Io mi rivolgo indietro a ciascun passo

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sonetto, n. 15 del canzoniere di Petrarca

analisi del testo di Alissa Peron

testo

Io mi rivolgo indietro a ciascun passo
col corpo stancho ch’a gran pena porto,
et prendo allor del vostr’aere conforto
che ‘l fa gir oltra dicendo: Oimè lasso!

Poi ripensando al dolce ben ch’io lasso,
al camin lungo et al mio viver corto,
fermo le piante sbigottito et smorto,
et gli occhi in terra lagrimando abasso.

Talor m’assale in mezzo a’tristi pianti
un dubbio: come posson queste membra
da lo spirito lor viver lontane?

Ma rispondemi Amor: Non ti rimembra
che questo è privilegio degli amanti,
sciolti da tutte qualitati humane?

analisi

Nel sonetto 15 compare l’aura, ambiguità grafica: Laura è inteso come vento sottile ma richiama il nome della donna, acutamente scelto. Quello dell’aura è tema anche caro alla lirica trobadorica, Petrarca doveva aver frequentato e letto la lirica occitanica. V 4 e 5 rima equivoca, lasso prima come esclamazione, oh me infelice, poi come verbo al posto di lascio. Il poeta trascina il corpo stanco con grande fatica e l’unico suo conforto è l’aria che spira dal paese della donna amata, che lo fa andare oltre dicendo ohimè infelice. Poi quando ripensa al dolce bene cioè la donna amata che deve lasciare, e alla strada lunga da percorrere e corta la vita (citazione ciceroniana / senecana, frasi con valore sapienziale), ferma le piante (citazione di Ovidio), per lo sbigottimento e impallidisce. Lo spirito che ci anima è il gioco equivoco, come può vivere il corpo senza l’aura, lo spirito che lo anima? Ma il vento non basta, Laura continua ad essere lontana; Amore interviene e dialoga col poeta, risponde che è privilegio concesso agli amanti che hanno caratteristiche diverse dal resto del genere umano. Gli ultimi e i primi versi sono tanto melodici da essere facili da ricordare. Qui la terzina conclusiva mette insieme varie suggestioni: letteratura d’Oil, dove si parlava del privilegio che ha l’amante di vedere l’amata anche quando è lontana, il modello più evidente è Virgilio Eneide IV che parla di Didone.

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