nel momento in cui essa sta per essere licenziata per la stampa. Questa stessa dedicatoria è posteriore alla conclusione della stesura del trattato. Teniamo presente che se i primi abbozzi risalgono immediatamente dopo la morte del duca Guidubaldo, quindi poco dopo il 1508, la fisionomia dell’opera, anche se non mancano ancora alcuni ritocchi ed aggiunte, è compiuta nel 1524: un opera che ha tre redazioni fondamentali e un genesi molto complessa. La dedicatoria viene scritta successivamente, ed è del 1527, non molto prima della stampa, quando appunti da lontano si stava occupando della stampa di questa opera.

carlo.jpgmantova.jpgPartenza / arrivo. Perché da lontano? Dove si trovava il Castiglione? Era in Spagna. E anche questo essere del Castiglione in Spagna è emblematico se noi pensiamo che il Castiglione parte, per così dire, come cortigiano della piccola Mantova (piccola ma importante), la corte gonzaghesca, e termina la sua vita come nunzio pontificio in Spagna, presso la corte di Carlo V. Questo ci permette bene di vedere la distanza dalla partenza all’arrivo: da una dimensione di una corte piccola, in un ambito locale in Italia, a quella che era allora la più grande corte europea, laddove sotto l’egida di Carlo V, che, ricordiamo, sotto di sé raccoglieva le due corone di Spagna e dell’Impero, si puntava nell’immagine che Carlo V dava, a rinnovare i fasti dell’impero universale: una prospettiva universale dunque, e una prospettiva europea.

La linea di sviluppo del testo. Nel Cortegiano questi mutamenti di prospettiva, da una locale, a una più ampiamente italiana ad una europea, possiamo quasi seguire i punti nodali dell’opera nella genesi del trattato. Una cosa in questo senso straordinaria proprio perché la possiamo vedere attraverso i manoscritti. Ora si potrebbe dire: c’è un altro autore del 500 che ci mostra un cammino analogo: da una piccola corte, un po più importante di quella di Mantova cioè Ferrara, da una dimensione ferrarese, ad una dimensione italiana, a una dimensione europea; si tratta naturalmente di Ariosto, del quale abbiamo la possibilità di vedere questo percorso nelle tre redazioni che sono edite del Furioso.

Il dedicatario finale. Castiglione invece non segue lo stesso iter, ma lo possiamo ricostruire in quello che c’è nella genesi del testo: quando il testo esce noi lo abbiamo solo nella sua fase ultima, che è presentata a sua volta dall’autore nella sua postfazione al Reverendo ed illustre Signor Don Miguel de Silva: non è un caso che questo personaggio non sia italiano: egli non soltanto è un nobile illustre, è un portoghese vissuto al lungo in Italia, Vescovo di Viseo, e avrebbe avuto parecchi anni dopo la porpora cardinalizia; ma avrebbe avuto anche un compito significativo ed importante anche proprio dal punto di vista diplomatico e poetico: un personaggio importante che emblematicamente riassume la quintessenza di un cortigiano di alto stile a livello europeo. Oltretutto questo mostra bene il modo e la scelta del livello di interlocuzione prescelto dall’autore.

Il dedicatario originale: Alfonso Ariosto. Ma originariamente a chi era dedicato questo trattato? Ecco, qui ci sono diverse cose da dire: c’è una dedica che continua ad essere presente, e lo è come dedica proemio in ognuno dei 4 libri che costituiscono l’opera nella redazione definitiva, e che ci riportano in una dimensione ferrarese: Alfonso Ariosto, cugino di Ludovico. Alfonso però al tempo della scrittura della dedicatoria al De Silva era morto, così come erano morti per la stragran parte i personaggi rappresentati: si parte dalla morte di Guidubaldo che era quella che aveva indotto il Castiglione, come l’autore stesso ci dice, e si giunge ad un’altra morte eccellente, che era anche quella della duchessa. Questa prima parte della dedicatoria non è altro che un compianto memoriale che viene sulla penna del’autore nel momento in cui dice di aver ripreso in mano la propria opera per la stampa. E questo costituisce la prima sezione di questa postfazione.

Francesco I anonimo.jpgLa fase francese. In realtà nell’ambito del percorso compositivo c’è un aspetto di interesse, che per ora accenniamo soltanto: ad un certo momento nel 1515 in una fase compositiva di fatto in cui la prima redazione era conclusa, il cortigiano del Castiglione aveva anche un’altra dedica eccellente, oltre a quella dei quattro libri ad Alfonso Ariosto: era una dedica generale rivolta al re di Francia Francesco I: il giovane cavaliere vincitore Francesco primo: una figura che creò anche molti valori mitici di immaginazione nelle opere letterarie proprio perché era gioven, bello, cavaliere combattente. Un amante dell’arte e della letteratura; e ciò aveva un duplice senso per il Castiglione di allora che operava come cortigiano e diplomatico in più corti, ed era filo francese.

• le sorti della Francia. E d’altra parte la Francia aveva un peso con Francesco primo che sembrava imporsi per quello che riguardava le future sorti di Italia. Ma le sorti di Italia come sappiamo non sono certo favorevoli alla Francia.

Da filofrancese a filoimperiale. Ma ancora prima che venisse di fatto definitivamente sconfitto nel 1525 (ma i combattimenti continueranno) nella battaglia di Pavia (Francesco primo sconfitto da Carlo V), ancora prima che si giungesse a questo evento che di fatto muta quello che poteva essere il percorso delle sorti d’Europa per quello che si aspettava la Francia, il Castiglione aveva già cambiato al sua posizione: era nunzio in Spagna, e la sua posizione era filospagnola e filoimperiale. Tra l’altro questa sua nuova posizione gli sarebbe costata non poco nei confronti di Clemente VII perché il Castiglione non si rese conto della svolta che stava intervenendo da un punto di vista militare, non se ne sarebbe reso conto negli sviluppi successivi nella battaglia di Pavia, né di quello che si stava preparando nel 1527 nel Sacco di Roma, quando Clemente VII fu fatto prigioniero. Da un punto di vista politico e diplomatico Castiglione pensava altro in relazione a Carlo V, ed avrebbe sperato altri sviluppi ed altri eventi.

Gratitudine verso un illustre scomparso. Il fatto che qui si rivolga a questo nobile cortegiano a livello europeo colloca la sua opera in un ottica europea che gli consente di presentare il suo libro a chi? Non aveva conosciuto la corte di Roma, quindi di mettere in questa prospettiva memoriale e di celebrazione anche il suo testo. Avevo detto che il Castiglione in questa prima parte rievoca il tempo della composizione e lo rievoca proprio in relazione alla figura di Guidubaldo, mettendo la sua opera sotto l’egida della dovuta gratitudine, del dono di gratitudine (vedi De Vita solitaria). Qui è un debito di gratitudine nei confronti di chi era scomparso e che era morto: Guidubaldo appunto, che appena scomparso lasciava ancora negli anni successivi, e questo poi si sarebbe prolungato per merito del Castiglione stesso, come si diceva allora «l’odore delle sue virtù».

• La rottura coi Gonzaga. Guidubaldo presso cui era stato accolto il Castiglione in anni molto difficili. Il Castiglione infatti aveva ad un certo punto dovuto lasciare Mantova in quanto era entrato in rotta di collisione col Signore di Mantova: e non è che un cortegiano potesse lasciare il proprio Signore così facilmente; questo comportava un vulnus, una ferita, un problema non da poco: in una qualche misura problema palliato perché cerano rapporti di parentela tra le corti italiane nella quale rientrava anche Urbino.

L’accoglienza a Urbino. Ciò non toglie che il nostro Castiglione che era stato educato umanisticamente, aveva studiato alla corte del Moro a Milano, era letteratissimo e conosce bene latino e greco, ed era stato addestrato, com’era proprio dei cortegiani, ad essere uomo d’arme, cioè cavaliere; quando entra in rotta di collisione col Signore di Mantova trova ospitalità ad Urbino.
 

Cosa dice Castiglione circa la Redazione

Prefazione – I

3colonna.jpgDalla prefazione. Uno dei grandi dei motivi di grande riconoscenza è proprio l’essere stato accolto ad Urbino, ed aver potuto godere ad Urbino dell’amorevole compagnia di così eccellenti persone. E dunque aveva pensato, per l’eccellenza della corte di Urbino, per le grandi virtù di Guidubaldo, per il debito di riconoscenza di scrive subito la sua opera. E sostiene di fatto di avere subito scritto in pochi giorni quello che era l’origine del suo trattato, ma che, avendo avuto una vita molto travagliata, non era riuscito poi a portare in porto con una revisione del testo di cui fosse soddisfatto per poterlo stampare. E che cosa è successo? Ci racconta, ma non dobbiamo prenderlo alla lettera, che quando era in spagna viene a scoprire che circola la sua opera in una forma che non era stata approvata da lui: e questo è un fatto reale perché aveva mandato in visione il suo testo a diversi letterati in più momento, e tra gli altri lo aveva mandato ad una figura femminile importante, una donna nobile, letterata, di alto sentire, poetessa: Vittoria Colonna, ma gliel’aveva mandato in forma personale e privata; ella, nonostante avesse promesso di tenere riservato il libro ne aveva fatto trascrivere una gran parte. Sapendo che il suo libro girava in una forma che non era quella da lui autorizzata poiché non aveva avuto l’ultima mano, allora aveva preso la decisione di rivedere subito nel libro quel poco che il tempo gli consentiva, perché non poteva lasciarlo andare in giro in quella forma che avrebbe potuto essergli biasimata.

Cosa non dice della scrittura. In questo senso ci dà solo i due estremi della scrittura: ci fa credere insomma che avesse messo li, abbozzato una prima scrittura subito dopo la morte di Guidubaldo, non conclusa e non rivista in molti anni, circolante in questa forma che non era conclusiva, e allora, in fretta e furia, la prende in mano per rivederla e pubblicarla: quello che è vero, perché ci risulta, è l’inizio e la fine, perché in mezzo ci sta un percorso di scrittura ben altrimenti articolato. Ed è in questo momento che prendendo in mano il libro per rivederlo e metterlo a disposizione della stampa, gli vengono in mano le sue carte, e c’è questa lunga sequenza memoriale: c’è una lunga serie di personaggi carissimi: tra cui Guidubaldo, Alfonso Ariosto e la Duchessa. Quindi in questa parte fortemente ancorata ad una matrice fortemente memoriale e celebrativa che riguarda un tempo ormai passato e chiuso.

 

Le edizioni moderne

L’ultima redazione. La divisione in capitoli è degli editori, non dell’autore. Il testo è stato stabilito di fatto da Mayer, e questo viene riprodotto nelle attuali edizioni. La questione dell’edizione del testo del Cortegiano si è riaperta, ed è rimasta di fatto aperta: perché mentre alcuni studiosi, tra cui appunto il Maier, hanno pensato di utilizzare di fatto quello che è il manoscritto della redazione ultima del Cortegiano, il cosiddetto manoscritto L (Laurenziano), che è stato di fatto scritto sotto la diretta supervisione in larga misura dell’autore, ed è l’esemplare che è andato alla tipografia degli eredi di Aldo, hanno ritenuto che fosse preferibile rifarsi a questo manoscritto piuttosto che alla stampa aldina del 1528.

La redazione della stampa. Però ci sono dei problemi: lo stesso Ghinassi, che uno degli studiosi di storia della lingua che più di tutti si è occupato degli studi del Ccortegiano, ha fatto notare che bisognerebbe discutere anche questo, poiché ha fatto notare che l’ultima volontà dell’autore è rappresentata appunto dalla stampa: non abbiamo alcuna ragione di pensare che il Castiglione, che nel 1528 era ancora in vita (muore nel 29) non avesse di fatto autorizzato la stampa aldina.

La revisione tipografica. C’è un problema: ed è che la stampa aldina è il frutto di una revisione in tipografia; il revisore si riteneva fosse stato incaricato direttamente dal Castiglione; altre testimonianze ci dicono che il revisore era stato incaricato dal quel gruppo di figure intellettuali e uomini socialmente elevati che erano amici del Castiglione, e che erano a loro volta a Venezia o comunque in contatto col tipografo, incaricarono appunto il Valier a fare questa revisione: quindi non è stato investito direttamente a questo compito, ma il Castiglione avrebbe lasciato il compito della curatela ad altri poiché si trovava appunto in Spagna.

Il ruolo del Valier. Tra l’altro si è anche detto che  non è stato tanto facile per il Castiglione stampare il Cortegiano: ci furono anche dei problemi di carattere economico, infatti egli stesso dové contribuire alla stampa e poi non era così facile riuscire a stampare nella tipografia di Aldo. Sta di fatto che la stampa ebbe luogo. La mano del Valier, con la sua revisione, che è una revisione soprattutto di carattere linguistico, non lessicale o sintattico, ma di carattere grafico e fonomorfologico,  è una mano riscontrabile anche sullo stesso manoscritto L che fu quello che andò alla stampa.

D’altra parte di sono almeno due interventi importanti, che non si limitano soltanto a questo, ed è difficile pensare che il Valier potesse intervenire senza che il Castiglione fosse d’accordo, anche su questo: perché ci sono nomi che sono stati espunti o cambiati ed un intero episodio che è stato cambiato. D’altra parte noi non abbiamo altri documenti sotto questo profilo. Da parte del Ghinassi dunque, e poi da parte di altri studiosi, si è ritenuto che fosse indispensabile, di fatto fare una nuova edizione che fosse basata sulla princeps, che a tutt’oggi non c’è: abbiamo una copia fotostatica della princeps, ma è una copia, non frutto di un confronto: una edizione critica della princeps non l’abbiamo; ricorrere alla stampa anastatica della princeps sarebbe a dir poco macchinoso ed anche un po discutibile, quindi ci atteniamo alle nostre edizioni che sono basate di fatto, anche se con confronti con il testo aldino e con altre fonti filologiche sulle quali non ci soffermiamo, sono basate dicevamo sul manoscritto L.

 

Le tre redazioni

Veniamo ad illustrare qual è la situazione che possiamo ricostruire attraverso i manoscritti che ci sono rimasti di quello che è la genesi del Cortegiano.

C’è una situazione di grande interesse, perché un caso quasi unico nella letteratura italiana: possiamo seguire per le diverse fasi, anche se non abbiamo tutto il materiale manoscritto, del processo della scrittura di questo libro. E lo possiamo seguire in maniera molto interessante poiché questo libro segue la storia dell’autore e i mutamenti intervenuti nella sua vita nonché nella situazione storico culturale del periodo in cui scriveva.

Ordine di partenza. Da quella che è una prima fisionomia del libro alla fisionomia definitiva si possono notare cambiamenti molto significativi: il libro parte in un modo ed arriva in un altro. La prima fase di elaborazione corrisponde, molto di più e anche abbastanza direttamente, a quello che era il gusto e la cultura delle corti che ancora all’inizio del cinquecento come pure alla fine del quattrocento, e che si rifletteva, come abbiamo visto in parte all’inizio stesso degli Asolani, in una serie di conversazioni e intrattenimenti di corte, e al tempo stesso in un modo più libero e vario rispetto agli sviluppi successivi.

• dimensione localistica. All’inizio è il libro di una corte; rimane la corte di Urbino come modello eccellente in tutta l’opera, ma la prima redazione corrisponde molto più direttamente a quello che era il gusto cortigiano nel senso più stretto del termine, nel senso di gusto cortigiano, e corrisponde a quello che sono gli interessi, della corte di Urbino: corte importante in Italia ma pur sempre una piccola corte. Teniamo presente che il Castiglione si trovava in una situazione particolare e potremmo dire difficile, poiché era entrato in un conflitto che al momento non era stato sanato, con i propri signori (Francesco Gonzaga di Mantova) e aveva trovato ospitalità presso la corte, imparentata, dei Montefeltro, ad Urbino.

• la situazione personale. C’è un rapporto significativo ed importante che rimarrà nel tempo, da parte di Castiglione nei confronti di Guidubaldo e della duchessa che lo avevano accolto e gli avevano dato favore. Alla corte di Urbino di fatto il Castiglione si trova ad avere un significativo successo come cortigiano; d’altra parte ha l’occasione di conoscere personalità significative ed importanti, anche dal punto di vista artistico, alcune delle quali risiedevano ad Urbino, come vedremo nel Cortegiano, ed altre vi affluivano.

Che situazione abbiamo dunque? Subito dopo la morte di Guidubaldo, come ci dice nella post-fazione della dedicatoria al De Silva, a Castiglione era venuto in mente di rendere omaggio e pagare il suo debito di riconoscenza nei confronti dei duchi che lo avevano accolto: aveva dunque messo mano ad una prima scrittura relativa alla corte di Urbino.

I primi abbozzi. Abbiamo in realtà in primo luogo degli abbozzi, ed abbiamo un certo numero di abbozzi ed altro materiale che non è facilissimo ricondurre poi agli sviluppi successivi in modo lineare; è materiale interessante poiché contiene già diversi temi che verranno poi inglobati e articolati nel trattato. Uno tra tutti, interessante per il clima in cui si inseriva allora: la parte che riguarda la discussione sulle donne (che rientrerà nel terzo libro), la discussione e la battaglia tra i misogini e i filogini, sembra nascere in primo luogo da questi materiali che noi abbiamo, addirittura dall’intenzione di scrivere un trattatello sull’argomento da parte del Castiglione. Trattatelli di questo genere ci sono rimasti nella letteratura di corte. Questa è la cosiddetta Lettera al Frisia, il Frisia è un personaggio di origine tedesca che si trovava alla corte di Urbino e che è il personaggio che rappresenta il ruolo dei misogini ancora all’altezza del terzo libro nella versione definitiva. Quindi in queste carte sono presenti una serie di spunti, tra cui questo, oppure ci sono dei tratti che riguardano riflessioni su altri temi tipo uno che sembra un abbozzo di trattatello sul principe, ed altro.

 

Prima redazione.

Alla fine dopo questi primi tratti si viene ad enucleare una scrittura vera e propria che si configura come la prima parte redazionale dell’opera che rispetto al seguito ha una connotazione peculiare: la parte della cornice, già piuttosto ampia nella versione definitiva, molto più articolata, molto più concentrata su quello che sono i giochi di corte.

La duplice direzione. Il libro comunque comincia ad assumere la propria fisionomia, e in un certo senso si pone in una duplice direzione che diventerà da un certo momento in poi, come vedremo, conflittuale. Questa duplice direzione è da un lato ancora quella matrice più fortemente cortigiana legata alla discussione di un amore che ha connotazioni di carattere cortigiano, ai giochi di corte, ai costumi della corte in genere, da un lato; e dall’altro invece ad una dimensione che rimanda alla trattatistica classica, in modo particolare a quella ciceroniana.

I primi due libri, e il terzo. Abbiamo queste due matrici che sono tra loro accostate entro la fisionomia del libro: i primi due libri hanno una dimensione che si articola appunto in una trattazione di tipo ciceroniano, ed il terzo libro che invece è molto più direttamente legato alla matrice cortegiana. [27:50] Oltre che nel terzo libro gli episodi a matrice cortegiana sono numerosi: la rappresentazione dei giochi è molto ampia e tocca anche la cornice, in larga misura la cornice iniziale. Abbiamo in questo senso la parte del trattato ciceroniano che è raccolta entro queste due dimensioni: cortigiana quella che si trova nella cornice iniziale e nello sviluppo poi del terzo libro.

Gli interessi di corte. Teniamo presente che in questo modo il libro è presentato in un ottica legata alla conversazione, all’intrattenimento cortigiano, agli interessi della corte urbinate. Se guardiano agli sviluppi di questa redazione e alle redazioni proposte, anche se non c’è una certezza assoluta, possiamo vedere che questa prima redazione ha una configurazione ormai stabile, intorno al 1515, forse proprio all’inizio del 1516. Se guardiamo alla situazione del Castiglione, anche a quelli che sono i suoi interessi di cortigiano, nonché ai suoi debiti di cortigiano, è facile capire che in larga misura questa prima stesura corrisponde anche ad una necessità: la celebrazione di Urbino che allora corrispondeva soprattutto, in questa fase, all’intrattenimento cortigiano, e, come abbiamo visto già a delle riprese ciceroniane, è legata ad una questione di legittimazione della corte di Urbino.

Successione. Che cosa succede infatti? Quando Guidubaldo muore, muore senza eredi nel 1508; per assicurare continuità al ducato, Guidubaldo aveva adottato, e fatto divenire suo erede, Francesco Maria Della Rovere, nipote del Papa Giulio II. Già in proposito di Machiavelli si era detto che Giulio II morì all’inizio del 1513, allora di fatto Francesco Maria della Rovere si trovò in una situazione diversa rispetto a quella iniziale che gli aveva ereditato Guidubaldo: non aveva più lo zio papa che lo appoggiava, e lo stato di Urbino si trovava nell’area, molto cruciale, di interessi e di riferimento per l’espansione della chiesa; il fatto di dare una legittimazione e di sottolineare l’importanza e il peso della corte di Urbino, assumeva anche una connotazione oltre che culturale anche significativa in termini diplomatici: non aveva visto in modo sbagliato il Castiglione, che l’anno successivo, nel 1517, Papa Leone investe il proprio nipote, Lorenzo il giovane, del ducato di Urbino, spodestando Francesco Maria della Rovere.

In questo stesso periodo nel 1515, o il primo tempo del 1516 viene a collocarsi anche quella che il Ghinassi ha indicato come la dedicatoria al Re di Francia: identificato con Francesco I. Qui occorre una precisazione: la presenza di questa parte così significativa in cui Castiglione si rivolge al re di Francia, secondo gli studi rinnovati sulle carte e manoscritti compiuti da Quondam, risulterebbe in realtà non una dedica a sé stante, ma sarebbe inglobata nella dedicatoria già fatta e prevista per Alfonso Ariosto: dunque Alfonso Ariosto di fatto, che risulta il dedicatario di ciascuno dei quattro libri, sarebbe stato secondo Quondam, fin dall’inizio il dedicatario anche di tutta l’opera. Però il dato che importante è che il Castiglione di fatto si rivolge anche direttamente come interlocuzione, seppur utilizzando come mediazione Alfonso Ariosto, innanzitutto riconoscendo nel re di Francia, o quantomeno volendo affermare questo, colui che lo aveva sollecitato alla scrittura dell’opera. Quindi il re di Francia viene cooptato nella scrittura, e viene svolto un appello ampio al re in relazione alla crociata: questa parte piuttosto ampia e articolata però viene a cadere negli anni successivi. E cade anche perché la situazione storica politica è mutata, e il Re di Francia di fatto non dà l’appoggio sperato al duca di Urbino di fatto consente all’azione di Leone decimo che fa spodestare il Della Rovere. Inoltre la situazione sullo scenario italiano cambia successivamente.

Questa prima redazione era arrivata ad una sua completezza: il Castiglione ne fa pervenire delle copie a degli amici importanti dai quali desidera avere un parere; questa circolazione dunque è indice anche di un lavoro di correzione sulla prima redazione che non impegna solo l’autore ma anche altri: anche il Bembo, come pure Sagoleto.

Attenzione agli equilibri politici. Ma il Castiglione si preoccupa anche di non urtare la sensibilità di certi personaggi. Per esempio, come sappiamo da delle lettere, viene ad un certo punto mandato a Ferrara perché vuole sapere se Ippolito aveva gradito o meno il modo in cui era stata introdotta la sua figura. Si tratta anche di un accorto dosaggio: la materia non è affatto facile laddove si tratta della rappresentazione di contemporanei. Così anche, nel gioco degli elogi, il Castiglione doveva stare ben attento anche in relazione all’evolversi della situazione nel tempo, e infatti ad un certo punto scompare la connotazione più fortemente elogiativa che riguarda il re di Francia, e in modo crescente si avanza come una sorta di profezia a distanza (perché l’opera è ambientata nel 1507, quando Francesco I non era ancora re, ne Carlo V era Re di Spagna) l’esaltazione di Carlo V: l’una diminuisce, l’altra aumenta. Dunque in relazione ai fatti storici si riduce l’elogio a certi personaggi, si riduce la parte di elogi che riguarda la nobiltà di alcune corti italiane mentre sono aggiunti altri nomi, in particolare nella terza redazione viene introdotto un amplissimo elogio di Isabella di Castiglia: la moglie di Ferdinando il Cattolico, e la nonna di Carlo V. Bisogna dunque tenere presente anche questo tipo di evoluzione: Castiglione è molto attento agli equilibri: non si tratta di una adulazione, badiamo bene, ma di una corrispondenza di un sistema, corrispondenza di parti all’interno di un sistema.

Questo lavoro di elaborazione, fatto in parte anche mandando in giro a destinatari privilegiati, e ristretti si rileva su uno dei manoscritti della prima redazione per tutta una serie abbondantissima di correzioni. Questo è un altro aspetto interessante: abbiamo cinque manoscritti, e di questi cinque manoscritti almeno due sono manoscritti in movimento: cioè ci testimoniano delle fasi diverse di scrittura da parte del’autore. Ad un certo punto si era resa necessaria una copia, cioè il Castiglione doveva dare ad un copista la redazione cui era giunto, con l’integrazione delle correzioni, perché evidentemente non era possibile seguire, talmente intricata e fitta doveva essere la rete di correzioni, da non rendere possibile la lettura. Senza poter seguire con precisione e certezza il movimento tra la prima e la seconda redazione, noi sappiamo che nel 1520 / 21 ormai il nostro Cortegiano è approdato alla seconda redazione.

 

Seconda redazione

La seconda redazione è una redazione particolarmente interessante, ed è tra l’altro stata messa a stampa da Ghinassi per cui chi volesse rendersi contro delle differenze tra la prima e la seconda redazione, ha tutti i materiali per poterlo fare perché ce l’abbiamo a stampa.

Riflesso della realtà. Questa seconda redazione riflette una diversa posizione da parte di Castiglione: erano accaduti una serie di fatti importanti anche per quello che riguarda la vita personale del Castiglione. Il Castiglione si trova ad un certo punto di nuovo in difficoltà, ma questa volta nei confronti di Francesco Maria della Rovere.

Della Rovere Spodestato. Il problema era da un alto oggettivo (teniamo presente che Francesco Maria della Rovere era un uomo molto violento) e d’altra parte per la posizione in cui egli stesso come cortigiano si viene a trovare: Francesco Maria della Rovere viene spodestato, perché il suo ducato fu ceduto a Lorenzo de medici, Lorenzo il Giovane; cerca di recuperare con una guerra alla quale il Castiglione non partecipa creando una frizione; e per di più il duca viene scomunicato. Il Castiglione si trova nella imbarazzante situazione di dover cercare nuovamente un appoggio, e cerca di rientrare nel favore dei Gonzaga: e ci riuscirà con la morte di Francesco Gonzaga e dunque la successione dinastica con il figlio Federico.

In missione a Roma. Con Federico egli si trova ad assumere una posizione diversa: nel 1519 viene mandato in missione diplomatica a Roma, e rimane là per un certo tempo dove di fatto si manifesta per Castiglione una situazione differente: assume un ruolo più alto sotto il profilo diplomatico e i suoi orizzonti non hanno più un ottica ristretta nelle dimensioni della corte, ma sembrano avere un ottica più ampia; con una visione più “italiana” e in una posizione di cortigiano in cui il rapporto con il principe viene ad assumere un significato maggiore: viene sviluppato in quello che allora era il terzo libro dell’opera, un discorso molto ampio, che riguarda i rapporti tra principe e Cortegiano.

Gli ordini. Inoltre si era verificata anche una situazione dolorosa ti carattere personale e che cambia del tutto la sua vita: Castiglione si era sposato nel 1516, ed era però rimasto poi vedovo; muore la moglie nel 1519 mentre metteva al mondo il terzo figlio, ed egli stesso si trova a cambiare status. Assume gli ordini minori, cioè entra in una dimensione ecclesiastica. Questo non deve stupire se si tiene presente che una collocazione nel contesto ecclesiastico è una collocazione piuttosto frequente nell’ambito degli intellettuali del 500: avevamo avuto modo di accennare al fatto che lo stesso Bembo fa una scelta di questo genere, più tardi il Della  Casa, poi il Bibbiena, e dunque il Castiglione.

Avvicinamento a Carlo V. L’entrata in questo ambito provoca un un ulteriore cambiamento di prospettive: viene ad assumere incarichi importanti in funzione della curia. Soprattutto quando diventa papa il cardinale Giulio de medici col nome di Clemente VII. Leone X muore nel 1521, quando già le prospettive del Castiglione erano mutate aprendosi come avevamo detto; diventa papa dopo di lui Adriano VI, Adriano di Utrecht, precettore di Carlo V, quindi cambia molto la prospettiva sotto questo profilo per quello che riguarda il potere imperiale e la sua espansione: Carlo V ha un grandissimo potere avendo su di se la corona si Spagna e la corona dell’impero.

Nunzio in Spagna. Nel 1523 il papato torna ai Medici col cardinale Giulio fino al 27: ora con i Medici il Castiglione aveva avuto stretti rapporti, e proprio da Clemente verrà incaricato di divenire nunzio pontificio in Spagna: quando parte per andare in Spagna di fatto si è conclusa l’ultima redazione del Cortegiano.

Nel codice L abbiamo un indicazione di data che ci porta appunto alla data del 1524, abbiamo una sorta di notazione in calce trascritta dal copista quando Castiglione era ancora a Roma e si accingeva a partire per la Spagna. A Roma il Castiglione aveva maturato una visione che possiamo definire, non a torto, europea ed aveva maturato una visione che possiamo definire filoimperiale che aveva una matrice imperiale ed anche religiosa: Castiglione era convinto che Carlo V avrebbe potuto riunire l’Europa, ed avrebbe potuto con questo porsi in un ambito di superamento di quello che erano state le controversie gravi e le lotte religiose causate dalla riforma (ma le cose non sono andate così, come sappiamo).

Castiglione rappresentava nella curia pontificia il versante filo-imperiale: in realtà dopo la battaglia di Pavia e la sconfitta di Francesco I, la posizione di Clemente è filo francese, ovvero nella curia prevarranno posizioni filofrancesi, e questo porterà poi alla sconfitta della curia ed alla vittoria imperiale come sappiamo con il sacco di Roma.

Teniamo presente che le ultimissime correzioni fatte nel Cortegiano avvengono nel contesto conclusivo di queste vicende, anche se si tratta di correzioni apposte ad un opera che era ormai nella sua fisionomia formata. Sappiamo che la dedicatoria al De Silva è del 1527, dunque una vera e propria post-fazione.

Il passaggio tra la seconda e la terza redazione

Un passaggio radicale. Cosa succede nel passaggio tra la seconda e la terza redazione? In realtà il punto critico e la vera e propria trasformazione più radicale avviene tra la seconda e la terza redazione. Si era verificato nella seconda redazione questo: il libro era suddiviso in tre libri e di fatto il terzo di questi tre libri aveva una dimensione di gran lunga superiore rispetto alle altre due. C’è un problema strutturale rilevante. E d’altro canto in questo terzo libro erano compresi degli argomenti che non consentivano un andamento lineare:

a) erano compresi argomenti che riguardavano appunto l’amore, svolto soprattutto in termini di un amore di corte, quindi con una casistica di corte;

b) si affacciava anche una dimensione spirituale di carattere neoplatonico. Il discorso relativo relativo alla dimensione neoplatonica, è portata avanti dal Bembo nel terzo libro ma non era accettata dagli altri personaggi, e quindi non aveva un vero e proprio svolgimento; mentre veniva accettata e preferita una discussione su quello che il cortegiano doveva fare per essere a sua volta gradito nel contesto della corte e quali erano i comportamenti da tenere e quelli no.

c) Insieme era sempre inserito in questo terzo libro la discussione sulla donna, con tutta una serie di esempi di figure femminili che dovevano sostenere soprattutto la posizione di chi difendeva le donne contro i misogini.

d) Inoltre, sempre dentro questo libro era rivolta una trattazione sul rapporto tra il principe e il cortigiano, ma che non era completamente conclusa.

 

La terza redazione

Primi due libri. Insomma una struttura che così com’era era disarmonica e sproporzionata. Per quello che riguarda i primi due libri non cerano stati grandi cambiamenti rispetto alla prima redazione: cera stata una diminuzione di quello che riguardava i giochi di corte; cera stata una serie di elementi aggiunti e corretti, però la struttura dei primi due libri non era di fatto grandemente mutata.

Struttura quadripartita. Il terzo libro invece era aumentato a dismisura; allora che cosa succede? Con la terza redazione cambia struttura di questo terzo libro che viene ad essere suddiviso, per il materiale che allora era presente, in due libri. Ed arriviamo quindi alla struttura in quattro libri.

Riscrittura. Ma non è che il Castiglione abbia preso una parte dei materiali mettendola nel terzo libro e una parte nel quarto. Di fatto ha riscritto una parte e ne ha introdotta una nuova di particolare importanza e cioè tutta la parte che riguarda la formazione della dama di palazzo. Non c’è dunque solo la formazione del perfetto cortigiano, ma viene ad essere introdotta, parallelamente a quella del perfetto cortigiano, la figura della donna di palazzo. Tutto il discorso relativo alle donne viene poi ad assumere una connotazione diversa: perché viene collegato alla trattazione relativa alla donna di palazzo.

Trattazione da cortigiana a Ciceroniana. Quindi sia da un punto di vista strutturale, sia da un punto di vista funzionale, il discorso di fatto cambia, e ne cambia l’impostazione; ne cambia il livello. Anche la parte che aveva l’impostazione più direttamente legata al cortigiano di fine 400, inizio 500, viene messa pienamente nel trattato ciceroniano: perfetto cortigiano / perfetta donna di palazzo. Un articolazione parallela. L’operazione non riesce perfettamente al cento per cento, vedremo che sono rimaste delle discontinuità. Inoltre il tema dell’amore: viene questo dislocato in due momenti diversi.

L’amore tra il terzo e il quarto libro. All’interno del terzo libro viene ripresa, ma rivista ampiamente, la parte relativa alla casistica amorosa: perché si punta a delineare una formazione etica del cortigiano anche sotto il profilo amoroso. Alla perfetta donna di palazzo corrisponde il perfetto cortigiano e viceversa, e dunque il perfetto cortigiano amerà la perfetta donna di palazzo: due figure ideali costruite in parallelo eticamente e moralmente, come modelli cui pertiene la trattazione dell’amore. Nel terzo libro però non è introdotta, se non per qualche cenno, la trattazione relativa all’amore spirituale che è dislocata svolta nel quarto libro.

Il quarto libro. Il quarto libro è il più innovativo in relazione alle redazioni precedenti, ed è bipartito: una prima parte di questo libro tratta interamente il rapporto tra principe e cortigiano, ed il cortigiano ora porta a compimento la figura dell’istitutore del principe, ma elevandosi ulteriormente.

Il fine della cortigiania. Il cortigiano ha il compito di dire la verità al principe, di formare il principe, e perché lo passa fare è evidente che si profila una posizione di questo genere: il perfetto cortigiano, che ormai è maturo negli anni, che diventa istitutore del principe giovane. Come possibilità prospettata naturalmente, ma questo diventa il vero fine ideale della cortigiania. E questo punto di fatto cambia le carte in tavola: all’inizio del libro quarto, si dice a colui che svolge la parte trattatistica sul rapporto tra principe e cortigiano, che tutto quello che è stato detto nella parte precedente del Cortegiano, risulterebbe monco,frivolo, se non ci fosse un fine così alto: dato che, aristotelicamente, le cose si giudicano dal loro fine, il fine del perfetto cortigiano è quello di divenire l’istitutore del principe. E se il fine del cortigiano è quello di divenire istitutore del principe, ed il suo ruolo è quello di dire la verità al principe, ed impedire che il principe sia vittima degli adulatori, che rimanga nell’ignoranza di sé stesso, e che si comporti male, nelle mani del cortigiano si pone di fatto quello che è il fine etico stesso e morale del migliore dei governi possibili, posto che per Castiglione il migliore dei governi possibili è quello monarchico.

L’amore platonico. Però se il nostro cortigiano per maturare tutta questa sua condizione deve giungere ad una certa età, che non è più quella del giovane cortigiano, allora come è possibile che possa adeguarsi a lui l’amore? Allora, in che termini sta l’amore in rapporto alla figura del perfetto cortigiano? Ed è qui che viene attribuito al Bembo-personaggio del Cortegiano il compito di svolgere la trattazione sul tema dell’amore platonico. Dunque con un innalzamento in tono morale e religioso in chiave dell’amore platonico che parte dalla contemplazione della bellezza della donna, fino a giungere al vero e proprio inno nella contemplazione del divino, si svolge questa seconda parte del cortegiano. Questo per quello che riguarda l’impianto e le tematiche del quarto libro. Molto più complesso, anche come materia in questo senso, ed a questa complessità corrisponde anche un diverso modo sul piano stilistico del trattato che diventa più rigorosamente classico sia nell’impianto sia per quello che riguarda lo stile.

Altro esempio interessante si può fare relativamente ai personaggi. I personaggi non rimangono sempre gli stessi: c’è un movimento interno ed il sistema dei personaggi, nel rapporto dei singoli personaggi tra di loro non rimane invariato: Florian è arrivato a delle conclusioni molto significative: nella prima fase abbiamo molta maggior varietà di posizioni; è dato spazio anche ad atteggiamenti più liberi, burleschi, scanzonati; si riflette il mondo di una corte meno gerarchicamente organizzata, o meglio, organizzata in un modo meno rigido: c’è più spazio per scherzi e giochi, nonché per personaggi minori. Nelle corti ci sono anche i buffoni del resto.

• Il movimento dei personaggi

Gerarchizzazione. Un mutamento già intercorre nel passaggio tra la prima e la seconda, ma quello che a noi interessa è quello tra la seconda e la terza. Questo movimento di personaggi, questa riduzione dei margini di maggior disinvoltura ed estemporaneità, giunge ad una gerarchizzazione molto più rigorosa nella terza redazione: da un lato vengono o eliminati del tutto o circoscritti i personaggi che non avevano avuto quel successo dal punto di vista sociale o di corte che si poteva aspettare da loro; dall’altro vengono poi o ulteriormente compressi o ulteriormente ridotti quei personaggi che sono portatori di una dimensione quasi caricaturale: ad esempio il Frigio, che rimane, è una sorta di macchietta comica che però viene connotata in modo più vivace nella seconda redazione: alcuni suoi interventi molto pittoreschi e vivaci verranno poi fortemente ridimensionati nella terza redazione.

Nella seconda redazione abbiamo una vera e propria battaglia tra filogini e misogini, con una serie di rappresentazioni metaforiche di battaglia cavalleresca, anche a volte con battute vivaci ed interventi scherzosi. Tutto questo si riduce e si può vedere solo quasi in filigrana nella terza redazione. Cene rendiamo conto naturalmente solo confrontando le due redazioni: leggendo solo l’ultima potremmo vederlo solo in parte. Sempre a proposito dei personaggi, per esempio, c’è un personaggio nella seconda redazione che svolge la parte del difensore-cavaliere che interviene in difesa delle donne: quella parte che in prima battuta è svolta nella versione definitiva da giuliano de Medici, era svolta da un personaggio che è stato poi fatto scomparire: si chiamava Camillo Paleotto. Floriani ha visto che questo difensore delle donne, Camillo Paleotto, era stato professore, all’università di Bologna, nel 1512 / 13 e poi era diventato segretario del Bibbiena, poi morto nel 1518: questo personaggio aveva fatto ben sperare di sé e del suo successo in ambito di corte, ma non era prima di morire giunto a dei risultati significativi. Inoltre Floriani ha dato una interpretazione che pare giusta relativa al fatto che i personaggi non sono visto in relazione al ruolo che essi stessi esercitano, ma anche in relazione alla posizione mediante la quale sono legati ad altri dei personaggi presenti nel libro: in poche parole, noi abbiamo uomini di corte più importanti di altri, e uomini di corte che sono in un certo senso clienti di questi ultimi, ecco: il Paleotto rientrava in una certa misura tra i clienti del Cardinal Bibbiena; questo poi aveva avuto una posizione molto eminente con leone X: addirittura ad un certo punto fu chiamato scherzosamente l’alter papa. Poi il cardinal Bibbiena si trova in una posizione, diciamo così, discendente, tanto che al momento della morte circolavano anche delle ipotesi piuttosto sinistre su un suo possibile avvelenamento. Sparito dalla scena, storicamente parlando, il cardinal Bibbiena, il cardinale rimane nel testo, ma chi a lui era legato, come il Paleotto, viene tagliato fuori. [1:05] Questo per dire che c’è un sistema di personaggi in evoluzione che corrisponde a quello che è l’equilibrio diverso che muta nel tempo delle corti, e la misura diversa del successo sociale e della riuscita che viene ad essere commisurata con il ruolo dei personaggi. Infatti nell’ultima redazione  alcuni personaggi acquisiscono un ruolo decisamente permanente, e sono quelli che sono i portavoce dell’autore. Quello che  è caratteristico di questo trattato rispetto agli altri che abbiamo visto è che ha un numero di personaggi molto più ampio, che apporta anche la necessità, nell’ultima redazione, di rendere più chiaro il ruolo di ciascuno, quindi questa gerarchizzazione diventa funzionale anche sotto questo profilo. [1:06]

Dunque, noi ci troviamo in una situazione in cui il testo ci viene consegnato nella sua redazione definitiva, e lo vediamo con la dedicatoria al De Silva, scritta dopo, e che ci presenta tutto questo mondo: laddove il testo era stato scritto in fieri, la dedicatoria ce lo presenta nel momento della conclusione. Per cui il lettore ha una prospettiva di fatto opposta rispetto a quello che nella sua storia è la genesi del testo. Noi abbiamo il risultato concluso e da questo punto di vista noi vediamo il libro come ci è consegnato: cioè in una prospettiva memoriale, poiché quella corte non esiste più come ai tempi di Guidubaldo, e d’altra parte questa corte viene ad assumere un importanza di carattere paradigmatico, un modello ideale e assoluto. Assume una connotazione che potremmo definire metastorica: e questo ci fa capire anche il successo di questo libro: il Cortegiano, nel giro di un secolo ha circa 100 edizioni, in pochi anni viene pubblicato prima a Venezia, poi a Firenze, poi subito tradotto in altre lingue europee, e diventa il paradigma della figura del gentil’uomo di corte dove di fatto tutto quello che è il portato, la summa, il succo della grande arte di Castiglione diventa in qualche misura la proiezione ideale della figura che nel contesto italiano, in realtà, non era più operativa: il sistema delle corti italiane, dopo la situazione che si era definita con la vittoria di Carlo V, non aveva più la ragion d’essere di prima; si trasferisce in un certo senso idealmente a livello europeo: ciò che storicamente esisteva nelle corti italiane cessa di essere, ma viene proiettato idealmente come paradigma, modello, norma, sia di comportamento, sia da un punto di vista etico ed ideale e appunto accolto con grande favore e grande successo.

E stato anche detto, non a torto, che si tratta anche di una sorta di ‘risarcimento, quasi che persegue il Castiglione, a posteriori: c’è la rovina dell’Italia, ma c’è questo modello di disciplina esemplare, che muove da Castiglione ed ha una proiezione europea. Lo stesso Castiglione poi come personaggio risultò particolarmente apprezzato come gentil’uomo, cortigiano, uomo di corte, e per la sua competenza. E famosa la battuta di Carlo V alla morte di Castiglione: «è morto il miglior cavaliere del mondo». Il successo è europeo e lungo nel tempo, ma naturalmente non nella dimensione che ebbe il Galateo: siamo in due situazioni molto diverse: qui si propone un ideale etico ad un livello decisamente superiore, per la sua complessità; e l’opera in sé diventa anche un modello vero e proprio nella letteratura del classicismo cinquecentesco: per armonia di scrittura, per eleganza dello stile, per l’articolazione, per il suo stesso impianto. Questo in termini generali per quello che riguarda la genesi del testo.

Castiglione scrive un trattato e lo presenta come se fosse un gioco di corte; ma l’elemento del gioco non è secondario: perché ci presenta la materia tutta intera entro la rappresentazione dell’intrattenimento cortegiano: non più rimasto entro il livello di rappresentazione estemporaneo, dispersivo, che ha molte face diverse, com’era tra 4/500. Questo aspetto peculiare della corte, che rappresenta la messa in scena della corte, non può non  calarsi all’interno di come la corte rappresenta sé stessa: la corte rappresenta sé stessa soprattutto attraverso la festa, soprattutto attraverso il gioco, e il teatro. Abbiamo omesso per il Castiglione un aspetto importantissimo: Castiglione è anche un uomo di teatro, non perché scrivesse per il teatro, ma perché era estremamente competente nel mettere in scena spettacoli di corte: Castiglione ebbe un ruolo importante nella rappresentazione che si tenne ad Urbino nel 1513 della Calàndria del Bibbiena: una delle più felici commedie rinascimentali, estremamente scanzonata; e lì venne riprodotta, attraverso la Calàndria, una vera e propria festa rinascimentale che rappresenta di fatto la celebrazione stessa della corte, che nella magnificenza della festa riflette se stessa.

C’è un aspetto: il gioco è un raddoppiamento-rispecchiamento attraverso la finzione. La duchessa inizia proponendo un gioco che consiste nel proporre un gioco, ecco il raddoppiamento-rispecchiamento. Un gioco di specchi e di raddoppiamento. Questo rapporto paradossale di raddoppiamenti è anche quello che regola il rapporto tra realtà e finzione: la corte mette in scena sé stessa, mette in scena la propria simulazione: la messa in scena della corte è molto teatrale: il dialogo condotto registicamente dal narratore è una messa in scena di carattere teatrale.

Questi cortigiani parlano del perfetto cortigiano, rappresentando al tempo stesso attraverso le proprie voci la perfetta corte di Urbino. Essi stessi danno voce e rappresentazione alla figura di cui parlano; si giunge ad una effettiva armonia, ad una complessità proprio nell’ultima redazione, e noi vediamo il prodotto finito, ma seguendo le fasi noi vediamo anche i tentativi, i passaggi intermedi. Nella sua prima fase l’opera assomiglia di più ad un testo del primo cinquecento. ]

Indice:

Audio Lezioni sulla Letteratura italiana del cinquecento del prof. Gaudio

Ascolta “Letteratura italiana del cinquecento” su Spreaker.

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