La vergine cuccia

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da Il giorno di Giuseppe Parini – Il mezzogiorno – vv. 516-555

di Carlo Zacco

A Tavola. Siamo nel Mezzogiorno. Il giovin signore siede a tavola con altri nobili.

 – Il precettore a un certo punto si sofferma a descrivere due personaggi singolari, che il destino ha voluto che capitassero seduti l’uno vicino all’altro, in modo che l’uno accresca la singolarità dell’altro: il primo è un uomo estremamente grasso;

 – l’altro invece è magrissimo: il poeta si sofferma su quest’ultimo;

 – la sua magrezza è dovuta al fatto che è vegetariano, e il poeta lo osserva arricciare il naso e le labbra vedendo che gli altri commensali mangiano carne, mentre lui spilucca lentamente un po di pane, e dice:

 

«Pera colui che prima osò la mano

Armata alzar su l’innocente agnella,

E sul placido bue: né il truculento

Cor gli piegàro i teneri belati         

Nè i pietosi mugiti né le molli

Lingue lambenti tortuosamente

La man che il loro fato, ahimè, stringea».

 

 – il vegetariano è quindi sensibile alla sofferenza degli animali, ma evidentemente non a quella umana;

 – Mentre il vegetariano pronuncia queste parole, alla dama del giovin signore spunta una lacrimuccia, perché questa tirata contro il maltrattamento degli animali le fa venire in mente un episodio di violenza di cui è stata vittima la sua cagnolina, la vergine cuccia.

 

 

 

 

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Or le sovviene il giorno,

Ahi fero giorno! allor che la sua bella

Vergine cuccia de le Grazie al’unna,

Giovenilmente vezzeggiando, il piede

Villan del servo con l’eburneo dente

Segnò di lieve nota: ed egli audace

Con sacrilego piè lanciolla: e quella

Tre volte rotolò; tre volte scosse

Gli scompigliati peli, e da le molli

Nari soffiò la polvere rodente.

Indi i gemiti alzando: aita aita

Parea dicesse; e da le aurate volte

A lei l’impietosita Eco rispose:

E dagl’infimi chiostri i mesti servi

Asceser tutti; e da le somme stanze

Le damigelle pallide tremanti

Precipitàro. Accorse ognuno; il volto

Fu spruzzato d’essenze a la tua Dama;

Ella rinvenne alfin: l’ira, il dolore

L’agitavano ancor; fulminei sguardi

Gettò sul servo, e con languida voce

Chiamò tre volte la sua cuccia: e questa

Al sen le corse; in suo tenor vendetta

Chieder sembrolle: e tu vendetta avesti

Vergine cuccia de le grazie al’unna.

L’empio servo tremò; con gli occhi al suolo

Udì la sua condanna.

                                        A lui non valse

Merito quadrilustre; a lui non valse

Zelo d’arcani uficj: in van per lui

Fu pregato e promesso; ei nudo andonne

Dell’assisa spogliato ond’era un giorno

Venerabile al vulgo. In van novello

Signor sperò; chè le pietose dame

Inorridìro, e del misfatto atroce

Odiàr l’autore. Il misero si giacque

Con la squallida prole, e con la nuda

Consorte a lato su la via spargendo

Al passeggiere inutile lamento:

E tu vergine cuccia, idol placato

Da le vittime umane, isti superba.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 – rodente: irritante, che fa prurito;

 

 

 – il riferimento a Eco innalza il tono del racconto;

 

 

 

 

 

 

 

 

 – tre volte: ricorda lepico terter..

 

 

 – de le grazie al’unna: verso formulare: tono epico;

 

 

 

 – lo zelo nellaver adempiuto a incarichi delicati, come quelli riguardanti gli amorazzi della signora;

 – assisa: divisa;

  – novello signor: un nuovo padrone;

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