La crisi del concetto di verità


in Marx, Freud e soprattutto Nietzsche

“Ciò che distingue Marx, Freud e Nietzsche è l’ipotesi generale riguardante l’insieme, in quanto l’uomo che sospetta compie in senso inverso il lavoro di falsificazione dell’uomo che gioca d’astuzia.  Freud è penetrato nel problema delle coscienza attraverso il doppio atrio del sogno e del sintomo nevrotico; Marx affronta il problema delle ideologia nei limiti dell’alienazione economica, nel senso questa volta dell’economia politica; Nietzsche, il cui interesse è imperniato sul problema del valore, cerca nell’aspetto della forza e della debolezza della Volontà di potenza la chiave delle menzogne e delle maschere.  ” (Paul Ricoeur)

La tradizionale immagine della verità venne messa in crisi dall’opera dei tre “Maestri del sospetto”: dopo Marx, Freud e Nietzsche il mondo si delinea come il luogo della mistificazione, della finzione, del mascheramento.  Marx si scagliò veemente contro le ideologie: la struttura economica determina una serie di rapporti necessari fra gli individui, rapporti di produzione a partire dai quali si costruisce una sovrastruttura politica, giuridica e ideologica di una società.  Quindi la classe dominante economicamente è anche quella che impone le proprie idee alla società, tanto che i suoi valori vengono considerati come universali, come validi in sé.  In realtà tali idee sono solo la proiezione a livello di pensiero di rapporti economici esistenti nella società e sono funzionari alla classe dominante, che riesce a imporle poiché controlla sia gli intellettuali che i mezzi di comunicazione di massa.  La teoria freudiana della sessualità, d’altro canto, ha stravolto il modo di considerare la moralità, i valori, l’individuo stesso.  L’uomo è un essere che tende al conseguimento del proprio piacere, ma ciò è inconciliabile con la vita associata.  Allora cerca di ammantare la sua rinuncia con giustificazioni e ragioni etiche, tenta di indirizzare la libido verso oggetti leciti, attraverso la sublimazione.  In realtà, il comportamento e le motivazioni che l’individuo da di esso, sono riconducibili al soddisfacimento o alla repressione di impulsi sessuali.

A mio avviso, però, il pensiero di Nietzsche è quello che meglio identifica la crisi dell’Io razionale di fine secolo.  L’immagine più rappresentativa di questo momento cruciale è fornita dall’annuncio della morte di Dio, tratto da “La gaia scienza “.

Il brano, fortemente metaforico, presenta la figura di un folle che cerca Dio, con la lanterna accesa, nonostante sia giorno.  Di fronte ai motteggi degli astanti (“E forse perduto?  Oppure sta ben nascosto?  Si è imbarcato?  “), enuncia il suo messaggio: Dio è morto, noi l’abbiamo ucciso (“Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi, si è dissanguato sotto i nostri coltelli,- chi detergerà da noi questo sangue?  “).

 

Dio è soggetto di fede quindi il simbolo delle certezze e dei valori, al quale l’uomo ha fatto riferimento in passato.  Dio è esistito e adesso è stato ucciso dagli uomini, che non sono consapevoli della loro azione.  Nietzsche allude alla filosofia positiva, che ha negato e distrutto ogni metafisica tradizionale, senza però considerare le conseguenze di questa azione.  Più in generale, sono presenti anche i processi di trasformazione dell’epoca, caratterizzata dallo sviluppo della società di massa e dalla tendenza a considerare importante solo ciò che contribuisce al benessere materiale dell’umanità.  La morte di Dio è destinata a portare con sé una lunga serie di crisi, perché dovrà crollare tutta la morale, insieme a tutto ciò che era sostenuto dalla fede.  Ma la fine di tutti i valori esistenti e il venir meno di ogni punto di riferimento dà la possibilità all’uomo di stabilite di nuovi.  Al tempo stesso questo evento da una grande responsabilità all’uomo: egli stesso ora deve diventare la fonte di tutti i valori.  La morte di Dio rappresenta il riaprirsi della possibilità, la fine di ogni dogmatismo e di ogni limitazione, l’emancipazione dell’uomo, che, senza più una guida, non ha altra alternativa che quella di fondare su se stesso un nuovo senso morale.

Nietzsche quindi sottolinea come il venir meno della fiducia nei valori assoluti, che a partire da Platone avevano costituito un mondo trascendente e inarrivabile, abbia condotto al nichilismo, alla negazione di senso del mondo. Nella Genealogia della morale, Nietzsche arriva addirittura a mettere in discussione il concetto stesso di morale, contesta la possibilità dei valori: il concetto stesso di bene non potrebbe essere uno strumento per limitare la forza vitale e la realizzazione di sé?

“Si è preso il valore di questi valori come dato, come risultante piatto, come trascendente ogni messa in questione; fino ad oggi non si è neppure avuto il minimo dubbio o la minima esitazione nello stabilire «il buono» come superiore al «malvagio», superiore in valore nel senso di un avanzamento, di una utilità, di una prosperità in rapporto all’uomo in generale.  Come?  E se la verità fosse il contrario?  Come?  E se nel bene fosse insito anche un sintomo di regresso, come pure un pericolo, una seduzione, un veleno, un “narcoticum ” attraverso il quale a un certo punto il presente vivesse a spese dell’avvenire?Così che precisamente la morale sarebbe responsabile del fatto che una in sé possibile suprema possanza e magnificenza del tipo uomo non è mai stata raggiunta?Così che proprio la morale sarebbe il pericolo dei pericoli?  “

Tuttavia, come già asserito nella Gaia scienza, la distruzione e la messa in dubbio dei valori deve essere solo l’inizio: infatti la reazione immediata alla “morte di Dio” è il nichilismo passivo, cioè un senso di vuoto e di smarrimento, un’angoscia che si traduce in rassegnazione e inattività.  Nietzsche condanna questo atteggiamento, perché da esso derivano l’odio e la rinuncia alla vita.  Per contro propone un nichilismo attivo che caratterizza larga parte della sua filosofia: la demistificazione cosciente ed intenzionale di tutti i valori, non deve negare il mondo e la vita, ma deve indurre il soggetto a “crearsi la libertà per una nuova creazione”.  Infatti il mondo non ha più un senso e deve essere l’uomo, una volta tramontato e divenuto “Obermensch”, a darglielo.  L’interpretazione del “Superuomo” è stata corrotta nel corso della storia, a partire da D’Annunzio: l’Oltreuomo, teorizzato nel “Così parlò Zarathustr&’, non è il poeta-vate o la razza superiore che deve ergersi a guida e leader delle masse inferiori, non è il livello più alto del processo evolutivo, che guarda con disprezzo, dall’alto della sua biologica superiorità, ai livelli subaltemi.  Il salto dall’uomo all’oltreuomo consiste essenzialmente nel fatto che mentre l’uomo, nel corso della propria storia, ha derivato il senso del mondo e della vita da qualcosa d’altro ( che sia l’Iperuranio o una divinità trascendente, non fa differenza), l’oltreuomo è creatore di valori, deve essere egli stesso il “senso della terra”.  Questa tendenza è esemplificata nel brano “Delle Tre Metamorfosi “, tratto dal “Così parlò Zarathustra’.  L’uomo, prima dell’annuncio di Zarathustra, è rappresentato dal cammello: l’individuo è sottomesso, accetta la morale della tradizione, l’uomo fa ciò che deve fare a prescindere dal fatto che ciò lo renda felice o meno; in seguito giunge il leone, a simboleggiare la rottura con questa morale, anzi la negazione della morale come tale: tuttavia la sua forza di demolizione della morale è indirizzata verso se stesso, non verso valori sociali.  Nietzsche sottolinea la necessità di un rinnovarnento interiore, la rimozione del dovere dal proprio inconscio.  Il “Tu devi”, il drago, rappresenta la sedimentazione dei valori secolari, che danno un significato al mondo, presentandolo all’individuo come una realtà fornita di valore.  Al leone è assegnata la funzione di liberare l’uomo dall’inconscio, di distruggere, per preparare il terreno per la creazione.  Al fanciullo è associata la rinascita: il fanciullo non ha valori esterni a se stesso, egli non crea una nuova morale espressa in regole statiche, l’oltreuomo deve essere un creatore di valori sempre nuovi, vitali.

Alla volontà di potenza è correlato anche il prospettivismo dell’ultimo Nietzsche.  Ogni individuo è punto di riferimento e origine dei valori, in quanto esprime una prospettiva particolare del mondo.  Al posto di un significato univoco e oggettivo del mondo, viene introdotta una molteplicità di significati che hanno il loro centro nei singoli individui.  La volontà di potenza non è affermazione del vitalismo, soltanto nel senso di un recupero degli istinti e della naturalità, ma più in generale è un rifiuto di significati già assegnati, sia in ambito morale che conoscitivo.  La conoscenza altro non è che una pluralità di prospettive, di interpretazioni ed è perciò produzione e creazione continua.

Questa concezione segna la grande cesura con le filosofie precedenti.  Si prenda Kant nella “Critica alla Ragion Pura”: leggendolo sembra che gli a-priori spazio-temporali, le categorie, l’Io penso, valgano indistintamente per tutti gli osservatori, per tutti i soggetti conoscenti.  Il soggetto impersonale ha costituito nella filosofia il presupposto fondamentale per una conoscenza universale, indipendente dal punto di vista del singolo.  Invece per Nietzsche non esistono una “ragione pura” o una conoscenza impersonale.  La conoscenza è sempre conoscenza da parte di qualcuno, che è condizionato dal proprio stato d’animo e dal proprio punto di vista particolare e dunque è sempre prospettico.  L’unica maniera per ottenere l’oggettività è quella di mettere insieme una molteplicità di punti di vista.  Questa pluralità di prospettive non è fonte di errore, dal momento che non esiste il vero e il falso, ma arricchisce di significato la conoscenza stessa.  La volontà di potenza non è la semplice affermazione del dionisiaco, ma il recupero dell’individuo come totalità, di ciò che la morale aveva represso.

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